Stranger in a strange land
Proprio mentre mi trovo in una situazione ridicola secondo cui il mio tempo libero è finito sotto un treno, scopro grazie a Phonkmeister che qualcuno più malato di me (detto col sorriso sulle labbra) si è messo a fare una mappa dei blog con relativi collegamenti. Un lavorone, diciamolo. Solo, la cosa più angosciante è che ci sia anche NYFT in quel disegno. Mi vergogno, ecco.
Tu Slegami
Non chiedetemi perché, ma gallizio mi ha istigato a fare una delle cose più inusitate della mia vita: una prefazione. E il layout del libro Tu Slegami, che vi invito a scaricare in PDF. Se volete, ovviamente.
Tu slegami è un non-viaggio fra l’eco dei metasilenzi. Hackim Bey deve tornare sul suo pianeta ma non può farlo senza le parole, alimento della sua astronave. La necessità di fuggire prima che esploda tutto è effimera, perché non c’è un tutto, non c’è un’astronave, non c’è nessun pianeta. Paradigma della vita, il voler fuggire dal bisogno per bisogno è ricorsivo e suicida: l’antiaccontentamento come stimolo e condanna. Alla fine Hackim ce la fa a distaccarsi dall’esistenza di questo mondo, ma non per raggiungere il suo pianeta in uno spazio-tempo distorto bensì per scomparire, semplicemente, smaterializzandosi in un turbinio di dolorosi versi.
Tu slegami è un omicidio a mani bianche, efferato e inspiegabile, nella pelosità nulla di un mondo arido e incapace di reagire. Come una gradinata dopo una grandinata, spigoli pericolosi su marmi sdruccioli, il dolore della maturazione contrapposto al pericoloso disequilibrio in un inevitabile anelito vitale. Salire, fuggire, decollare per non ritornare, e poi scoprire che non si è mosso un passo, e le ferite che sanguinano copiosamente. Slegarsi da un mondo per incatenarsi a testa in giù nel nulla: il misero destino di chi ha bisogno di trovare le parole già prodotte e non ne sa fare di sue. Non è sufficiente la postura, serve un motivo per andarsene e uno per giungere, senza i quali il viaggio avrà termine nel medesimo punto da cui è partito, ma col danno di molte energie bruciate e rimpiante.
Tu slegami sarebbe da leggere dietro prescrizione medica, da consumarsi lontano dai pasti e dalle eresie degli schemi preordinati, ponendo attenzione a non incespicare nelle trappole del conformismo schifoso e appuntito di cui l’imbecillità inumana dei troppi farisei si nutre.
Ah no, niente
Volevo solo dirvi che è uscito il Post sott l’Albero. Eggià.
La coccinella (di Elena, quella di Londra)
Elena mi manda questo quesito esistenziale, non ho una risposta perché non credo alla fortuna, ma se qualcuno ce l’avesse lo dica, non si sa mai. (grazie)
Ho trovato
una coccinella morta
(e anche un po’ gialla)
sul bancone della cucina
al terzo piano di alexandra house, a paddington green, londra.
Secondo voi la fortuna mi viene lo stesso?
(Secondo me sì, perché bisogna tenere conto che è novembre e la coccinella di questa stagione è una rarità come il quadrifoglio)
Però non si sa mai, quindi chiedo
Il post per Sba (dove vi racconto che il niente succede e ha il suo perché)
In un mondo così piccolo e ridicolo sembra impossibile che una stupidissima crisi creativa generi così tanta partecipazione. La splendida, e generosa, diciamolo, Daniela Losini ha ovviato al mio buco esistenziale con questo pezzo, che va a completare la biodiversità dei precedenti di Isa Dex e Fatacarabina. Tre modi di paretcipare, tre modi di vedere la marcescenza della mia discontinuità. Tre donne, meravigliose.
Secondo me se il Sir se viene a sapere che ho scritto il post per Sba e non ho ancora scritto il PslA mi manda Darth Vader e Yoda a casa. Loro suonano il campanello, apro la porta e non dicono niente. Rimaniamo muti per un po’.
