La cena dei cretini
Non vivrò così a lungo per poter replicare certe sensazioni. E nemmeno mi basterà il tempo per raccogliere il sufficiente coraggio a presentarmi a una persona sconosciuta. Sconosciuta, non del tutto. Oggi ero a tavola a quattro metri e cinquantotto centimetri da Giuliana Sgrena e non ho avuto il coraggio di alzarmi e andare da lei, e darle un bacio sulla guancia in segno di rispetto. Non avrei nemmeno trovato il motivo vero per la mancanza, così come non avrei trovato il motivo per l’azione. Era lì, e non ho fatto nulla. Ho covato, come la chioccia bada alla sua prole dotata di naturale casco integrale. Poi mi si è palesata Antonella Beccaria, una che ha avuto la fortuna di fare lunghe chiacchierate con la Sgrena, e tramite la sua trasparenza sono stato permeato da neutrini di coraggio e sincerità. Cose che ti fanno dimenticare il pasto a base di salumi di alto rango, e formaggi dal sapore importante, rustico, irreplicabile.
A cena ho deciso che ci voleva carattere, ragion per cui mi sono abbandonato fra le braccia di un sublime Formae de Champedel, seguito a ruota da una cinquina di pecorini di struttura così diversa e così struggente come il Marzolino, il Grottarolo, il Trebbione, incalzati da un solenne Garfagnana che ha aperto le porte al Re, il pecorino del Gennargentu. Ad addolcire le labbra sono intervenute due tome, quella di Gressoney, debilitante tanto è saporita, e la classica Piemontese, dolce, soave, quasi pittorica. Direttore d’orchestra un sincero Freisa di Chieri vinificato da Balbiano, e tutto il costrutto ormonale del mio corpo è esploso in un Amen, Allelujah.
Dio non esiste, ma rimane la più grande creazione dell’uomo.
Tramonto
Vi avrei voluto raccontare la storia di quell’uomo che in un tramonto spettacolare in riva al mare passava il suo tempo a disegnare cose nella sabbia con l’alluce del piede destro, e disegnava e scriveva e cercava la vena artistica tramite il suo piede fino a che la sabbia umida glie lo consentiva, e poi arrivava un’onda un po’ più procace e spazzava via tutti i suoi disegni e le sue parole nella sabbia. Il tramonto era spettacolare, ma l’ho già detto, però mi sembrava giusto ribadirlo, perché certe cose sono spettacolari fin dal momento che la natura le ha concepite, e anche se non ci sono i colori impressionanti e artefatti di una foto fatta con filtro speciale e supermegamacchina da millemilamilioni di euro, sempre spettacolare è, e quel disco infuocato che si va a nascondere dietro all’orizzonte e priva pian piano l’uomo sulla spiaggia della sua luce ha un ché di misterioso e bastardo, perché dà e priva allo stesso tempo e questo – visto da un punto d’osservazione obiettivo – non è per niente equilibrato agli occhi dell’uomo che dipinge con l’alluce. L’uomo dipingeva e scriveva – sempre restando nella storia che avrei voluto raccontarvi – e vedeva il disco infuocato che spariva lentamente dietro alle onde che lambivano l’orizzonte, e si chiedeva se prima o poi, col buio, avrebbe dovuto smettere di scrivere con l’alluce, o se avrebbe potuto azzardare una sessione ad alto coefficiente di difficoltà col giungere delle tenebre. L’onda procace continuava a presentarsi con una certa frequenza e a cancellare puntualmente le scritte e i disegni fatti con l’alluce dall’uomo sulla spiaggia che ormai del tramonto spettacolare ricordava appena i colori, visto che era giunta la notte. Avrei voluto raccontarvi che a un certo punto l’uomo che disegnava con l’alluce si ruppe i coglioni di tutto ciò, e che se ne andò con il polpaccio sinistro indolenzito per lo squilibrio creato nel disegnare sempre e solo col piede destro, ma – per fortuna – non ho mai saputo com’è finita questa storia.
