Metti tipo che ti serve caricare dei files su un blog wordpress. Metti che questi files siano dei DXF di Autocad e il caricamento files risponda con “Il tipo di file non rientra nei limiti imposti dai criteri di sicurezza. Provane un altro”. Metti che devi risolvere il problema in qualche modo e non sai dove battere la crania.

Io ho fatto così:

- Google
- trovo un articolo di Gurucoder che parla del medesimo problema (ma sui rar)
- sfrutto le sue indicazioni (grazie) e mi domando quale sia il mime type dei dxf.
- Google n’artra volta e vengo qui
- cerco il mime type che fa per me: application/dxf
- edito nella cartella wp-includes/functions.php e alla linea 2316 aggiungo

‘dxf’ => ‘application/dxf’,

- [notare la virgola alla fine, necessaria] salvo e faccio upload
- torno sulla pagina Wp per fare il caricamento del file, facendo prima shift + F5 per fare refresh pulendo la cache del browser

E il problema è risolto. Ok, questo post non fa ridere ma almeno servirà a qualcuno, spero.

Proprio mentre mi trovo in una situazione ridicola secondo cui il mio tempo libero è finito sotto un treno, scopro grazie a Phonkmeister che qualcuno più malato di me (detto col sorriso sulle labbra) si è messo a fare una mappa dei blog con relativi collegamenti. Un lavorone, diciamolo. Solo, la cosa più angosciante è che ci sia anche NYFT in quel disegno. Mi vergogno, ecco.

Inizio col dire che non ci sono più. Ecco, ora non mi rimane più molto altro da aggiungere, ma almeno non farò come al solito, che concludo i post con la battuta a sorpresa o la frase a effetto o chissà che altra diamineria. Non ci sono più, non ho più tempo per fare nulla che non sia spendere tutto il mio tempo per fare qualcosa che non sia nulla. E’ chiaro no?

Mi mancherete.

Oggi ho partecipato a una riunione dove c’era parecchia gente che parlava, ma non nel senso di parecchia che erano in tanti, ma piuttosto che erano un po’ meno di tanti ma con cariche molto alte, tipo come nelle riunioni di condominio che ci sono quelli che hanno un sacco di millesimi e possono dire la loro e invece quello che è in affitto alla fine non sa bene cosa dire e se parla rischia di essere zittito perché non ha i millesimi. Ecco, io oggi ero l’unico in affitto, e davo del Lei a tutti e tutti si davano del tu fra di loro e davano del tu anche a me, e io ho sempre risposto con il Lei perché non sono mica stato autorizzato a dare del tu a quelli con tanti millesimi. In pratica io ero in quella riunione perché pur essendo in affitto, una delle più grosse svolte gestionali del gran consiglio dei dieci assenti la dovrò sviluppare io e stavo giustamente chiedendo Ma scusate, voi lo sapete davvero che cosa volete? Che se non lo sapete voi come potete pensare che lo sappia io?

Vabbé, alla fine almeno un paio dei membri del G.C.D.D.A. sapeva cosa voleva mentre il resto diceva l’esatto opposto per poi contraddirsi subito dopo litigando con i primi due che invece sapevano già fin dall’inizio ma cercavano di farsi capire nella confusione generale.

Io, che non sapevo niente, ho fatto un figurone da millesimato.

Immaginatevi una landa desolata et incolta, popolata a tratti da esserini insignificanti ma non per questo non significativi. Immaginatevi che siano tutti alti uguali, colorati uguali, che abbiano tutti lo stesso odore e che come massima ambizione coltivino orticelli dove diffuse sono le radici dell’incoscienza, estese e aggrovigliate come metastasi. Immaginatevi che questi esserini siano parecchio fastidiosi, ciarlieri, dediti all’abigeato e all’adulterio, incuranti del buco nell’ozono, sospettosi e fedifraghi. Immaginatevi che qualcuno abbia deciso che voi potete far di loro ciò che vi pare, eleggendovi ad una carica tipo dio in seconda (che dio in seconda comunque, proprio perché è lui, riesce a fare i centottanta).

Ecco, lo sapevo. Siete dei bastardi.

Avrei dovuto fare un post dicendo un sacco di cose belle, magari col sottofondo di “Captain Jack” di Billy Joel, però non sapevo da dove cominciare. Il tempo ci mangia vivi, invecchiamo e non troviamo margine per dedicarci a quella che consideriamo vita, dimenticandoci che la vita è tutto, sia il lavoro che il dormire. Anche scrivere è vita, perché ci proietta verso un mondo che non ci appartiene, quello altrui, quello di chi in qualche modo ci aiuta a render meno asettica la nostra, di vita. Ci aiuta a confrontarci, per crescere.

