Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

Web Life

Quelli che sognano l’iPad

Di mestiere faccio il venditore di sogni. Chi mi retribuisce inizia ogni frase con “vorrei” e io ho il compito di provare a soddisfarlo. Agli inizi non era proprio così, si riunivano in comitati d’azienda, o in gruppi di lavoro capitanati da menti devastate da teorie avveniristiche, poi mettevano la manina sul portafogli, ridimensionavano, storcevano le bocche e commissionavano a terzi incompetenti lo studio di progetti che mai vedevano la luce per via dei costi. Poi cominciarono ad avere seriamente bisogno della tecnologia, scesero in reparto e mi tolsero la ramazza di mano per farmi sedere con loro nelle interminabili riunioni dai temi più angoscianti. Presi subito una decina di chili.

Via via che si riduceva causa pensionamento il numero di eminenze grigie, diventava sempre più importante ogni mio balbettio, anche sommesso. Forse l’aver recuperato l’intero database dei dipendenti da un pc masticato dagli squali aiutò a dare credibilità alla mia professione. Non so, in una realtà non artefatta si sa benissimo che è impossibile ottenere credito con così poco, ma fra le accoglienti mura della mia ditta questo poteva accadere tranquillamente, per via soprattutto di un passato tanto movimentato, costoso e dai risultati, nel migliore dei casi, stravaganti. Nacque così la moda di dire “vorrei”, sapendo che al prezzo di un provolone si potevano ottenere prestazioni accettabili. Le riunioni si susseguivano, per fortuna sempre più brevi, mentre il tempo trascorreva minaccioso e subdolo e i “vorrei” cominciavano a farsi sempre più pretenziosi, al punto che dovetti farmi aiutare da un buon tecnico, tutto per me e per colmare la fame di nuovi progetti.

Da qualche tempo ho un incarico che prevede di presentarmi in riunione e dire “vorrei”, cercando accondiscendenza negli occhi di chi mi ascolta. Funziona, basta presentare il R.O.I. senza dar troppo peso alla lettera I. E poi, diciamolo, in un’azienda con tanti problemi evolutivi è facile mantenere fresco il proprio posto di lavoro, basta risolverne uno per volta, con calma e con risorse minime. Fatte queste premesse mi trovo da qualche giorno a dover affrontare un problema, quello di assorbire l’onda d’urto di un mercato in ripresa organizzando uomini e mezzi di metà fabbrica. No, spetta, così è troppo generico. Vado al dettaglio: voglio usare l’iPad in un sogno chiamato e-warehouse, il magazzino elettronico (scusandomi fin dal principio per l’abuso della e- e di un mal digerito inglese).

A dire il vero non ho mai preso in mano quell’aggeggio, anzi, credo di averne visto uno di sfuggita sulla scrivania di una splendida signora (e in certi casi non si bada agli aggeggi, non sono così nerd), ma ho incrociato la tecnologia Apple con la recente assegnazione d’ufficio di un iPhone4, e fatte le dovute proporzioni, credo di averne assorbito i concetti di base. Apple è un trend setter, se ne frega della concorrenza al punto di non averla, e sforna oggetti che fanno venire le lacrime agli occhi di gioia per quanto sono perfetti. Suppongo quindi che l’iPad sia la sublimazione di quanto di buono è stato sperimentato e commercializzato con l’iPhone. Ora, chi è soggetto ad attacchi di panico chiuda qui, ché è meglio, ma io sono intenzionato a portare l’iPad nel magazzino prodotti e piazzarlo sui mezzi di movimentazione, fra le manacce zozze e bisunte degli addetti.

Cosa va considerato?

- Il costo: mettiamo di adottare il giocattolone entry level, son sempre 500 euro a pezzo. Una cifra irrisoria rispetto ai 3.000 e oltre di un terminale mobile dedicato con su (sigh) Windows CE 5.0. Quindi è fattibile.

- La durata: parlo di durata strutturale, non di batteria (quella sarebbe connessa all’alimentazione del carrello). Vibrazioni, colpi, mani zozze, freddo, caldo, briciole di biscotti alla meliga. Non avendone mai preso uno in mano non so che sensazione dia in questi termini. Va detto che avrà la sua staffa di ancoraggio, da costruire in casa, ma questa non garantisce una riduzione delle sollecitazioni dovuta alla marcia del carrello. Incognita.

