Articoli marcati con tag ‘Poesia’

Divoro
la parte e il tutto
presciutto
a mozzi stonati
baguettes
fra calde omelettes

ti stufi
di uova di quaglia
deposte
come occhi di gufi
fra tranci
di tome di paglia
e veli
di bianchi tartufi

Basta!
mi portan la pasta
fra calici colmi
si tasta
prezzemolo
e alìci sì caste
scarpetto
le tracce rimaste
poi goccia
di quel passepartout
viatico
al fine ragout

Occhieggia
la seppia cogli ossi,
serpeggia
la ruta fra rossi
ravàni ad anelli,
campeggia
sul desco imbandito
scolpita
dal prode Talete
di burro
una bianca parete

Kalimba de luna
caramba, è l’una
patire, finire
le laute portate
financo a quella
che subito molce:
l’effimero dolce

Stride lo strudel
su strade di crème caràmel


Mai.

Cretina.

E’ la classica sera

che sarebbe bello

un tavolino nel dehor

con tre quattro amici,

birra come se piovesse

e parlar di donne et amori,

in pieno anelito di sbronza.

E dimenticarsi che domani

è un fottuto lunedì.

Nononono

come glielo devodire

l’impianto Bose

sul carro fvnebre

non è detraibile



Mio personalissimo omaggio al Proeta e suoi ispiratori. Con tutte le attenuanti del caso.



Trotterello fiero nei paraggi
lordando, con tripodi oltraggi,
le radici di piccoli faggi.

Verrà il momento, amico caro,
In cui ti sentirai isolato e a disagio,
In cui coloro che conosci si terranno a distanza,
anche quelli che ti hanno amato.

Verrà il momento, amico mio,
In cui non ti sentirai più bene con te stesso,
e quella tua maglietta fina sarà tanto stretta al punto che.

Stanne certo, fratello, arriverà quel momento.
Anche il tuo cane ti eviterà,
E sul bus troverai posto per via del fuggi fuggi,
E per strada la gente si scanserà per poi sparlare alle tue spalle,
Aumentando il peso della tua tristezza.

Verrà quel momento, amico, credimi,
In cui dovrai per forza farti una doccia.

Siamo arrivati con buon anticipo, che non è che a Torino sono tutti lì pronti a lasciarti il parcheggio libero. Durante il viaggio Ugo (Oogle) mi racconta degli squali visti in immersione nel Mar Rosso, e dei livelli di brevetto che bisogna avere, e i delfini che dormono coricati sul fianco. E io ci voglio bene a Ugo, ancor più questa sera che mi ha accompagnato nel viaggio senza sapere nulla della meta. E ho ascoltato tutti i suoi discorsi. E ha portato il suo navigatore satellitare che io mi perdo anche nel parcheggio del supermercato.

Quindi il posto è qui, il parcheggio è là, che culo, abbiamo ancora oltre mezz’ora di tempo, andiamo a mangiare un boccone. Ci fosse un solo cazzo di bar aperto in zona. Due traverse più in là c’è una kebaberia, squallida che sembra di essere in un quartiere del Cairo. Il tipo, ma guarda te, è proprio egiziano, e mi fa ridere quando gli chiedo “che avete di buono?”. “Kebap è buono”. Non ero mai entrato in una kebaberia. Ho preso la pizza.

Un solo tavolinetto in un angolo, vi è seduta una signora nigeriana che parla al cellulare. Il tizio la fa sloggiare con modi decisamente scortesi per far posto a noi, che tentiamo di rifiutare per non dar fastidio. Lei va nel retro senza smettere di parlare al cellulare, emettendo dei suoni gutturali di chissà quale dialetto africano. Poi guardo la sedia, calcolo la sua capacità strutturale di reggere il mio peso e decido di restare in piedi. La pizza è buona.

Entriamo in libreria in orario, c’è ancora nessuno. Mauro mi abbraccia come se vedesse un vecchio amico dopo anni, invece sono solo due mesi che non ci vediamo. Mi presenta Guido, e a me viene quasi voglia di tornare a casa. I visi monoespressivi mi hanno sempre messo una certa angoscia. Poi una soave donna, Marcella, che chiede a Mauro “ma lui è il famoso Sba?”. Devo averle fatto un’impressione tipo Xavier Bardem nel film dei Coen, cioé sì che piacere ma meglio stare alla larga. (Che io ci faccio una certa impressione alla gente, tipo che oggi stavo camminando sul marciapiedi largo un metro e mezzo e c’erano tre persone che parlavano e si sono scansate come se dovesse passare lo spartineve, o il carro funebre). Ho quindi cominciato a considerare seriamente i motivi per cui io possa essere diventato famoso, e soprattutto quando. Dissipa i dubbi Ugo “Non è necessariamente una cosa positiva”. Appunto.