Blogfest 2011 – Piccolo vademecum per chi non c’è mai stato
Come tutto il mondo dei blogger sa – consentitemi di esagerare – dal 30 settembre al 2 ottobre ci sarà la Blogfest 2011 in quel di Riva del Garda. Essendo ormai un veterano mi permetto di lasciare ai neofiti questo modesto agglomerato di regolucce, basato sulle esperienze precedenti. Non servirà a nulla, nella pratica, ma il fatto stesso di creare un po’ di sani preconcetti mi fa stare bene. (NdA: tutti i nomi citati sono di proprietà dei rispettivi titolari, nessun blogger è stato maltrattato per realizzare questo pezzo, ogni riferimento a persone o cose è un riferimento a persone o cose, Dania non è citata per scelta editoriale)
1) Proibite le cene con più di cinque partecipanti, a meno che sia tutta gnocca sorridente.
2) Proibito stare all’asciutto, ché la mucosa orale patisce di brutto.
3) Vietato andare ai BarCamp e alle conferenze, quella è roba per blogger.
4) Se vedi della stragnocca in giro a) non è una blogger, b) non è single e c) non hai speranze. O sei nel posto sbagliato.
4.1) Se vedi Gianluca Neri, probabilmente sei nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
4.2) Se vedi Gianluca Neri, anche lui penserà di essere nel posto sbagliato.
4.3) Se Gianluca Neri non ti saluta è perché non ti conosce. O non ti ha visto. O non è Gianluca Neri. Potrebbe essere Luca Sofri, ad esempio.
4.4) Se non vedi Gianluca Neri, è perché sei al bar.
4.5) Se invece di Gianluca Neri vedi Luca Sofri, lo distingui da Gianluca Neri perché è più basso di statura. E ti saluta.
4.6) Se sei al bar con Luca Sofri, amico mio, significa che ti sei già imbattuto nella regola n. 4 e ti è andata male come previsto.
5) E con questo non voglio dire che Gianluca Neri sia uno che non saluta, ma è difficile che ti conosca. Al limite chiedi a Sofri di salutartelo se lo vede.
5.1) Non è neppure detto che Luca Sofri conosca Gianluca Neri, o che lo voglia salutare da parte tua, ammesso che lo veda.
5.2) A questo punto, visto il casino, ‘scolta me, stai al bar.
6) Nomi altisonanti quali ErotiCamp o SexQualcosa: qualsiasi cosa lascino intendere – fidati – la fantasia ti ha fregato. Il chioschetto del porchettaro lì accanto consola chiunque.
7) I vari bar sui percorsi strategici hanno degli splendidi dehor da dove si può bere birra criticando sommessamente chiunque passi in strada.
7 bis) I dehor accanto ai musei sono indicati per intrattenersi con la Losini. Sempre che la Losini ti conceda un simile onore.
7 ter) La Losini non è criticabile, mai. Nemmeno se si intrattiene con gentaglia come te.
F) Rinforzo alla regola n.3: se ti viene voglia di partecipare come relatore a qualche BarCamp, fattela passare.
Q) Birra ad altra gradazione non se ne trova, se intendi sbronzarti di luppolame hai sbagliato posto.
x²) Eccezione alla regola n.3: se ci sono dei FoodCamp sappi che troverai persone allegre e gentili che ti diranno quanto è buono ciò che NON ti faranno assaggiare.
8.) No, ma proprio NO, ai gruppetti sui cuscinoni in zona palacoso. Persino le papere nel lago sono più socievoli. Meglio stare al bar. O con Luca Sofri.
8 bis) Sempre che i cuscinoni ci siano ancora e che qualcuno non se li sia fottuti.
9) Se ti presenti con “Ciao, sono $nickname“, sarai psicanalizzato. Se ti presenti con $nome $cognome ti prenderanno per pazzo. Se non ti presenti proprio, tutta salute.
10) Se senti ruttare “Di questa pira / l’orrendo foco“, sai dove trovarmi.
