Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

Web Life

Facebook delle mie balle

E’ uscito Tap Roul, una meraviglia cartacea per palati fini e anime non ancora profanate dalle sfumature di grigio. Non ho idea se sia comprabile o leggibile, l’autore/curatore/deus ex machina Mario Pischedda dice, in forma riservata, “spammalo ad infinitum, vale il trittico : o baratto o elemosina o gratis (ma solo x chi soffre di stitichezza certificata)”. L’editore è Gallizio, l’uomo dei ravioli al Pleens. Il delirietto qui sotto è il mio piccolo contributo al libro. Il titolo del post è, ça va sans dire, di Mario Pischedda.

Facebook è una storia mal raccontata dove si narra di un tale che non voleva farsi trovare, e neppure cercare. È l’illusione di avere il culo sulla sedia, quando invece poggiata al calduccio c’è appena la testa, e non sempre è la tua. È la sicurezza di essere l’unico gatto maschio in una casa in calore che attrae con lusinghe fornicatorie ma non espone mai il cartellino del prezzo, al massimo quello del nome del padrone. Facebook è il “e tu chi minchia saresti” elevato a potenza, anche se neppure a Matera son da meno. È una ipercalorica porzione di dolce alla fine di un pasto suadente, una suggestione sulla digestione, praticamente un istigateau. Finisco il cibo, faccio sciarpetta trascurando il fatto di non essermela levata prima, sono finalmente satollo, mono e polinesiano, come Bikini ma con la esse pagata a parte. Satollo Sbikini, bel posto, ci voglio andare col mio amico pastore a fare una vaccanza, ma devo fare il vaccino prima di svaccarmi su quelle bianche scogliere. Magari là non mi prende l’Internet, ma nemmeno mi posa. Là fra quei lidi infestati da gronchi, crostacei rosa francobollati agli scogli con le loro chele. Là, nota, pacifica isola.

Facebook è ormai insito nella cultura popolare, ma più che un bene è un malanno, un cane malato enne volte, altrimenti sarebbe un malano. Facebook non è, ma ha. Possiede, noi e la nostra voglia di esserci per poter dire “c’ero” senza sapere se ci sono ancora. Me lo vendono come una soluzione, ma sono conscio di comprare un problema pagandolo caro e con gl’interessi, passivi pure loro. Su Facebook c’è il pulsante “mi piace” ma manca tutto il resto: “sei un cretino”, “ti vomiterei sulle scarpe”, “hai la faccia di una pantegana macilenta in cerca di cibo fra le baraccopoli di Lagos”. Propongo anche il pulsante “Puzzi”, che digitalmente rende bene l’idea, perché a puzzare è ciò che dici, e non ciò che essudi.

Su Facebook ti proponi col tuo nome, perché è ciò che ti rappresenta in società, salvo poi lamentarti che qualcuno ti cerca con quel nome, e a meno che non ti chiami Acamporo Regubelli Pissipù, è facile pure che quelli che ti stanno cercando ti scambino con qualcun altro da cui avanzano un vecchio debito. Su Facebook tu non sei, tu rappresenti ciò che pensi di essere, metti la foto più bella che hai di te, senza renderti conto di essere in realtà la perifrasi di un avvoltoio morto sulle sponde di una palude. Facebook è la didascalia in cirillico di un’immagine sbiadita e spennarellata con l’UniFosca, è la celebrazione della decerebrazione.

Come faccio a stare lontano da Facebook? La lontananza è andare, senza moto non c’è distanza. Quindi è semplice, non vado, resto, ma mi sincero che il motivo per cui resto sia di stucco, possibilmente pregiato, e non volgare imitazione. Perché non si può fare senza Facebook. Cosa, direte voi. Cosa cosa, dirò io, sapendo che una delle due è un verbo, e il verbo – si sa- si è fatto canne e deve ancora riprendersi dalla copula. Senza Facebook siamo persi, il nostro vicino di casa per spiarci sarebbe costretto ad affacciarsi alla finestra, e non sarebbe un bel vedere. Staremmo il giorno intiero a mettere in fila bestemmie come catadiottri senza sapere cosa sta facendo la nostra amica Kiki Lurbipalli Corcòn da Cornaredo. Come si fa, dico io. Si corre il rischio di perdersi in un bicchier d’acqua, di smarrirsi in un batter d’occhio che pur con tanto battere non ha alzato un quattrino, ancora. E poi l’occhio medesimo vuole la sua parte, ergendosi a magnaccia di se stesso dietro quella palpebra protettiva dove irride l’iride e le fa portare le cornee. Pensiero cristallino ma lenti dolenti, fosse congiuntivite? Fosse. Comuni ma non troppo.

