Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

Amicizia

Pubblico la pubblica ammenda

CVD, Consorio Venditori Domenicali come volevasi dimostrare ho dimenticato genti, volti, minacce e persecuzioni varie. Mi scuso, e anche parecchio, con:

- Annarella: so perché mi sono dimenticato. Per colpa tua mi sono perso Nori e gli Accalappiacani. Non è vero, ma a qualcuno dovevo pur addossare la responsabilità di una mancanza così grave. E tu, che lavori con i tedeschi, devi essere così abituata a portare croci… E’ che sono rimasto così affascinato dalla tua conoscenza di certe pratiche esoteriche della magica Torino che ho perso il senso del tempo. Grazie anche a te, quindi.

- Fran: da come la descrisse Adamo, me la immaginavo una dolcissima public relation woman, pronta a soddisfare ogni richiesta degli uomini d’arte e di cultura. Invece ho trovato una fredda calcolatrice, quadrata ed asettica. Ok, adesso provate a invertire le frasi, mescolate a caso le parole, sovvertite il senso di ogni accento, ma il risultato sarà sempre lo stesso: donna di polso, sorriso disarmante. E un feed privato.

- Enrico Suzukimaruti: dolenti note! Mi voleva picchiare appena mi ha visto! Comunque bisogna dirlo, non dimostra affatto i suoi 48 anni. La prossima volta ce la giocheremo a birra e salsicce, però.

- Ialla e Cimny: lui è piccolissimo, lei è alta come una cestista, ma sono una squadra affiatata, il parquet è il loro terreno di caccia (anche se in stile sabaudo). Ci sono ma non  ci sono, un taglia fuori, pick’n'roll e parte lo scatto felino dalla fotocamera. Ogni shoot è da tre punti, come potrebbe essere diversamente? Ottimi.

Ok, spero di aver completato l’opera. Chi si sente dimenticato, trascurato, trasandato, tralasciato, non ha che da esporre le proprie lamentele nei commenti, lasciando i recapiti. Gli manderò un sacchetto di cuneesi al rhum.

Notes from LitCamp 2009

Che sia stata una bellissima giornata, l’han detto tutti, lo dico anch’io. Per me, immaginare un debutto in società più divertente sarebbe stato impensabile, come lo scoprire che non sono l’unico folle al mondo che ama farsi quattro risate con gente di ogni dove. Sconosciuta, splendida gente. Anzi no, io non amo gli sconosciuti, soffro i luoghi affollati e sono timido come un paguro, ma qui sembrava di essere in famiglia.

Sono, per manifesta inferiorità, l’ultima persona che può parlare del LitCamp in sé. Sono un non-lettore, subacculturato e anche un po’ pigro, posso servire come leggìo tutt’al più. Fra una birra e l’altra ho però raccolto mnemonicamente alcune note del tutto allegoriche, goliardiche, spassionate e poco serie, che riverso qui prima di dimenticare (aggiungere ad ogni paragrafo faccina di rito con sorriso). [edit degli ultimi minuti: mi sono accorto di essermi dilungato, quindi armatevi di pazienza se intendete arrivare fino in fondo]

- Sono stato sorpreso che tutti nel vedermi sono stati sorpresi quanto me.

- La pizza aveva il fondo in Vibram

- La ragazza dietro il banco non mescolava birra chiara e seven-up ma aveva un visino così soave che non mi sono trattenuto dal fare lo splendido. A fine giornata le ho strappato un sorriso, ho vinto io. Per il numero di telefono proverò il prossimo anno.

- Mi sono arrovellato per ore cercando di capire chi fosse Antonio Sofi e perché avessi già sentito il suo nome in qualche dove. L’associazione a Webgol è venuta solo oggi pomeriggio quando ha segnato l’Atalanta e mi sono ricordato che era l’ideatore della tecnica fotografica detta “soficatismo”.

- Bloggo è più alto di me, ha gli occhiali più grandi dei miei e la sa davvero lunga. E’ stato un grande piacere conoscerlo, come lo è stato conoscere Elena. Non ci sono aggettivi per descrivere come mi hanno guardato quando ci hanno presentati.

