Soldi
Vorrei avere dei soldi, sì, dei soldi, non tanti, un po’, un po’ di soldi, perché i soldi mi servono per pagare un avvocato. Anche un avvocato, non solo per l’avvocato. I soldi servono per tante cose ma anche per pagare un avvocato. Ma più che mi servirebbero sarebbe per noleggiare un furgone, anche se ce l’ho un furgone, ma non mi piace farmi prestare le cose, nel senso che il furgone ce l’ho ma non è proprio mio e quindi dovrei farmelo prestare. Mi servirebbero quindi dei soldi per l’avvocato, e per il furgone. Se avessi basta di soldi prenderei il furgone e poi andrei in paese in un orario in cui c’è posto per parcheggiare il furgone e il colorificio è aperto, che sono due cose non sempre compatibili, capita spesso che vai a cercare un colorificio aperto e non trovi parcheggio, oppure che vai a parcheggiare e il colorificio è chiuso. E non sempre trovi spazio per parcheggiare un furgone, oppure lo trovi in posti che non sono proprio adatti ai furgoni, e lì ti servono dei soldi per pagare la multa che il solerte vigile farà sul furgone che hai preso a noleggio. Supponiamo che ho i soldi per pagare l’avvocato, per noleggiare il furgone, per pagare la multa che il solerte vigile mi farà quando andrò a cercare il colorificio, e supponiamo che mi bastino per entrare nel colorificio e comprare tanta, tanta vernice. Una volta uscito dal colorificio dovrò aver basta soldi anche per dare una mancia al garzone del colorificio che mi avrà dato una mano a caricare la vernice sul furgone preso a noleggio e lasciato in parcheggio in un posto non proprio adatto al parcheggio dei furgoni, cosa che avrà fatto scattare automaticamente nella mente del solerte vigile il meccanismo di farmi la multa, e dovrò averne basta anche quando sarò uscito dal colorificio, avrò constatato di aver preso la multa e mi sarò reso conto di non aver comprato i pennelli grandi, e quindi sarò rientrato nel colorificio a comprare i pennelli grandi con i soldi rimasti. Poi i soldi li avrei finiti, anche se non avrei ancora pagato l’avvocato, e quindi è meglio che, visto che sto supponendo, di soldi ne abbia un po’ di più di quelli che basterebbero invece solo per il furgone, la multa, la mancia, la vernice e i pennelli. Comunque caricata la vernice, pagata la multa e i pennelli, e la vernice, e il furgone no perché te lo fanno pagare in anticipo quando lo noleggi, supponiamo che arriverei in un posto con un grande muro bianco, lungo, lunghissimo, e alto almeno cinque metri. Lì mi renderei conto di non aver comprato una scala, e quindi dovrei tornare al colorificio, avere ancora un po’ di soldi, prendermi un’altra multa e pagare la scala. Cosa che farei, senz’altro, perché il muro è alto e io il vaffanculo che ci voglio scrivere sopra voglio che si veda da ogni punto d’osservazione che il paese offre.
Ecco, qui è il punto in cui mi servirebbe l’avvocato.
