Il fattore C e le visioni sexy
Vabbé, non ho argomenti nobili da divulgare o approfondire, quindi ritorno sul mio ciondolare in rampichino per poggi e colli. Oggi sono andato a Madonna del Colletto, e non mi sono divertito per niente. La salita è proprio in salita, ma proprio tanto, ci era passata anche una tappa del giro di dopalia (come testimoniano le foto). Il fatto più grave è che mai come oggi sono arrivato a casa con un intollerabile dolore alla zona deputata a poggiarsi sulla sella. Come se avessi cavalcato un toro meccanico che sulla schiena aveva un materasso da fachiro. E, come se non bastasse, sono tornato a casa stanco, svuotato di ogni energia. Come avevo anticipato, 665 metri di dislivello e 30 km totali è un tiro notevole per un cerebrobeso come me.
Unica nota positiva, che non so ancora se attribuire all’onirico, al metempirico o al reale: sul colle, a 1305 metri, dalla strada opposta a quella che avevo fatto in salita è arrivata una donna, bella, bruna, atletica, con dei fus fous fusò insomma con quelle tutine aderenti color turchese che evidenziavano una struttura muscolare ben definita, e vagamente sexy. Ci siamo parlati due o tre minuti, aveva una voce suadente, quasi ipnotica.
Mi ha fatto piacere, pur standole a distanza a causa del sudore e della puzza di facocero in calore che emanavo.
Se non è stata una visione, la prossima volta mi porto almeno un paio di salviettine. Che lo champagne, nello zainetto, non so se regge fino lassù.
Catarsi addosso
Andare in bici è una forma di catarsi purificatoria, una lotta impari contro il tuo unico vero nemico: te stesso. Può anche sembrare una sorta di masochismo, ma con discreti risvolti positivi: bruci grassi, sfoghi i nervi, vedi posti insoliti e ti scortichi la pelle del culo. Quando stai fermo per un annetto scopri che riprendere in mano il ferro è drammatico, e la cosa peggiora con l’avanzare dell’età. Quest’anno è stata più dura, perché ho dovuto scontrarmi con tutte le raccomandazioni che mi fece l’ortopedico quando andai a farmi visitare un ginocchio malandato: non correre più, non puoi, cerca di star fermo e di non fare sforzi, attento anche con la bicicletta, evita i percorsi impegnativi col rampichino. Era febbraio, io sembravo uno storpio, ginocchio gonfio e mobilità pressoché inesistente. I dolori mi impedivano di fare le scale e camminare normalmente, e la voglia di dare ascolto, definitivamente, al medico era enorme.
Ma si sa, i montanari sono testardi come le capre con cui condividono l’habitat. Decisi di disattendere ogni raccomandazione ed iniziai così a camminare, lentamente, la sera dopo il lavoro. Camminare intanto ti fa riprendere contatto col terreno e ti costringe a ricordarti che le chiappe hanno anche altri scopi oltre che scaldare le seggiole. La prima sera fu abbastanza imbarazzante, ginocchio scricchiolante, paura di rompere qualche pezzo. Ogni passo una bestemmiola, in pratica. Decisi di riprovare, e andai a camminare ancora, in salita. Tremendo. Il fiato corto, il cuore a mille e la paura di un crac erano più forti della voglia di muoversi, non parliamo poi della fase di discesa, dove le sollecitazioni del tendine rotuleo sono estreme. Ma non si ruppe nulla, salvo un po’ di gonfiore. Allora continuai, passando dalla camminata normale a quella “tecnica”, più forzata, per arrivare fino alla corsa leggera e poi a quella forzata in salita e ammortizzata in discesa, fino a fare i 20 km di tragitto casa-Monte Croce-casa con 580 metri di dislivello. Il fisico si stava svegliando, e il ginocchio iniziava ad abituarsi a quella vita farneticante.
Poi, per non chiedere troppo alla sorte, decisi di risistemare la bici e dedicarmi a quella. Ci ho pure scherzato su, visto che la prima uscita non era stata così male. Ho continuato, tre volte la settimana, e adesso non smetterei più. Mai come quest’anno il fisico ha reagito alla sollecitazione, i polmoni han detto che se po’ ffà e le fibre muscolari delle gambe han ricominciato a farsi vive. Quindi, lunga e doverosa premessa fatta, ora posso bullarmi delle mie uscite ciclistiche. In un modo o nell’altro ne devo tenere traccia, e farlo qui sopra mi sembra un corretto modo per esporre al pubblico ludibrio tanta vergogna.