- Sir Squonk ed io abbiamo lo stesso difetto delle buone maniere, come si confa a due decadenti viveur. Siamo rimasti entrambi ad aspettare il click della porta dopo aver suonato, come due coglioni. Click che non sarebbe mai arrivato, con sadica gioia da parte del vigilante addetto che ci guardava nel monitor sghignazzando.

- Sidgi ha banfato come un acquilotto per giorni sul fatto che si sarebbe prodigata in baccanali, e non l’ho vista bere nemmeno una minerale. Il suo sorriso da cinema le ha fatto recuperare i punti persi. Chissà com’è quando è silenziosa…

- Arsenio Bravuomo, di nome e di fatto, è l’icona del new dandy kitsch, nonostante ciò ha messo in piedi una bella cosa e va elevato al rango di patrimonio dell’umanità. La prossima volta, però, un voucher per 10 consumazioni gratis non guasterebbe.

- La Rejna, oh splendore. La prendi, ne fai tre copie identiche, le metti una sull’altra su una bilancia e a stento ottieni il mio peso. Un adorabile frisinin.

- Andrea Perotti era così serio che pareva un agente della GDF mentre ti eleva un verbale. E non ha ancora postato le foto… starà ancora cercando di risistemare il cubo magico dopo che la sidgi glie lo ha smontato?

- C’è qualcosa di meraviglioso e allo stesso tempo spaventevole nella mitica daniela_elle. Scena: io, il nulla applicato alla letteratura, un bagaglio culturale che neanche uno scarabeo stercoraro. Lei, seduta di fronte a me, giornalista,  scrittrice, vincitrice di concorsi, una dialettica semplice e piacevole. Hai presente cosa succede al buio quando accendi la luce? Ecco.

- Gaspar Torriero ha quel fare da gentleman inglese che ho fatto fatica a dirgli di no all’intervista. Ma sarebbe stato come intervistare Kim Jong-Il sulla libertà di stampa: se una cosa la ignori, meglio non parlarne. La prossima volta vorrei essere interrogato di geografia, però.

- Mauro Gasparini è sempre lui, e questo, nonostante tutto, è un gran bene. Se avessi anche solo un terzo della sua cultura non sarei più io, quindi è meglio di no. Da applausi il suo commento fuori scena ad un intervento di non-so-chi, se avesse avuto una motosega avrebbe fatto una strage. Poteva chiederla a Guido, non ci ha pensato…

- Guido Catalano è una persona che vorrei avere a cena tre volte la settimana, se non altro per sdebitarmi. Quando gli ho chiesto se potevo comprare qualche suo libro mi ha detto “ne ho solo più uno” e io, ampiamente birrato e norizzato, gli ho detto – facendo una figura di merda assoluta – “bassotuba?” e lui “non c’è”. Che il dio dei poeti illuminati mi possa perdonare.

- fatacarabina spero mi possa perdonare anche lei. L’ho più volte sottratta agli speech per non rimanere da solo a bere, e lei mi ha assecondato, con il 20% di alce in più. Solare, charmante.

- anecòico è l’ultima persona al mondo che pensavo di vedere, se consideriamo il fatto che ne ignoravo quasi l’esistenza. Da adesso non potrò più dirlo, anzi, dovrò sdebitarmi con lui per avermi sorretto nella mia sconcertante ubriachezza molesta.

- Pietro Izzo mi ha consolato moltissimo. Non sono l’unico che quando si mette una maglietta con delle scritte, queste vengono deformate nella zona addominale. La sua capigliatura stile Mosé (il cane di Lupo Alberto) completa il quadro: è il ritratto della joie de vivre, il fondatore del movimento. Illuminante.

- Marcella è adorabile. Mi ha fatto entrare anche se non mi ero registrato sul sito ufficiale. Senza minacciarla, peraltro. Mi ha assecondato come si fa con un pazzo scappato dal manicomio (e qui è meglio che specifico che sto davvero scherzando, ma immaginatevi voi alla “reception” che vi vedete arrivare un grassone trafelato, sudaticcio, alto un metro e novanta, che balbetta cose incomprensibili per l’evidente emozione: chi non sarebbe scappato urlando?)