2 febbraio
Mi avvio per la strada deserta, è ancora buio, la luce lattiginosa dei pochi lampioni accompagna il mio passo svogliato. Fa freddo alle cinque del mattino, più di quanto pensassi. Il fiato si condensa all’uscita dalla bocca, ci saranno al massimo sei gradi. Il tratto di strada che separa la mia abitazione dall’ufficio è di appena trecento metri, l’ho sempre percorso a piedi ma non l’avevo mai visto a quest’ora; curiosamente, non ho mai dovuto alzarmi presto per andare in ditta, mentre mi sono trattenuto in ufficio la sera molte, troppe volte. La città è immersa in una quiete irreale, si sentono pochissimi rumori, qualche auto in lontananza, una serranda in metallo che si srotola. In un vicolo, un mezzo della nettezza urbana attira per un attimo la mia attenzione fracassando delle cassette di legno nel suo compattatore. Non sono solo nella sventura di essere già sveglio, penso. I semafori sonnecchiano attorno agli incroci, lampeggiando pigramente in attesa di qualche auto. Affretto un pochino il passo, inspirando profondamente un’aria fredda e densa di odori. Il panettiere del portico ha già sfornato i cornetti, la luce nel retro è accesa e l’atmosfera nei dintorni è tentatrice, quasi ipnotica. Sopprimo la voglia di bussare alla vetrina semichiusa ricordandomi delle incombenze lavorative. Qualche metro dopo mi scappa un conato accanto al bar, quello dei biliardi che sta aperto fino a tarda notte. Il vicolo su cui si affaccia viene spesso scambiato per una latrina, con le scontate conseguenze per l’olfatto di chi, sobrio, transita da quelle parti. Proseguo rapidamente verso l’ufficio con maggiori motivazioni.
Oggi è la giornata giusta, ripeto fra me e me come se stessi recitando un mantra. Devo finire la relazione e poi presentarla al consiglio d’amministrazione. Il consiglio dei pazzi, lo chiamo io. Come si fa a piazzare una riunione il lunedì mattina alle otto e trenta, ben sapendo che non tutti i documenti sono pronti? E ancor peggio, sapendo che l’orario d’ufficio inizia alle nove? Urgenza, scadenze irrimandabili, dicono loro. Dicevano anche che il progetto avrebbe “preso corpo” a inizio marzo, invece sono qui, lunedì 2 febbraio, alle cinque del mattino, con la ventiquattrore piena di scartoffie in mezzo ad una città ancora sonnolente che se ne frega di me e del progetto.
Il portiere del palazzo non c’è a quest’ora, se ne frega anche lui, giustamente. Ho la chiave che mi ha lasciato l’ingegnere nella cassetta delle lettere ieri sera, dopo avermi pregato al citofono di considerare l’importanza dei documenti a cui dovevo lavorare. Ripenso a quelle parole mentre entro in ufficio, ha ragione lui, è molto importante questo lavoro, anche alla luce di un probabile riconoscimento professionale, e pecuniario. Mi scappa comunque un vaffanculo, sommesso ma profondamente sentito.
Ho finito, nice job, sono le otto ed approfitto dell’arrivo dell’impresa di pulizie per scendere a prendere un caffè. Il bar è già strapieno, la città si è risvegliata incurante del fatto che io avevo un lavoro importante da finire. Vorrei dirlo al barista, ehi, lo sai che mi sono alzato alle cinque stamattina? Poi lascio perdere, la sua faccia è il racconto di una notte insonne, scolpito nella pietra. Bevo il mio caffè osservando un drappello di muratori che sorseggiano un bianchetto. Sono quelli che stanno lavorando al palazzo di fronte, da mesi ormai. Ridono, beati loro.
Torno in ufficio, do una controllata al plico di documenti che ho assettato maniacalmente sulla scrivania, li guardo con una certa soddisfazione, come un padre guarda il figlio che gioca la sua prima partita. Poi controllo l’email. Ce n’è una del direttore generale, appena arrivata, dice: “La riunione è rinviata al 18 febbraio”. Resto per un attimo inorridito, con una faccia tipo quella della serva in “Giuditta e Oloferne” del Caravaggio. Rispondo all’email, spengo il computer ed esco dall’ufficio passando per le scale, per non incontrare nessuno dei colleghi in ascensore. All’uscita vedo il portiere, “Arrivederci Attilio, mi stia bene, e mi saluti il presidente” gli dico sorridendo. “Lei ha sempre voglia di scherzare” mi risponde, contento e incurante del fatto che fossi già lì a quell’ora. “Oggi più degli altri giorni!”, gli dico ad alta voce, ormai sull’uscio. Poi mi incammino verso il parco, soddisfatto per la mia risposta al direttore. Conteneva una sola parola, sommessa ma profondamente sentita.