Piccolo dizionario eccetera (parte terza)
Della generica incapacità altrui – piacevolmente riassunta in coloriti insulti – ho già parlato, purtroppo per voi non abbastanza. Dev’esserci nel basso piemonte un problema genetico alla base di questo vezzo di criticare l’operato di terzi (presenti e non), considerato che la lista di epitteti è ancora lunga. Un gioiellino della parlata piemontese, sempre al riguardo di quanto sopra, è il termine bandamòl. Il bandamol (colui che stringe poco) è applicabile a chi non ha grinta, non ha volontà, e se ha forza non la applica nel lavoro o lo fa lentamente e controvoglia. Emblematico un verso di “Mino Casòla”, dei Trelilu, che recita “Ai fas veghe a sti bandamoi / cume travajia Mino Casola” (faccio vedere a questi bandamoi come lavora Mino Casola). Il bandamol di solito ha il bösu ai gomiti, che è un modo di dire divertente e sta a indicare che il soggetto ha “il callo al gomito” a forza di tenerlo appoggiato (e per deduzione, a forza di far nulla). Sul genere, con sfumature differenti, ci sono anche il ciapamùsche e lo spanamùre. Il ciapamusche (colui che acchiappa le mosche) è un personaggio normalmente così svagato che sembra sempre in cerca di mosche da acchiappare, a scapito di ogni forma possibile di concentrazione, in special modo nel lavoro. Lo spanamure invece è uno che non vorresti mai averlo intorno. E’ un caso anomalo, in quanto l’insulto è un “vorrei” più che una constatazione, infatti si dice che “vun a spané mure” (vado a spanare more) per intendere “mi levo dalle balle”, e lo spanamure è uno che vorresti sempre che si levasse dalle balle, per ovvi motivi.
Sull’incapacità relazionale, ahimé, c’è ancora parecchio materiale. Il farfu, ad esempio, che non saprei come tradurre (“farfallone” può avvicinarsi al significato), è un essere appiccicoso, solitamente imbranato con le donne, che vorresti mandare a spané mure ogni volta perché se la tira fin dré d’ji urìje come un gasepiu, facendo il gilindu con le ragazze e rimediando figure da tardòc con le medesime e una nomea da sturdì con i conoscenti. In pratica il soggetto è un po’ pìfre, fisicamente non è un secatùn, anzi, piuttosto tupunü e grev, che si comporta da paligàn (se cortese) o da gadàn (se cinghiale), o peggio ancora da masué se aduso al turpiloquio. In pratica uno stracabàle con velleità riproduttive che – si augurano tutti – non trovino mai sfogo se non in una bella ressia (o sübiòla) espletata nella solitudine del di lui bagno. Proprio per la nota incapacità relazionale il farfu è famoso per sagujié pitòst, anche solo vedendo la copertina di un purnàs o una pagina dell’intimo nel Postal Market. Tendenzialmente, a causa di tale vizietto, potrebbe essere definito un crìn, ma un crìn catòlic, perché non c’è malvagità nel suo agire. Chi, incapace di bandése na ressia e di relazionarsi con le donne, e quindi più portato a mettere la mano nel portafogli per appartarsi con una bagàsa, è definito invece un crinàs, a maggior ragione se l’atto comporta adulterio.
L’estrazione agricola della maggioranza della popolazione ha aggiunto al dizionario una serie di insulti e di modi di dire profondamente legata alla professione e al ceto. In un non lontano passato c’era ogni martedì il mercato a Cuneo (c’è ancora oggi, ma non è del mercato che voglio parlare) e abitualmente scendeva dalle vallate ogni tipo di montanaro e bifolco immaginabile, vuoi per fare trading bucolico, vuoi per appartarsi con una bagàsa. Vedevi per le strade della città dei meravigliosi patelavàche, comitive di pistadrügia che si intrattenevano con baròt di ogni specie e borgata, mentre dalla pianura salivano orde di patelacrìn e si mettevano a decantare le prestazioni dei loro tratùr o a vantarsi del prezzo del loro ultimo tamagnùn acquistato. E’ noto che in pianura i grìcul erano più ricchi perché la campagna rendeva di più che un avaro pascolo in alta montagna. I muntagnìn ribattevano che quei tratùr erano solo dei ramadàn e chi li guidava era un budre, e che per lo meno in alta montagna non si stava con i piedi a mollo nella drügia dal mattino alla sera. I gricùl rispondevano tono su tono, asserendo che i muntagnin erano dei dindu, o peggio ancora dei pitu. Allora era pronta la risposta della fazione montanara, che restituiva la cortesia attribuendo alla controparte atteggiamenti tipici dei gnèru a cui era stato fatto mancare il latte da piccoli da parte di quei trülu dei loro genitori. Quando si stava per venire alle mani volavano ancora insulti ai montanari tipo màniga ‘d marsùn, con pronta risposta dei medesimi articolata sulla locuzione maniga ‘d terùn. Finito il parapiglia ognuno tornava all’ostu, prendeva un bicér ‘d barbéra e ne cantava due. Era tutta gente fisicamente (e mentalmente) rocciosa, nessuno si faceva male e non ci si querelava per ingiurie. Poi, appena la curiéra riprendeva la strada della valle, tutti tornavano a casa e morta lì.