- L’alimentazione: bisogna inventarsi un adattatore dai 48 Volt del carrello agli (x) Volt dell’arnese, con un cavetto poco propenso a macinarsi al primo maltrattamento. Alimentatori di questo tipo so dove procurarmeli, il resto è sperimentazione e saldatore.

- La connettività: c’è una WLAN in tutto il magazzino (autocostruita, 6.000 metri quadri coperti, non ridere), l’iPad sarà sufficientemente reattivo? Stando alle prestazioni dell’iPhone direi di sì, che si connette anche a una vecchia Radiomarelli ad onde medie.

- Le applicazioni: qui viene il difficile. Scrivere applicazioni in Object-C non mi pare il caso, perché comporterebbe l’acquisto di un Mac e non intendo fare questo passo, non adesso, non a quei prezzi. Quindi o metto su un server web e converto le applicazioni in PHP con supporto di jQuery e altre amenità, oppure prendo un bel client per terminal server e uso le applicazioni esistenti in remoto. La terza opzione è la più rapida, ma esiste un buon client per iPad, stabile e reattivo? Non sapendolo, prendo in considerazione anche la seconda ipotesi, che però avrebbe risvolti drammatici trattandosi di sistemi eterogenei e assolutamente incompatibili fra loro (AS400 e SQL Server, tanto per fare qualche nome). Sarebbe risolvibile, magari sacrificando qualche funzionalità in real-time, ma a che prezzo? E da sviluppatore, garantisco, non sto parlando di moneta.

- Lettori barcode: come connetterli all’iPad? Non so nemmeno se ha una porta USB. Dici in wireless, eh? Non sono molto convinto, altre batterie, altri caricabatteria, altra roba che può cadere ed essere smarmellata sul pavimento sotto le ruote del mezzo. Altri costi, oltre tutto, quasi quanto l’iPad stesso.

- Il lato ludico dell’iPad: scommetto che è pieno di giochini e applicazioni che si connettono a internet e servono per fare di tutto tranne che lavorare. Non sono uno schiavista, anzi, in azienda fin dai primi giorni ho svolto un ruolo di primo piano nell’evangelizzare ad internet e agli aspetti creativi dell’informatica ogni grado e specie di collega, bipedi compresi. Ma in un’area vasta e poco controllata, chi mi garantisce che il giovinotto sul carrello non passi qualche oretta a giocare? La domanda vera è questa: si possono cancellare le minchiate dall’iPad?

In definitiva il mio “vorrei” inizialmente potrebbe costare meno di mille euro, cifra che per un progetto self made può essere assolutamente condivisibile e stanziabile. Quindi ho deciso, ci proverò, e se posso ne darò notizia, che magari a qualcuno interessa. Dal sogno della scrittura/lettura digitale (mi piace il wreading di gallizio) alla più prosaica realtà della micchetta quotidiana.

Le cose che non ti ho detto

Come pochi sanno, io ci metto un sacco di tempo a metabolizzare le situazioni. A tal proposito vorrei parlare del weekend trascorso a Riva del Garda, che è stato parecchio strano. Strano. Non ho altri aggettivi. Ho rivisto tante persone e ne ho viste ex novo altrettante, e in questo post (dai contenuti scherSosi, mi raccomando, nessun s’offenda) volevo dire tutte le cose che non ho detto per timidezza o perché ero troppo ubriaco per dirle nel momento giusto.

Elena (senzaaggettivi): non ti ho detto che stai benissimo con i capelli bruni (o neri) (oddio che diamine di colore era?). Però stai benissimo, e hai un sorriso che non ricordavo più (anche perché l’ultima volta che ci siamo visti non eri proprio molto sorridente, anzi, eri conscia di dover portare il tuo ragaSSo a casa ubriaco e quindi, ecco).

Bloggo: ti ho visto rilassato e tranquillo, ti volevo prendere in braccio e portare a spasso per il paese, ma poi avrei scalfito il tuo à plomb svizzero.

Brixie: mi sono dimenticato di dirti che sei bellissima (sulla tua birra invece credo di aver detto tutto a tempo e modo), e che come maneggi tu il settantadueedieci non lo maneggia nessuno.

mc: alla fine non siamo riusciti ad ubriacarci insieme come promesso, o forse sì, non ricordo, ero ubriaco. Tu e Susan sembrate perfetti, peccato che sia lei a portare i pantaloni (tu, i bermuda, diobono, con le infradito) (vabbé).