Anche questo racconto avrebbe fatto parte di una raccolta collettiva, se mai fosse stata pubblicata. I miei ringraziamenti a chi due anni fa ebbe l’idea e mi esortò a scrivere.
Giovedì
A volte la vita dispensa le sue miserie a piccoli bocconi, altre volte ce ne rovescia in faccia tante assieme, compresse in uno schiaffo solo. Nella schizofrenica varietà di questo mondo stanco l’unica certezza, almeno, è che di miseria prima o poi ce n’è per tutti. Mi tormento con questi pensieri mentre, sfinito, guardo il polsino della camicia lacero e sporco, sospeso a mezz’aria come se fosse lui a reggere la mia mano e a guidarla nel bussare. Poi getto lo sguardo a terra mentre attendo, dolorante, un cenno di vita dietro quella porta. E’ da poco l’alba, un latrato lontano interviene puntualmente come nelle migliori sceneggiature drammatiche, interrotto da alcuni rumori provenienti dal portico. Mi volto, vedo giungere un uomo con un secchio di metallo fra le mani. “Cosa fai lì, chi sei te!”. “Ho avuto un incidente sulla provinciale qui dietro, credo di essermi rotto una spalla”, dico con una smorfia di dolore, indicando il mio arto sinistro coperto dalla giacca lacera e intrisa di sangue. “O madòna de na madòna”, dice il contadino buttando il secchio a terra e correndo verso di me, “lei sta mica bene, venga dentro che chiamiamo qualcuno… Lucia! Lucia! Prendi dell’acqua, prendi il telefono, fai un caffè al signore che non sta mica bene!”. Non sto bene, dice, e ha ragione lui.
Alle sette e mezza arriva l’ambulanza. Nonostante le indicazioni della signora, ci ha messo un’ora a trovare il casolare sperduto nella campagna. Scendono i paramedici, mi esaminano, urlo come un torturato sul patibolo quando provano a togliermi gli abiti. “Adesso la dobbiamo immobilizzare, farà un po’ male”. Farà male, dicono. Mi rendo conto che in quella situazione non ho chiesto di poter chiamare casa, forse nel mio animo sento che una casa ormai non ha più senso averla. Mi sdraiano dopo avermi fasciato alla meno peggio, le cinghie mi bloccano sulla lettiga; approfitto di un ultimo momento di lucidità per fare un cenno ai contadini, come per elargire un grazie. Poi l’antidolorifico mi rintrona fino a farmi perdere i sensi mentre l’ambulanza prende la strada per l’ospedale.
Questo racconto faceva parte di una piccola raccolta collettiva che non ha mai visto la luce. Scrivo già così poco, mi dispiaceva lasciarlo a marcire nell’hard disk.
Ma parliamo di Halloween
Ammetto di aver pensato a lungo che Halloween fosse una indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani e copiata deficientemente dall’italico popolo senza idee. L’educazione cattolica ricevuta in gioventù mi aveva sempre portato a pensare che la festa di Ognissanti fosse stata inventata per “costringere” le persone a recarsi ai cimiteri, magari più con lo scopo di riflettere sulla caducità della vita che non per dare solo una ramazzata ai pavimenti delle tombe di famiglia, e questa pagliacciata pagana mi era sempre parsa in contrasto con quel momento di silenzio e di riflessione sui propri cari sin lì trapassati. Non che abbia mai apprezzato particolarmente la versione cattolica, sia chiaro, se non, almeno da ragazzo, per il fatto di stare un giorno lontano da scuola. A quel tempo, esaurito il beneficio del giorno festivo, era proprio una palla disumana: ore ai cimiteri davanti a tombe di persone che manco avevi mai conosciuto, ascoltando i famigliari adulti parlare di cose e di fatti a te totalmente ignoti. Con l’incedere degli anni, e con un sempre maggior numero di persone conosciute – e magari anche amate – andate a popolare il camposanto, quella visita prendeva ancora più significato di silenzio e rispetto, e l’odio verso i genitori che addobbavano i bambini come dei coglioncelli per mandarli a spaccare le palle al vicinato chiedendo dolcetti aveva raggiunto picchi di rara elevazione. Poi c’è stato il periodo “mah”. Ai cimiteri non ci portavo più piede, perché l’amore – e il ricordo dell’amore e di tutti i bei momenti vissuti con chi non c’era più – preferivo viverlo ogni giorno, pensandoci soprattutto la sera prima di andare a letto, con uno sguardo al piccolo “memoriale” che avevo in camera da letto. Ripassavo i volti di ognuno su quelle piccole fotografie, anche velocemente, e mi sentivo in pace, e riflettevo sul fatto che morir si muore comunque, senza alcun premio finale per meriti di vita buona o cattiva. Avevo ormai riposto nel cassetto delle inutilia le convinzioni religiose e tutto il pacchetto di dogmi e penitenze ad esse correlate, ma continuavo a detestare il business di una festa che non mi apparteneva.
