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Corri, idiota, corri. [idiota ci sarà tua madre] Non badare al clima, al freddo. Corri. Sei tu e le tue gambe, devi averne ragione a qualunque costo, devi correre, devi squarciarti le budella dallo sforzo. [come se ci volesse un diploma] Corri, hai capito? Tu non ti stai misurando con qualcuno, tu sei tu, la misura è la tua ostinazione, non c’è altro avversario. [a parte te che mi stai sulle palle, no, è vero]
Adesso respira, con calma, l’aria è fredda. Respira e pensa. Concentrati. [mi sto concentrando, se stai zitto ci riesco meglio]. Lo senti il blocco allo stomaco? [lo sento sì] Ecco, quello è il limite che devi superare, quella è la tua nemesi, è in quel preciso punto del tuo essere un umano appiccicaticcio che devi vincere. Ora riprendi il passo, lentamente. Respira e muoviti, solleva le braccia in modo ritmato, respira, senti il freddo che ti apre i polmoni. [sento, bello, domani però ho la bronchite].
Ok, adesso un altro giro, senza sosta, che ti sentirai un altro uomo. [vaffanculo, vocina del cazzo, io con te non ci vengo più ad allenarmi].
Lascio parlare le fotine. Preciso solo che:
- quota di partenza: 860 m.
– quota di arrivo: 2050 m.
– dislivello: 1190 m.
– distanza: 15,5 km (in salita) e ritorno, totale 31 km
– clima: sole molto caldo, anche in quota, arrossamenti vari
– 2 litri d’acqua
– 2 barrette al miele
– zero bestemmie (era un santuario)
– due apparizioni a carattere religioso (San Dwich e San Gria)
– soddisfazione a mille
– tempo impiegato: salita 3 ore, discesa 20 minuti (eh, dovevo fermarmi a far le foto e ad arrotolare la lingua)
- Il vallone dei Morti
- Km 3, si avvisa che la strada per la Lombarda è chiusa
- Prima valanga incontrata
- Le valanghe non perdonano nulla
- Non è un muro di contenimento…
- L’aria fra i muri di neve è gelida, sembra di essere in frigo
- Sarei rimasto lì al fresco
- Altra valanga
- Altra ancora
- Notare la macchina in rapporto al muro di neve
- Le valanghe non perdonano 2
- Ciclista abbondantemente più preparato di me
- Le valanghe non perdonano 3
- Presa pedalando, che non volevo fermarmi col rischio di caduta sassi
- La meta (con lo zoom)
- La meta, senza zoom (presa da quota 1800)
- Ultimo tornante, manca meno di un km.
- Ultima rampa (allucinante)
- Finally, I did it. Scattata mangiando una mela.
- Verso la Lombarda, ancora moltissima neve
- Le valanghe non perdonano 4 (vedi foto zoomata)
- Chi è che dice che non cadono valanghe dove ci sono gli alberi? Notare i cadaveri a terra…
- Maggiociondolo
- Per intero.
Andare in bici è una forma di catarsi purificatoria, una lotta impari contro il tuo unico vero nemico: te stesso. Può anche sembrare una sorta di masochismo, ma con discreti risvolti positivi: bruci grassi, sfoghi i nervi, vedi posti insoliti e ti scortichi la pelle del culo. Quando stai fermo per un annetto scopri che riprendere in mano il ferro è drammatico, e la cosa peggiora con l’avanzare dell’età. Quest’anno è stata più dura, perché ho dovuto scontrarmi con tutte le raccomandazioni che mi fece l’ortopedico quando andai a farmi visitare un ginocchio malandato: non correre più, non puoi, cerca di star fermo e di non fare sforzi, attento anche con la bicicletta, evita i percorsi impegnativi col rampichino. Era febbraio, io sembravo uno storpio, ginocchio gonfio e mobilità pressoché inesistente. I dolori mi impedivano di fare le scale e camminare normalmente, e la voglia di dare ascolto, definitivamente, al medico era enorme.
