La violenza alberga in noi e non paga nemmeno le consumazioni al frigobar. Ce ne accorgiamo in giorni come questo, e parlando al plurale intendo dire che voi ve ne accorgete sì che io oggi sono violento. E’ che semplicemente se il mio placido sonno viene disturbato mentre sono ancora ampiamente accoccolato fra i generosi seni della moglie di Morfeo, io poi sono una bestia sanguinaria per tutto il giorno. Stamattina alle 6 un tizio, che di seguito chiameremo coglione, ha deciso di spostare da un non ben identificato posto una mezza dozzina di cassonetti e di piazzarli davanti al mio cancello di casa, facendo un chiasso tipo perforatrice dei tunnel autostradali. Io che sono un tipo ligio alle regole mi son chiesto nel dormiveglia 1) cosa minchia stanno facendo là fuori*, 2) cazzo ieri sera per la prima volta in sei anni ho parcheggiato in strada anziché in cortile e 3) adesso mi staranno rimuovendo la macchina per la pulizia delle strade, visto che oggi è il terzo mercol… no, oggi non è il terzo, vabbé scendo a vedere, trovo i cassonetti, li guardo come la vacca guarda il treno, vado a rileggere il cartello del divieto, metto l’auto in cortile, torno a letto. Dopo 15 minuti un altro tizio, che di seguito chiameremo coglione pure lui, ma diverso da quello sopra citato, mette in moto il suo camion e mi sveglia di nuovo. Io ho pregato il dio della ruggine perché agisse in tale direzione, vedremo se funziona. Infine alle 7.30 è suonata la sveglia di mia moglie, ma ormai i miei occhi erano sbarrati da un’ora.
Così, sceso dal letto, mi sono lavato violento, ho fatto colazione violento, mi sono vestito violento e appena arrivato nel parcheggio della fabbrica ho dato di matto facendo un gesto inumano, riprovevole, sconsiderato: per vendetta ho gettato una carta di caramella nel cassonetto della plastica.
*La frase originaria era “Chi è quel mona che sbatte la porta e chiude urlando” (cit.)
Poi uno dice le cose disdicevoli da turisti. Alla sera in quell’hotel non c’era un tubo da fare, e francamente di uscire a cercare un locale ho smesso dall’87, quindi si stava in terrazza a pigliare per il culo i francesi con quel loro abbigliamento che nemmeno Scialpi vestito per la prima comunione (cit.). Poi, finita la grappa ai datteri, si andava in camera e considerato che comunque anche noi la nostra età ce l’abbiamo, non è che si poteva passare il resto della serata a fare le cose. Allora accendevi la tv e guardavi la CNN o altri canali internazionali, e una sera abbiamo pure guardato un film ceco, doppiato in polacco, su TVP (TV Polonia), e ci siamo sbellicati dalle risate. Era un muto.
Una delle attività che reputo maggiormente rilassanti è fare il bifolco. Oggi ho preso la bici e sono andato alla casa di campagna dei miei, quella dove un tempo viveva mia sorella, quando viveva. Mi attendeva un bel pezzo d’orto da dissodare e concimare, sparato al sole del pomeriggio. Torso nudo, circumaurale antirumore e poi via con la motozappa saltabeccante a fare il primo giro (chissà perché mi viene in mente la parola disruptive). Poi con l’aiuto di mio padre abbiamo sparso il letame e via col secondo giro di miscelazione. La motozappa aiuta a tenersi in forma, altro che stepper o cyclette: per tenere a bada quella bestia la presa deve essere salda e le spalle di una certa consistenza, usi tutti i muscoli del corpo per evitare di farti ribaltare e quando hai finito ti vibra anche il sacro coccige. Però è divertente, rilassante, e sudi come una mula partoriente, pulisci i pori e quelle cose lì.
Comunque niente, mentre che spargevo letame pensavo a una metafora sulla vita ma onestamente non mi è venuto in mente niente che non contenesse parolacce. Sarà per la prossima.