Oggi ho realizzato che si sta avvicinando Halloween vedendo qualche maschera da strega o da zombie al supermercato, e immancabilmente ho ripensato all’indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani. Così sono andato a leggermi origine e storia di quella festa, e – come spesso accade quando si cerca di stare in equilibrio – mi sono ricreduto un po’, giungendo persino alla conclusione che è giusto festeggiare l’unico aspetto che accomuna tutti i vivi senza alcuna distinzione, esorcizzandone l’inevitabilità e la bruttezza con un atteggiamento canzonatorio. Leggendo ho così scoperto che la chiesa cattolica ha assunto posizioni che rasentano il ridicolo nei confronti di Halloween, sostenendo di fatto che “l’elogio del macabro, non sarebbe altro che un modo subdolo per avvicinare anche i più piccoli al Satanismo“. D’altronde per questi cervelli ottusi tutto ciò che non è inventato o gestito in casa è peccato o satanismo, figuriamoci una stupida festa a ridosso del giorno dedicato a onorare i defunti. E allora festa sia, soprattutto per i piccini, visto che a quell’età c’è tutto a cui pensare tranne che a tirar le cuoia. Per loro è un giorno di festa perché si sta lontani da scuola, magari si viaggia con i genitori per andare al paese d’origine, magari si pranza con cugini e parenti semisconosciuti, magari si sta ore per cimiteri a rompersi i coglioni, ma lo si fa dopo essersi vestiti da zombie o da strega ed essere andati in giro per il vicinato a rompere le palle in cambio di dolcetti, in un tripudio glucidico sublime al palato e strategico nell’adipe.
Grazie di cuore
Ho scritto il post precedente nella pausa pranzo senza il debito tempo per spiegare, pur consapevole di sembrare ridicolo nel parlare, a 41 anni, di un cane come se fosse stata una persona cara.
Non era una persona, ovviamente, eravamo noi che la trattavamo quasi come tale e alla fine era diventata come una figlia. Detto da me, che figli non he ho, potrà sembrare ancora più ridicolo, ma tant’è; scrivo qui conscio anche di questo. Ho sempre amato e sempre avuto cani, e i cani, come è scritto nel fottuto regolamento della natura, hanno scadenze più brevi rispetto alla maggior parte degli umani. Solo che, nei casi precedenti in cui ho dovuto affrontare la dipartita dell’amico o amica a quattro zampe di turno, non avevo provato un dolore così profondo, e non pensavo che potesse accadere di sentire una lama invisibile tagliarti a metà l’anima.
