Discorsi

I Dubaiani, Dubaiensi, insomma, gli abitanti di Dubai non parlano mai del clima, sarebbe un discorso monotono. La parola “piove” non esiste nemmeno nel dizionario.

Voli

Sul volo di linea della Qatar Airways per Doha c’erano così tanti arabi e pakistani e cingalesi e indiani, così tanti che tutti mi guardavano con il sospetto che fossi un terrorista.

Silenzio

Correndo il rischio dell’abbandono definitivo ho pensato che questo blog almeno qualche piccolo estratto di vaneggio poteva recepirlo (da questa frase si capisce il motivo di tanti giorni di vuoto: di questi tempi la composizione logica di un periodo è diventata ardua, con risultati, comprensibilmente, incomprensibili).

Mi svegliai con il rumore in testa, e attorno. Non avevo mai provato tanto fastidio in passato, non potevo sopportare oltre. Fui motivato a trovare una soluzione e mi misi in cerca. Anni di analisi programmatoria mi avevano insegnato a isolare i problemi più grossi prima di centellinare sui piccoli, e così feci. Cercai quindi il silenzio, ma non fu facile. Provai a cambiare zona, a dormire in un altro letto, perché non era più vita quella che ogni mattina si presentava ad aprirmi gli occhi: era qualcos’altro di insopportabile. Non servì, il rumore era ovunque e mi mordeva l’anima. Una mattina scappai nei prati vicino alla città, provando subito un sollievo che nel giro di pochi istanti venne nuovamente sopraffatto. Ripresi a correre per allontanarmi ancora, ma il silenzio durava appena il tempo di ritrovare il fiato. Mi incamminai nel bosco che lambiva la montagna, ormai erano ore che non vedevo esseri umani, ma il rumore tornava nella testa ogni volta che mi fermavo per capire dove mi trovassi. Quando ti perdi nei boschi spesso cerchi di sentire i rumori che provengono dalla città per orientarti; per assurdo, invece, io mi ero perso per il motivo opposto. Continuai a salire sulla spalla della montagna, il bosco fitto di alberi secolari si faceva sempre più rado man mano che salivo, eppure del silenzio non v’era traccia. Mi prese l’angoscia, il frastuono martellante pulsava ritmicamente col battito impazzito del cuore. Fui in cresta, non so da quante ore scappavo, vidi a poca distanza una cima rocciosa, a picco sul mondo. Ero molto distante dalla quota della città, potevo vederne i lembi che si predevano nell’orizzonte, ma incredibilmente continuava a risuonare in me quel caos disarmonico di suoni che, giunto a un simile punto, non pareva neppure più essere fatto di onde sonore. In vetta non sentirò niente, dissi a me stesso, là c’è il silenzio. Ripresi a correre, trafelato e con le gambe indolenzite, incespicando nei sassi e urtando speroni di roccia che neppure vedevo più. Quando fui in vetta scorsi la spalla rocciosa da cui era partita l’ultima folle corsa, e sotto di essa il bosco, e molto lontani i campi e le case della città, appena distinguibili nella foschia del pomeriggio. Feci alcuni passi verso lo strapiombo, guardai l’orrido sotto di me, e con ancora nelle viscere quel maladetto fracasso chiusi gli occhi e feci l’ultimo balzo. Ciò che mi stava cercando, finalmente,  mi trovò.

Non ho un titolo

Stanotte non ho sognato la resistenza che coraggiosamente eliminava il germanico nemico, e nemmeno partigiani che facevano strage di civili inermi perché sospettati di essere spie repubblichine. Stanotte ho sognato che i nichilisti venivano a pisciarmi sul tappeto.

Me raccontare Roma un giorno

Scrivere di Roma non è semplice, la letteratura sull’argomento è abbondante e consistente. Il presupposto è che lei è lì da sempre, sei tu che non ci sei. Poi capita che la rivedi all’improvviso dopo trent’anni e non la trovi per niente invecchiata.