Sir Squonk: nelle tre o quattro occasioni in cui ci siamo incrociati non sono riuscito a dirti quanto piacere mi facesse rivederti, ma eri fagocitato dalle fans sfegatate (Chettimar e la compagna Mae su tutti) e alla fine nemmeno una birra insieme. Vergogna.

il Many: se fossi mio figlio sarei fiero di averti allevato così bene. Non ti ho detto che hai fatto un figurone al writecamp, ma te lo hanno detto in così tanti che credo il concetto ti sia ben chiaro.

Zio Bonino: non ti ho detto che ho toccato le tette a Maia, ma era per una nobile causa (ma forse ero ubriaco, non sono sicuro) (che fosse così nobile, ovvio). (La causa, dico).

Maia: non ti ho detto che non ho detto allo Zio che ti ho toccato le tette, ma se tacciamo entrambi lui non lo saprà mai.

Galatea: non ti ho detto che sei picciiiiiiiiiiiina (o forse sì, non ricordo bene, ero ubriaco). Che poi non ricordo nemmeno altre cose, cioè, tu sei quella che ha un blog erotico vero? Ti ho toccato le tette anche a te, vero?

Gallizio: non ti ho detto che lasciarmi da solo sul palco “à cass de can” non è stato per niente carino, avrei avuto bisogno di una figura paterna al mio fianco proprio in quel momento. Vabbé. Il dramma è che non ero abbastanza ubriaco per farcela da solo.

Mafe: non ti ho detto che sei bellissima, e che quando parli sembri proprio una persona intelligente. Peccato gallizio, ma vabbé, perdonata.

Kobayashi: non ti ho ringraziato per le tue analisi serie e circostanziate sul mio modo di gestire a cazzo gli storpionimi. E di ciò che mi hai detto dopo la presentazione, che mi ha fatto piacere.

Tostoini: non ti ho detto che sei bravissima e carinissima, esantoddio come facevo, con tutta quella gente, e con tutto quel che c’era da bere…

Auro: amore mio, non ti ho detto quanto piacere mi ha fatto il ticket per partecipare all’aperitivo fashion, o forse sì, ma ero ubriaco, non ricordo bene.

Vanz: non ti ho detto che CVLO che hai ad avere una compagna così, ma forse lo sai già di tuo.

Giulia Blasi: non ti ho detto che avevi un rossetto da paura, e che per colpa tua la parte finale della mia presentazione è stata la parte migliore, cioè, quella dove io tacevo. Però ricordo di averti detto che rifiutarmi su LinkedIn mi aveva fatto stare male, tipo dieci, dodici secondi, ecco.

SogliaDiBronzo: non ti ho detto che i tuoi abbracci sono qualcosa di scombussolante per il fragile equilibrio ormonale di un vecchio orso come me.

Sara Taricani: non ti ho detto che sei uno splendore, ma ho come scusa che ci siamo visti circa due minuti in tutto. E forse, dico forse, ero ubriaco, non ricordo bene.

Gli abominii clockwise, khenzo e azael: non vi ho detto la cosa più carina che mi è venuta in mente quando vi siete appollaiati al tavolino del bar. E non so se adesso vi interessa, ma iniziava con “Sodoma e Gomorra”, o qualcosa del genere, non ricordo bene, credo che eravamo tutti abbastanza alticci. E non vi ho ringraziati per avermi invitato al sabato sera alcoolico, ma io sono un po’ così, con l’udito delicato.

Teiluj: delle cosce te l’ho detto, degli occhi te l’ho detto, uhm… mi pare di non aver dimenticato niente. Ah no, la minigonna ascellare, robba d’altri tempi, ma le mie coronarie anche, cioè, stacci attenta, diobono.

Palmasco: non ti ho detto che sei veramente un Palmasco, e che sfoggi cultura anche mangiando, cioè, cultureggi in posti dove io popolo bue di solito mi esprimo a rutti.

E comunque nessuno che mi abbia presentato Andrea Buoso, e io davvero pensavo che fosse bak.

Sidgi: non ti ho detto niente, ma quando ti sei alzata da tavola per venirmi a sedere accanto, hai detto tutto tu. E poi mi sono dovuto andare a far la doccia, ciavevo ‘alori, ciavevo.