L’ho vista andarsene lentamente, divorata da una specie di leucemia, e come consolazione mi è rimasta solo la certezza di averla amata e trattata da pascià per questi otto, piacevoli anni. Viveva in casa con noi, ci ha regalato la gioia di tre cuccioli, rimasti tutti qui in famiglia, era diffidente e difensiva quasi peggio di me. La nozione della disciplina non le era molto chiara, e qualche “patùn” sul sedere lo aveva provato anche lei. Fin da piccola non ci fu verso di farla dormire nella cuccia, e grandi ronfate nel letto con noi se l’è fatte. Sul divano era un attimo, come ti sedevi lei era lì, pronta ad accovacciarsi attaccato alle gambe per dare e ricevere calore, e non solo in senso fisico. Era una compagna silenziosa e guardinga, protettiva e vivace. Quando mi chinavo a mettere legna nella stufa mi saltava sulla schiena e si sedeva lì, come per bullarsi della sua temerità. Era speciale, come penso sia speciale ogni cane amato dal proprio padrone.
La cosa peggiore è che questo evento funesto è arrivato in un momento in cui il mio morale è ai minimi storici, affossato da mesi di stanchezza psicofisica mal gestita, ore di sonno ridotte all’indispensabile, rabbia repressa, rovesci di bile tamponati a martellate e sciacquati con litri di birra, una professione deprimente che mi sta sbranando l’esistenza e qualche acciacco di troppo. Al tutto si è aggiunta la scomparsa, qualche tempo fa, di una persona a cui ero affezionato, che mi ha dato la prima vera batosta. Oggi è successo questo, a mo’ di colpo di grazia. So che c’è qualcuno lì fuori che potrà capire cosa intendo dire.
Grazie a tutti, di cuore, anche a chi non capisce.
Gnuransa
Féme scrive ‘n poema ‘n piemuntés
perché sun n’ignurant
e sei nen ben l’ingles
Féme scrive cheij cos che l’abie ‘d pes
che dop, farija pe istes,
che tant j’è gnün che les
Pensavu propi che ai temp ‘d l’internèt
per diventé fighèt
basteisa tiré ‘n pèt
L’aviu l’ambisiun ‘d fé poesie
ma sas, sensa cresìe,
smiariun d’eresie.
Per scrive ij va co ‘n po’ ‘d cultüra
la rima deu sté püra
e nen ‘ndé ‘n pastüra.
Per lo’ che scriviu ‘d pütanade
‘d fularè e ‘d gavade
e storiche strunsade.
Pareij sun prèst rendüme cunt
che i n’ijé co d’eiti al mund
che sun ben pì prufund.
Alura sun fermame fastidià
e mes stravacà
sun fame na fümà.
Beijcavu ‘l mund ‘nturn a mi
pien ‘d foi che disu “sì”
tüti pianta bele lì
a perdi ‘l bave daré ad fulatun
che parlun mes terun
san gnanca lur chi sun.
Alura sun ‘ndeit daré ai fascine
e parland cun le galine
l’ei capì tüt. Fine.
Passato remoto
Un giorno pensai di cambiare genere al blog, ammesso che ne avesse mai avuto uno di riferimento. Guardai ai contenuti fin lì prodotti, consistenti in una sorta di narrazione convulsa che spaziava dal nonsense agli istinti suicidi, orientati fondamentalmente al faceto. Non poteva funzionare. Provai altre strade, nessuna funzionò. Smisi di scrivere. Funzionò.