La prima sensazione è che i romani si siano evoluti pur mantenendo gli schemi dell’antico. Una volta c’erano i bastioni fortificati, adesso c’è il Grande Raccordo Anulare, fatto comunque per tenere alla larga lo straniero. La logica costruttiva pare aver spinto lo sviluppo orizzontale più che quello verticale, almeno per quanto ho intravisto dall’auto. L’impressione è quella di trovarsi in periferia, una periferia qualsiasi. Ovunque ti sposti vedi paesaggi diversi, collineggianti, poco proiettati verso l’alto, non confrontabili con altre grandi città circondate di palazzoni popolari alti venti piani. Sembra di essere a Padova, ecco, se non si bada all’inesistenza della pianura.

Il navigatore satellitare è fatto per perdersi con stile. Fai appello ai tuoi istinti di montanaro per colmare le lacune di quella voce petulante: più avanti tenere la destra, poi tenere la destra, poi tenere la destra, poi prendere la corsia di destra. I testi glie li ha scritti Storace, evidentemente, anche se manca la parte dove devi fermarti a prendere a bastonate qualcuno. Arrivi nel luogo prefissato dopo una sequenza di svolte e semafori sulla Cristoforo Colombo, panorama su EUR e palazzo della Regione. Rettilineo, inversione a U, rettilineo, inversione a U, sembra una gara di bighe al Circo Massimo. Scendi, l’aria è fresca, meno male, la tua buccia nordica ringrazia. «Ciao, siamo qui nella tua via». «Dove di preciso?». «C’è un negozio con scritto Kupfer, sull’altro lato della piazzetta ce n’è uno con scritto Mantegna». «Ma dove cacchio siete finiti?». «Scusa ma se non lo sai tu, siamo spacciati». «Ma ci sono delle macchine parcheggiate?». «Avoja». «Ah, allora ho capito, scendo». E’ da quando siamo partiti che vediamo macchine parcheggiate, stento a credere che sia un indicatore attendibile. Jessica è tenera e non sa quanto siano rompicoglioni i nordici, non ancora. Arriva, ci abbracciamo come se ci conoscessimo da sempre, invece è la prima volta che ci vediamo. Mia moglie saluta, si presenta, si stiracchia, sette ore in auto sono tante.

«Questa casa non è un albergo,» sembra recitare un minaccioso portaombrelli nell’ingresso, «è meglio». Jessica ci ha preparato una stanza che di primo acchito ricorda il dietro le quinte di un teatro, quegli arredamenti che “succedono”, che insinuano mancanza di definitività pur essendo nati lì. Ha anche preparato la cena, meravigliosa, un sottile masochismo per capire quanto siano stracciamaroni gli ospiti. Le voglio un bene dell’anima, pochi sarebbero stati così coraggiosi ad ospitare uno che non ha mai nascosto di essere abbarbicato alle proprie abitudini. Mia moglie è diversa, più accondiscendente e adattabile. Vanno subito d’accordo, una coalizione contro il mio tradizionalismo arroccato. Affinità elettive, le chiamano.

A Roma ti sposti con i mezzi pubblici, una comodità che noi provinciali percepiamo in modo differente rispetto al cittadino habitué. Fai trenta metri e hai il bus, a Roma. Su da noi, fai trenta metri solo per andare a prendere la giacca nell’ingresso di casa. I bus a Roma sono a flusso continuo, non so se è stato culo ma non abbiamo mai atteso più di due minuti. A Cuneo ce n’è uno ogni ora, lì il culo non serve, devi iniettarti in vena una boccetta di “spremuta di mahatma” per farcela. Il primo viaggio verso il centro è durato relativamente poco, fermata Campidoglio. Roma inizia qui, sembrano dire i muri. Scendiamo, respiriamo aria romana. Roma la devi respirare, non puoi solo vederla. E spostandoti a piedi di respirare a volte persino ti dimentichi, tante sono le monumentalia da vedere. Il clima sembra quello di Londra, piove, fa sole, la madonna va per viole, apri l’ombrello che puntualmente si capotta con un refolo di vento. Scirocco, mi dicono dalla regia. Le pavimentazioni in pietra accompagnano i nostri passi per chilometri, dall’Altare della Patria al Colosseo, poi in tondo per tornare in Piazza Venezia e via verso Torre Argentina, Piazza Navona, il Pantheon, una sosta al pub in Piazza Sant’Andrea della Valle dove un litro di Slalom ci riporta alla realtà. Poi ancora un caffé al Sant’Eustachio, Montecitorio, Palazzo Chigi, fontana di Trevi, via del Corso, via del Babuino, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo. Dodici chilometri a piedi in mezzo a ogni razza, lingua e religione del mondo. Dall’aggressione dell’acido lattico ci salva la metro in Piazzale Flaminio per un’ultima puntatina a San Giovanni in Laterano. Da rimanere senza fiato, anche in senso figurato. Cena frugale, ossa rotte, torniamo a casa con gli occhi sbarrati come quelli dei bambini alla fiera delle caramelle, ma con in più quattro bottiglie di birra nello zainetto, sai mai, venisse sete.