20 maggio: tour dello Stura. Borgo, Beguda, Gaiola, Castelletto, Roccasparvera, Vignolo e Borgo. Dislivello poco, alcune salite al 10%, distanza coperta 15,5 km. Tempo: 40 minuti. Sensazione fisica: discreta, molto caldo.
22 maggio: Roaschia. Falso piano fino al bivio di Andonno, poi salita moderata fino a Roaschia. Totale: 22,5 km, tempo 1 ora. Andatura buona, nessuna sofferenza (incredibile).
25 maggio: Gorré di Rittana. Falso piano fino a Gaiola poi salita dura fino a frazione Gorré, a 1090 mt. Dislivello 450 mt su un totale percorso di 30 km. Tempo: 1h e 45, le gambe hanno retto bene. Solo il sedere sembra preso a bastonate, passerà.
27 maggio: La via di téit. A 200 metri da casa inizia la salita, si arriva fino a quota 1200 m per un dislivello di 550 metri. Circa 20 km totali di cui 10 in salita per 1h e 30, con rampe al 13% che ti fanno venire le visioni mistiche. Ad un tratto si abbandona l’asfaltata per S.Antonio Aradolo e ci si infila nei boschi, e si scoprono zone bellissime circondate dal verde, disperse nel nulla della montagna, come Tetto Tendiàs e Tetto Avvocato. La strada sembra proseguire verso Moiola, ma i troppi rami ed arbusti spontanei impediscono di proseguire e l’ora s’è fatta tarda. Torno a casa svuotato dalla pedalata in sterrato ma felice di avercela fatta.
29 maggio: S.Anna di Valdieri. Si sale in quota progressivamente, senza strappi, salvo un netto aumento di pendenza negli ultimi 7 km, da Valdieri a S.Anna. 36 km totali in un’ora e 45, con un dislivello di 450 metri. Ho impiegato 1 ora per arrivare in cima: se penso che due anni fa ci mettevo mezz’ora in più mi sembra incredibile. E tutto senza particolare sforzo. Dati tecnici a parte, annoto che lassù ho trovato freddo e deserto, neanche un cane in strada. Altra nota: primo giorno in cui, al ritorno a casa, riesco a sedermi normalmente senza ululare.
Lascio a testimonianza alcune foto, e mi preparo per domani (665 metri di dislivello, sui 30 km, farò avere mie notizie tramite il coroner).
Raggiungere il limite
Mezza giornata di ferie, accompagnata da masochismo latente. Ho capito perchè i ciclisti si dopano, oggi. Erano le 17.30 e ho deciso di farmi del male, andando a casaccio con la bici per le montagne. Per la prima volta ho raggiunto il mio limite fisico, quello che ti fa dire “no cazzo adesso fermati”. Bello, sai di avere un limite, ma quando lo raggiungi non si spegne la luce, ti viene solo da fermarti e tornare indietro.
Ho infilato la strada della Valle Gesso, verso Valdieri, avevo il sole in faccia che mi rompeva non poco i coglioni, nel frattempo pensavo ad altro, distratto come un moccioso all’asilo. Ho riguardato l’ora quando sono arrivato a S.Anna di Valdieri, erano le 18.20, mai fatta in meno di un’ora! Quindi ho proseguito di buon passo fino alle Terme, e a 10 metri dal ponte ho detto basta, conscio di aver raggiunto la soglia.
E’ che la tua testa ti dice di andare avanti, ma l’istinto di autoconservazione ti ferma. E’ qui che interviene il doping, secondo me. Qualcosa che faccia dire dalle gambe alla testa “tutto ok, vai tranquillo” e che ti consenta di superare il limite.
Sono tornato a casa svuotato, e così ho deciso di doparmi per recuperare: peperoni in bagna cauda e due bottiglie di Tuborg fresca da 66 cl. Ora sto meglio, ed ho imparato ad ammazzare le mosche a rutti.


















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