Poi Yoda alza un dito verde e mi indica inequivocabilmente e Darth Vader, una volta detto anche Lord Fener, comincia a respirare in quel suo modo inconfondibile. Allora sento il lato oscuro della forza e stramazzo a terra per i sensi di colpa (comunque c’è tempo fino all’undici dicembre, una vita intera, dai, la morte nera può attendere).
A me piace essere ospite dei blog degli altri anche perché, va detto, io stessa mi sento ospite del mio e quindi credo di aver della buona creanza e di non trovarci nessuna differenza, perciò son naturale. Certe volte accanto a tutte le cose scritte e che scrivo per lavoro mi capita di pensare che mica sempre si riesce a raccontare anche del niente. Che poi raccontalo tu questo niente: tutte le ore che ti scorrono per le mani, le cose che succedono tipo quando vai nei grandi magazzini a fare un giro o in libreria e c’è sempre (non qualche volta, di solito, spesso: sempre) qualcuno che ti chiede informazioni sulle cose che lo capiscono poi questi che chiedono che te non lavori lì ma non resistono, non resistono ti devono chiedere, ti devono parlare. Avrò la faccia di una che risponde, quantomeno, mi dico io.
Che poi tu dici scrivi del niente e io subito penso: bisogna esser capaci di fare anche quello. Raccontalo, tu il niente.
Il niente sul quale riflettevo è che succede spesso che lascio la mia scrittura (e forse anche un po’ della mia voce interiore) imbrigliata. Faccio un esempio: quando la lista della spesa diventa un pezzo da editare, mi devo fermare e mi devo fare delle domande.
Poi ho letto di Sba che ha la crisi creativa e ho pensato: anche io ce l’ho. Di diverso genere scrivo troppo, moltissimo per lavoro (che è bellissimo) ma troppo poco per piacer mio. Mi pare tutto torni. Allora eccomi qui mentre racconto del mio niente e mi sento già meglio.
Adesso però che il cerchio è chiuso e il mio racconto del niente è finito, vogliate scusarmi. Suona il campanello. Ma non so mica se apro.
daniela_elle
Il mio amico immaginario (di Fatacarabina)
Seconda puntata di “Un blog senza autore”, nel senso che son via di testa in questi giorni e non ho carburante per produrre frasi comprensibili e argomentare concetti. E come nei migliori sogni, quando hai delle difficoltà, gli amici ti vengono incontro e scrivono anche per te. Sono quei gesti gentili e sinceri, quelli che ti fanno sentire meglio e, per un paio di giorni, ti fanno posare la mazza con cui avresti voluto sfasciare tutto. Pertanto, cara Fata, grazie.
Io ho un amico immaginario.
Non l’ho cercato io, mi ha cercato lui. Un giorno all’improvviso mi ha parlato e da allora io mi sento un pochino più serena, perché come da bambina cercavo protezione nell’orso Teddy, da grande io c’avevo bisogno di un amico immaginario, che mi sorvegliasse da lontano, che mi dicesse se faccio minchiate e che con me ridesse e giocasse.
L’amico immaginario te lo immagini come vuoi e io quell’amico immaginario me lo ero sognato guardacaso moro e invece è biondo.
Me l’ero immaginato grande come un albero e infatti lo è ma non tanto quanto un baobab, anche se fa ombra.
Me l’ero immaginato con il vocione e invece ha una vocetta simpatica, da folletto.
Io con lui mi immaginavo che quando lo vedevo non avevo manco un pochino di timidezza e infatti quando l’ho visto, la prima volta che mi è apparso, io gli sono andata incontro e l’ho abbracciato ed ero tutta contenta che fosse così.
La mia immaginazione va sempre oltre, io mi faccio i film, e ovviamente se hai un amico immaginario, una come me si fa il sequel e pure il prequel, e lui, che è vero amico immaginario, non solo si diverte ma è capace anche di indicarmi la retta via, di ricordarmi che magari sbarello, di dirmi, senza manco un pelo sulla lingua, che a volte sono di un possessivo e di un eccessivo fastidioso, che esistono le libertà individuali e che il mio bene non diventa più grande solo perché lo dico io.
