vita

Ci si divertiva con poco

Come spesso mi capita, invecchiando, mi vien da raccontare cose che mi sono successe da giovane. E niente, molti, se non tutti, praticamente alcuni, sanno che io ho passato sei anni in un collegio dove si studiava per diventare prete, che poi ancora oggi non ho mica capito cosa ci sia tanto da studiare per diventare prete, che fai più anni di scuola che un avvocato, per dire. Comunque lì l’intenzione degli istitutori era di farci diventare tutti preti, casti, puri e bigotti, mentre noi adolescenti traboccanti ormoni ci uccidevamo di pippe guardando le pagine dell’intimo femminile su Postal Market o Vestro. Un piccolo inciso, necessario, per dirvi che nell’intelligentissima idea di creare un piccolo centro per raccogliere la carta riciclata e venderla per pagare i palloni da calcio, i conferimenti dei vari alunni portavano al loro interno un universo che la clausura ci aveva tenuto nascosto a lungo. Stivandolo nei pantaloni riuscii a portar via un catalogo della tedesca Steppi Slips, e non vi dico altro, roba da farsi ricoverare in rianimazione. Comunque sì, tutti bravi, tutti studiosi e smodatamente segaioli, ma l’altro giorno nell’armadio dei meglio-dimenticare ho messo le mani sul vecchio libro di grammatica greca, e con un filo di commozione sono andato a cercare la pagina dell’aoristo terzo passivo, uno dei più grandi dolori della mia gioventù. Era ancora lì, bella cerchiata di nero come l’avevo lasciata.

Quel giorno Don Mario, un uomo di bontà e pazienza infinite, stava spiegando a voce altissima come sempre per via di una sordità incipiente, e io avevo raggiunto già il walhalla in almeno un paio di occasioni, avevo finito e rismontato il cubo magico non meno di trenta volte, mi ero aggiornato tutto il calendario di serie A con addirittura le statistiche dei gol subiti in trasferta, e quindi mi stavo praticamente scartavetrando il divertentissimo apparato deputato (secondo loro) alla sola riproduzione. Presi così l’accendino dalla tasca, e tenendolo capovolto feci ruotare lentamente la rotella tutto attorno alla pagina grattugiando una consistente dose di pietrina con lo scopo di creare una specie di miccia circolare. Un lavoro certosino, minuzioso, in apnea per non sprecare nulla con un fiato, e badando che la polvere fosse così densa da essere continua. L’insegnante ad un tratto si voltò dopo aver scarabocchiato al lungo alla lavagna e chiamò a leggere il mio vicino di banco, urlandone il cognome come sua abitudine. In quel momento, svegliatomi di botto dalla trance che mi guidava in quell’attività, accelerai incautamente lo scorrimento e fu un attimo che partì una scintilla. Scccchoouuufff! Una fumata grigia accompagnò un lampo, e una tremenda puzza di bruciato invase la classe in un attimo. Tutti i miei compagni, dopo gli sguardi di sorpresa terrorizzata, scoppiarono in una fragorosa risata, mentre cercavo di giustificarmi sghignazzando pur’io come una iena che trova una femmina dopo due anni di astinenza.

L’insegnante alzò ulteriormente la voce sopraffacendo il caos generale e mi apostrofò dicendo “Non si fuma in classe!”. Poi proseguì la lezione. Io, terrorizzato dalla potenziale punizione in arrivo, mi misi a disegnare i fumetti sul margine del Rocci. Era una partita a tennis lunga 500 pagine, sai di quei fumetti che prendi la manciata di fogli e cominci a sfogliarli velocemente, e vedi l’animazione.

Peccato aver venduto quel dizionario dopo la scuola.


Avrei dovuto

Avrei dovuto fare un post dicendo un sacco di cose belle, magari col sottofondo di “Captain Jack” di Billy Joel, però non sapevo da dove cominciare. Il tempo ci mangia vivi, invecchiamo e non troviamo margine per dedicarci a quella che consideriamo vita, dimenticandoci che la vita è tutto, sia il lavoro che il dormire. Anche scrivere è vita, perché ci proietta verso un mondo che non ci appartiene, quello altrui, quello di chi in qualche modo ci aiuta a render meno asettica la nostra, di vita. Ci aiuta a confrontarci, per crescere.

Comunque il cappello era fuorviante, il succo di questo post è che sto, per la prima volta, realizzando degli obiettivi. A febbraio del 2009 ero 135 kg, stasera con una lacrimuccia non del tutto sincera il display indicava 116,5 kg. E sono stato anche promosso, sono un Quadro, come quelli alla madonna. Una delle più grandi soddisfazioni che mi potesse capitare fra le dita dei piedi. Sono entrato come pulitore di scantinati, nel 1994, e adesso sono quadro.

Quelli con la Q.

Maiuscola.

Adesso mi devono solo più arrivare i libri di Antonella Beccaria e poi potrò segnare 3 su 3 ai liberi.

La cura

Mi aspettavo una reazione diversa dal mio subconscio. Non capita spesso di prendere decisioni così drastiche e di riuscire a tener saldo il timone in un burrascoso oceano di amarezza che ti scoperchia la chiatta. Invece… niente. Di colpo sparisce la rabbia, il veleno si rafferma negli interstizi dei vasi linfatici, l’affanno del non riconosciuto merito si assopisce. A colmare queste assenze arriva il vuoto lenitivo. Nessuno processo, nessun rimpianto, totale distacco dal passato, solo un grande silenzio nel buio del mio animo stanco e ancora sanguinante.

E’ strano, certo. Chi mi conosce sa quanto a lungo sia in grado di arrovellarmi sulla bontà e sulle conseguenze – soprattutto – di una scelta. Avevo anche pensato di farmi un castello, con tutti i sassi che mi sono tirato addosso in questi ultimi anni, considerato quanto peso do all’autocritica e alla flagellazione self made. Mi dicono che sono troppo severo con me stesso, che dovrei imparare a vivere serenamente con la consapevolezza che anch’io posso sbagliare, e che pur con tutto l’impegno pure io posso deludere chi si affida a me. Il tasto dolente, ahimé: il bisogno di soddisfare le altrui aspettative e di ottenere una qualche forma di approvazione è il male che mi corrode l’esistenza.

Scostandosi di poco da questi temi tempo fa si parlava di sbronze col mio direttore, uno dei pochi esseri dotati di credenziali da dirigente che io conosca con fattezze umane, e uno dei pochi al mondo che mi conosce come si conosce un amico. Ne parlavamo, appunto, e io pensavo che l’ultima sbronza l’ho presa a casa sua, una scena vergognosa, patetica. Lui mi dice Son stato due settimane fa in Germania e mi sono ridotto a una larva tanto ho bevuto, e io gli dico Sai, è da quella sera a casa tua che non mi sono più lasciato cadere così in basso, tipo da sette anni ormai. Con uno sguardo serio e minaccioso mi ha detto “Bisogna imparare a perdonarsi, o si smette di vivere”. Sono andato a casa con i lucciconi, come un bambino a cui hanno detto che babbo natale non esiste. Che quando la gente ha ragione io non sono proprio capace di far finta di niente.

Ora devo solo guarire, e il togliermi questa lama dal petto credo sia stato più che un buon inizio.