Archivi per la categoria ‘Web Life’
E’ una fortuna che al mondo ci siano persone che hanno delle storie da raccontare. E’ una fortuna che al mondo ci siano delle persone che sanno raccontarle bene, le storie. E’ una fortuna che al mondo ci sia una persona come Mitia, che quando scrive ti buca il cuore e ti fa sanguinare dentro.
Sono felice che adesso abbia una casa tutta sua. Tu, adesso, devi soltanto leggere.
Si è sentita soprattutto la mancanza di Re Erode, laggiù, che purtroppo non era fra gli invitati (cit. adattata da quel fuori di testa di Wodehouse).
Ah, dimenticavo, sono sopravvissuto, mio e vostro malgrado.
Vedo tutto blu
vedo le macchine blu
vedo i camion blu
che poi i camion
al plurale
sarebbero i cami
ma comunque
vedo i bambini blu
vedo lo schermo blu
vedo il conto in banca
blu anche lui
che non è rosso ma nemmeno verde
comunque andrebbe bene
però è blu.
Amore mio
vedo blu anche te
ma solo il dito
che ti sei schiacciata l’altro giorno.
E anche questo è amore,
blu.
Metti tipo che ti serve caricare dei files su un blog wordpress. Metti che questi files siano dei DXF di Autocad e il caricamento files risponda con “Il tipo di file non rientra nei limiti imposti dai criteri di sicurezza. Provane un altro”. Metti che devi risolvere il problema in qualche modo e non sai dove battere la crania.
Io ho fatto così:
- Google
- trovo un articolo di Gurucoder che parla del medesimo problema (ma sui rar)
- sfrutto le sue indicazioni (grazie) e mi domando quale sia il mime type dei dxf.
- Google n’artra volta e vengo qui
- cerco il mime type che fa per me: application/dxf
- edito nella cartella wp-includes/functions.php e alla linea 2316 aggiungo
‘dxf’ => ‘application/dxf’,
- [notare la virgola alla fine, necessaria] salvo e faccio upload
- torno sulla pagina Wp per fare il caricamento del file, facendo prima shift + F5 per fare refresh pulendo la cache del browser
E il problema è risolto. Ok, questo post non fa ridere ma almeno servirà a qualcuno, spero.
Proprio mentre mi trovo in una situazione ridicola secondo cui il mio tempo libero è finito sotto un treno, scopro grazie a Phonkmeister che qualcuno più malato di me (detto col sorriso sulle labbra) si è messo a fare una mappa dei blog con relativi collegamenti. Un lavorone, diciamolo. Solo, la cosa più angosciante è che ci sia anche NYFT in quel disegno. Mi vergogno, ecco.
Non chiedetemi perché, ma gallizio mi ha istigato a fare una delle cose più inusitate della mia vita: una prefazione. E il layout del libro Tu Slegami, che vi invito a scaricare in PDF. Se volete, ovviamente.
Tu slegami è un non-viaggio fra l’eco dei metasilenzi. Hackim Bey deve tornare sul suo pianeta ma non può farlo senza le parole, alimento della sua astronave. La necessità di fuggire prima che esploda tutto è effimera, perché non c’è un tutto, non c’è un’astronave, non c’è nessun pianeta. Paradigma della vita, il voler fuggire dal bisogno per bisogno è ricorsivo e suicida: l’antiaccontentamento come stimolo e condanna. Alla fine Hackim ce la fa a distaccarsi dall’esistenza di questo mondo, ma non per raggiungere il suo pianeta in uno spazio-tempo distorto bensì per scomparire, semplicemente, smaterializzandosi in un turbinio di dolorosi versi.
Tu slegami è un omicidio a mani bianche, efferato e inspiegabile, nella pelosità nulla di un mondo arido e incapace di reagire. Come una gradinata dopo una grandinata, spigoli pericolosi su marmi sdruccioli, il dolore della maturazione contrapposto al pericoloso disequilibrio in un inevitabile anelito vitale. Salire, fuggire, decollare per non ritornare, e poi scoprire che non si è mosso un passo, e le ferite che sanguinano copiosamente. Slegarsi da un mondo per incatenarsi a testa in giù nel nulla: il misero destino di chi ha bisogno di trovare le parole già prodotte e non ne sa fare di sue. Non è sufficiente la postura, serve un motivo per andarsene e uno per giungere, senza i quali il viaggio avrà termine nel medesimo punto da cui è partito, ma col danno di molte energie bruciate e rimpiante.
Tu slegami sarebbe da leggere dietro prescrizione medica, da consumarsi lontano dai pasti e dalle eresie degli schemi preordinati, ponendo attenzione a non incespicare nelle trappole del conformismo schifoso e appuntito di cui l’imbecillità inumana dei troppi farisei si nutre.
Volevo solo dirvi che è uscito il Post sott l’Albero. Eggià.
Elena mi manda questo quesito esistenziale, non ho una risposta perché non credo alla fortuna, ma se qualcuno ce l’avesse lo dica, non si sa mai. (grazie)
Ho trovato
una coccinella morta
(e anche un po’ gialla)
sul bancone della cucina
al terzo piano di alexandra house, a paddington green, londra.
Secondo voi la fortuna mi viene lo stesso?