Per ultimo lascio un appunto sul grande Zio Bonino, che mi ha esortato ad intraprendere la strana via di FriendFeed e di conseguenza mi ha portato ad esserci anche al LitCamp. Pertanto chi apprezza la mia esistenza in quei lidi, è merito suo. Chi la detesta, è colpa sua. Per tutti gli altri: è sempre lui l’uomo da battere.

P.S.: se ho dimenticato qualcuno, l’ho proprio dimenticato, niente di personale. Farò pubblica ammenda.


Edificazione di un’amicizia

Nonostante Cicerone abbia già ampiamente divagato sulle implicazioni filosofiche di questa parola e scassato le balle agli studenti di mezzo mondo costretti a tradurne i concetti per garantirsi un 6, torno sull’argomento per l’ennesima volta, esortando il gentil lettore ad esprimere le sue opinioni in merito. Saranno utili per capire se devo iniziare ad ordinare una camicia di forza della mia taglia.

Trascorro settimane intere pensando a cosa serva trascorrere settimane intere pensando. Mi accorgo del tempo che passa dal colore che prende il colletto della mia camicia, e da quanto mi venga da grattarmi la nuca mentre sistematico continuo a clicchettare i polpastrelli sui tasti. Mi guardo allo specchio solo al mattino, quando sono certo che l’occhio assonnato non riesce a scorgere angoscianti dettagli dello sfasciume cellulare di cui sono poster. Altro che rockstar, altro che parete nord dello Shivling, fanculo il Nirvana, sono un riassunto di epidermide inflata di lipidi, pochi ridicoli peli a mo’ di contorno, come cime di rapa mal assortite accanto a un brasato di fassone.

Scrivo a me stesso, curando perversamente la forma col timore di non riuscire a capirmi. Mi duole il nervo scettico mentre compio questi atti osceni di libidine cerebrale in luogo pubblico. Insisto ma non resisto, mi paro ma non mi sparo, mi sento solo e stupido quando sono a tu per tu con quell’insopportabile, stupido me stesso. Potrei sempre smontare un termosifone dal salotto, cospargerlo di pasta d’acciughe e lanciarlo dalla finestra, ma avrebbe la stessa parvenza di un gesto poco sensato. Nemmeno se l’esprimere concetti in questo modo fosse sintomo di lucidità…

Ho il vago sentore che tutto scaturisca dall’avvicinarsi delle ferie. Che strano, quest’anno non mi sono successi disastri particolari, godo di relativa salute, non ho perso parenti o amici causa tomba, eppure riesco lo stesso a sentirmi una mosca bianca fra l’insettaglia nera che si prepara alle vacanze. Vorrei tanto una schermata blu chiarificatoria, con scritto che c’è stato un “errore irreversibile nel modulo kernel32 all’indirizzo &FE80013B“, dalla quale mi sia consentito di salvare con nome e riavviare il sistema, anche in modalità provvisoria. Niente di tutto ciò. Trascino il mouse come se lo stessi accompagnando a fare le cacchette sul tappetino neanche tanto erboso della scrivania della mia vita.

Vorrei avere l’umiltà di ammettere che tutto sommato non è male avere l’umiltà di ammettere che tutto sommato non è male avere l’umiltà di ammettere che… [potrei andare avanti per n³ Mbytes, col risultato di spazientirmi]. L’umiltà è un pregio, non una malattia. L’umiltà è il fulcro su cui conviene poggiare i rapporti, fra questi l’amicizia. Strano, questa parola suona come un osceno borbottio da reflusso gastroesofageo, forse è colpa del dizionario che ho ingoiato dando errato peso alle frasi fatte secondo le quali il corretto lessico è “nutrimento intellettuale”. Non mi è mai stato indicato con che cosa andava consumato, il lessico, nemmeno una ricettina di spunto, o un rosso corposo piuttosto che un bianco amabile ad accompagnare. Improvviserò.