Per il giorno successivo sono previsti San Pietro e Castel Sant’Angelo, sole e tepore ci facilitano le cose. San Pietro mi delude un po’, non so perché, forse le fantasie di Dan Brown hanno nutrito aspettative troppo grandi rendendo confidenziali luoghi in realtà ben più riservati. Appena fuori dal colonnato trovo dei manifesti della Militia Christi e spendo in un sol colpo tutto il bonus bestemmie fin lì accumulato. Religione e fanatismo, fede e ignoranza, quanto migliore sarebbe il mondo senza certe commistioni. Roba che i cartelloni della Polverini in confronto sono rassicuranti. Ci allontaniamo agganciando un ristorantino dove incrociamo Francesca Reggiani, ma non era lei a cucinare. Mi ha riconosciuto subito, voleva un autografo. Ci spostiamo quindi a bordo Tevere dove Castel Sant’Angelo si lascia visitare da cima a fondo, offre vedute panoramiche a perdita d’occhio e ci regala un caffè ristoratore a prezzo onesto, considerata l’imponente, storica cornice. La sera si mangia romano, finalmente, Osteria del Cannellino al quartiere Flaminio, in compagnia di amici noti e meno noti radunati grazie alla mia storica incapacità organizzativa, in pieno stile Ragionier Filini di fantozziana memoria. Cacio e pepe, Frascati e saltimbocca, altrimenti che turisti saremmo? Si chiacchiera, si mangia, si festeggia, sguardi sorrisi e foto di rito con Alessandra, Duccio e prole, Sora Frattaja e fratello Numero 6.

Poi arriva il momento dei baci e degli abbracci, raduni le cose in valigia, vorresti portare con te una fettina di quel breve viaggio. Le mille foto scattate alla fine non servono, perché i profumi, i suoni, l’aria di Roma non restano impressi nel sensore della fotocamera, ma solo nel cuore. E così anche gli affetti, e la preziosa amicizia di persone che presto vorrai rivedere, e sei già lì a sfogliare il calendario e a capire come rendere interessante un viaggio a Cuneo in un periodo in cui mancherà la neve, la nostra attrazione principale.

Comunicare

Se la mia cagnetta avesse il cellulare, e se quel bel maschione vagabondo che si aggira per monti e valli in fior ce l’avesse pure lui, credo che gli manderebbe degli SMS tipo “Abbaiami tutta”.