(Secondo me sì, perché bisogna tenere conto che è novembre e la coccinella di questa stagione è una rarità come il quadrifoglio)
Però non si sa mai, quindi chiedo
In un mondo così piccolo e ridicolo sembra impossibile che una stupidissima crisi creativa generi così tanta partecipazione. La splendida, e generosa, diciamolo, Daniela Losini ha ovviato al mio buco esistenziale con questo pezzo, che va a completare la biodiversità dei precedenti di Isa Dex e Fatacarabina. Tre modi di paretcipare, tre modi di vedere la marcescenza della mia discontinuità. Tre donne, meravigliose.
Secondo me se il Sir se viene a sapere che ho scritto il post per Sba e non ho ancora scritto il PslA mi manda Darth Vader e Yoda a casa. Loro suonano il campanello, apro la porta e non dicono niente. Rimaniamo muti per un po’.
Poi Yoda alza un dito verde e mi indica inequivocabilmente e Darth Vader, una volta detto anche Lord Fener, comincia a respirare in quel suo modo inconfondibile. Allora sento il lato oscuro della forza e stramazzo a terra per i sensi di colpa (comunque c’è tempo fino all’undici dicembre, una vita intera, dai, la morte nera può attendere).
A me piace essere ospite dei blog degli altri anche perché, va detto, io stessa mi sento ospite del mio e quindi credo di aver della buona creanza e di non trovarci nessuna differenza, perciò son naturale. Certe volte accanto a tutte le cose scritte e che scrivo per lavoro mi capita di pensare che mica sempre si riesce a raccontare anche del niente. Che poi raccontalo tu questo niente: tutte le ore che ti scorrono per le mani, le cose che succedono tipo quando vai nei grandi magazzini a fare un giro o in libreria e c’è sempre (non qualche volta, di solito, spesso: sempre) qualcuno che ti chiede informazioni sulle cose che lo capiscono poi questi che chiedono che te non lavori lì ma non resistono, non resistono ti devono chiedere, ti devono parlare. Avrò la faccia di una che risponde, quantomeno, mi dico io.
Che poi tu dici scrivi del niente e io subito penso: bisogna esser capaci di fare anche quello. Raccontalo, tu il niente.
Il niente sul quale riflettevo è che succede spesso che lascio la mia scrittura (e forse anche un po’ della mia voce interiore) imbrigliata. Faccio un esempio: quando la lista della spesa diventa un pezzo da editare, mi devo fermare e mi devo fare delle domande.
Poi ho letto di Sba che ha la crisi creativa e ho pensato: anche io ce l’ho. Di diverso genere scrivo troppo, moltissimo per lavoro (che è bellissimo) ma troppo poco per piacer mio. Mi pare tutto torni. Allora eccomi qui mentre racconto del mio niente e mi sento già meglio.
Adesso però che il cerchio è chiuso e il mio racconto del niente è finito, vogliate scusarmi. Suona il campanello. Ma non so mica se apro.
daniela_elle
Seconda puntata di “Un blog senza autore”, nel senso che son via di testa in questi giorni e non ho carburante per produrre frasi comprensibili e argomentare concetti. E come nei migliori sogni, quando hai delle difficoltà, gli amici ti vengono incontro e scrivono anche per te. Sono quei gesti gentili e sinceri, quelli che ti fanno sentire meglio e, per un paio di giorni, ti fanno posare la mazza con cui avresti voluto sfasciare tutto. Pertanto, cara Fata, grazie.
Io ho un amico immaginario.
Non l’ho cercato io, mi ha cercato lui. Un giorno all’improvviso mi ha parlato e da allora io mi sento un pochino più serena, perché come da bambina cercavo protezione nell’orso Teddy, da grande io c’avevo bisogno di un amico immaginario, che mi sorvegliasse da lontano, che mi dicesse se faccio minchiate e che con me ridesse e giocasse.
L’amico immaginario te lo immagini come vuoi e io quell’amico immaginario me lo ero sognato guardacaso moro e invece è biondo.
Me l’ero immaginato grande come un albero e infatti lo è ma non tanto quanto un baobab, anche se fa ombra.
Me l’ero immaginato con il vocione e invece ha una vocetta simpatica, da folletto.
Io con lui mi immaginavo che quando lo vedevo non avevo manco un pochino di timidezza e infatti quando l’ho visto, la prima volta che mi è apparso, io gli sono andata incontro e l’ho abbracciato ed ero tutta contenta che fosse così.
La mia immaginazione va sempre oltre, io mi faccio i film, e ovviamente se hai un amico immaginario, una come me si fa il sequel e pure il prequel, e lui, che è vero amico immaginario, non solo si diverte ma è capace anche di indicarmi la retta via, di ricordarmi che magari sbarello, di dirmi, senza manco un pelo sulla lingua, che a volte sono di un possessivo e di un eccessivo fastidioso, che esistono le libertà individuali e che il mio bene non diventa più grande solo perché lo dico io.
Poi stappa una Tabachera, mi guarda, e fa quel rumore che gli esce da dentro la pancia, che io la prima volta che l’ha fatto ho pensato che andava bene per mandar via tutti gli stronzi, insensibili e cafoni che incontro per strada.
Io il mio amico immaginario sapevo che era bravissimo con i giochi di parole, un genio, sapevo che era un cultore del viver bene, poi ho scoperto che ha un cuore grande come un appartamento e ci si sta tutti comodi dentro. Io sapevo che era forte, poi ho scoperto che assomiglia tutto a suo padre.
Sapevo che era buono, ma poi l’ho visto fare il pane, impastare l’acqua e la farina.
E se uno sa fare il pane, di lui ti puoi fidare.