L’amicizia è frutto dell’umiltà di ammettere la nostra necessità di sentirsi considerati. Un decisamente più giovane di adesso Woody Allen diceva che “il bisogno di essere benevoluti ad ogni costo è geneticamente innato, e non socialmente acquisito, al pari della capacità di assistere dall’inizio alla fine ad un’operetta“. Io aggiungerei che, oltre ad essere una necessità innata, la benevolenza è il fondamentale motore ibrido dell’animo umano, se escludiamo dalla definizione di umano coloro che si accoppiano con i cinghiali. Riassumendo, nell’edificazione di un rapporto di non scontata umanità, la benevolenza costituisce le fondamenta, roccaforte di plinti stabili dove l’unico ad essere armato è il cemento, e tutti gli altri si arrendono. Su queste solide basi si vanno a costruire solenni muri con mattoni di umiltà, terminando l’opera con un ermetico tetto di pazzia.

Per l’impianto elettrico dovrete aspettare.

A night with… (continua)

Siamo arrivati con buon anticipo, che non è che a Torino sono tutti lì pronti a lasciarti il parcheggio libero. Durante il viaggio Ugo (Oogle) mi racconta degli squali visti in immersione nel Mar Rosso, e dei livelli di brevetto che bisogna avere, e i delfini che dormono coricati sul fianco. E io ci voglio bene a Ugo, ancor più questa sera che mi ha accompagnato nel viaggio senza sapere nulla della meta. E ho ascoltato tutti i suoi discorsi. E ha portato il suo navigatore satellitare che io mi perdo anche nel parcheggio del supermercato.

Quindi il posto è qui, il parcheggio è là, che culo, abbiamo ancora oltre mezz’ora di tempo, andiamo a mangiare un boccone. Ci fosse un solo cazzo di bar aperto in zona. Due traverse più in là c’è una kebaberia, squallida che sembra di essere in un quartiere del Cairo. Il tipo, ma guarda te, è proprio egiziano, e mi fa ridere quando gli chiedo “che avete di buono?”. “Kebap è buono”. Non ero mai entrato in una kebaberia. Ho preso la pizza.

Un solo tavolinetto in un angolo, vi è seduta una signora nigeriana che parla al cellulare. Il tizio la fa sloggiare con modi decisamente scortesi per far posto a noi, che tentiamo di rifiutare per non dar fastidio. Lei va nel retro senza smettere di parlare al cellulare, emettendo dei suoni gutturali di chissà quale dialetto africano. Poi guardo la sedia, calcolo la sua capacità strutturale di reggere il mio peso e decido di restare in piedi. La pizza è buona.

Entriamo in libreria in orario, c’è ancora nessuno. Mauro mi abbraccia come se vedesse un vecchio amico dopo anni, invece sono solo due mesi che non ci vediamo. Mi presenta Guido, e a me viene quasi voglia di tornare a casa. I visi monoespressivi mi hanno sempre messo una certa angoscia. Poi una soave donna, Marcella, che chiede a Mauro “ma lui è il famoso Sba?”. Devo averle fatto un’impressione tipo Xavier Bardem nel film dei Coen, cioé sì che piacere ma meglio stare alla larga. (Che io ci faccio una certa impressione alla gente, tipo che oggi stavo camminando sul marciapiedi largo un metro e mezzo e c’erano tre persone che parlavano e si sono scansate come se dovesse passare lo spartineve, o il carro funebre). Ho quindi cominciato a considerare seriamente i motivi per cui io possa essere diventato famoso, e soprattutto quando. Dissipa i dubbi Ugo “Non è necessariamente una cosa positiva”. Appunto.

Iniziano. La luce nel locale è congrua ad ottenere il miglior risultato fotografico quasi quanto sia logica e sensata la posizione della chiesa riguardo all’eutanasia. Ma tanto le foto le fa Ugo, io voglio godermi lo spettacolo. Perché sì, i testi di Mauro li conosco già da qualche mese, me ne sono innamorato fin da subito. Mi incuriosisce cosa possa venire fuori dalla bocca di Guido, che nel suo volto non ha niente di teatrale, se non la folta barba che fa da sipario a chissà quale mente illuminata.