Poi stappa una Tabachera, mi guarda, e fa quel rumore che gli esce da dentro la pancia, che io la prima volta che l’ha fatto ho pensato che andava bene per mandar via tutti gli stronzi, insensibili e cafoni che incontro per strada.
Io il mio amico immaginario sapevo che era bravissimo con i giochi di parole, un genio, sapevo che era un cultore del viver bene, poi ho scoperto che ha un cuore grande come un appartamento e ci si sta tutti comodi dentro. Io sapevo che era forte, poi ho scoperto che assomiglia tutto a suo padre.
Sapevo che era buono, ma poi l’ho visto fare il pane, impastare l’acqua e la farina.
E se uno sa fare il pane, di lui ti puoi fidare.
Pensieri Vari (di Isa Dex)
Come alcuni sanno, la crisi ha investito la mia creatività. Ok, era contromano di notte con la nebbia, era inevitabile. Nessuno s’è fatto troppo male, ma adesso questo blog ha la creatività in convalescenza. Ho chiesto quindi aiuto agli amici, che prontamente hanno risposto. Eccovi il post inviato da Isa Dex (grazie, di cuore):
Faccio un lavoro che a molti piacerebbe.
Io, sostanzialmente, mi occupo dei cazzi degli altri.
Sì. Faccio questo di mestiere e mi pagano.
Ci sono donne che hanno basato la propria vita su questo. Sapere tutto di tutti. Di gente conosciuta e non.
Io generalmente mi occupo di gente che non conosco. Qualche volta capita anche di qualcuno famoso o di qualcuno che conosco di persona, magari qualcuno della mia città.
Leggo tutto su di loro. Dove abitano, che lavoro fanno, se hanno problemi in famiglia, quanto guadagnano.
E scrivo. Scrivo su di loro. Passo otto ore della mia vita a scrivere di gente che per la maggior parte non conosco, di loro problemi e altre cose che sinceramente, non mi interessano.
Come donna, non sono mai stata pettegola. Qualche curiosità. Ma più che altro domande da donna.
Quelle che gli uomini non pensano mai di chiedere, come: “com’era vestita?” – ” e lui che ha risposto?” – “Ma si guardavano?”. Generalmente la risposta dell’uomo è Non lo so.
Infatti nel mio ufficio siamo tutte donne. C’è solo un uomo, che si occupa di organizzazione, non dei cazzi degli altri.
Lavoro qui da un anno e mezzo.
Ebbene, questo lavoro che sembra interessantissimo, mi ha stufata.
E mi fa incazzarre.
Innanzitutto perché ha cambiato il mio modo di scrivere. Avverbi a go go in primis. E sinonimi, sinonimi sinonimi (scritto solo con due dita). Poi perché a me, dei cazzi della gente, non me ne può fregare di meno.
Una cosa buona c’è, le storie sono talmente tante che le sto raccogliendo e mettendo da parte che chi lo sa poi alla fine nella vita se e ma c’è qualcosa che ti potrà servire.
Una cosa è certa, quando cambierò lavoro (e lo cambierò!), dal parrucchiere non leggerò mai più Novella 2000.
I.
Minimalia #2
Immigrazione
Travalico
in zona Colico
C’è un villico
Domando
Via Pellico?
E’ muto!
Mi sbellico!
Disegna
un simbolo
fallico,
i commenti
in cirillico.
Piacere, Sba (no longer, probably)
Frequento un solo social network, Friendfeed, tramite il quale ho conosciuto diverse persone di varia umanità. Una discreta parte di quest’ultime le ho anche viste e salutate di persona, in occasione di camp, fest e cene varie. Con risultati a dir poco curiosi.
Ho conosciuto (solo sullo schermo) Brodo Primordiale, personaggio immane e storico: due battute e ha chiuso il blog.
Ho conosciuto (sempre via schermo) Paul The Wine Guy, il tempo di dirmi che sembravo il Chiodaroli de noantri e ha chiuso il blog/tumblr.
Rectoverso, una battuta, sua, sparito.
Ho incontrato Massimo di “Si chiama massimo questo blog” al Litcamp, chiuso anche lui.
Per finire in bellezza, Mafe l’ho appena vista di sfuggita, neanche il tempo di avvicinarmi e presentarmi (o farmi presentare) che ha chiuso anche lei.
