Web Life

Yes, no, cancel

Alla scadenza del dominio vien sempre la stessa domanda, e anche quest’anno la risposta è Yes. NYFT compie otto anni, gli ho regalato una bicicletta. Nel weekend non ci sarò, lo lascerò dai nonni, e poi al ritorno giocheremo insieme.

Come entrare in possesso di un iPhone 4 e sopravvivere lo stesso

Come ho già accennato altrove, dopo anni di onorato servizio i mio Nokia E51 mi ha abbandonato (non del tutto ma a tenerlo sempre in tasca si sentiva più niente). Sono quindi entrato in possesso di un iPhone 4, mio malgrado. Sì, perché la scelta possibile ricadeva sul giocattolone di Apple, sul Nokia N97 mini o sul Blackberry Storm 2. Come accade in questi casi si chiedono informazioni in giro a chi già da tempo si gingilla con quegli arnesi, e il più delle volte si ascolta la vox populi. Questo è il caso in cui, totalmente impreparato sull’argomento, ho dovuto piegare la mia indole alla nuova tecnologia, e son qui per parlarne, stavolta e basta (spero), perché credo che vi sia più d’uno che si trova nella stessa situazione e non ha gli amici scriteriati e preparati che ho io.

Premessa: TIM è come un ministero

Avendo un contratto con questi signori la scelta è stata obbligata, trattandosi di telefono aziendale. Il nuovo accrocchio denominato Impresa Semplice è qualcosa di aberrante, a mio modesto parere. Per chiedere l’associazione di iPhone + scheda microsim al contratto ho dovuto faxare 19 pagine (diciannove, è giusto, non è un refuso). Poi lo han mandato di corsa, per carità, ma è bizzarro che uno spacciatore di tecnologia resti ancorato a un medium risalente ai primi anni ottanta e ti chieda di spedire l’Enciclopedia Britannica via doppino analogico.

Unpacking

Busta gialla very postal senza tanti fronzoli, con dentro una scatoletta bianca. Mi aspettavo una confezione più appariscente, e più grande, invece sono rimasto sorpreso dalla compattezza dell’involucro. Sfilando il coperchio avevo un po’ di timore, considerato il costo del telefono e la scontata esposizione del display, ma con un po’ di attenzione l’ho aperto e ho constatato che era integro, con le sue belle pellicole di protezione fronte e retro (sì, anche sul retro, mah). Sollevo l’iPhone e la prima sensazione è stata “Minchia che freddo che è, e quanto pesa! Sembra il coperchio di una tomba” (c’era un testimone che può confermare). Sollevo anche la vaschetta interna, vedo la curiosa disposizione dei libercoli disinformativi e sotto ad essi cavetto USB, cuffie e giunto per la presa a 220 volt. E bon, niente altro. Mentre commento sarcasticamente il mio collega mi guarda con compassione, e lo capisco. Lui è un tech enthusiast, io sono uno che della tech ne ha le badenpauell piene. Poi apro il portalibretti e trovo, infilata con maestria, la clippina per estrarre il cassettino della microsim (che a prima vista pareva un punteruolo per fare il reset), e partono i primi commenti sulla mamma degli ingegneri che hanno fatto le microsim, su quella di chi ha fatto quella clippina e anche un po’ su quella di Steve Jobs. Le istruzioni per usare la clippina sono stampate nell’alloggiamento della clippina che è nel portalibercoli che è nell’alloggiamento del portalibercoli che è sotto alla vaschetta porta-iPhone. Semplice no?

Accensione

Giuro che non ricordo di preciso se ha fatto “bip”, ma mi pare di sì. Dopo un po’, non subito. Appena acceso appare la mela a centro schermo, resta lì i suoi trenta secondi e poi fa “bip”, finché non compare il simbolo del cavetto USB che ti obbliga a connettere il telefono al PC (cosa che ritengo assurda) e a installare iTunes (cosa che ritengo ancora più assurda). Il cavetto ovviamente ha un attacco prorietario, figuriamoci se ti fanno un cavo USB normale, quindi già sai che se lo danneggi o lo perdi devi per forza comprarne uno Apple spendendo altri soldini. Apri il browser sul PC e cerchi iTunes, solo 77 Mbytes da scaricare, si vede che sta gente non sono mai stati in Italia e non sanno quale sia la disponibilità di banda internet. Scarico, installo, si avvia senza problemi. Mi chiede subito di registrarmi, in modo perentorio al punto che mi sono sentito obbligato a farlo (e forse lo ero per davvero, pena l’impossibilità di accedere, registrare e far funzionare il coso). Sbrigate le formalità compare subito la richiesta di aggiornamento del sistema operativo dell’iPhone, confezionato con la 4.0.1. Provo, si blocca tutto, lascio perdere.