Mauro legge roba di Guido, Guido legge roba di Mauro. Mauro batte Guido 3 a 0. Ma come, mi dicevano essere uno in gamba, invece mah. Mi dico “dai, consoliamoci con la prestazione del Gasparini, in fondo sono venuto apposta per l’Amelia“. Sono venuto -  senza correre – apposta per l’Amelia. E anche se ho già conosciuto Gerardo nelle sfide a ciccopalmo e l’anarchico Armando, volentieri ne voglio rivivere le gesta ascoltandole direttamente dalle labbra del loro creatore. Che la differenza è enorme, se le senti leggere da uno che sa. E Mauro è un dannato capo quando legge. Che poi si capisce che è bravo per patrimonio genetico, lui sembra recitare appassionatamente anche quando parla con te di salame, di disturbi gastrici  o di poppe mollicce. Ci ha il dono, ci ha.

Tocca a Guido. Presenta il componimento quasi senza entusiasmo, poi inizia. Lì capisco. Capisco che mi ero sbagliato tantissimo. Capisco che il vero Catalano è la sua faccia, i suo gesti, la sua voce e la sua poesia, tutto insieme. Non puoi togliere niente. Recita, decanta, incanta. Lo sguardo monoespressivo rimane tale, i gesti e i movimenti sono elementari, quasi robotici, ma funzionali all’intonare delle parole e alla sequenza di frase-pausa-frase-cambio di tono-frase-pausa-sussurro.  Devastante. E noi spettatori ci si piscia addosso con i cavallucci nel cortile, con gli stronzi di cane e les ormettes petittes. Riesco a filmare appena due minuti di recitazione, con tutto che traballa per lo sghignazzare convulso.

I nostri si alternano nella lettura e nella recitazione, circondati da un pubblico in devoto silenzio, silenzio interrotto solo dallo scrosciar d’applausi, dalle risate incontenibili e dal cigolio della porta d’ingresso (che Mauro ha lanciato un’occhiataccia ad una signora che a momenti la fulmina). L’intimità del locale sembra tagliata su misura per quello che è un reading così appassionante, e la platea, la gente, non è quella che passa di lì per caso, ma è quella che ha fortemente voluto essere proprio in quel posto in quel preciso momento, a godersi due ore di immersione nella profondità di tanto eccelsa forma d’arte. Pazzi, consenzienti.

La serata è terminata, come la birra di Catalano. E’ tardino, ci aspettano ancora un centinaio di chilometri per tornare a casa, saluti di rito e i meritati complimenti. Abbraccio il Maurone poi esco, in strada stringo la mano a Guido, “bravo”. Mi guarda, si lascia scappare un sorriso.

Una volta qui si era tutti bambini

Ogni volta che guardo fuori dalla finestra vedo in lontananza la casa di Luca, amico con cui ho condiviso ogni tipo di nefandezza puerile. All’epoca qui attorno era tutta campagna – vaffanculo i luoghi comuni, è la verità – e mentre il cemento iniziava lentamente a rubare spazio ai campi di grano, così, lenta ed inesorabile, si consumava la nostra infanzia.

Il programma era sempre lo stesso: si usciva da scuola (elementare) alle 12.30, si tapinava fino a casa con la cartella in cuoio a spalle, trottando su quel paio di primitivi strumenti che madre natura ci ha attaccato sotto al culo – e parliamo di attraversare tutta la città, altro che suolabus – verso un pranzo abbondante e rapidissimo e poi, spesso senza cambiarsi i pantaloni “belli”, ci si incontrava in strada o nel suo garage per pianificare la conquista del territorio. Unica pausa la merenda alle 16, con gli occhi incollati allo schermo e il cervello rapito in estasi di fronte a “Ciao Ciao” sulle prime tv private, poi di nuovo a fare i talebani in giro per il quartiere fino a che non si sentiva il classico “Lucaaaaaa! Cristùn!” di suo padre Celestìn che avvisava della cena in tavola. Tornavamo a casa esausti, sporchi all’inverosimile e spesso sanguinanti in qualche dove.