(Per la traduzione dei termini non credo vi sia problema. Se c’è problema, chiedete).
Piccolo dizionario degli insulti piemontesi (parte seconda)
A grande richiesta (risate registrate) ecco la seconda parte del dizionario degli insulti in piemontese. Del resto, quindici contatti il giorno di ferragosto è un record difficilmente battibile, un affetto così grande merita un sequel. Ho riletto con calma quanto scritto nella prima parte e ho notato di aver dimenticato un cenno sull’etimo della parola panàda. La panàda è un piatto “povero”, non so se solo piemontese, che si fa con pane secco e brodo; non ne conosco la ricetta (oddio, ci siamo capiti) ma so che è una cosa molto buona. Non essendo un food-blogger (ün che bacàija sül mangé) non mi dilungherò sulla questione, considerato che non c’è molto di insultante in una portata così “falsa e cortese” se non la consistenza molliccia, che, applicata metaforicamente a una persona, la definisce appunto tale.
Come si è potuto capire dalla prima parte del progetto, la tendenza a insultare evidenziando l’incapacità altrui la fa da padrone nella lingua piemontese. Rimanendo quindi in tema, per coerenza, sento la necessità di affrontare il tema del fòl. Il fòl è lo scemo, il pazzo, il folle, e qualsiasi altro termine che ne sia sinonimo. Anche questo epitteto dà soddisfazione al cuore di chi lo pronuncia. “Ses propi ‘n fol” (sei proprio uno scemo) è uno dei modi con cui si commenta un gesto estremo (tipo la separazione dalla moglie confessata a un amico) ma anche un regalo veramente oltre i limiti dell’attendibile (non sono rari i casi in cui una brava donna che riceve un anello sgargiante lo dica al proprio pretendente). Un aneddoto in proposito (vero e verificabile) recita che una ragazza maritanda, al vedere il suo promesso con un abito nuovo, gli disse “Ma ses fol?” con l’intento di esprimere il proprio stupore di fronte a cotanto sfarzo, ma il baldo giovane, brutalmente offeso, si ritirò stracciando il fidanzamento e lasciandola zitella. Gli accrescitivi di rito sono delle vere e proprie perle: “ses fol ma na mica” (sei scemo come una micca), “chiel lì a l’è fol che droca” (quello lì è scemo che cade). Nel contado poi si va sul pesante: “ses fol ma na vaca türgia” (sei scemo come una vacca sterile). Altra declinazione tipica è fulatùn (scemo elevato a potenza). Al femminile si può usare tranquillamente fòla, che è ancora più dispregiativo in quanto sottintende nella femmina destinataria una certa vanità e una certa tendenza all’offrire le proprie carni senza particolari scrupoli, specie se inconsapevole della nomea via via costruenda. Come si è potuto comprendere, i termini fin qui descritti non sono prettamente distintivi di incapacità del soggetto destinatario, ma lo sono i vari sinonimi che andrò a elencare.