La maionese ecosostenibile

Battaglie ecologiste qui sopra, se non ricordo male, non ne trovate. Però nutrendomi ho scoperto che a volte dietro a un messaggio che pare volto a salvare la terra dall’inquinamento si nascondono cose curiose. E’ il caso della maionese Coop, prodotta dalla Formec Biffi. Ora non sta a me sindacare su politiche ambientali o mission aziendali di un’impresa, ognuno fa quel che gli pare, finché può. Quello che ho rilevato come un sospetto espediente di marketing ha già qualche mese di età. E’ almeno dello scorso anno infatti (motivo per cui non ricordo parole e cifre precise) la commercializzazione di detta maionese senza l’astuccio di cartoncino, operazione ben spiegata sull’involucro plastico nudo: rimuovendo il cartone abbiamo ridotto del 40% (se non erro) il peso totale della confezione. Quindi meno peso nel trasporto, meno consumo di carburante, meno inquinamento, meno un sacco di cose. Del resto è la regola predicata da ogni ente costituito a fini di protezione ambientale (e dal buon senso, per carità): evita l’imballo dove puoi. Il tubicillo, va detto, nudo non sta male, offre comunque buona protezione al contenuto e rende, a ben vedere, l’imballo di cartone del tutto superfluo. Di recente – ma l’ho notato solo oggi – la didascalia sul tubetto è cambiata. Mi avvisano che hanno deciso di non usare più uova di galline allevate in gabbia, ma solo di animali liberi di razzolare a terra. Lodevole, l’uovo ne guadagna sicuramente in gusto e qualità, l’animale non soffre le pene dell’inferno in batteria e potrà finire in pentola senza fare una vita grama. Però è rimasto un piccolo “banner” dove viene spiegato come smaltire l’involucro in plastica: nel cassonetto del… non riciclabile.

Prego?

Sì. La plastica del tubetto è, come prima, di materiale non riciclabile, quindi va a fare mucchio nelle già gigantesche discariche italiane (e non solo). Per carità, cosa vuoi che sia un tubetto, in fondo buttiamo via così tanto materiale (non) riutilizzabile, un pezzo in più non farà mica la differenza… Il punto è questo. Se Coop, che lodevolmente persegue la politica del rispetto (per l’ambiente, per i lavoratori, per i consumatori), con i danari risparmiati sul cartoncino investisse un tantino sulla ricerca di un tubetto in materiale riciclabile allora potremmo parlare di un vero passo avanti, conforme a suddetta politica. Invece pensate a quanta energia è necessaria per incenerire quel tubetto e a quali e quanti gas nocivi vengono emessi in atmosfera in tale attività di smaltimento. La didascalia purtroppo dice “Coop per l’ambiente”. Ripeto: sono certo che la Coop sia sensibile nei confronti di questo povero pianetucolo e che stia già facendo qualcosa per arrivare al contenitore riciclabile, nel frattempo però ha eliminato il cartoncino, il pericoloso inquinatore. Su quest’ultimo, in termini puramente informativi, vi dico: l’astuccio in cartone è riciclabile al 100%, e dopo una lavorazione che a) non devasta l’ambiente, b) non emette in atmosfera gas nocivi (e se lo fa, lo fa in proporzioni infinitamente minori a quella di un’industria plastica o di un inceneritore), c) non divora quantità spropositate di energia, esso ritorna a fare lo stesso mestiere, ovvero l’astuccio. Il riciclo della carta ha una resa più che buona, e con una minima aggiunta di fibra vergine (per conferire caratteristiche fisico-meccaniche alla fibra “impoverita” del riciclato) ritorna esattamente com’era in origine. Inoltre le piattaforme per il riciclo della carta sono ormai una realtà consolidata sul territorio, e i sistemi di raccolta differenziata ampiamente collaudati e “rispettati” dai cittadini. Detto questo, so benissimo che non si può mettere la maionese dentro al solo astuccio di cartone (anche se prodotti come il Tetrapak lo potrebbero fare), ma pensare di fare la differenza per l’ambiente eliminando il solo imballo in cartoncino secondo me è un errore.

E, post scriptum, nonostante si tratti di una delle migliori salse maionese in commercio, un 10% in meno di sale farebbe felice anche il mio palato, ma questo è un altro discorso.