Bau, stelle
«L’esistenza è una cosa troppo veloce per potersela godere. No, non mi piace, mi serve un’altra frase a effetto. L’esistenza è un’auto senza motore che parte in discesa, prosegue per inerzia in pianura e poi devi scendere a spingere quando inizia la salita. Bella, sgrammaticata ma bella. Non è vero, fa schifo, anche come metafora». Il discorso tra me e me va avanti per qualche minuto, scandito dalla sensazione di freddo che si fa sempre più invasiva. Sono uscito in pigiama e ciabatte, stanotte; c’è una temperatura impegnativa, un fresco autunnale tendente al depresso. La mancanza di sonno ti spinge ad allontanarti dal comodo giaciglio perché, proprio per causa sua, comodo più non è. Mancanza di sonno, quello stato psicofisico che non è insonnia, ma è stanchezza repressa e mai elaborata, è fretta, è stress, è affaticamento. Lo stacco della spina, locuzione che nasconde la falsa speranza di riuscire a metterlo in pratica per davvero, è un sogno che fai solo più ad occhi aperti. «Aspetta, me ne viene un’altra, l’ho sentita in qualche zingarata di convention: il tempo di qualità». Sono qui in terrazza, in ciabatte e pigiama, col freddo che mi sta entrando giù per il colletto, e penso che il tempo di qualità non esista. Certo, i dieci minuti col naso al cielo a guardare la stellata infinita offerta dalla casa sono un tempo di qualità, ma troppo breve. Come puoi pensare che le Pleiadi – nitide come non le avevo mai viste – o Giove, luminoso come un faro, o ancora il sorgere di Orione all’orizzonte d’oriente siano qualcosa che merita lo sguardo per soli dieci minuti? Che qualità c’è nel riuscire a ritagliare per sé appena dieci minuti in una notte stellata, rubandoli peraltro al sonno? «Sono un idiota, con l’aggravante della consapevolezza di esserlo» mi dico cercando ancora qualche corpo celeste noto. Vedo la Via Lattea, non l’avevo notata. «Che bello sarebbe poterla vedere dall’esterno, e scoprire che magari è triangolare e ridere delle innumerevoli teorie in proposito». Mi soffio il naso, per la milionesima volta di oggi. I cani hanno finito di fare i loro bisogni – beati loro, se alla voce “bisogni” han quello e poco più – e mi guardano annoiati aspettando che mi schiodi verso l’ingresso. Li guardo per un attimo, penso «Vaffanculo, voi non sapete nemmeno cos’è Cassiopea» e la qualità del mio tempo – e un po’ anche quella del mio eloquio – va a farsi fottere. Rientro, zoppico come uno storpio per un’incomprensione fra un tendine e la rotula – discutono da giorni, ora sono venuti alle mani – e mi cola il naso come ai mocciosi (ah, ecco perché li chiamano mocciosi, eh vabbé, da bambino all’asilo ricordo che mi pulivo sempre il naso nella manica del grembiulino, quello sì che era tempo di qualità). Alla fine di tutto mi congratulo con me stesso per il filotto di schifezze che mi stanno tormentando in questi giorni. Sono certo che solo il ginocchio sia colpa mia, il resto è l’età, credo, e il bisogno di spingere l’auto senza motore in salita per arrivare trafelato a non si sa cosa. Se molli la presa, o smetti di spingere, è facile che ti travolga. E più spingi e più ti affatichi, e sempre senza conoscere la destinazione. No way out, dicono quelli là. O forse sì. Staccare la spina, letteralmente, alla fine pare essere la soluzione più riposante in assoluto.
(Il titolo è una cialtronata, perfettamente riassuntiva ma pur sempre una cialtronata).
Mi manca Wikipedia
Per contrasto alla noia – è vero – mi è capitato spesso di passare intiere serate a leggere Wikipedia, al punto di arrivare a studiarmi le varie etnie senegalesi per poi bullarmi col mio collega senegalese e vederlo illuminarsi in un sorriso sincero, senegalese e compassionevole. Adesso Wikipedia italiana è oscurata per motivi che sapete praticamente tutti, e la cosa mi spinge a fare gli stessi passi su quella in inglese. Così, premendo su “random article”, scopro che nello stato del Montana esiste una cittadina che si chiama Kremlin, abitata da 126 anime, e che a guardarlo bene il Montana, la sua sagoma geopolitica insomma, sembra un disegno di un bambino che sta provando a fare un quadrato mentre è su un pedalò nel mare in tempesta. Kremlin a parte, sagoma squadrata a parte, io ci vivrei volentieri nel Montana, perché mi han detto che c’è un sacco di neve in inverno e perché puoi vagare per giorni senza incontrare anima viva, e se vaghi a lungo finisce pure che trovi il bambino, quello che prima stava sul pedalò nel mare in tempesta, seduto in un campo di grano a disegnare la sagoma del Burundi.




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