Ma si sa, i montanari sono testardi come le capre con cui condividono l’habitat. Decisi di disattendere ogni raccomandazione ed iniziai così a camminare, lentamente, la sera dopo il lavoro. Camminare intanto ti fa riprendere contatto col terreno e ti costringe a ricordarti che le chiappe hanno anche altri scopi oltre che scaldare le seggiole. La prima sera fu abbastanza imbarazzante, ginocchio scricchiolante, paura di rompere qualche pezzo. Ogni passo una bestemmiola, in pratica. Decisi di riprovare, e andai a camminare ancora, in salita. Tremendo. Il fiato corto, il cuore a mille e la paura di un crac erano più forti della voglia di muoversi, non parliamo poi della fase di discesa, dove le sollecitazioni del tendine rotuleo sono estreme. Ma non si ruppe nulla, salvo un po’ di gonfiore. Allora continuai, passando dalla camminata normale a quella “tecnica”, più forzata, per arrivare fino alla corsa leggera e poi a quella forzata in salita e ammortizzata in discesa, fino a fare i 20 km di tragitto casa-Monte Croce-casa con 580 metri di dislivello. Il fisico si stava svegliando, e il ginocchio iniziava ad abituarsi a quella vita farneticante.
Poi, per non chiedere troppo alla sorte, decisi di risistemare la bici e dedicarmi a quella. Ci ho pure scherzato su, visto che la prima uscita non era stata così male. Ho continuato, tre volte la settimana, e adesso non smetterei più. Mai come quest’anno il fisico ha reagito alla sollecitazione, i polmoni han detto che se po’ ffà e le fibre muscolari delle gambe han ricominciato a farsi vive. Quindi, lunga e doverosa premessa fatta, ora posso bullarmi delle mie uscite ciclistiche. In un modo o nell’altro ne devo tenere traccia, e farlo qui sopra mi sembra un corretto modo per esporre al pubblico ludibrio tanta vergogna.
20 maggio: tour dello Stura. Borgo, Beguda, Gaiola, Castelletto, Roccasparvera, Vignolo e Borgo. Dislivello poco, alcune salite al 10%, distanza coperta 15,5 km. Tempo: 40 minuti. Sensazione fisica: discreta, molto caldo.
22 maggio: Roaschia. Falso piano fino al bivio di Andonno, poi salita moderata fino a Roaschia. Totale: 22,5 km, tempo 1 ora. Andatura buona, nessuna sofferenza (incredibile).
25 maggio: Gorré di Rittana. Falso piano fino a Gaiola poi salita dura fino a frazione Gorré, a 1090 mt. Dislivello 450 mt su un totale percorso di 30 km. Tempo: 1h e 45, le gambe hanno retto bene. Solo il sedere sembra preso a bastonate, passerà.
27 maggio: La via di téit. A 200 metri da casa inizia la salita, si arriva fino a quota 1200 m per un dislivello di 550 metri. Circa 20 km totali di cui 10 in salita per 1h e 30, con rampe al 13% che ti fanno venire le visioni mistiche. Ad un tratto si abbandona l’asfaltata per S.Antonio Aradolo e ci si infila nei boschi, e si scoprono zone bellissime circondate dal verde, disperse nel nulla della montagna, come Tetto Tendiàs e Tetto Avvocato. La strada sembra proseguire verso Moiola, ma i troppi rami ed arbusti spontanei impediscono di proseguire e l’ora s’è fatta tarda. Torno a casa svuotato dalla pedalata in sterrato ma felice di avercela fatta.
29 maggio: S.Anna di Valdieri. Si sale in quota progressivamente, senza strappi, salvo un netto aumento di pendenza negli ultimi 7 km, da Valdieri a S.Anna. 36 km totali in un’ora e 45, con un dislivello di 450 metri. Ho impiegato 1 ora per arrivare in cima: se penso che due anni fa ci mettevo mezz’ora in più mi sembra incredibile. E tutto senza particolare sforzo. Dati tecnici a parte, annoto che lassù ho trovato freddo e deserto, neanche un cane in strada. Altra nota: primo giorno in cui, al ritorno a casa, riesco a sedermi normalmente senza ululare.