La peperonata

Guardavo il piatto con quel misto di peperoni rossi, verdi e gialli, e notavo che quelli gialli, anche grazie alla lampada a basso consumo, sembravano più chiari del solito. Con la forchetta ho cominciato a separarli, mettendo a sinistra quelli verdi, al centro quelli gialli pallidi e a destra quelli rossi. La forma non era la migliore, ma i colori così accostati facevano “quasi” la bandiera italiana. Lo so, la festa era ieri, e molta gente ha appeso il tricolore al balcone o alla finestra e probabilmente entro lunedì lo toglierà e lo ripiegherà di nuovo nell’armadio. Io non l’ho fatto, non ce l’ho un tricolore a disposizione per le feste comandate. Oggi è il 18, ho festeggiato in altro modo. E domani sarà il 19 e festeggerò comunque, e così a seguire, ogni giorno dell’anno. Magari non sempre con la peperonata, ma un modo per ricordarmi ogni giorno che sono italiano lo troverò, e farò anche in modo di ricordarmi che tutto sommato, per quanto incredibilmente diversi siamo da nord a sud, non è poi così male essere una Nazione. Un po’ invecchiata, imbolsita, sclerotica, puttana, con le rughe e la schiena dolorante, governata malissimo da oltre quarant’anni, ma, in buona sostanza, unita.

L’ABC del piccolo scrittore, dove la C non c’è o se c’è è elencata impropriamente.

Premessa: questo piccolo vademecum è improntato nella fattispecie per coloro che non hanno fatto gli studi alti. I concetti sono espressi in modo semplice senza uso di parole difficili, e soprattutto sono farciti di incongruenze e contraddizioni spaventose.

Scrivere è l’atto di esprimere un pensiero in forma grafica, facendo possibilmente in modo che a) il pensiero sia almeno minimamente comprensibile e che b) venga rappresentato accostando lettere dell’alfabeto in un ordine non proprio casuale. L’insieme delle attività a) e b) si chiama scrittura. La storia insegna che da sempre l’uomo ha scritto, o ha provato a scrivere. Nelle caverne di Lascaux (anche in altre grotte, ma non stiamo a perderci in dettagli) ci sono decine di disegni pittati sulla roccia, o scolpiti in essa (con la scultura nacquero anche le prime bestemmie, per via delle martellate andate fuori bersaglio [nda]). I popoli dell’antica Mesopotamia scrivevano nelle tavolette d’argilla con caratteri cuneiformi, ma è ancora tutto da dimostrare che fosse vera e propria scrittura, probabilmente era solo un passatempo. Gli Egizi facevano intieri poemi a vignette scolpiti nel granito e manco uno che si degnasse di scrivere due parole. Poi, arrivati ai Greci e ai Romani vi fu l’avvento della grafia vera e propria, con conseguente nascita della letteratura, e finalmente le cose venivano scritte e c’era persino della gente che riusciva a leggerle. Di lì in poi è praticamente storia dei nostri giorni. Ma riprendiamo il filo del discorso: nella letteratura ci sono sempre stati molti scrittori o presunti tali che se la cavavano benissimo con l’azione b) ma avevano pesanti lacune sulla a). Nello stesso tempo ve n’erano altrettanti con una capacità di cui alla lettera a) veramente impressionante, e poi si sfracellavano contro il muro dell’attività b). Tu, o mio lettore e destinatario di questo trattato, che hai appena finito le scuole basse, dove “appena” indica che “ce l’hai fatta per un pelo” e non “ieri“, devi prima domandarti se sei in grado di soddisfare i requisiti di almeno uno dei due punti salienti. Sei un tipo da a)? Hai la cocuzza che macina pensieri e sogni e fantasie incredibili? All’asilo avevi già imparato a scrivere “troia” su un bigliettino per poi lasciarlo sul banco della tua compagnuccia tanto antipatica? E quella parola ti diceva qualcosa? Nel senso, conoscevi il significato di ciò che scrivevi? Avevi, in definitiva, voluto realmente scrivere quella parola perché la pensavi e la sentivi come necessaria? Bene. Sei un tipo da a), è evidente. Per inciso va detto che nell’ultima auto-domanda si percepisce facilmente l’incunearsi di una terza forza, la necessità, ma ne parliamo più avanti. Vediamo il secondo caso, la b). Nella tua vita lavorativa non hai ancora lasciato mezza mano in una pressa o in un ingranaggio? Usi le mani per altre cose oltre che per la masturbazione? In auto quando qualcuno ti sorpassa malamente o ti taglia la strada, sai usare le dita e le mani per esprimerti? Ok, sei un tipo da b). Se poi hai anche sprecato buona parte della tua gioventù per imparare a scrivere su una tastiera, sia essa meccanica o elettromeccanica, allora butta via la biro che è roba antiquata, sei proprio il tipo che fa per l’attività b), non ci sono dubbi. Noterà il lettore attento – quello cioè non ancora svenuto, non ubriaco (o comunque non completamente ubriaco), diciamo in una condizione intermedia fra “sveglio a sufficienza” e “boccheggiante in uno stato di semipresenza prodromo al coma” – che anche in parte dell’attività b) c’è la permeanza della famosa terza forza, la necessità, e qui non posso più rimandare, perciò spiego.