Ciocci: che eri un comunista te l’ho detto, ma tu non hai detto niente e te ne sei andato. Non pensavo di essere offensivo. Scusami.

Haukr: non ti ho detto che sei svalvolato, ma lo sai, credo. Però provati ancora una volta a toccare Galatea in mia presenza e ti asporto le braccine senza anestesia. (Mannò, dai, scherzo. Comunque tu verifica che io sia solennemente ubriaco, la prossima volta)

Beggi: non ti ho detto che sei dimagrito, e che sembri un giovinotto, ma come facevo dannazione, eri circondato da donne di ogni ceto e censo…

Livio e Chiara: non avevo niente da dirvi, quindi non ho dimenticato nulla. Ah no, ho dimenticato di prendere in braccio Chiara e portarla a spasso per il paese, e avrei anche potuto farlo, sicuro che non l’avrebbero scambiata per Bloggo. Ma sicuro sicuro eh.

Fatacarabina: devo limitarmi. Scena: ore 8.30, in hotel. Mi alzo, mi lavo, mi vesto, scendo a far colazione. Ti mando un messaggio per sapere se scendi anche tu. Arrivi, mi baci in fronte senza dire una parola. E’ stata la cosa più bella di tutto il weekend. E quel pirla del cameriere che faceva i sorrisini e faceva roteare le pupille.

Emanuele, anecòico: non ti ho detto che mi avrebbe fatto molto piacere se ti fossi seduto al tavolo con me, in birreria, sabato sera. Ma la ragion di stato era più forte, capisco.

Mi vergogno di non essermi alzato per salutare Mantellini e Sofri (hai presente quando dici “ma tanto non sanno nemmeno chi io sia, non li disturbo”), i quali, da veri signori, si sono alzati loro e sono venuti a salutare me, facendomi sprofondare in un imbarazzo misto a orgoglio, e poi mi sono dovuto sorbire il perculamento della Fata che non credeva ai suoi occhi. Comunque anche la Regina Elisabetta ogni tanto saluta i sudditi, ecchediamine.

Barbara e Veronica: non vi ho detto che siete dannatamente più giovani di come vi immaginavo, e che è stato un vero piacere avervi salutate. E non ero nemmeno ancora ubriaco, per dire.

Elena Delimyth: quasi non ti riconoscevo, anzi, non ti ho proprio riconosciuta (sorry), meno male che sei venuta tu e mi hai salutato. Ma forse ero ubriaco, spero che valga come scusante.

Molengai: dai, il fatto che mi sia messo a ridere appena hai detto “molengai” non ha affatto ridotto la quantità di stima nei tuoi confronti, però anche te con sto plurk…

Batchiara e Blondeinside: quello che potevo dovevo dirvi l’ho detto de visu, spero di rivedervi ancora.

E bon, probabilmente è tutto, ma siccome i momenti di lucidità sono stati pochissimi, sono certo di aver dimenticato parecchia gente. Che non se ne abbia, se mi verrà in mente qualcosa editerò.

Yes, no, cancel

Alla scadenza del dominio vien sempre la stessa domanda, e anche quest’anno la risposta è Yes. NYFT compie otto anni, gli ho regalato una bicicletta. Nel weekend non ci sarò, lo lascerò dai nonni, e poi al ritorno giocheremo insieme.

Come entrare in possesso di un iPhone 4 e sopravvivere lo stesso

Come ho già accennato altrove, dopo anni di onorato servizio i mio Nokia E51 mi ha abbandonato (non del tutto ma a tenerlo sempre in tasca si sentiva più niente). Sono quindi entrato in possesso di un iPhone 4, mio malgrado. Sì, perché la scelta possibile ricadeva sul giocattolone di Apple, sul Nokia N97 mini o sul Blackberry Storm 2. Come accade in questi casi si chiedono informazioni in giro a chi già da tempo si gingilla con quegli arnesi, e il più delle volte si ascolta la vox populi. Questo è il caso in cui, totalmente impreparato sull’argomento, ho dovuto piegare la mia indole alla nuova tecnologia, e son qui per parlarne, stavolta e basta (spero), perché credo che vi sia più d’uno che si trova nella stessa situazione e non ha gli amici scriteriati e preparati che ho io.