Stamattina persino il poken che mi ha regalato Massarotto mi ha morsicato.
Il pranzo dei coscritti
E dire che quella mattina era iniziata bene per me, orso dalla nascita, tendente al voler esercitare il predominio sul branco a costo di non avercelo neppure, un branco. Settimane di istigazione di mia mamma mi convinsero ad andarci, a quel dannato pranzo, e la forza di quella convinzione – frutto della potente capacità esortativa della genitrice – mi rendeva pure felice di parteciparvi.
Indossai la giacca nuova, comprata il giorno prima, un tessuto splendido preso in saldo in un magazzino di abiti da uomo. Stava bene quel colore sui miei jeans preferiti, anche se la cravatta fantasia non era proprio un taglio di pregio. Mi incamminai verso il paese, ché la macchina non ce l’avevo ancora, intento a raggiungere tutti i miei coetanei nella piazza principale. Ci diedero la coccarda, sfilammo per le vie del centro con la banda jazz (una novità per l’epoca). Io mi aggregai con quei pochi ex compagni di scuola che non mi avevano ancora disconosciuto dopo sei anni di collegio. Era in effetti la mia prima uscita pubblica dopo la clausura, sapeste che imbarazzo… Mi ambientai fra gli sfigati, i nerd, gli unici che mi rivolsero il saluto, sciogliendo in parte il mio imbarazzo e prendendo un po’ di colore in volto alle prime risate. La messa per la benedizione delle leve sul sagrato del santuario pareva una formalità decisamente mal recepita dai più, che avevano già puntato il banchetto degli aperitivi snobbando il rito. In condizioni già poco raccomandabli ci spostammo poi al ristorante, se mai un solo essere umano al mondo avesse potuto definirlo tale.
Il pranzo era un misto di schiamazzi e cibo da caserma servito da personale scazzato. Le bottiglie di Pinot bianco sul tavolo, rigorosamente di sottomarca, interrompevano appena la vista verso il commensale seduto di fronte. Dopo una serie di antipasti da gastrite eravamo in attesa dei primi piatti, e date le premesse, non certo in trepidazione per chissà quali leccornie. La musica di sottofondo passava le hit del momento, con un intercalare, non senza un po’ di sorpresa, di Wasted Years degli Iron. I discorsi vertevano su argomenti misti fra ricordi di scuola e il nulla prodotto da sei anni di assenza dalla vita sociale. Il metanolo il Pinot aiutava la dialettica e stimolava le risate, quasi tutte crasse, sguaiate e fuori luogo.
A quel punto si avvicinò la cretina, con un cesto di roselline.
“Che cos’è quella roba? ” domandai, con un garbo equiparabile alle migliori interpretazioni di Tomas Milian.
“Sono rose, ne diamo una a testa ai maschietti che così la offriranno ad una fanciulla di loro gradimento” rispose la cretina, con un sorriso di chi ha già imparato a badare ai coetanei ubriachi.
Scoppiammo a ridere tutti nel nostro settore di tavolo, poi ci venne consegnata la rosa. Il mio vicino, decisamente su di tono, la spacchettò dalla pellicola trasparente e ne morsicò i petali sputazzandoli sul tavolo fra le risate convulse della cricca di deficienti di cui faceva parte, me compreso. Io la presi e per la prima volta da quando ci eravamo seduti mi voltai alla mia sinistra per vedere se c’era qualche esemplare femmina. La sedia accanto alla mia era vuota e il posto immediatamente contiguo era occupato da una ragazza bionda con un abitino verde smanicato. Mi dissi “Questa mi pare di conoscerla, ma che ci fa qui? Non è più vecchia di noi? Boh…”
La chiamai picchiettandole la spalla, si voltò, le dissi “Tu sei Monica?”. “No, sono Michela”. Con la faccia a punto interrogativo, obnubilato dal Pinot da cartoccio le porsi la rosa dicendole “Toh, se sei una ragazza prenditi questo”. La prese, si voltò verso la sua vicina e mi ignorò per il resto della giornata.
Cinque anni dopo ci sposammo.





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