Comunque il cappello era fuorviante, il succo di questo post è che sto, per la prima volta, realizzando degli obiettivi. A febbraio del 2009 ero 135 kg, stasera con una lacrimuccia non del tutto sincera il display indicava 116,5 kg. E sono stato anche promosso, sono un Quadro, come quelli alla madonna. Una delle più grandi soddisfazioni che mi potesse capitare fra le dita dei piedi. Sono entrato come pulitore di scantinati, nel 1994, e adesso sono quadro.

Quelli con la Q.

Maiuscola.

Adesso mi devono solo più arrivare i libri di Antonella Beccaria e poi potrò segnare 3 su 3 ai liberi.

Mio nonno mi parlava spesso della guerra, che lui c’era stato, in guerra. Ma non mi parlava mai delle cose brutte ma solo di quelle poche cose belle che gli erano capitate. A dire il vero so che di cose brutte glie ne erano capitate molte, perché era stato prigioniero nel carcere dello Spielberg, questo me lo aveva detto lui, e mia mamma mi disse che gli si era congelato un dito di una mano, e quando ci fu la liberazione era tornato a casa a piedi con i suoi pochi conterranei sopravvissuti e ci aveva messo un mese mangiando solo qualche buccia di patata e perfino gli escrementi dei somari che trovava per strada. Comunque lui mi diceva che cantavano canzoni e incontravano molte persone, e ogni tanto mi ripeteva qualche filastrocca che io non capivo ma mi faceva ridere, che ero un bambino. Mia nonna appena lo sentiva parlare di guerra o cantare “O Tannenbaum, O Tannenbaum, Du kannst mir sehr gefallen!lo apostrofava malamente intimandogli di tacere, che non era una cosa bella da dire a un bambino, ma io, sia allora che adesso, ero convinto che fosse meglio sentire quelle storie e quelle filastrocche piuttosto che recitare rosari tutto il giorno, e sono convinto che anche mio nonno era convinto di questo ma purtroppo lui non aveva voce in capitolo e doveva tacere.

Quando fu liberato dalla fortezza in cui era prigioniero, dicevo prima, dopo un mese ai limiti della sopravvivenza riuscì ad arrivare a piedi al paesello, vicino a Cuneo, insieme a pochissimi compari malconci come lui, e quando giunse a casa vide che la casa non c’era più, distrutta dai bombardamenti alleati che volevano colpire il vicino comando tedesco. Cercò la famiglia dai parenti e quando li trovò aveva talmente fame che non riusciva nemmeno a parlare. Mia nonna nel vederlo barcollare nell’aia diede di matto, lei e tutta la famiglia, perché erano due anni che non sapevano che fine avesse fatto e trovarselo così devastato ma vivo fu una gioia e una sofferenza immensa allo stesso tempo. Lui aveva così fame che quasi non li salutò, piangeva soltanto, e allora lei mise a scaldare un grosso paiolo di minestra, unica cosa disponibile nella miseria del posto, e così fecero anche le mogli dei suoi commilitoni e compagni di prigionia. Solo che mia nonna era un vero aguzzino e gli impose di mangiare lentamente, che se lui avesse ascoltato la voglia avrebbe infilato la testa nel paiolo per ingozzarsi. Tre dei suoi commilitoni, fra cui suo cugino, mandarono affanculo la moglie e si avventarono sulla minestra calda, che dilatandosi nello stomaco vuoto e atrofizzato da troppi mesi di fame, li uccise, letteralmente.

Ecco, se penso all’esistenza infame che fece mio nonno negli anni dopo la guerra, con una moglie così, forse sarebbe stato meglio che si ammazzasse quel giorno con la minestra.

Non chiedetemi perché, ma gallizio mi ha istigato a fare una delle cose più inusitate della mia vita: una prefazione. E il layout del libro Tu Slegami, che vi invito a scaricare in PDF. Se volete, ovviamente.

Tu slegami è un non-viaggio fra l’eco dei metasilenzi. Hackim Bey deve tornare sul suo pianeta ma non può farlo senza le parole, alimento della sua astronave. La necessità di fuggire prima che esploda tutto è effimera, perché non c’è un tutto, non c’è un’astronave, non c’è nessun pianeta. Paradigma della vita, il voler fuggire dal bisogno per bisogno è ricorsivo e suicida: l’antiaccontentamento come stimolo e condanna. Alla fine Hackim ce la fa a distaccarsi dall’esistenza di questo mondo, ma non per raggiungere il suo pianeta in uno spazio-tempo distorto bensì per scomparire, semplicemente, smaterializzandosi in un turbinio di dolorosi versi.
Tu slegami è un omicidio a mani bianche, efferato e inspiegabile, nella pelosità nulla di un mondo arido e incapace di reagire. Come una gradinata dopo una grandinata, spigoli pericolosi su marmi sdruccioli, il dolore della maturazione contrapposto al pericoloso disequilibrio in un inevitabile anelito vitale. Salire, fuggire, decollare per non ritornare, e poi scoprire che non si è mosso un passo, e le ferite che sanguinano copiosamente. Slegarsi da un mondo per incatenarsi a testa in giù nel nulla: il misero destino di chi ha bisogno di trovare le parole già prodotte e non ne sa fare di sue. Non è sufficiente la postura, serve un motivo per andarsene e uno per giungere, senza i quali il viaggio avrà termine nel medesimo punto da cui è partito, ma col danno di molte energie bruciate e rimpiante.
Tu slegami sarebbe da leggere dietro prescrizione medica, da consumarsi lontano dai pasti e dalle eresie degli schemi preordinati, ponendo attenzione a non incespicare nelle trappole del conformismo schifoso e appuntito di cui l’imbecillità inumana dei troppi farisei si nutre.