Premessa: TIM è come un ministero

Avendo un contratto con questi signori la scelta è stata obbligata, trattandosi di telefono aziendale. Il nuovo accrocchio denominato Impresa Semplice è qualcosa di aberrante, a mio modesto parere. Per chiedere l’associazione di iPhone + scheda microsim al contratto ho dovuto faxare 19 pagine (diciannove, è giusto, non è un refuso). Poi lo han mandato di corsa, per carità, ma è bizzarro che uno spacciatore di tecnologia resti ancorato a un medium risalente ai primi anni ottanta e ti chieda di spedire l’Enciclopedia Britannica via doppino analogico.

Unpacking

Busta gialla very postal senza tanti fronzoli, con dentro una scatoletta bianca. Mi aspettavo una confezione più appariscente, e più grande, invece sono rimasto sorpreso dalla compattezza dell’involucro. Sfilando il coperchio avevo un po’ di timore, considerato il costo del telefono e la scontata esposizione del display, ma con un po’ di attenzione l’ho aperto e ho constatato che era integro, con le sue belle pellicole di protezione fronte e retro (sì, anche sul retro, mah). Sollevo l’iPhone e la prima sensazione è stata “Minchia che freddo che è, e quanto pesa! Sembra il coperchio di una tomba” (c’era un testimone che può confermare). Sollevo anche la vaschetta interna, vedo la curiosa disposizione dei libercoli disinformativi e sotto ad essi cavetto USB, cuffie e giunto per la presa a 220 volt. E bon, niente altro. Mentre commento sarcasticamente il mio collega mi guarda con compassione, e lo capisco. Lui è un tech enthusiast, io sono uno che della tech ne ha le badenpauell piene. Poi apro il portalibretti e trovo, infilata con maestria, la clippina per estrarre il cassettino della microsim (che a prima vista pareva un punteruolo per fare il reset), e partono i primi commenti sulla mamma degli ingegneri che hanno fatto le microsim, su quella di chi ha fatto quella clippina e anche un po’ su quella di Steve Jobs. Le istruzioni per usare la clippina sono stampate nell’alloggiamento della clippina che è nel portalibercoli che è nell’alloggiamento del portalibercoli che è sotto alla vaschetta porta-iPhone. Semplice no?

Accensione

Giuro che non ricordo di preciso se ha fatto “bip”, ma mi pare di sì. Dopo un po’, non subito. Appena acceso appare la mela a centro schermo, resta lì i suoi trenta secondi e poi fa “bip”, finché non compare il simbolo del cavetto USB che ti obbliga a connettere il telefono al PC (cosa che ritengo assurda) e a installare iTunes (cosa che ritengo ancora più assurda). Il cavetto ovviamente ha un attacco prorietario, figuriamoci se ti fanno un cavo USB normale, quindi già sai che se lo danneggi o lo perdi devi per forza comprarne uno Apple spendendo altri soldini. Apri il browser sul PC e cerchi iTunes, solo 77 Mbytes da scaricare, si vede che sta gente non sono mai stati in Italia e non sanno quale sia la disponibilità di banda internet. Scarico, installo, si avvia senza problemi. Mi chiede subito di registrarmi, in modo perentorio al punto che mi sono sentito obbligato a farlo (e forse lo ero per davvero, pena l’impossibilità di accedere, registrare e far funzionare il coso). Sbrigate le formalità compare subito la richiesta di aggiornamento del sistema operativo dell’iPhone, confezionato con la 4.0.1. Provo, si blocca tutto, lascio perdere.

Tentativi di approccio

Atteso appena 3 giorni per poter convertire i dati della mia SIM sulla microSIM ho finalmente potuto accendere l’iPhone con l’intento di usarlo per lo scopo principale per cui l’ho preso: telefonare. Sorpresa enorme: telefona per davvero. Faccio fatica ad adattarmi al touch screen, che litiga un po’ con la dimensione delle mie manacce e delle mie dita, ma dopo il primo giorno sono già più abile e comincio a familiarizzare con il “coperchio di tomba”. Rifletto su una cosa strana: il display non si sporca, non rimangono le ditate, e non capisco come sia possibile. Comunque display e il touch sono il male minore, e lo scopri non appena apri iTunes con la speranza che sia un software che ti permette “anche” di gestire il telefono. Non lo è. Trattasi di sistema per scaricare la musica e le applicazioni a pagamento, e in modo un po’ ottuso ed estremamente lontano dal concetto geek di “configurare”, dà anche qualche possibilità di accedere alle impostazioni del lastrone di marmo nero. Se non altro ha piena compatibilità con Outlook e quindi la gestione dei contatti dal vecchio E51 all’iPhone è rapida e quasi indolore. Sincronizzandolo si prende anche gli account di posta, i calendari e le note. Non malaccio, alla fine.