Avevo bisogno di una boccata d’aria. Ringraziando quella, dalle nostre parti, esiste ancora. Sono arrivato in cima alla montagna e ho visto che accanto molte altre cime, ben più alte, si imponevano sull’orizzonte. Non è andare più in alto che aiuta, è piuttosto andare dove si vuole, o dove si arriva con le proprie forze, e che serva come lezione per tutto il resto. Ho stretto in mano la neve primaverile, facendola sciogliere lentamente e bisbigliando “and may your dreams be realized”. Lo avevo promesso, l’ho fatto. Che i vostri sogni possano essere realizzati, io sono andato lassù a chiederlo per voi, che la gente che si preoccupa gratis ha ancora il suo perché.
Vabbé dai, tu penserai che non è vero e che sono un cialtrone, ma la cruda realtà mi è stata ricordata stasera da mia moglie, mentre cenavo. Una mattina in hotel, colazione, un tipo dall’aria tedesca “con la testa a uovo” (cit. moglie) si avvicina al buffet e prende due mestolate di stufato di fagioli, una patata lessa e due cucchiai di uova strapazzate, tutto rigorosamente impilato in verticale nello stesso piatto, poi va al banchetto dei dolci e prende due croissant al cioccolato. Arriva al tavolo, si siede, e per poco non sputo il caffelatte mentre questo senzadio puccia le brioches nel sugo dei fagioli a mo’ di pane.
Mi son dovuto fare una grappa ai datteri alle 9.30 per cancellare l’immagine di quel tizio che faceva scarpetta con l’ultimo pezzo di brioche.
In aeroporto due tizie dall’aria fighessa, french manicure e pettinatura da cento euri, parlottano mentre facciamo check in, e una fa all’altra, con cadenza à la Principessa Sissi ma gesticolando come una verduraia ubriaca, “Sai, credo che in albergo parleranno di noi ancora per almeno una settimana”. Soprattutto, festeggeranno a champagne il compimento della migrazione delle oche.
Il tizio sarà sui 35 anni, pare un inglese, ma forse è solo una sensazione procurata dalla statura, dal colore dei capelli e dalla pelle chiara. Si avvicina al buffet del pranzo, sezione pasta, inforca una porzione di spaghetti alla dio-ci-liberi, annaffia con sugo slavato, poi sciabatta fino alla sezione secondi piatti, ghermisce il cucchiaio e versa sugli spaghetti una dose di manzo in salsa da sfamare un adolescente. Oh, toh, le polpettine di tacchino, massì, mettiamone una mezza dozzina sopra il manzo. E quelli cosa sono? Spinaci in crema con uovo sodo? Bene, una cucchiaiata sopra a tutto il resto.
Ciondola verso il tavolo con quella natura morta in una mano, nell’altra sei fette di schwarzbrot e due porzioni di burro. Lo osservo a distanza mentre finisco il mio pesce spada, apre le confezioni monodose di burro e le aggiunge al già insostenibile piatto, dando con fare elegante una rimestata pulp a quello scempio. Passa qualche minuto, mi alzo, prendo un dolcetto dalla sezione “cornucopia di carboidrati e lipidi”, torno al tavolo e mi rimetto a osservarlo. E’ all’ultima forchettata, s’è mangiato tutto.
I coccodrilli, a quel punto, avrebbero lacrimato. Amaramente.
Visto che eravamo dei turisti abbiamo fatto le cose più disdicevoli che si addicano ai turisti, fra cui un giro su una vecchia bagnarola in disarmo riadattata a galeone spagnolo. A parte il rollio e il beccheggio che avrebbero fatto vomitare anche un vecchio lupo di mare dopo il sintomatico “ahrrrr”, la cosa è stata squallidamente divertente. Specie quando al rientro in porto io e moglie eravamo a prua e sotto di noi c’erano due marinai che stavano gettando gli ormeggi verso il molo, e lei ha detto a voce udibile “Càzzi quella gomena!”. Il marinaio in quel momento aveva appena sbagliato il lancio e la cima era finita in acqua, credo e spero che sia quello il vero motivo del rosarione in lingua araba che costui lasciò partire al cielo.