Tentativi di approccio

Atteso appena 3 giorni per poter convertire i dati della mia SIM sulla microSIM ho finalmente potuto accendere l’iPhone con l’intento di usarlo per lo scopo principale per cui l’ho preso: telefonare. Sorpresa enorme: telefona per davvero. Faccio fatica ad adattarmi al touch screen, che litiga un po’ con la dimensione delle mie manacce e delle mie dita, ma dopo il primo giorno sono già più abile e comincio a familiarizzare con il “coperchio di tomba”. Rifletto su una cosa strana: il display non si sporca, non rimangono le ditate, e non capisco come sia possibile. Comunque display e il touch sono il male minore, e lo scopri non appena apri iTunes con la speranza che sia un software che ti permette “anche” di gestire il telefono. Non lo è. Trattasi di sistema per scaricare la musica e le applicazioni a pagamento, e in modo un po’ ottuso ed estremamente lontano dal concetto geek di “configurare”, dà anche qualche possibilità di accedere alle impostazioni del lastrone di marmo nero. Se non altro ha piena compatibilità con Outlook e quindi la gestione dei contatti dal vecchio E51 all’iPhone è rapida e quasi indolore. Sincronizzandolo si prende anche gli account di posta, i calendari e le note. Non malaccio, alla fine.

Le applicazioni

Delle applicazioni per ora me ne frego. Per ora. A parte quella free per Tumblr, che a mio parere serve come il pane. Quelle in dotazione sono semplici ed essenziali, e sono di una bellezza strepitosa. Ogni cosa che compare su quello schermo, anche quella più inutile, è così nitida e luminosa che ti fa dimenticare presto qualsiasi altro display. Provo subito le mappe, funzionano. Provo la bussola, rido come un bambino. Provo la calcolatrice, non c’è il simbolo della percentuale. Poi calendario, fotocamera, meteo. La fotocamera non mi piace molto, è un po’ infantile e non ho trovato come zoomare, ammesso che si possa. La più bella app è YouTube, per i contenuti ovviamente. Dell’iPhone si apprezza subito la velocità con cui si lavora o si “gioca”, la facilità con cui si connette alla rete wireless o a quella Edge/UMTS/HSDPA disponibile, la qualità del display, l’audio generoso. Anche un amante dei sistemi Windows based come me si trova subito a casa, nonostante i primi dissapori dovuti ad anni di malmostoso snobismo verso il marchio Apple.

Come lo uso e come lo userò

Lo uso per gestire la posta elettronica e gli appuntamenti, e come telefono, of course. Intravvedo ottime prospettive per quanto riguarda la geolocalizzazione, che pare alquanto precisa anche al chiuso (ieri sera mi sono spostato dalla cucina allo studio e il pallino si è spostato con me, poi qualcuno mi spiegherà come ciò sia possibile). In futuro non escludo la possibilità di scaricare qualche applicazione, cercando di stare in zona free, non per spilorceria ma per antipatia verso Steve Jobs (così, epidermica, non chiedetemi perché visto che non lo so). E sicuramente mi servirà alla Blogfest, così non porterò il netbook.

Ah, dimenticavo: in omaggio due adesivi della mela. Bianchi. Vabbé.





Angeli e Demoni

Sarà il cambio di stagione ma oggi1 sono certo di aver partecipato a questa discussione, di cui riporto i dialoghi. I protagonisti sono Angeli, Demoni e Sba. Angeli è un cucciolo di arcangelo, inviato sulla terra per preservare la mia anima, è alto quindici centimetri, ha una voce da adolescente vittima di Baden Powell ma baffi e capelli biondi da vichingo che pare Abraracourcix. Demoni è un mentecatto figlio di buonadonna, alto sì e no una spanna, rosso abbrustolito come un wurstel, dice di avere 350 anni e di essere discendente diretto dell’indimenticato Brot Caolila Aldamara Daiquirus, Demone di Settima Categoria della Legione di Craacrinolas2.