Il fol incapace si dice ‘mbranà (imbranato), il fol fastidioso, l’impiastro, si dice pistafüm (pesta fumo), il fol che aggrava la sua posizione di incapacità con l’arroganza è il tipico falabràc. Il fol che non ne può niente di essere tale si definisce solitamente con il termine badolu o badulü. (Apro un inciso: ciò che segue non fa ridere, ma è la triste realtà di un’intiera epoca). La tragedia che si nasconde dietro questi termini affonda le radici nella consuetudine tipica delle popolazioni dei piccoli paesi all’accoppiamento fra consanguinei (di solito fra cugini di primo grado) per via degli avidi ragionamenti che stavano dietro alle eredità da spartire al mancare del capofamiglia. Come scientificamente noto, i frutti di queste unioni non sempre davano alla luce una prole sana, anzi spesso capitavano situazioni di gravi handicap, sindromi di Down e altre menomazioni. Ancora oggi si sentono le comari del paese bisbigliare “Chila là l’è cula ca l’a avü el fiöl mes badulü” (quella signora là è colei che ha avuto il figlio portatore di handicap mentale). Dare del badòlu a un tizio significa dargli dell’handicappato mentale, e se da un lato è chiaro l’intento di definire brutalmente il presunto scarso acume di una persona, dall’altro – con l’ignoranza padrona – si finge di non conoscere il dramma di chi vive realmente questa situazione. Del resto non fa notizia la tendenza del popolano bifolco a considerare sub-umano chi soffre di simili patologie. Storicamente è noto che nelle famiglie dove si verificava una nascita di un portatore di handicap – in quelle che potevano permetterselo – la prima cosa che si faceva era portare dei soldi al prete perché mettesse la sua buona parola al fine di potersi accaparrare un posto al Cottolengo. Questo era (è ancora) un istituto dove venivano “rinchiuse” le persone “indesiderate”, solitamente affette da gravi handicap, per lasciarcele il più delle volte fino alla loro morte, in quanto era estrema vergogna che in paese si sapesse della disgrazia caduta sulla famiglia. Il sunto di tutto ciò è un ulteriore insulto, cùtu, col quale viene definita la presunta pochezza mentale di una persona. Cùtu è l’abbreviazione di Cutulengu, cioè il buon nome di Giuseppe Cottolengo, fondatore della Casa della Divina Provvidenza. Vi invito a leggere il passo di wikipedia in proposito, così da capire che non sto farneticando.
Sul genere è ancora molto usato il termine beté (ebete). Lo scopo è di definire chiaramente una persona che nonostante gli avvertimenti e le spiegazioni rimane incurante di un pericolo o di un evento che possa attrarne l’attenzione. In italiano è traducibile con “tonto”, ed è applicabile in tutte le situazioni in cui la persona oggetto dell’insulto sia inebetita per handicap o per alterazione dello stato psicofisico, come nel caso di una sbronza. Un aneddoto raccontabile a tal proposito (vero e verificabile anche questo) è quello di un tizio, abituale bevitore, che tornava a casa in bicicletta e veniva fermato dai Carabinieri. Mentre ne registravano le generalità, lui si calò i pantaloni e urinò sulla portiera dell’Alfetta. Chi lo racconta ancora oggi dice pressapoco così: “Quand i Carabigné l’an fermalu, cul beté a l’è basase ‘l brajie e l’a pisà ‘nsla purtiera’d l’Alf’tta”. Il poveretto fu trattenuto in guardina una notte e il mattino dopo, appena uscito dalla caserma, rimase seduto sui gradini di fronte al posto di guardia ad aspettare il maresciallo perché secondo lui era necessario andare a farsi un goccio assieme. E il maresciallo finì pure per accontentarlo.
Piccolo dizionario degli insulti piemontesi (parte prima)
Volevo fare una cosa seria, ben fatta, col testo a fronte come nei libri di scuola, ma non avevo alcuna idea di come iniziare e, peggio, di come organizzare la faccenda. Perciò scoprirete che ho abbozzato un discorso cercando di tenere un filo logico teorico per poi agghirlandare il tutto con interpunzione decorativa. Il progetto potrebbe andare per le lunghe, insulti in piemontese ce ne sono parecchi, quindi non so se e quando proseguirò il lavoro. Faccio le doverose premesse: 1) La traslitterazione della lingua piemontese è una gran rottura di scatole: c’è chi vuole usare la pronunica francese (la ou come u, la u come ü), c’è chi non vuole usare quella ma complicare ulteriormente con cose tipo la ô che si pronuncia u, io userò la traslitterazione che mi piace senza badare ai puristi e altri scassamaroni (ad esempio, rompimaroni si dice sciapabàle, con la c dolce come cinema, quindi sc si pronuncia con la s aspirata e la c dolce, e questa è la parte più difficile perché in italiano non saprei che esempio fare di pronuncia del genere, diciamo che si procuncia come scatola ma con la c dolce, come se dicessi sciàtola). 2) A mo’ di disclaimer (piem.: tensiùn) devo avvisare che alcuni insulti affondano le loro radici nell’ignoranza e quindi usano come termine di paragone patologie più o meno gravi che affliggono parte del genere umano. Esorto a non offendersi, la lingua è quella, non sono io a inventare. 3) Aggiungo ancora che, se qualcuno leggendo pensa che mi stia riferendo a lui, non è così, a meno che non abbia la coda di paglia.