Le applicazioni

Delle applicazioni per ora me ne frego. Per ora. A parte quella free per Tumblr, che a mio parere serve come il pane. Quelle in dotazione sono semplici ed essenziali, e sono di una bellezza strepitosa. Ogni cosa che compare su quello schermo, anche quella più inutile, è così nitida e luminosa che ti fa dimenticare presto qualsiasi altro display. Provo subito le mappe, funzionano. Provo la bussola, rido come un bambino. Provo la calcolatrice, non c’è il simbolo della percentuale. Poi calendario, fotocamera, meteo. La fotocamera non mi piace molto, è un po’ infantile e non ho trovato come zoomare, ammesso che si possa. La più bella app è YouTube, per i contenuti ovviamente. Dell’iPhone si apprezza subito la velocità con cui si lavora o si “gioca”, la facilità con cui si connette alla rete wireless o a quella Edge/UMTS/HSDPA disponibile, la qualità del display, l’audio generoso. Anche un amante dei sistemi Windows based come me si trova subito a casa, nonostante i primi dissapori dovuti ad anni di malmostoso snobismo verso il marchio Apple.

Come lo uso e come lo userò

Lo uso per gestire la posta elettronica e gli appuntamenti, e come telefono, of course. Intravvedo ottime prospettive per quanto riguarda la geolocalizzazione, che pare alquanto precisa anche al chiuso (ieri sera mi sono spostato dalla cucina allo studio e il pallino si è spostato con me, poi qualcuno mi spiegherà come ciò sia possibile). In futuro non escludo la possibilità di scaricare qualche applicazione, cercando di stare in zona free, non per spilorceria ma per antipatia verso Steve Jobs (così, epidermica, non chiedetemi perché visto che non lo so). E sicuramente mi servirà alla Blogfest, così non porterò il netbook.

Ah, dimenticavo: in omaggio due adesivi della mela. Bianchi. Vabbé.





Angeli e Demoni

Sarà il cambio di stagione ma oggi1 sono certo di aver partecipato a questa discussione, di cui riporto i dialoghi. I protagonisti sono Angeli, Demoni e Sba. Angeli è un cucciolo di arcangelo, inviato sulla terra per preservare la mia anima, è alto quindici centimetri, ha una voce da adolescente vittima di Baden Powell ma baffi e capelli biondi da vichingo che pare Abraracourcix. Demoni è un mentecatto figlio di buonadonna, alto sì e no una spanna, rosso abbrustolito come un wurstel, dice di avere 350 anni e di essere discendente diretto dell’indimenticato Brot Caolila Aldamara Daiquirus, Demone di Settima Categoria della Legione di Craacrinolas2.

A: E’ arrivato il pacchettino, è arrivato il pacchettino! yuhuhuhuhu!

D: Ma sentila sta checca isterica, starnazza come un’ochetta nell’acqua…

A: Non ti permettere sai!

S: Ehi, voi due, piantatela. Ohhh, fammi vedere cosa c’è in questo pacchetto.

A: io lo soooo, io lo sooooo

D: Piantala!

S: (scart, sfrush, strapp, ziocan) Oddiosanto!

A: Lunga vita al boss (e si mette sull’attenti)

D: Alé, cominciamo con le bestemmie (si tocca apotropaicamente)

S: Ma guarda te che confezione del cavolo che gli han fatto a sto coso…

A: Bella, bianca, candida, uh, immacolata direi!

D: Che orrore, chi è il malato di mente che ha concepito sta roba?

S: Quel tizio là, come si chiama… boh

A: “Boh” è il cane di mio zio Maurilio, “Boh” è il cane di mio zio Maurilio!

D: Ma la smetti di ripetere sempre due volte le cose?? E poi piantala di fare quella vocina isterica da finto entusiasta della vita, sei patetico come un portaombrelli in vimini.

A: Sei cattivo, cattivo cattivo cattivo!

S: Ha ragione, tu sei cattivo e tu sei un rompiballe. Lasciatemi vedere qua, dai.