A: E’ arrivato il pacchettino, è arrivato il pacchettino! yuhuhuhuhu!

D: Ma sentila sta checca isterica, starnazza come un’ochetta nell’acqua…

A: Non ti permettere sai!

S: Ehi, voi due, piantatela. Ohhh, fammi vedere cosa c’è in questo pacchetto.

A: io lo soooo, io lo sooooo

D: Piantala!

S: (scart, sfrush, strapp, ziocan) Oddiosanto!

A: Lunga vita al boss (e si mette sull’attenti)

D: Alé, cominciamo con le bestemmie (si tocca apotropaicamente)

S: Ma guarda te che confezione del cavolo che gli han fatto a sto coso…

A: Bella, bianca, candida, uh, immacolata direi!

D: Che orrore, chi è il malato di mente che ha concepito sta roba?

S: Quel tizio là, come si chiama… boh

A: “Boh” è il cane di mio zio Maurilio, “Boh” è il cane di mio zio Maurilio!

D: Ma la smetti di ripetere sempre due volte le cose?? E poi piantala di fare quella vocina isterica da finto entusiasta della vita, sei patetico come un portaombrelli in vimini.

A: Sei cattivo, cattivo cattivo cattivo!

S: Ha ragione, tu sei cattivo e tu sei un rompiballe. Lasciatemi vedere qua, dai.

(sfila il coperchio della scatola, miserella, va detto, e guarda il contenuto)

D: Ahahahaha! Ma cosa cavolo è quell’affare? E’ liscio come la tavoletta del cesso!

S: Effettivamente…

A: Non ha i pulsantini! Ti hanno fregato!

D: Meglio, così non ci metti i tuoi ditini sporchi di marmellata, dannato marmocchio bavoso!

A: Cattivo! Ce lo dico al mio caposcout che sei cattivo.

D: Diglielo, io lo sto aspettando giù da basso per tutta una serie di motivi che sanno lui e la beneamata perpetua del parroco.

A: No!?! Dici che il caposcout se la fa con la Dorina?

D: Dico, dico. Fidati, quello ha trivellato più della Shell.

A: Ma non mi direeeeee. (Sospirone di sorpresa)

S: Ma cazzo! Sto coso pesa come una lastra di ghisa! Pensavo fosse più leggero, accidenti.

D: Eh, vuoi andare a fare il figo in giro col gadgettino e adesso ciapa lì e porta a cà.

A: Però è bellino eh, ha qualcosa di celestiale…

D: Sì, il costo.

S: Meno male, ci han messo anche le cuffie, pensavo già di dovermele comprare a parte

D: Da quando in qua ti compri la roba? Di solito non aspetti il rinnovamento tecnologico aziendale per approfittarne?

S: Ma cosa dici, non mi sono mai permesso! Il fatto che il maledetto incumbent ogni tanto decida di passarci robba nuova non significa che io ne approfitti. E poi, scusa, vorrai mica che dia a disposizione un cosino così prezioso a un, che ne so, un… elettricista?

A: Mio zio Doriano fa l’elettricista, mio zio Doriano fa l’elettricista!

S e D, in coro: MA PIANTALA!

(attimo di silenzio)

D: ma provi ad accenderlo, almeno, o resti lì a guardare sta lapide di marmo nero?

S: E cosa lo accendo a fare che non ho la … ah eccola qua, ma allora han pensato proprio a tutto!

A: A me pare un sottobicchiere

S: Non sto a spiegarti cos’è, non capiresti

D: Non è un sottobicchiere, è il coperchio della cripta dove di chiuderò, dannato pennuto ermafrodita

A: Uh? Spetta, e… er… ematocrito… erasmo da rotterdam… ermetico… ecco qua, ermafrodita: “fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili“. Cioè?

D: Lascia perdere, scherzo della natura che non sei altro

A: Ha parlato il salsicciotto, ihihihihih

(SCIAFF!)

D: E adesso porgi l’altra guancia, ahr ahr ahr!

A: Io sta regola non l’ho mai capita del tutto, anzi, a dire il vero mi pare un po’ una stupidaggine. E comunque mi hai fatto male, stronzo!