Lascio a testimonianza alcune foto, e mi preparo per domani (665 metri di dislivello, sui 30 km, farò avere mie notizie tramite il coroner).
Ieri era caldo, e era bello, ho tirato finalmente fuori la bici. Che la mia bici è bella, ha il manubrio e i pedali, una figata insomma, ma era parecchio che era là ferma, sotto il copribici (e dove se no?), solo che il copribici non copre molto bene, forse solo la mia bici, non so, ma di sicuro non copre molto bene.
In pratica ho speso una bella ora a pulire bene la bici, il manubrio e i pedali, che servono un casino i pedali, e l’ho lavata accuratamente con lo sciampino, e poi ho cambiato il copertone dietro che era tutto screpolato, che anche il copertone dietro serve un casino in una bici, come quello davanti, il manubrio e i pedali. Insomma ho lavorato sodo per un’ora e poi mi sono detto Sah adesso bisogna andare a fare un giro, con la bici.
Ho preso su per una stradina, e la bici era proprio uguale a come l’avevo lasciata l’anno scorso, bella, con il manubrio i pedali e tutti due i copertoni – ma quello dietro nuovo – e mi piaceva un casino. E mi son detto Cavolo ho proprio una bella bici, sono proprio fiero di lei, solo il motore, ecco, lo devo portare a carburare che deve aver patito parecchio a star fermo così tanto.
Solito giro, ma fatto due volte. Un’ora e venti totali, e bucato due volte il piede destro (per chi non ci crede metto la foto).
L’apparizione di stasera è stata una macchinetta con tanti pulsantini, ogni pulsantino aveva la sua bestemmia corrispondente, e veniva sparata da un diffusore acustico a circa 400 watt RMS con efficienza di 94 dB. Solo che ci volevano le monetine, 1 euro per due bestemmie, e io avevo solo due pezzi da 20 centesimi, che uno non va mica a fare jog-foot-walk-fit-cretining con i soldi in tasca, e allora dicevo con due pezzi da 20 centesimi che diamine ci faccio, poi vedo l’etichetta sul pulsante più in basso che dice 40 centesimi per un insulto moderato, e allora ho pensato che era meglio di niente, li ho infilati, ho premuto e la macchinetta mi ha detto “va a dé via ‘l cül, piciu!“. Ad un volume altissimo.
Era meglio Cameron Diaz, a dire il vero.
“Barcollo ma non mollo” disse la giraffa al tipo del bancone che la accusava di scoreggiare.
Facendo violenza ai più sani principi di autoconservazione, oggi sono di nuovo andato a provare emozioni forti. Quasi lo stesso percorso del day two, ma ripetuto e dilatato con altre due salite e deviazione defaticante. Corsa in salita migliore, ma sempre molto dura; rispetto alla volta precedente ho percorso circa un km in più (al 15% di pendenza). Tempo d’azione, 1 ora e 10 minuti.
Ora non mi resta che consultarmi con uno bravo per capire che diavolo ci facesse Cameron Diaz vestita da madonna su uno dei sassi in cima alla salita.
Basta con i post profondi, basta con le frasi illuminate (pfffff….). Da sabato, day #1, è iniziata l’impresa disperata di un programmatore obeso che non vuole arrendersi all’età e al lardo. Mi sono quindi posto l’obiettivo di arrivare da casa mia (una di quelle a sinistra) fin qui, correndo.
Oggi ho fatto fit-walking fino alla chiesetta, poi sono tornato giù fino a metà percorso, poi sono tornato su di corsa. Cercata invano un’unità di rianimazione nei paraggi. Tempo totale (pause con visioni mistiche comprese): 55 minuti.





