Dieci anni

Sono ancora in tempo. Oggi questo blog festeggia dieci anni. La tiritera sul perché, percome, perquando la trovate nel post dell’anno scorso pari data, o dell’anno prima. Sono cambiate molte cose “fuori”, qui dentro praticamente niente. Quando potrò tornerò a togliere un po’ di ragnatele. Ah sì, il fatto che dieci è cifra tonda, beh, la penso così: quando ho festeggiato i dieci anni di matrimonio mia moglie era al mare e io ero in tenda con un’amica, in alta montagna. Abbiamo mangiato fagioli e bevuto chianti, poi il temporale ha flagellato la tenda per tutta la notte. Per dire: celebrare, celebro. Leso.

So che me ne pentirò

Odio persino il pensiero di farlo, ma voglio sperimentare un’azione di puro masochismo. Come altri, questo blog vive un profondo stato di crisi. E’ tutto pieno di cose stantie, puzza di muffa, sta accartocciato su una panchina del parco come un barbone. Siccome sono io che sorveglio da lontano questo lento appassimento, e un po’ ne soffro, chiedo aiuto. Non avendo stimoli endogeni, se mi mandate una mail a sba [at] nyft org e mi chiedete di farlo, scriverò un post per voi. Però, non avendo idea di cosa e come (e quando) verrà fuori, non so nemmeno cosa chiedere. Se a qualcuno interessa, lo faccia. Magari qualche ispirazione volante, un paio di temi, il taglio da dare al pezzo, quelle cose lì. Penso, anzi temo, che sia l’unico modo per tenere acceso il lumicino che ancora – per poco – impedisce al buio di allagare la mia volontà.

Pensandoci, credo di essere diventato un programmatore proprio perché ero certo che qualcuno mi avrebbe chiesto di scrivere (codice). E almeno lì, fino ad oggi, è stato un discreto successo.

Passato remoto

Un giorno pensai di cambiare genere al blog, ammesso che ne avesse mai avuto uno di riferimento. Guardai ai contenuti fin lì prodotti, consistenti in una sorta di narrazione convulsa che spaziava dal nonsense agli istinti suicidi, orientati fondamentalmente al faceto. Non poteva funzionare. Provai altre strade, nessuna funzionò. Smisi di scrivere. Funzionò.

Blogfest 2011 – Piccolo vademecum per chi non c’è mai stato

Come tutto il mondo dei blogger sa – consentitemi di esagerare – dal 30 settembre al 2 ottobre ci sarà la Blogfest 2011 in quel di Riva del Garda. Essendo ormai un veterano mi permetto di lasciare ai neofiti questo modesto agglomerato di regolucce, basato sulle esperienze precedenti. Non servirà a nulla, nella pratica, ma il fatto stesso di creare un po’ di sani preconcetti mi fa stare bene. (NdA: tutti i nomi citati sono di proprietà dei rispettivi titolari, nessun blogger è stato maltrattato per realizzare questo pezzo, ogni riferimento a persone o cose è un riferimento a persone o cose, Dania non è citata per scelta editoriale)