Uno degli insulti piemontesi più utilizzato, e uno di quelli che preferisco in assoluto, è badàgu. Dire a uno che è un badàgu dà soddisfazione al cuore e alla mente, ma dire a qualcuno che qualcun altro è un badàgu dà ancora più soddisfazione, specie se la persona a cui lo “confessi” è un conoscente / intimo del badàgu di cui parli, e hai la certezza che – pur giurando di non dire nulla – glie lo riporterà in men che non si dica. Il badàgu è il classico esempio di scemo cattivo, il classico fanfarone che pontifica, millanta, predica e critica gli altri, e poi è così stupido che fa figure… da badàgu quando lo metti alle strette. Ognuno potrà facilmente individuare un badàgu, ad esempio fra i colleghi di lavoro (e non fatemi dire “fra i capi” perché sarebbe troppo facile), perché è la categoria sociale maggiormente popolata dal personaggio in questione. Nei paesini delle vallate cuneesi il badàgu era (ed è tuttora) quello che in piazza parlava ad alta voce, possibilmente male, di qualcuno o qualcosa, facendo appunto il badàgu e stimolando i suoi conterranei a dire fra loro, sottovoce “chiel lì a l’è propi ‘n badàgu” (quello lì è proprio un badàgu). Il badàgu moderno gli somiglia, in quanto ha la peculiarità di parlare al cellulare a voce altissima per farsi sentire, pur simulando un desiderio di privacy che lo fa allontanare di pochi metri dal luogo (e dalle persone) ove si trova, sia esso un bar, una riunione, un ristorante. Cioè, è così badàgu che si allontana e poi parla a voce altissima per farsi sentire, facendo nomi e cognomi e millantando di averci pensato lui. Accade così che nel tempo della telefonata è tutto un bisbigliare di “badàgu” da ogni bocca, per tornare ai sorrisoni quando chiude la telefonata e si riavvicina alle persone con cui stava. Questo comportamento è la summa del detto “piemontese falso e cortese”, che tenterò di spiegare più avanti.
Simile al badàgu c’è il baléngu, che è lo scemo… scemo. Non c’è cattiveria nella sua scemenza, anzi, pare che il baléngu tenda ad accentuare il suo essere scemo facendo cose eclatanti in modo da risaltare sulla massa e risultare più baléngu di quanto già non sia di suo. Si usa dire anche per definire l’incapacità parziale o totale di un sedicente professionista nello svolgere il suo lavoro: “L’as cunsigliàme ‘n tulé che l’è ‘n baléngu” (mi hai consigliato un idraulico che è un incapace). Una variante è il baléngu ‘d fioca (baléngu di neve) ma non so specificare molto sull’etimo di questa locuzione. So solo che mio padre la usava per definire un suo conoscente e questo mi bastava per dare una forma, un volto – indimenticabile – a quell’espressione. Una delle frasi tipiche in cui si usa baléngu è “L’an feit na figüra da baléngu” (hanno fatto una figura barbina), ma in alcune situazioni si usa anche ciculaté, “L’an feit na figüra da ciculaté” (hanno fatto una figura da cioccolatai). Quest’espressione ha radici storiche, anche se non del tutto confermate. Pare che Re Carlo Felice di Savoia, scoprendo l’esistenza di un artigiano cioccolataio che aveva fatto così tanti soldi da uscire per la città con una quadriglia di cavalli davanti alla carrozza – a dispetto dei nobili dell’epoca che uscivano solo con due cavalli – lo fece chiamare a corte e lo strapazzò per bene perché “il Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme”, uscendo con la sua quadriglia, “non poteva essere scambiato per un cioccolataio”. In ogni caso, fare una figura da ciculaté o da baléngu, non è mai una bella cosa.
