Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

filosofia

Catarsi addosso

Andare in bici è una forma di catarsi purificatoria, una lotta impari contro il tuo unico vero nemico: te stesso. Può anche sembrare una sorta di masochismo, ma con discreti risvolti positivi: bruci grassi, sfoghi i nervi, vedi posti insoliti e ti scortichi la pelle del culo. Quando stai fermo per un annetto scopri che riprendere in mano il ferro è drammatico, e la cosa peggiora con l’avanzare dell’età. Quest’anno è stata più dura, perché ho dovuto scontrarmi con tutte le raccomandazioni che mi fece l’ortopedico quando andai a farmi visitare un ginocchio malandato: non correre più, non puoi, cerca di star fermo e di non fare sforzi, attento anche con la bicicletta, evita i percorsi impegnativi col rampichino. Era febbraio, io sembravo uno storpio, ginocchio gonfio e mobilità pressoché inesistente. I dolori mi impedivano di fare le scale e camminare normalmente, e la voglia di dare ascolto, definitivamente, al medico era enorme.

Ma si sa, i montanari sono testardi come le capre con cui condividono l’habitat. Decisi di disattendere ogni raccomandazione ed iniziai così a camminare, lentamente, la sera dopo il lavoro. Camminare intanto ti fa riprendere contatto col terreno e ti costringe a ricordarti che le chiappe hanno anche altri scopi oltre che scaldare le seggiole. La prima sera fu abbastanza imbarazzante, ginocchio scricchiolante, paura di rompere qualche pezzo. Ogni passo una bestemmiola, in pratica. Decisi di riprovare, e andai a camminare ancora, in salita. Tremendo. Il fiato corto, il cuore a mille e la paura di un crac erano più forti della voglia di muoversi, non parliamo poi della fase di discesa, dove le sollecitazioni del tendine rotuleo sono estreme. Ma non si ruppe nulla, salvo un po’ di gonfiore. Allora continuai, passando dalla camminata normale a quella “tecnica”, più forzata, per arrivare fino alla corsa leggera e poi a quella forzata in salita e ammortizzata in discesa, fino a fare i 20 km di tragitto casa-Monte Croce-casa con 580 metri di dislivello. Il fisico si stava svegliando, e il ginocchio iniziava ad abituarsi a quella vita farneticante.

Poi, per non chiedere troppo alla sorte, decisi di risistemare la bici e dedicarmi a quella. Ci ho pure scherzato su, visto che la prima uscita non era stata così male. Ho continuato, tre volte la settimana, e adesso non smetterei più. Mai come quest’anno il fisico ha reagito alla sollecitazione, i polmoni han detto che se po’ ffà e le fibre muscolari delle gambe han ricominciato a farsi vive. Quindi, lunga e doverosa premessa fatta, ora posso bullarmi delle mie uscite ciclistiche. In un modo o nell’altro ne devo tenere traccia, e farlo qui sopra mi sembra un corretto modo per esporre al pubblico ludibrio tanta vergogna.

20 maggio: tour dello Stura. Borgo, Beguda, Gaiola, Castelletto, Roccasparvera, Vignolo e Borgo. Dislivello poco, alcune salite al 10%, distanza coperta 15,5 km. Tempo: 40 minuti. Sensazione fisica: discreta, molto caldo.

22 maggio: Roaschia. Falso piano fino al bivio di Andonno, poi salita moderata fino a Roaschia. Totale: 22,5 km, tempo 1 ora. Andatura buona, nessuna sofferenza (incredibile).

25 maggio: Gorré di Rittana. Falso piano fino a Gaiola poi salita dura fino a frazione Gorré, a 1090 mt. Dislivello 450 mt su un totale percorso di 30 km. Tempo: 1h e 45, le gambe hanno retto bene. Solo il sedere sembra preso a bastonate, passerà.

27 maggio: La via di téit. A 200 metri da casa inizia la salita, si arriva fino a quota 1200 m per un dislivello di 550 metri. Circa 20 km totali di cui 10 in salita per 1h e 30, con rampe al 13% che ti fanno venire le visioni mistiche. Ad un tratto si abbandona l’asfaltata per S.Antonio Aradolo e ci si infila nei boschi, e si scoprono zone bellissime circondate dal verde, disperse nel nulla della montagna, come Tetto Tendiàs e Tetto Avvocato. La strada sembra proseguire verso Moiola, ma i troppi rami ed arbusti spontanei impediscono di proseguire e l’ora s’è fatta tarda. Torno a casa svuotato dalla pedalata in sterrato ma felice di avercela fatta.