La terza forza, quella non scritta, è semplice e immediata: se hai bisogno di scrivere, scrivi. E fin qui niente da dire. Anzi sì. Perché senti il bisogno di scrivere? 1) Perché vuoi che qualcuno legga ciò che scrivi, 2) perché ti pagano per scrivere, quindi hai bisogno di scrivere per sfamare la tua famiglia, 3) perché non puoi esimerti dal lasciare un ricordo sul parabrezza di quel coglione che ti parcheggia sempre attaccato all’uscio di casa, 4) perché sei muto, 5) perché colui cui stai destinando il messaggio è sordo, o, più politically correct, audioleso, 6) perché non ti ricordi niente e te lo devi appuntare, tipo come quando tua moglie era con te al supermercato e tu dopo dieci minuti hai detto “ma che cazzo faccio qui?” e te ne sei andato lasciandola nel reparto dei detersivi per piatti, 7) perché casualmente eri in strada con una bomboletta di vernice spray e ti è balenata alla mente una formula matematica definitiva, tipo “w la figa“, e hai voluto istoriarla sul muro del palazzo secentesco appena restaurato, 8 ) perché hai imparato fin da bambino a intagliare i banchi di scuola con profonde riflessioni sullo stile di “roby c. ha il culo che sembra la stronave di goldreic“, 9) perché la tua fidanzata lontana non aveva il telefono, tu nemmeno, oppure non avevate i gettoni, o la madre di lei la spiava e le impediva l’uso del prezioso strumento, insomma, quei tempi che non c’era ancora skype, e allora dovevi fare le letterine d’amore e poi imbustarle e poi affrancarle e poi spedirle e poi pregare che non andassero perse e poi attendere con trepidazione la risposta che non arrivava mai e allora ripartivi da capo, 10) perché semplicemente ritieni che qualcuno dall’altra parte del mondo, del tuo mondo, ritenga di dover leggere ciò che scrivi.

La risposta a questo punto puoi dartela da solo. Scegli la tua necessità, applica le regola a) curando la forma di cui alla regola b) e poi vai, e disperditi nella dimensione di chi come me non ha niente di meglio da fare.

Altre cose

Se diventassi capo della chiesa cristiana, obbligatori da subito i Bathory a catechismo.

Ok, lo ammetto: il doppiaggio di Wilson in “Cast Away” l’ho fatto io.

C’è una sorta di geometria perversa negli indirizzi: scrivere “Seconda Traversa del Tratturo di Castiglione, 222 – Foggia” è uguale a scrivere “Via Po, 1 – Bra”, ma ci vuole una busta molto più grande.

Oggi, entrando dopo mesi nel mio ex ufficio, ho detto al mio collega: “Se le mura di questa stanza potessero parlare…”. E lui: “Sarebbe una cantilena di bestemmie a cappella con l’eco in falsetto”.

Quando Chuck Norris è andato in banca a chiedere un fido, gli hanno dato Trivette.

La caccosità di iTunes sta alla grandiosità dell’iPhone come la cartavetro all’orgasmo.

Il mio ex vicino di casa era l’unico al mondo ad avere delle galline sudate.

Per quanto tu ti possa alzare presto la mattina, l’imbecille che passa a vuotare le campane del vetro si sarà alzato almeno un’ora prima di te.

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