Le attività pomeridiane prevedevano:

  • arrampicarsi su qualsiasi albero a tiro
  • lanciare sassi ovunque, possibilmente spaccando qualcosa
  • strafogarsi di more, uva, ciliege e qualsiasi altro frutto di stagione potesse crescere rigorosamente a due metri da terra non meno (con doverosa eccezione per le fragole), incuranti di qualsiasi recinto o palizzata indicante l’ignoto concetto di proprietà privata
  • intrufolarsi in qualsiasi cantiere per fare scorte di assi e chiodi
  • costruire le più improbabili forme di capanne (o fortini) sui gelsi
  • pisciare nei pintoni di vino lasciati aperti dai muratori
  • mettere miccette nei formicai
  • Big Jim paracadutista con la borsa del gros market
  • dare la caccia ai gatti
  • scavare buche nella sabbia
  • fare un’antologia di dispetti alle bambine del vicinato
  • perdere un martello al giorno (al punto che suo padre mise il lucchetto all’armadio degli attrezzi)

In estate il dopocena era uguale o peggio, con le memorabili partitone al calcio balilla contro Celestìn, uno che non si faceva problemi a commentare i goal con le sue frasi magiche “pütanaEvaPorca” e “vacatroiaporca”.

Niente cellulare, niente allergie, niente baby sitter, nessun doposcuola, nessuna preoccupazione, mai visto un pediatra o altro dottore. Neve, pioggia, sole, caldo, freddo, sempre in giro, mai stati guardati a vista. Bastava presentarsi in tempo per cena e trovare 5 minuti per fare i compiti, o alla peggio, al fischio di mio padre che talvolta richiedeva la mia presenza a casa.

Eppure siamo sopravvissuti, impuniti, ignoranti e lazzaroni. I gelsi non ci sono più, Luca non lo vedo da anni, il grano è sparito insieme ai trent’anni che ci separano da quel meraviglioso trancio di vita sconsiderata.

Certe cose non hanno prezzo /2

Stamattina mi sono svegliato alle 10, con un mal di testa da competizione e lo stomaco che pareva appena uscito da un tritadocumenti.

Preso contatto con la realtà, per quanto possibile in quel momento e in quelle condizioni disperate, mi sono reso conto di aver fatto un sogno bellissimo. Ero infatti seduto a tavola, in casa mia, con tre amici venuti da lontano (tranne uno), e si stava facendo cena. E più si andava avanti con la cena e più i discorsi fra di noi diventavano profondi, intensi, e gli argomenti toccati spaziavano in tutte le direzioni dello scibile, e io che non sono una cima ascoltavo queste piacevoli dissertazioni con un sorriso ebete stampato sulla faccia e ogni tanto intervenivo per dire una cavolata, suscitando ilarità e commenti compassionevoli da parte dei miei commensali.

Il sogno era bello, c’era un bel clima di festa, la tavola imbandita e tanta allegria. C’era Alessandro che mi faceva suonare la batteria su un iCoso che non ricordo bene, e Stefano che si toglieva le scarpe e giocava col mio cane, e Mauro che mi dava il ritmo, schioccando le dita, mentre cercavo di raccontare una barzelletta blasfema. E mi pareva persino di sentire il gusto dell’arrosto, e notavo che la fetta era più morbida e gustosa da un lato, e più asciutta dall’altro lato.

Poi il sogno si è fatto più sfumato, come in un fade-out cinematografico molto molto lento, e la luce man mano diminuiva di intensità, e i discorsi divenivano sempre meno profondi e gradualmente si trasformavano in barzellette sconce. La sensazione di rilassatezza prendeva il sopravvento sull’ansia, quella isterica apprensione che vivi quando ambisci a preparare una festa perfetta, e poi, fra i fumi dell’alcool, tutto terminava in un abbraccio collettivo seguito da incoscente sonno liberatorio.

Stamattina mi sono svegliato alle 10, con un mal di testa da competizione e lo stomaco che pareva masticato da uno squalo. Ero convinto di aver fatto un sogno bellissimo, poi ho acceso il computer e ho trovato su internet la foto del mio cesso.

P.S.: grazie, davvero, di cuore.