Vabbé, in fin dei conti sarebbe meglio se qualcosa lo dicessi, riguardo alla Tunisia. La Tunisia è larga da qui a lì, è lunga parecchio ma non tanto, ha il deserto, i berberi, i dromedari e un mare così pieno di alghe che nemmeno nei magazzini di Vanna Marchi. La Tunisia è un paese in forte crescita, commercialmente autarchico, un PIL con trend superiore a quello cinese di cui il 20 e oltre percento è prodotto dalla sola voce “turismo”. Ho scommesso con il responsabile della reception dell’hotel dove, insieme ad insane passioni, sogni infranti, inglesi lardosi e spiriti indomiti, albergavo pure io, che fra dieci anni sarebbe venuto lui a fare le vacanze in italia e mi avrebbe trovato a fare il cameriere in un hotel.
La Tunisia non era la prima volta che la vedevo, vi ero già stato 12 anni fa in un posto dove c’erano tre hotel ai margini di un paese di pescatori col cimitero a bordo spiaggia. Un dinaro di mancia e scattavano parecchi sorrisi. Stavolta sono andato in una città di un milione di abitanti con una percentuale di automobili di lusso decisamente superiore alla media italiana e una pulizia che in molte nostre aree urbane ce la possiamo sognare. Dodici anni han cambiato enormemente questa terra, e la sua gente. Dalle rare donne di Mahdia vestite rigorosamente secondo tradizione, alle ragazze con i tacchi a spillo che passeggiavano sul lunghissimo boulevard di Sousse, del tutto incuranti dei turisti “occidentali”.
Se escludiamo il peso architettonico, Sousse è una città che ricorda Il Cairo, con una storia meno lunga e forse meno travagliata, e con ventum milioni di abitanti in meno (vabbé, dettagli). Oltre alla presenza del mare c’è però una differenza ben più evidente, ovvero un benessere diffuso percettibile non solo dalla qualità e quantità di auto moderne, ma anche dalla ricerca del bello nell’arredo urbano e nelle rifiniture delle abitazioni. La gente si veste per lo più all’occidentale, forte anche di un florido mercato della contraffazione, quasi a cercare un’omologazione con il modello medio di turista che ostenta disgustosi plissé di adipe sotto alle canottiere firmate. Poi certo, fai un giro nella medina e ti accartocci con ogni tipo di bipede possibile, attento a schivare le ceste con verdure e basilico posate ai margini dei viottoli. Mi colpisce il mercante di spezie, accanto al suo carretto tinto di bianco con le scritte rosse inneggianti alla squadra locale della ESS: ha una lunga barba incolta di un bianco sporco che a tratti intona col colore del suo copricapo; di pari colore l’abito tradizionale dalle cui maniche dal taglio inconfondibile sporgono estremità tozze che stringono un cellulare di ultima generazione.
Un banco di macelleria con la carne esposta “al tocco” ti fa ricordare che siamo fin troppo abituati alle norme igieniche europee, ma per tutto il vicolame della medina non si sentono odori di marcio, anzi è un continuo susseguirsi di profumi, da quelli più intensi delle spezie a quello inconfondibile del cuoio dei millemila venditori di artigianato, dagli olezzi che sbucano in una coltre di fumo denso dai banchetti dei friggitori di presunti bomboloni, alle violenti folate di basilico ed altre piante aromatiche da condimento. Mi dice l’accompagnatore che di quanto popola la medina c’è ben poco che non sia artefatto per ingannare il turista, ma la sensazione è che la scenografia sia stata curata molto bene, e le comparse, a migliaia, trasudino lo charme di navigati attori.
Del resto si sa, con un caricabatterie per telefonino e una bomboletta di schiuma da barba le possibilità che il mio bagaglio servisse per fare un attentato sono altissime. E’ già tanto che non abbiano provato a farlo esplodere con una carica pilota.