S: Ehi, qui le parolacce le dico solo io, chiaro?

A: Beh, dai, avevo staccato un attimo il microfono, se da lassù non mi sentono è meglio

D: Posso dirne alcune io? Dai dai daiiiiI!

S: No, l’ultima volta han dovuto chiamare un esorcista per disinfestare quel bar dove ti sei messo a far bestemmiare la volpe imbalsamata sulla mensola.

D: Ahahahahah, gran scena, un lavoro da maestro!

S (tornando al pacco): Ehi, ma questo coso che diamine sarebbe? Guarda che spinotto gli hanno fatto…

A (presumibilmente interessato): sembra la dentiera di un ruminante

D: Lo è, direttamente presa in prestito da tua madre

A: Cattivo! Uéhhhééééèhhhhh! (frigna a squarciagola)

S: Ecco, geniale, ci mancava solo che lo facessi piangere

D: Non ha il necessario sense of humour sto ocone

A: Uééééééééééééééééééééé (sempre più forte)

(SCIAFF!)

A: … ma…. ma…

D: Ma niente! Basta!

S: Che faccio, lo accendo?

A: Sì, sì, dai, dai! (sfregandosi la guancia arrossata)

D: Potrei accendertelo io, ma non sarebbe più così liscio a 1250°C (sghignazza)

(click)

(bip)

D: Non dire cazzate, non ha fatto “bip”!

S: Eh vabbé, dai, volevo fare un po’ di scena…

D: Cialtrone.

A: E adesso?

D: Scommetto che devi installare 70 mega di programmi (sghignazza silenziosamente)

S: Infatti, cazzo.

D: Shut down that crap!

S: Non posso, ho fatto la mia scelta ormai.

A: E sarebbe quella? Un coso che per funzionare deve essere collegato a iTunes?

S: Eh…

D: Ehi frignone, mi sa che ce lo siamo perso questo qui

A: Dici eh? Anche a me pare che non ci sia scampo

D: Che facciamo, andiamo?

A: Ok, che è anche ora di cena

D: Cosa ti prepara di buono “holy gorgeous mary“?

A: Stasera broccoli, e non chiamarla così.

D: Cazzo, e poi dicono dell’inferno…

A: Eh, lassa perde

D: Ciao và

A: Ciao

(Flap, flap, flap)


1: Oggi mi è arrivato, capita.

2: Non ringrazierò mai abbastanza il grande Stefano Benni

Signore, allontana da me questo calice (ma non troppo, a meno che non intendi rabboccare)

Alla fine ho capitolato e andrò alla Blogfest. Io che blogger non sono, nel senso che io di cose da dire ne ho poche e fanno cagare. Ci andrò perché farà bello, e non farà caldo, e potrò stare seduto al bar della piazzetta a bere, anche da solo, guardando le fottute anatre del lago. E se vedrò le tante brave persone che conosco, bene, altrimenti pazienza. Sarò quello con gli occhiali termoionici, fotocosi, quelli che vengono scuri, insomma, e occuperò lo spazio necessario a respirare senza invadere quello altrui. Per noi lontani è un investimento, andare a Riva. Son quasi 5 ore di macchina, soldi in hotel, soldi in birra, soldi in cialtronate varie, soldi in autostrada, soldi per mangiare. Ma ci si va, ci si reincontra dopo un anno con la gente che bazzica la rete per qualcosa di più edificante di facebook (spero, insomma, mi sforzo di credere che sia così).

Sarò al bar, chi mi vorrà riconoscere potrà farlo seguendo l’onda d’urto dei miei rutti.

Chi sa raccontare le storie, le racconti

E’ una fortuna che al mondo ci siano persone che hanno delle storie da raccontare. E’ una fortuna che al mondo ci siano delle persone che sanno raccontarle bene, le storie. E’ una fortuna che al mondo ci sia una persona come Mitia, che quando scrive ti buca il cuore e ti fa sanguinare dentro.

Sono felice che adesso abbia una casa tutta sua. Tu, adesso, devi soltanto leggere.

Io Italia, Tu Nisìa

Si è sentita soprattutto la mancanza di Re Erode, laggiù, che purtroppo non era fra gli invitati (cit. adattata da quel fuori di testa di Wodehouse).