1) Proibite le cene con più di cinque partecipanti, a meno che sia tutta gnocca sorridente.
2) Proibito stare all’asciutto, ché la mucosa orale patisce di brutto.
3) Vietato andare ai BarCamp e alle conferenze, quella è roba per blogger.
4) Se vedi della stragnocca in giro a) non è una blogger, b) non è single e c) non hai speranze. O sei nel posto sbagliato.
4.1) Se vedi Gianluca Neri, probabilmente sei nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
4.2) Se vedi Gianluca Neri, anche lui penserà di essere nel posto sbagliato.
4.3) Se Gianluca Neri non ti saluta è perché non ti conosce. O non ti ha visto. O non è Gianluca Neri. Potrebbe essere Luca Sofri, ad esempio.
4.4) Se non vedi Gianluca Neri, è perché sei al bar.
4.5) Se invece di Gianluca Neri vedi Luca Sofri, lo distingui da Gianluca Neri perché è più basso di statura. E ti saluta.
4.6) Se sei al bar con Luca Sofri, amico mio, significa che ti sei già imbattuto nella regola n. 4 e ti è andata male come previsto.
5) E con questo non voglio dire che Gianluca Neri sia uno che non saluta, ma è difficile che ti conosca. Al limite chiedi a Sofri di salutartelo se lo vede.
5.1) Non è neppure detto che Luca Sofri conosca Gianluca Neri, o che lo voglia salutare da parte tua, ammesso che lo veda.
5.2) A questo punto, visto il casino, ‘scolta me, stai al bar.
6) Nomi altisonanti quali ErotiCamp o SexQualcosa: qualsiasi cosa lascino intendere – fidati – la fantasia ti ha fregato. Il chioschetto del porchettaro lì accanto consola chiunque.
7) I vari bar sui percorsi strategici hanno degli splendidi dehor da dove si può bere birra criticando sommessamente chiunque passi in strada.
7 bis) I dehor accanto ai musei sono indicati per intrattenersi con la Losini. Sempre che la Losini ti conceda un simile onore.
7 ter) La Losini non è criticabile, mai. Nemmeno se si intrattiene con gentaglia come te.
F) Rinforzo alla regola n.3: se ti viene voglia di partecipare come relatore a qualche BarCamp, fattela passare.
Q) Birra ad altra gradazione non se ne trova, se intendi sbronzarti di luppolame hai sbagliato posto.
x²) Eccezione alla regola n.3: se ci sono dei FoodCamp sappi che troverai persone allegre e gentili che ti diranno quanto è buono ciò che NON ti faranno assaggiare.
8.) No, ma proprio NO, ai gruppetti sui cuscinoni in zona palacoso. Persino le papere nel lago sono più socievoli. Meglio stare al bar. O con Luca Sofri.
8 bis) Sempre che i cuscinoni ci siano ancora e che qualcuno non se li sia fottuti.
9) Se ti presenti con “Ciao, sono $nickname“, sarai psicanalizzato. Se ti presenti con $nome $cognome ti prenderanno per pazzo. Se non ti presenti proprio, tutta salute.
10) Se senti ruttare “Di questa pira / l’orrendo foco“, sai dove trovarmi.

Google +

Non me ne frega un cazzo.

Stavolta abbiamo proprio esagerato

Non volevo raccontare del recente viaggio a Dubai, ma alcuni lettori mi hanno fatto pressioni e inviato messaggi minatori. Quindi, comme d’habitude, ho esagerato e ci ho fatto un pdf scaricabile. Per gli insulti, la mail è in copertina.

Edit: il buon Many mi ha mandato la versione epub, ringrazio ed ossequio, la trovate qui.

Poter parlare libero

Ora lo posso dire con tranquillità. Stanotte ho sognato e me ne ricordo gli estremi, cosa rara per il mio encefalo che, quando dorme, dorme così tanto che non si ricorda niente. Ho sognato che veniva la Signora Maria a cazziarmi, dicendomi qualcosa tipo: “Ecco, hai avuto l’occasione di creare qualcosa di originale, libero dagli schemi e dai preconcetti, e invece sei riuscito a fare il solito raccontino cercando il finale a effetto. E non ti sei nemmeno espresso tanto bene, se proprio te la devo dire tutta”. Mi sono svegliato un tantino risentito, perché, parlando di questo, aveva davvero ragione.

L’iPad e la deriva del mondo moderno

Gent.ma Apple, caro stiggio stivgiob Steve Jobs, cara Internet, Ill.mo Sistema di Vendita Online tutto,

Vi scrivo nell’era della globalizzazione, una parola che riempie la bocca dell’uomo medio lasciando di norma un retrogusto amarognolo dopo aver ingollato il boccone. Ho comprato un iPad, che volevo regalarlo, ma come detto altrove, facendolo con il dolo, perché regalare un oggetto tecnologico ad una moglie usufruttuaria dello stesso tetto del regalante significa – almeno quando esce con le amiche – impossessarsene e perderci del sano tempo. Dicevo, ho comprato quel coso, quel giocattolone, progettato in California e assemblato in Cina, sul sito italiano di un’azienda con sede in Francia che me lo ha spedito tramite un partner di Napoli.

