Senescenza

Una volta qui si era tutti bambini

Ogni volta che guardo fuori dalla finestra vedo in lontananza la casa di Luca, amico con cui ho condiviso ogni tipo di nefandezza puerile. All’epoca qui attorno era tutta campagna – vaffanculo i luoghi comuni, è la verità – e mentre il cemento iniziava lentamente a rubare spazio ai campi di grano, così, lenta ed inesorabile, si consumava la nostra infanzia.

Il programma era sempre lo stesso: si usciva da scuola (elementare) alle 12.30, si tapinava fino a casa con la cartella in cuoio a spalle, trottando su quel paio di primitivi strumenti che madre natura ci ha attaccato sotto al culo – e parliamo di attraversare tutta la città, altro che suolabus – verso un pranzo abbondante e rapidissimo e poi, spesso senza cambiarsi i pantaloni “belli”, ci si incontrava in strada o nel suo garage per pianificare la conquista del territorio. Unica pausa la merenda alle 16, con gli occhi incollati allo schermo e il cervello rapito in estasi di fronte a “Ciao Ciao” sulle prime tv private, poi di nuovo a fare i talebani in giro per il quartiere fino a che non si sentiva il classico “Lucaaaaaa! Cristùn!” di suo padre Celestìn che avvisava della cena in tavola. Tornavamo a casa esausti, sporchi all’inverosimile e spesso sanguinanti in qualche dove.

Le attività pomeridiane prevedevano:

  • arrampicarsi su qualsiasi albero a tiro
  • lanciare sassi ovunque, possibilmente spaccando qualcosa
  • strafogarsi di more, uva, ciliege e qualsiasi altro frutto di stagione potesse crescere rigorosamente a due metri da terra non meno (con doverosa eccezione per le fragole), incuranti di qualsiasi recinto o palizzata indicante l’ignoto concetto di proprietà privata
  • intrufolarsi in qualsiasi cantiere per fare scorte di assi e chiodi
  • costruire le più improbabili forme di capanne (o fortini) sui gelsi
  • pisciare nei pintoni di vino lasciati aperti dai muratori
  • mettere miccette nei formicai
  • Big Jim paracadutista con la borsa del gros market
  • dare la caccia ai gatti
  • scavare buche nella sabbia
  • fare un’antologia di dispetti alle bambine del vicinato
  • perdere un martello al giorno (al punto che suo padre mise il lucchetto all’armadio degli attrezzi)

In estate il dopocena era uguale o peggio, con le memorabili partitone al calcio balilla contro Celestìn, uno che non si faceva problemi a commentare i goal con le sue frasi magiche “pütanaEvaPorca” e “vacatroiaporca”.

Niente cellulare, niente allergie, niente baby sitter, nessun doposcuola, nessuna preoccupazione, mai visto un pediatra o altro dottore. Neve, pioggia, sole, caldo, freddo, sempre in giro, mai stati guardati a vista. Bastava presentarsi in tempo per cena e trovare 5 minuti per fare i compiti, o alla peggio, al fischio di mio padre che talvolta richiedeva la mia presenza a casa.

Eppure siamo sopravvissuti, impuniti, ignoranti e lazzaroni. I gelsi non ci sono più, Luca non lo vedo da anni, il grano è sparito insieme ai trent’anni che ci separano da quel meraviglioso trancio di vita sconsiderata.

OttoOttobreFanTrentOtto

Ti senti come la pallina del Dixan dentro alla lavatrice, certi giorni. Ti avvicini a traguardi insperati ma fori sul più bello, e scopri che Codroipo è qualcosa ben più significativo di una località amena del ridente nord-est. Vorresti sparire per un po’ sapendo che qualcuno ci ha pensato prima di te, a farti sparire.

Non ti abbattere, amico mio, ci penso io…

L’ombra di quel castello di sperticate lodi che fino a ieri ti elevava nel punto più luminoso della vallata, oggi ti oscura col suo grigiore. Poi, come nei film di Rocky, scatta la scintilla, fai un falò dei tuoi stracci e risorgi dalle tue ceneri, e ti senti nuovamente pronto a mettere a dura prova le convinzioni della LIPU in merito a quanto sia sconveniente ed immorale andare a spaccare il culo ai passeri in volo.

E’ un lumicino, in lontananza, che ti fa riaprire gli occhi ormai rassegnati al buio.

Hai trentotto anni, coglionazzo. E’ ora che ti dai una svegliata, nè?