Ah, dimenticavo, sono sopravvissuto, mio e vostro malgrado.

Periodo blu

Vedo tutto blu

vedo le macchine blu

vedo i camion blu

che poi i camion

al plurale

sarebbero i cami

ma comunque

vedo i bambini blu

vedo lo schermo blu

vedo il conto in banca

blu anche lui

che non è rosso ma nemmeno verde

comunque andrebbe bene

però è blu.

Amore mio

vedo blu anche te

ma solo il dito

che ti sei schiacciata l’altro giorno.

E anche questo è amore,

blu.

Perché non si dica che scrivo solo cazzate

Metti tipo che ti serve caricare dei files su un blog wordpress. Metti che questi files siano dei DXF di Autocad e il caricamento files risponda con “Il tipo di file non rientra nei limiti imposti dai criteri di sicurezza. Provane un altro”. Metti che devi risolvere il problema in qualche modo e non sai dove battere la crania.

Io ho fatto così:

- Google
- trovo un articolo di Gurucoder che parla del medesimo problema (ma sui rar)
- sfrutto le sue indicazioni (grazie) e mi domando quale sia il mime type dei dxf.
- Google n’artra volta e vengo qui
- cerco il mime type che fa per me: application/dxf
- edito nella cartella wp-includes/functions.php e alla linea 2316 aggiungo

‘dxf’ => ‘application/dxf’,

- [notare la virgola alla fine, necessaria] salvo e faccio upload
- torno sulla pagina Wp per fare il caricamento del file, facendo prima shift + F5 per fare refresh pulendo la cache del browser

E il problema è risolto. Ok, questo post non fa ridere ma almeno servirà a qualcuno, spero.

Stranger in a strange land

Proprio mentre mi trovo in una situazione ridicola secondo cui il mio tempo libero è finito sotto un treno, scopro grazie a Phonkmeister che qualcuno più malato di me (detto col sorriso sulle labbra) si è messo a fare una mappa dei blog con relativi collegamenti. Un lavorone, diciamolo. Solo, la cosa più angosciante è che ci sia anche NYFT in quel disegno. Mi vergogno, ecco.

Tu Slegami

Non chiedetemi perché, ma gallizio mi ha istigato a fare una delle cose più inusitate della mia vita: una prefazione. E il layout del libro Tu Slegami, che vi invito a scaricare in PDF. Se volete, ovviamente.

Tu slegami è un non-viaggio fra l’eco dei metasilenzi. Hackim Bey deve tornare sul suo pianeta ma non può farlo senza le parole, alimento della sua astronave. La necessità di fuggire prima che esploda tutto è effimera, perché non c’è un tutto, non c’è un’astronave, non c’è nessun pianeta. Paradigma della vita, il voler fuggire dal bisogno per bisogno è ricorsivo e suicida: l’antiaccontentamento come stimolo e condanna. Alla fine Hackim ce la fa a distaccarsi dall’esistenza di questo mondo, ma non per raggiungere il suo pianeta in uno spazio-tempo distorto bensì per scomparire, semplicemente, smaterializzandosi in un turbinio di dolorosi versi.
Tu slegami è un omicidio a mani bianche, efferato e inspiegabile, nella pelosità nulla di un mondo arido e incapace di reagire. Come una gradinata dopo una grandinata, spigoli pericolosi su marmi sdruccioli, il dolore della maturazione contrapposto al pericoloso disequilibrio in un inevitabile anelito vitale. Salire, fuggire, decollare per non ritornare, e poi scoprire che non si è mosso un passo, e le ferite che sanguinano copiosamente. Slegarsi da un mondo per incatenarsi a testa in giù nel nulla: il misero destino di chi ha bisogno di trovare le parole già prodotte e non ne sa fare di sue. Non è sufficiente la postura, serve un motivo per andarsene e uno per giungere, senza i quali il viaggio avrà termine nel medesimo punto da cui è partito, ma col danno di molte energie bruciate e rimpiante.
Tu slegami sarebbe da leggere dietro prescrizione medica, da consumarsi lontano dai pasti e dalle eresie degli schemi preordinati, ponendo attenzione a non incespicare nelle trappole del conformismo schifoso e appuntito di cui l’imbecillità inumana dei troppi farisei si nutre.