Humour

Un Siciliano a Levaldigi

Scena: “mensa” aziendale, tavoli lunghi. Un operaio siciliano con contratto a termine, Salvo, seduto di fronte ad un operaio cuneese con contratto a termine, Bruno, il suo caposquadra (ovvero, hanno entrambi la stessa mansione ma Bruno in più deve refertare il lavoro svolto al padrone). Stanno pranzando, io sono a due metri da loro e ascolto mentre mangio il mio panino.

S: Picchì un si capìsci rùnni minchia vònnu arrivàri, e sicùnnu mia sti agenzìe ri lavoro interinale, si sti dìtti ca ni vìvvinu a àvutri ditti, eh, chiddi ca ni sfrùttanu, chi ni fannu a fava nto stipendio, e io vegnu ri Palermo ccà cu tutti sti testa i minchia ca mi sfruttano sulu picchì ddà mancu c’accattavu u pani pà famigghia cu travagghiu è mircatu.

B, continuando a mangiare: Eh già, il mercato…

S infila un boccone in bocca, e prosegue: chi poi ricu io, comu minchia si chiama, u picciotto ra coperativa, si, c’addumanna cosi strani, voli sapiri i fatti ri tutti e io ci un ricu nianti, chiddu è uno scimunitu, ca parra comu si l’avissi un metru e menzu!

B, continuando sempre a mangiare: Sì, un metro.

S: E tutti sunnu cumminti ca nuavutri un travagghiamu, ma cuannu arrivamu ni fati fari i travagghi ri merda, e unnu sacciu si a fini ccà o ddà sutta cancianu i cosi, a stessa vita ri merda, ddà scarricavu i cassette ri frutta e mi facia u culu tantu, tocca sti vrazza, Ulc1 paru, tuacca! (si tira su la manica poi prende la mano di Bruno e la porta verso il suo bicipite per farglielo toccare)

B: Tuacca cosa! Ma che fai? (tasta il bicipite con noncuranza) Sì sì, sei una forza, sì, ma non mi toccare mentre mangio, diufà2! (poi riprende a ingozzarsi di spezzatino)

S: Hou, finitu stu cuntrattu di cuattru misa, minni vaiu iusu ca vogghiu viriri a me famigghia, me mugghiari china ru cuartu e stu miliuni-e-ttri mi serbunu ppì campari, u capisci, ah! U capisci chi minchia ri vita e ffari pi campari?

B, sorpreso: Sì, diufà, il Campari in mensa, ma vai và… Cazzo, però adesso mangia che la mezz’ora è finita.

S: Minchia, mi passò puru a fami. Ppi furtuna ca pozzu parrari cu ttia, tu si ca mi capisci.

B: Come?

S: Te mi capisci vero?

B: Chi io? Ma diufà, guarda che non ho capito nemmeno una parola di quello che hai detto, hai sempre parlato siculo, diufà! Io sono di Mondovì, porcaputtana!

S: Si figghiu ri sta grannissima pulla sucaminchia trimmutura, viri runni e travagghiari cu sti cugghiuna, me nonna mu ricia siampri, megghiu lu tintu canusciutu ca lu bonu a canusciri!

B: sì, c’hai ragione, dobbiamo uscire, sbrigati! Diufà.



1Ulk: sarebbe Hulk, ma pronunciato esattamente come l’ho riportato.

2 Diufà: colorita espressione dialettale piemontese, che significa esattamente “diufà”.




Note: questa è una vicenda realmente accaduta oltre dieci anni fa, sembra una barzelletta ma non lo è. Ringrazio Michele Lo Forte per la traduzione di ciò che quel giorno riuscii a capire in quello splendido dialetto che è il siciliano e memorizzai (più facilmente) in italiano. Incredibilmente, la battuta del Campari, per Salvo e Bruno, non era una battuta.

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Fare il maiale in ufficio

Sette di sera, devo andare in bagno, azione per la quale sono costretto a percorrere tutto il corridoio degli uffici. Ci sono ancora luci accese qua e là, passo oltre l’ultima porta, svolto verso i bagni e vedo aperta la vetrinetta dell’ufficio spedizioni, quella da dove vengono consegnati i documenti agli autisti. Mi affaccio, ficcando la testa dentro allo sportello scorrevole, c’è un’ultima impiegata alla sua scrivania, di spalle rispetto a me. Mi metto allora a fare il verso del maiale, non oink oink, proprio la grufolata classica, quella faringea, cercando di essere il più credibile possibile. Lei sobbalza sulla seggiola con un urlo di spavento, poi si volta e scoppia a ridere, e io continuo a fare il maiale, e lei continua a ridere fortissimo.

Poi smette di ridere, diventa rossa come una bandiera cinese e accenna a voltarsi verso il computer, in preda alla vergogna. Io faccio ancora un paio di grufolate, lei non si volta. Allora estraggo la testa dallo sportello e, appena mi volto, mi trovo faccia a faccia con il direttore generale, serio come una statua. Gli dico, serio, “buonasera ingegnere”, lui scoppia a ridere convulsamente e mi molla una pacca sulla spalla dicendomi “Facciamo le porcherie in ufficio eh? Bravi, bravi”.

Poi non ricordo se se n’è andato lui o se in preda all’ansia sono riuscito ad attivare il teletrasporto.

Cera una volta

Le persone vissute ad inizio ’900 non conoscevano quasi l’inquinamento e le radiazioni, non sapevano nulla dell’ozono, le auto erano rarissime e lentissime, quasi nessuno conosceva la droga, pochi potevano permettersi l’alcool, in genere avevano meno soldi ma vivevano meglio, mangiavano e bevevano più sano e non erano stressate.

E son morte tutte lo stesso.

Oi dialogoi (fine umorismo inglese)

A – Uè, fresco sposino, ciao, come butta?

B – Eh, siam qui, a te come va?

A – Niente male, ma dimmi, come va la vita coniugale?

B – Beh, non mi lamento, solo che non capisco una cosa, magari puoi aiutarmi, visto che sei sposato da molti anni…

A – Dimmi, se posso ben volentieri!

B – Sai, è una cosa un po’ delicata, un po’ mi vergogno…

A – Ma insomma, ci siamo sempre raccontati tutto, parla tranquillo!

B – Il fatto è questo: non credo di soddisfare appieno mia moglie a letto.

A – Occazzo! E da cosa lo deduci?

B – Ma no so, ce la metto tutta ma lei non pare particolarmente eccitata, insomma… non partecipa, ecco…

A – Ma dai, appena sposati! Dovreste girare sottosopra la stanza da letto!

B – Macché, mezze le volte mi pare di farlo con una morta… E’ così passiva, silenziosa…

A – Ma con le tue capacità amatorie dovresti farla urlare!

B – Perché, scusa, vuoi dirmi che tua moglie urla quando lo fate?

A – Urlare?? Ahahahah! La sentissi… strepita come un’aquila, arriva perfino a bestemmiare così forte che delle volte svegliamo i vicini di casa…

B – Ossignur, ma come fai a farla urlare così?!? Vorrei saperlo anch’io…

A – Niente di particolare, di solito appena abbiamo finito mi pulisco l’uccello nelle tende…