Geografia a parte, l’ho ordinato venerdì 17, fregandomene delle superstizioni, e già sabato pomeriggio ho ricevuto una mail dove mi si richiedeva di confermare i dati della carta di credito a un numero di telefono di Milano, “sabato orario 9-13 / 14-17″, tariffa a scatti normale – ehi, hanno inventato i numeri verdi, giuro! – , come se stessi chiamando una qualsiasi impresa di pompe funebri o un lattaio. Sono le 16.30, chiamo, voce preregistrata che recita in perfetto accento materano una solfa di due minuti e poi conclude con “Al momento non possiamo risponderle”. Riprovo, riascolto la tiritera, incasso la stessa risposta. Riprovo ancora, riascolto limortaccisua di voce, e sempre lo stesso esito. I patemi da regalo in ritardo han cominciato a farsi galoppanti.

Il lunedì mattina ho chiamato il servizio clienti dove una voce gentilissima e non preregistrata mi diceva che avevo sbagliato numero, per la verifica delle carte di credito era quell’altro. Richiamo quello della tiritera, diversa, sarà perché è lunedì, e finalmente un giovinotto baldanzoso e aitante mi sdogana il pacco dopo che ho dimostrato di essere anch’io non preregistrato. In mezz’ora mi arriva una mail di conferma di spedizione, mentre in serata guardo il sito per capire a che punto è la faccenda è c’è scritto “ancora da spedire”. I miei patemi si sono subito iscritti all’ippodromo di Vinovo.

Martedì torno a casa per il pranzo e mi trovo il pacco a casa, in tutto il suo turgore. Mi felicito, imbosco per non far vedere alla moglie contenuto e fattura, poi vado sul sito e trovo scritto “ancora da spedire”. Chemmefrega, i patemi ormai erano già hamburger. E fin qui tutto bene, per carità. Solo che lo stesso venerdì 17 ho comprato altre cose da mandare ad altrettante persone, ho ricevuto conferme di spedizione, nessuna mail di verifica della carta di credito, nessun numero da chiamare, e il sito dice “spedito, sei in una botte di ferro”. Penso, se ho ricevuto io, a Cuneo, sperso fra le montagne, con una viabilità da Burkina Faso, il pacco californiano assemblato in Cina comprato in Francia e spedito da Napoli, figurati gli altri che sono andati in grandi città, tutte belle organizzate, con tangenziali e raccordi anulari e passanti autostradali, se non sono arrivati in tempo. Penso, mi tranquillizzo, e mi faccio una battuta al coltello di patema prenatalizio, con una spruzzatina di limone.

Passano i giorni e arriva natale, e il sito dice sempre per il mio pacco “ancora da spedire” e per gli altri “ziofagiano, fidati, cazzo, abbiamo spedito tutto, sei in una botte di acciaio inossidabile rinforzato al tungsteno e vanadio”, mentre i miei amici “vorrei-essere-destinatario-del-tuo-pacco” ancora han ricevuto niente. Mi dolgo, porgo scuse, addirittura uno di questi mi dice di aver dovuto guadare la periferia di Vicenza per andare a far la fila dal corriere insieme ad altri che già si stavano menando in attesa dei loro agognati pacchi. E per lo meno lui è riuscito a ricevere, e scopro pure stasera che quest’anno era riuscito a disintossicarsi dal malanno dei regali natalizi. Gli altri, nisba.

Mi consolo col giocattolone, cara Apple, caro Steve. Avete fatto un bel prodotto, mi piace, non mi fa la classica mantecatura alle palle tipica del notebook mentre lo uso sul divano, è fruibile anche a un ignorante in materia, pesa poco, la batteria dura una vita, l’audio è ottimo. La scatola, pure lei, è molto bella. Solo mi piacerebbe capire perché non funziona su una delle due porte USB del pc – che funziona con qualsiasi altro apparato, compreso l’iPhone 4 che già possiedo – e soprattutto perché, con quanto è bello il sistema operativo iOS, siete riusciti a fare un programma di merda come iTunes.