Nella fattispecie del baléngu esiste anche il panàda, specie se baléngu è inteso nell’accezione dell’incapacità lavorativa di una persona. Il panàda è quello che non sa fare bene nessun lavoro, con l’aggravante di aver la pretesa di saperlo fare solo lui e, ovviamente, meglio di chiunque altro. Qui la discussione sarebbe complessa poiché non è mai chiaro chi sa fare cosa, e non è chiaro se chi è chiamato a giudicare (spesso dal proprio orgoglio) sa fare veramente ciò che il panàda non sa fare. Diciamo che di solito un panàda che viene definito tale, anche bruscamente, ha la tendenza ad alterarsi perché vede sgretolarsi il suo castello di convinzioni, e non è raro che lanci oggetti di vario genere (leggasi: strumenti di lavoro e affini) verso chi lo ha apostrofato in tal guisa. C’è anche la versione buona del panàda, ed è il classico bòcia (garzone) a cui il più esperto datore di lavoro (o capomastro, o artigiano anziano che dir si voglia) dà del panàda ogni cinque minuti. Il bòcia, rappresentato (specialmente nel dopoguerra e fino a dieci anni fa) da un ragazzino sotto ai diciotto anni, non se la prende, sorride e continua a brancolare nell’ignoranza del mestiere, fra le bestemmie del suo capo. Più grave è quando due artigiani parlano delle loro vicissitudini e uno chiede all’altro “Alùra, cuma l’è ‘l bòcia che l’as pià a travajié?” (allora, com’è il garzone che hai preso con te?). Se gli risponde “L’è propi ‘n panàda” (è proprio un panàda) è chiaro che quel ragazzo ha finito la sua carriera, per lo meno alle dipendenze di quell’artigiano.
Sogni
Quando facevo vacanza in montagna per qualche giorno – cosa mai più successa purtroppo – andavo sempre nello stesso posto, un po’ perché non mi costava nulla un po’ perché mi piaceva. Lo conoscevo bene quel luogo, ogni singolo palmo di sentiero, di pendio, di albero, di roccia per me non aveva segreti. La sera, quando il genere umano si ritirava a valle o si rintanava nelle poche costruzioni della zona per ripararsi dall’aria fresca, prendevo una felpa e mi incamminavo a monte per fare gli esercizi spirituali. Li chiamavo così, pur trattandosi di niente di programmato o – peggio ancora – guidato da qualche sapientone farcito di dogmi. Consistevano semplicemente nel colmare il bisogno di ritagliarsi un momento – di lunghezza variabile – per stare solo. All’epoca, rispetto ad oggi, era più facile stare soli, specialmente lassù dove non c’era tv, il telefonino non esisteva, niente internet, niente giornali, pochissima umanità. C’era pure poca luce pubblica, cosa che di per sé invogliava il bipede medio ad evitare il buio quando ciò fosse stato possibile, così come invogliava il sottoscritto ad approfittarne. Senza farmi vedere prendevo a camminare, a volte per il sentiero, a volte a naso in mezzo alle rocce, e andavo in uno di quei posti che avevo eletto come Ne. I Ne nella tradizione del Bhutan sono dei luoghi curativi, per l’anima e il corpo, individuati come dei veri e propri power places ad alto coinvolgimento spirituale. Io avevo i miei piccoli Ne sparsi per le montagne circostanti, e andavo spesso a rifugiarmici. Uno di questi Ne, in particolar modo, aveva delle caratteristiche speciali. Si trovava in cima a una parete rocciosa alta circa trenta metri, e al buio per arrivarci dovevi aggirarla per un ripido canalino, affrontabile con dieci minuti a passo svelto. Era vicino alle costruzioni degli umani eppure, per magia, era infinitamente lontano. Col fiatone arrivavi sul pianoro erboso a picco sul vuoto, ti sedevi, guardavi le luci artificiali in basso, poi, una volta assorbito il batticuore per la scarpinata, ti sdraiavi nell’erba e guardavi il cielo. Appena eri orizzontale come per miracolo ti si apriva un mondo di silenzio, la brezza scompariva, i rumori degli umani pure, e niente in quei momenti ti separava dalla volta stellata, nemmeno il freddo, mitigato dal rilascio termico del terreno. Stavi sdraiato, in silenzio, solo, a guardare quella fetta di universo che ti stava appiccicata davanti agli occhi, e ti sembrava che fosse molto più vicina lì che in altri posti. Mai capito niente di stelle, mai saputo un nome di un astro o di una costellazione, a stento riconoscevo l’Orsa Maggiore, ma era tutto lì a mia disposizione, era tutto mio. E lasciavo correre i pensieri, incurante della loro qualità, mentre qualsiasi malessere sembrava fluire fuori dal mio corpo per lasciar spazio a un benefico silenzio. Scendevo poi molto più tardi verso la mia stanza, già inumidito dalla rugiada e discretamente infreddolito. Mi mettevo a letto, chiudevo gli occhi e facevo sogni bellissimi.