29 maggio: S.Anna di Valdieri. Si sale in quota progressivamente, senza strappi, salvo un netto aumento di pendenza negli ultimi 7 km, da Valdieri a S.Anna. 36 km totali in un’ora e 45, con un dislivello di 450 metri. Ho impiegato 1 ora per arrivare in cima: se penso che due anni fa ci mettevo mezz’ora in più mi sembra incredibile. E tutto senza particolare sforzo. Dati tecnici a parte, annoto che lassù ho trovato freddo e deserto, neanche un cane in strada. Altra nota: primo giorno in cui, al ritorno a casa, riesco a sedermi normalmente senza ululare.

Lascio a testimonianza alcune foto, e mi preparo per domani (665 metri di dislivello, sui 30 km, farò avere mie notizie tramite il coroner).

Riflessioni regolari

Penso alla parola “fine”. Arrivare al termine ha un doppio significato, quello di completamento (di una fatica, di un lavoro, di una gara) e quello di esaurimento (finire la vita, i soldi, la pazienza). Il primo significato indica la soluzione ad una situazione di disagio o fatica, mentre il secondo indica la fine di un periodo positivo in ragione di un frangente negativo. Due situazioni opposte che si rincorrono, la fine di un’azione che genera l’azione uguale e contraria, in modo ciclico. Nella parola “fine” c’è l’essenza dello ying e dello yang, in buona sostanza. Anche la fine stessa della vita in molte filosofie e religioni prevede un transito fatto di reincarnazione, paradiso, o metempsicosi.

Ci sono molti modi per esprimere il concetto di essere arrivati alla fine. Si sente dire spesso, ad esempio, “siamo alla frutta”, ma nel mio lessico questa locuzione non significa essere arrivati alla fine. Dopo la frutta infatti viene la parte bella della cena, con le libagioni di rito fino a notte fonda. “Abbiamo toccato il fondo”: si sa perfettamente che una volta sul fondo si può sempre scavare. “Siamo al capolinea”: scendi, coglione, e inizia a camminare. Una via di fuga la si trova, in un modo o nell’altro.

Quella meno risolutiva, eccezione al teorema suesporto, è “Stiamo raschiando il fondo del barile”. Ecco, questa è una situazione che non ha una soluzione positiva scontata. Immaginate una nave pirata settecentesca, mesi in mare, l’assenza di vento e le scorte che terminano. L’equipaggio è affamato, in ogni accezione che questo termine consente. Imaginate di essere lì, a raschiare il fondo del barile per estrarne le ultime stille di nutrimento, e la posizione china in cui vi trovate in quell’istante. Fatto? Immaginato?

Bene, branco di pervertiti, adesso preparate la cremina.

Fare il maiale in ufficio

Sette di sera, devo andare in bagno, azione per la quale sono costretto a percorrere tutto il corridoio degli uffici. Ci sono ancora luci accese qua e là, passo oltre l’ultima porta, svolto verso i bagni e vedo aperta la vetrinetta dell’ufficio spedizioni, quella da dove vengono consegnati i documenti agli autisti. Mi affaccio, ficcando la testa dentro allo sportello scorrevole, c’è un’ultima impiegata alla sua scrivania, di spalle rispetto a me. Mi metto allora a fare il verso del maiale, non oink oink, proprio la grufolata classica, quella faringea, cercando di essere il più credibile possibile. Lei sobbalza sulla seggiola con un urlo di spavento, poi si volta e scoppia a ridere, e io continuo a fare il maiale, e lei continua a ridere fortissimo.

Poi smette di ridere, diventa rossa come una bandiera cinese e accenna a voltarsi verso il computer, in preda alla vergogna. Io faccio ancora un paio di grufolate, lei non si volta. Allora estraggo la testa dallo sportello e, appena mi volto, mi trovo faccia a faccia con il direttore generale, serio come una statua. Gli dico, serio, “buonasera ingegnere”, lui scoppia a ridere convulsamente e mi molla una pacca sulla spalla dicendomi “Facciamo le porcherie in ufficio eh? Bravi, bravi”.

Poi non ricordo se se n’è andato lui o se in preda all’ansia sono riuscito ad attivare il teletrasporto.

Filosofie d’altri tempi

December 11th 2003, 08:56:34 PM

Chi sei?

Sarei felice di saperlo

Da dove scrivi?

Da una cisterna di pus

E come sei arrivato in quest’angolo di mondo?

Condotto fognario (hai presente Blood 2?)

Il tuo pensiero?

Che stupenda visione bucolica: un uomo fa lavorare nei campi di granturco tutto il giorno, tutti i giorni, il suo bue, a trainare l’attrezzo di tortura che tante pannocchie gli rende. Dopo cinque anni l’uomo uccide il bue e lo riduce a bistecche. Morale della favola: ne aveva le palle piene di mangiare polenta.