Cordiali saluti, buon resto delle festività, viva la globalizzazione.

Due parole sul Big Bang, o più che altro su un adorabile uomo di scienza.

Ho terminato stasera stessa, con grande rammarico (perché è terminato, non perché non mi sia piaciuto), il libro “La musica del Big Bang” del bravo Amedeo Balbi. Come molti sanno, o pochi, dipende dalla prospettiva con cui sono visti, io sembro allineato alla moda ma non lo sono, ma non sono nemmeno nella condizione opposta, diciamo che “sto” accanto, guardo passare il bus pieno di persone ma non ci salgo, non lo rincorro e non lo precedo. In questo contesto si capisce già quello che volevo dire: non ho ancora letto l’ultimo di Amedeo, “Seconda stella a destra“, perché adesso è di moda parlare di quel libro lì e io nel mio immaginario ritenevo più corretto leggere l’opera di debutto, se così si può chiamare. Ma l’ho già comprato, quello nuovo, precauzionalmente.

Introdotte le cialtronate di sorta, veniamo alla parte seria del mio post. In primis ho capito perché Alessandro Bonino, uno che io stimo a prescindere già solo per il fatto che ha un colbacco in vera pelliccia di colbacco, ritenga doveroso definire il Dott. Balbi con l’appellativo che suona come “il mio cosmologo di fiducia”. Già, Amedeo è un cosmologo, e io invece pensavo che fosse un astrofisico. Leggendo il libro capisci anche un po’ quale sia la differenza fra questi due termini (e non sto a fare la premessa sulla mia ignoranza, ormai proverbiale). Il fatto della fiducia, caro mio, dopo che ti sei letto tutto il libro capisci che in qualche modo “devi” fidarti di ciò che viene trattato. La mente umana è incredibilmente capace, ma in ogni essere opera su scenari differenti con diversi gradi di comprensiblità: ipoteticamente un buon muratore non sa fare il formaggio, un aviatore non sa andare in bicicletta e un cosmologo non sa leggere uno script in java. E così nemmeno un profanatore di sistemi informativi come il sottoscritto è in grado di comprendere a sufficienza la mostruosità di scienza che sta alla base della cosmologia. Insomma, mi fido di ciò che scrive, e mi piace pure.

Riguardo al libro non dico molto, dice già tutto lui, in modo fluido e quasi completamente “fruibile anche a una capra come me” (cit., dopo spiego) e penso che questo sia uno dei motivi per cui debba essere letto. Poi magari non ti piace la parte tecnico-scientifica, e allora puoi leggere l’indice analitico al fondo o guardare le figure. In definitiva, un argomento che ritenevo (da ignorante, come detto) fantasioso e privo di fondamento, il Big Bang, in realtà ha una struttura scientifica e una serie di teorie dimostrate e dimostrabili che lo rendono concreto e ne svelano i segreti, con buona pace di Fred Hoyle, il “romanziere” che lo battezzò con tale nome nell’intento di prenderne in giro la teoria di fondo.

A corollario tenevo a dire che Amedeo l’ho conosciuto a Riva del Garda nel 2009, ed è proprio un bell’uomo con marcato accento romano, magari un tantino basso di statura (specie se rapportato a me), ma è proprio una brava persona. E che grazie a FriendFeed ho avuto modo di fargli una domanda “in diretta” su un paragrafo che non avevo capito (“Pronto, Dott. Eco? Salve, non capisco la frase in fondo a pagina 145 del suo libro, quello del pendolo, me la spiega?” – “MavafFoucault!” – click – tut tut tut tut) e lui mi ha risposto subito chiarendomi l’arcano, non come Eco che invece mi ha buttato giù il telefono. E come un cialtrone qualsiasi gli ho segnalato un refuso e lui, dall’altro capo del cavo di rete, probabilmente sorrideva compassionevole. La citazione di cui sopra è il mio modesto tributo datogli in quello stesso direct message.

Compratelo, leggetelo. E’ scienza, funziona, e serve.