(sfila il coperchio della scatola, miserella, va detto, e guarda il contenuto)

D: Ahahahaha! Ma cosa cavolo è quell’affare? E’ liscio come la tavoletta del cesso!

S: Effettivamente…

A: Non ha i pulsantini! Ti hanno fregato!

D: Meglio, così non ci metti i tuoi ditini sporchi di marmellata, dannato marmocchio bavoso!

A: Cattivo! Ce lo dico al mio caposcout che sei cattivo.

D: Diglielo, io lo sto aspettando giù da basso per tutta una serie di motivi che sanno lui e la beneamata perpetua del parroco.

A: No!?! Dici che il caposcout se la fa con la Dorina?

D: Dico, dico. Fidati, quello ha trivellato più della Shell.

A: Ma non mi direeeeee. (Sospirone di sorpresa)

S: Ma cazzo! Sto coso pesa come una lastra di ghisa! Pensavo fosse più leggero, accidenti.

D: Eh, vuoi andare a fare il figo in giro col gadgettino e adesso ciapa lì e porta a cà.

A: Però è bellino eh, ha qualcosa di celestiale…

D: Sì, il costo.

S: Meno male, ci han messo anche le cuffie, pensavo già di dovermele comprare a parte

D: Da quando in qua ti compri la roba? Di solito non aspetti il rinnovamento tecnologico aziendale per approfittarne?

S: Ma cosa dici, non mi sono mai permesso! Il fatto che il maledetto incumbent ogni tanto decida di passarci robba nuova non significa che io ne approfitti. E poi, scusa, vorrai mica che dia a disposizione un cosino così prezioso a un, che ne so, un… elettricista?

A: Mio zio Doriano fa l’elettricista, mio zio Doriano fa l’elettricista!

S e D, in coro: MA PIANTALA!

(attimo di silenzio)

D: ma provi ad accenderlo, almeno, o resti lì a guardare sta lapide di marmo nero?

S: E cosa lo accendo a fare che non ho la … ah eccola qua, ma allora han pensato proprio a tutto!

A: A me pare un sottobicchiere

S: Non sto a spiegarti cos’è, non capiresti

D: Non è un sottobicchiere, è il coperchio della cripta dove di chiuderò, dannato pennuto ermafrodita

A: Uh? Spetta, e… er… ematocrito… erasmo da rotterdam… ermetico… ecco qua, ermafrodita: “fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili“. Cioè?

D: Lascia perdere, scherzo della natura che non sei altro

A: Ha parlato il salsicciotto, ihihihihih

(SCIAFF!)

D: E adesso porgi l’altra guancia, ahr ahr ahr!

A: Io sta regola non l’ho mai capita del tutto, anzi, a dire il vero mi pare un po’ una stupidaggine. E comunque mi hai fatto male, stronzo!

S: Ehi, qui le parolacce le dico solo io, chiaro?

A: Beh, dai, avevo staccato un attimo il microfono, se da lassù non mi sentono è meglio

D: Posso dirne alcune io? Dai dai daiiiiI!

S: No, l’ultima volta han dovuto chiamare un esorcista per disinfestare quel bar dove ti sei messo a far bestemmiare la volpe imbalsamata sulla mensola.

D: Ahahahahah, gran scena, un lavoro da maestro!

S (tornando al pacco): Ehi, ma questo coso che diamine sarebbe? Guarda che spinotto gli hanno fatto…

A (presumibilmente interessato): sembra la dentiera di un ruminante

D: Lo è, direttamente presa in prestito da tua madre

A: Cattivo! Uéhhhééééèhhhhh! (frigna a squarciagola)

S: Ecco, geniale, ci mancava solo che lo facessi piangere

D: Non ha il necessario sense of humour sto ocone

A: Uééééééééééééééééééééé (sempre più forte)

(SCIAFF!)

A: … ma…. ma…

D: Ma niente! Basta!

S: Che faccio, lo accendo?

A: Sì, sì, dai, dai! (sfregandosi la guancia arrossata)

D: Potrei accendertelo io, ma non sarebbe più così liscio a 1250°C (sghignazza)

(click)

(bip)

D: Non dire cazzate, non ha fatto “bip”!

S: Eh vabbé, dai, volevo fare un po’ di scena…

D: Cialtrone.

A: E adesso?

D: Scommetto che devi installare 70 mega di programmi (sghignazza silenziosamente)

S: Infatti, cazzo.