Iniziano. La luce nel locale è congrua ad ottenere il miglior risultato fotografico quasi quanto sia logica e sensata la posizione della chiesa riguardo all’eutanasia. Ma tanto le foto le fa Ugo, io voglio godermi lo spettacolo. Perché sì, i testi di Mauro li conosco già da qualche mese, me ne sono innamorato fin da subito. Mi incuriosisce cosa possa venire fuori dalla bocca di Guido, che nel suo volto non ha niente di teatrale, se non la folta barba che fa da sipario a chissà quale mente illuminata.

Mauro legge roba di Guido, Guido legge roba di Mauro. Mauro batte Guido 3 a 0. Ma come, mi dicevano essere uno in gamba, invece mah. Mi dico “dai, consoliamoci con la prestazione del Gasparini, in fondo sono venuto apposta per l’Amelia“. Sono venuto -  senza correre – apposta per l’Amelia. E anche se ho già conosciuto Gerardo nelle sfide a ciccopalmo e l’anarchico Armando, volentieri ne voglio rivivere le gesta ascoltandole direttamente dalle labbra del loro creatore. Che la differenza è enorme, se le senti leggere da uno che sa. E Mauro è un dannato capo quando legge. Che poi si capisce che è bravo per patrimonio genetico, lui sembra recitare appassionatamente anche quando parla con te di salame, di disturbi gastrici  o di poppe mollicce. Ci ha il dono, ci ha.

Tocca a Guido. Presenta il componimento quasi senza entusiasmo, poi inizia. Lì capisco. Capisco che mi ero sbagliato tantissimo. Capisco che il vero Catalano è la sua faccia, i suo gesti, la sua voce e la sua poesia, tutto insieme. Non puoi togliere niente. Recita, decanta, incanta. Lo sguardo monoespressivo rimane tale, i gesti e i movimenti sono elementari, quasi robotici, ma funzionali all’intonare delle parole e alla sequenza di frase-pausa-frase-cambio di tono-frase-pausa-sussurro.  Devastante. E noi spettatori ci si piscia addosso con i cavallucci nel cortile, con gli stronzi di cane e les ormettes petittes. Riesco a filmare appena due minuti di recitazione, con tutto che traballa per lo sghignazzare convulso.

I nostri si alternano nella lettura e nella recitazione, circondati da un pubblico in devoto silenzio, silenzio interrotto solo dallo scrosciar d’applausi, dalle risate incontenibili e dal cigolio della porta d’ingresso (che Mauro ha lanciato un’occhiataccia ad una signora che a momenti la fulmina). L’intimità del locale sembra tagliata su misura per quello che è un reading così appassionante, e la platea, la gente, non è quella che passa di lì per caso, ma è quella che ha fortemente voluto essere proprio in quel posto in quel preciso momento, a godersi due ore di immersione nella profondità di tanto eccelsa forma d’arte. Pazzi, consenzienti.

La serata è terminata, come la birra di Catalano. E’ tardino, ci aspettano ancora un centinaio di chilometri per tornare a casa, saluti di rito e i meritati complimenti. Abbraccio il Maurone poi esco, in strada stringo la mano a Guido, “bravo”. Mi guarda, si lascia scappare un sorriso.

Una motosegna per Brandon Sclero

Una motosega per Brandon Sclero

“Chi l’è cul là

che l’è calà

giü ‘d la calà

cun la calota

calà ‘n testa?”


“Se l’è ‘n cu là

me sa cu l’à

nen calculà

la scantunà

l’è rübatà

e l’a ciapà

‘na cülatà

‘d la madona”.

Ma non ditelo ai piemontesi che il loro dialetto fa ridere.

In una pausa fra una flebo di Gerovital e l’altra, il buon Mauro Gasparini ha trovato anche il tempo per fare un reading. Peccato che accada nel padovano, altrimenti ci sarei andato. Se siete da quelle parti, o se abitate fra Helsinki e La Valletta e volete fare un giro, passate a trovarlo, sarà uno spettacolo con il sistema del reverse-ticketing, ovvero vi pagherà lui per assistere. Geniale, isn’t it?

Ne vale la pena.

Ne vale la pena.

Scherzo, ovviamente, secondo me ne vale davvero la pena, andateci! Che poi Mauro è uno famoso, eh, mica noccioline e lambrusco!

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