Prendere in faccia l’aria
Non ne parlo volentieri, son quelle cose che ti toccano nel profondo. Era già un paio di settimane che per vari motivi non riuscivo a fare il giretto in bici, e stasera, facendo violenza al mio patrono San Decubito, ho rimesso il culo sulla sella per prendere un po’ d’aria. Sulla solita sterrata nei boschi ho visto in lontananza altri due ciclisti che mi precedevano, e io senza forzare per nulla li ho raggiunti in un niente. Erano con bici ipertecniche, abbigliamento abbinato e firmato, forma fisica da invidia, caschi professional, tutta roba di lusso. Io avevo calzette blu con foro sul tallone, scarpa nike con velcro e suola consunta vecchia di dieci anni, più evidente scucitura sul tallone frutto di chissà che dramma, pantaloncino in cotone grigio topo di tre taglie più grande del necessario, maglietta color olanda con enorme e imbarazzante logo nike blu, capelli al vento e adipe q.b. Li ho superati in salita al triplo della loro velocità, e ho pure chiesto scusa. In serata sono andati entrambi a iscriversi a tennis.
Scemo
Stai lì come uno scemo a guardare nel vuoto. Difficile che qualche evento, di qualsivoglia natura, riesca a distrarti dal tuo stato di trance. E’ una cosa che succede quando se ne vanno le persone a cui vuoi bene, e non è detto che se ne vadano per sempre – non è questo il caso – anzi, pur sapendo che torneranno, resti a fissare la sedia su cui stavano sedute fino a qualche ora prima. Lo schiocco di dita di tua moglie cerca di riportarti alla realtà, rispondi laconico: “Mi manca”. E lei dice sorpresa: “Tu che ti commuovi, roba da matti”. Anche i cani sembrano guardare nello stesso vuoto in cui stai guardando tu, e sembrano chiedersi la stessa cosa: “Tornerà? E se non tornerà, chi ci farà quella valanga di coccole come solo lei sa fare?”. Torna, vah, amica mia, che qui manchi a tutti.
Responsabilità
L’altro giorno guardavo la strada e lo spaccato di vita che la popola di volta in volta. A un certo punto è arrivato un tizio con un’età che io se avessì quell’età avrei sicuramente già prenotato le esequie (le mie, intendo), era su una Panda 30 color misantropia, gomme liscie, metastasi rugginose in ogni dove, un adesivo sul lunotto con scritto RDS (Regno Di Sardegna, l’età dell’auto e dell’uomo erano compatibili, del resto). Faceva un caldo imbarazzante e lui stava lì dentro ad armeggiare con la cintura di sicurezza inpacchettato in un abito come quelli che mettono i preti quando stanno in borghese, quegli abiti scuri, neri, giacca e pantalone e camicia che sembrano dire Sì, sono un prete ma adesso sto in borghese e vado in giro con la mia Panda a fare buone azioni anche se fa un caldo imbarazzante. Dopo essersi liberato dall’orrendo strùmolo ha aperto la portiera, gesto accompagnato da un cigolio sinistro come di un portone enorme che non apri da mille anni, e ha tentato di scendere, non senza appoggiarsi al volante col gomito e stracciare col clacson il velo di silenzio che fino a quel momento aveva giaciuto nella zona. Cigolando pure lui è uscito, si è sistemato la giacca, si è guardato intorno, ha chiuso a chiave la portiera dopo aver controllato che i finestrini da ambo i lati fossero serrati, e si è allontanato. L’ho seguito con lo sguardo fino a che non è entrato in uno stabile, e poi, intenerito dall’attenzione con cui aveva svolto le varie attività di cui sopra, sono stato lì a controllare che nessuno gli rubasse la Panda.



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