D: Shut down that crap!

S: Non posso, ho fatto la mia scelta ormai.

A: E sarebbe quella? Un coso che per funzionare deve essere collegato a iTunes?

S: Eh…

D: Ehi frignone, mi sa che ce lo siamo perso questo qui

A: Dici eh? Anche a me pare che non ci sia scampo

D: Che facciamo, andiamo?

A: Ok, che è anche ora di cena

D: Cosa ti prepara di buono “holy gorgeous mary“?

A: Stasera broccoli, e non chiamarla così.

D: Cazzo, e poi dicono dell’inferno…

A: Eh, lassa perde

D: Ciao và

A: Ciao

(Flap, flap, flap)


1: Oggi mi è arrivato, capita.

2: Non ringrazierò mai abbastanza il grande Stefano Benni

Signore, allontana da me questo calice (ma non troppo, a meno che non intendi rabboccare)

Alla fine ho capitolato e andrò alla Blogfest. Io che blogger non sono, nel senso che io di cose da dire ne ho poche e fanno cagare. Ci andrò perché farà bello, e non farà caldo, e potrò stare seduto al bar della piazzetta a bere, anche da solo, guardando le fottute anatre del lago. E se vedrò le tante brave persone che conosco, bene, altrimenti pazienza. Sarò quello con gli occhiali termoionici, fotocosi, quelli che vengono scuri, insomma, e occuperò lo spazio necessario a respirare senza invadere quello altrui. Per noi lontani è un investimento, andare a Riva. Son quasi 5 ore di macchina, soldi in hotel, soldi in birra, soldi in cialtronate varie, soldi in autostrada, soldi per mangiare. Ma ci si va, ci si reincontra dopo un anno con la gente che bazzica la rete per qualcosa di più edificante di facebook (spero, insomma, mi sforzo di credere che sia così).

Sarò al bar, chi mi vorrà riconoscere potrà farlo seguendo l’onda d’urto dei miei rutti.

Chi sa raccontare le storie, le racconti

E’ una fortuna che al mondo ci siano persone che hanno delle storie da raccontare. E’ una fortuna che al mondo ci siano delle persone che sanno raccontarle bene, le storie. E’ una fortuna che al mondo ci sia una persona come Mitia, che quando scrive ti buca il cuore e ti fa sanguinare dentro.

Sono felice che adesso abbia una casa tutta sua. Tu, adesso, devi soltanto leggere.

Io Italia, Tu Nisìa

Si è sentita soprattutto la mancanza di Re Erode, laggiù, che purtroppo non era fra gli invitati (cit. adattata da quel fuori di testa di Wodehouse).

Ah, dimenticavo, sono sopravvissuto, mio e vostro malgrado.

Periodo blu

Vedo tutto blu

vedo le macchine blu

vedo i camion blu

che poi i camion

al plurale

sarebbero i cami

ma comunque

vedo i bambini blu

vedo lo schermo blu

vedo il conto in banca

blu anche lui

che non è rosso ma nemmeno verde

comunque andrebbe bene

però è blu.

Amore mio

vedo blu anche te

ma solo il dito

che ti sei schiacciata l’altro giorno.

E anche questo è amore,

blu.

Perché non si dica che scrivo solo cazzate

Metti tipo che ti serve caricare dei files su un blog wordpress. Metti che questi files siano dei DXF di Autocad e il caricamento files risponda con “Il tipo di file non rientra nei limiti imposti dai criteri di sicurezza. Provane un altro”. Metti che devi risolvere il problema in qualche modo e non sai dove battere la crania.

Io ho fatto così:

- Google
- trovo un articolo di Gurucoder che parla del medesimo problema (ma sui rar)
- sfrutto le sue indicazioni (grazie) e mi domando quale sia il mime type dei dxf.
- Google n’artra volta e vengo qui
- cerco il mime type che fa per me: application/dxf
- edito nella cartella wp-includes/functions.php e alla linea 2316 aggiungo

‘dxf’ => ‘application/dxf’,

- [notare la virgola alla fine, necessaria] salvo e faccio upload
- torno sulla pagina Wp per fare il caricamento del file, facendo prima shift + F5 per fare refresh pulendo la cache del browser

E il problema è risolto. Ok, questo post non fa ridere ma almeno servirà a qualcuno, spero.