Mi aspettavo una reazione diversa dal mio subconscio. Non capita spesso di prendere decisioni così drastiche e di riuscire a tener saldo il timone in un burrascoso oceano di amarezza che ti scoperchia la chiatta. Invece… niente. Di colpo sparisce la rabbia, il veleno si rafferma negli interstizi dei vasi linfatici, l’affanno del non riconosciuto merito si assopisce. A colmare queste assenze arriva il vuoto lenitivo. Nessuno processo, nessun rimpianto, totale distacco dal passato, solo un grande silenzio nel buio del mio animo stanco e ancora sanguinante.

E’ strano, certo. Chi mi conosce sa quanto a lungo sia in grado di arrovellarmi sulla bontà e sulle conseguenze – soprattutto – di una scelta. Avevo anche pensato di farmi un castello, con tutti i sassi che mi sono tirato addosso in questi ultimi anni, considerato quanto peso do all’autocritica e alla flagellazione self made. Mi dicono che sono troppo severo con me stesso, che dovrei imparare a vivere serenamente con la consapevolezza che anch’io posso sbagliare, e che pur con tutto l’impegno pure io posso deludere chi si affida a me. Il tasto dolente, ahimé: il bisogno di soddisfare le altrui aspettative e di ottenere una qualche forma di approvazione è il male che mi corrode l’esistenza.

Scostandosi di poco da questi temi tempo fa si parlava di sbronze col mio direttore, uno dei pochi esseri dotati di credenziali da dirigente che io conosca con fattezze umane, e uno dei pochi al mondo che mi conosce come si conosce un amico. Ne parlavamo, appunto, e io pensavo che l’ultima sbronza l’ho presa a casa sua, una scena vergognosa, patetica. Lui mi dice Son stato due settimane fa in Germania e mi sono ridotto a una larva tanto ho bevuto, e io gli dico Sai, è da quella sera a casa tua che non mi sono più lasciato cadere così in basso, tipo da sette anni ormai. Con uno sguardo serio e minaccioso mi ha detto “Bisogna imparare a perdonarsi, o si smette di vivere”. Sono andato a casa con i lucciconi, come un bambino a cui hanno detto che babbo natale non esiste. Che quando la gente ha ragione io non sono proprio capace di far finta di niente.

Ora devo solo guarire, e il togliermi questa lama dal petto credo sia stato più che un buon inizio.

Domani sarà un giorno speciale. Domani è il 21 dicembre. Te dici No, oggi è il 21 dicembre. Frega niente, per me è domani, io sono ancora sveglio del 20 e quindi parlo di domani. Domani sarà un giorno unico, pesante, pieno di soddisfazioni. Domani stapperò un vaso pieno di rabbia prodotta da giorni e giorni di attesa snervante, di promesse farlocche, di cose di volta in volta sempre più importanti dei problemi miei, di me e della mia vita. Domani mi siederò e li guarderò in faccia, una volta per tutte, ed esigerò di essere cagato, anche solo per cinque minuti. Non c’è tristezza nel mio animo, non c’è rassegnazione. Io non ho ancora trovato qualcosa o qualcuno che sia riuscito a fermarmi, non mi arrenderò adesso. Ho superato momenti ben peggiori, causati da fattori che di umano han solo l’epilogo, e non mi sono nascosto, non mi sono abbattuto al punto di fermarmi.

Domani io sbaracco la scrivania, ci salgo sopra e mi metto a cantare “Save yourself a penny for the pennyman” a pieni polmoni. Che non si può giocare con la vita delle persone per dei mesi e far finta che tutto vada bene. Sono arrivato al limite, quando la lancetta segna che sei in riserva devi decidere se fare il pieno o aspettare che il motore si spenga. Io non mi spengo, ma farò il pieno con tutto il veleno accumulato e morderò, a fondo, chi cercherà di trattenermi.

Ho quarantanni, ho bisogno di sentirmi vivo, perché a morire c’è sempre tempo. Colui che avrà il triste compito di fermarmi, quel giorno, mi troverà col sorriso sulle labbra e il dito medio alzato.

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