Mitologia, la fiction dell’antichità
A me piace la mitologia, quella greca per intenderci. Mi piace pensare che venisse letta con la stessa nonchalance con cui noi guardiamo una soap o una fiction. Anche perché di baggianate ce n’erano parecchie, in quei libri tipo Iliade od Odissea (senza l’od mi salta il ponte a leggerlo).
Dicevo, fra le tante storielle di cui si narrava a quei tempi, mi sovviene il passo dell’Iliade dove Astianatte viene gettato giù dalle mura di Troia. E qui parte la mia riflessione: con quale coraggio i genitori di questo bambino hanno permesso che venisse buttato giù dalle mura? E, peggio ancora, con quale coraggio lo hanno chiamato Astianatte? Ma come si fa, dico io, a chiamare un bambino Astianatte! I compagni di scuola lo avranno preso in giro per anni, come minimo. Asty, vieni a giocare (e giù a ridere), Astina misurami staceppa (e giù a ridere). Insomma, un’esistenza allucinante, per poco però, perchè arrivò Odisseo e non avendo altro da fare lo gettà dalle mura.
Ma torniamo sul nome: i genitori, che gli è frullato per la testa a chiamarlo così? La risposta è nel racconto stesso: il padre, Ettore, un energumeno con un nome pressoché normale, era maritato ad Andromaca (e qui il nome lascia già un po’ a desiderare), figlia di Eezione (ossignoreiddio). Ettore era figlio di Priamo, re di Troia, che era la città e non la moglie. La moglie era Ecuba. Si capisce quindi che con simili nomi in famiglia, se lo avessero ad esempio chiamato Osvaldo non sarebbero stati coerenti. Eppoi, al nipote del re, Osvaldo non sarebbe mica stato bene come nome.
Comunque, per ironia della sorte, Astianatte venne gettato giù dalle mura da uno con un nome peggio del suo, non Ulisse, come molti pensano e come ho scritto sopra per fuorviare il lettore. Ulisse infatti aveva già il pargolo fra le braccia quando arrivò Neottòlemo e disse No, cavolo, tutto te vuoi fare, e litighi con Achille, e attacchi le navi, e t’impicci con Teucro (l’inventore dell’idromarsaggio), e poi ammazzi Anfimaco, e poi ancora te le suoni con Patroclo. Basta, cazzo, ora tocca a me. Neottòlemo era uno che per anni venne preso a coglionella a causa dello stupido nome che portava, e questo lo segnò profondamente e lo frustrò così tanto da spingerlo a macchiarsi di atti di violenza inaudita, come appunto taccheggiare i surgelati all’esselunga o uccidere Astianatte.
Ora, molti si chiederanno perché turlupino un passo così crudele dell’Iliade. Beh, sappiate che il buon Astianatte aveva sì una mamma con un nome discutibile e un gusto per l’orrido nel dare il nome al figliolo, ma questa mamma era furba come una volpe, e sostituì il bimbino prima che Neottòlemo potesse gettarlo dalle mura. Finì che Astianatte si salvò e il figlio di qualcun altro perì per la bastardaggine della signora Andromaca. Il bimbo quindi crebbe e scappò in Sicilia per nascondersi dal malvagio Ulisse, il quale non era mica convinto che Neottòlemo avesse finito il lavoro. Astianatte, conscio di ciò, iniziò così a farsi chiamare Peppe, mise su famiglia e visse felice e contento finché non fu assassinato da Egisto, un altro con la psicosi da nome stupido. La leggenda narra che Peppe-Astianatte durante una discussione gli disse “secondo te, è sbagliato o è gisto?” (ridendo ovviamente) e quello prese il raptus convinto (a ragione) di essere stato sfottuto, e affondò la lama della sua vendetta nelle troiane carni di Peppe.
Morale della favola: nell’antica Grecia si divertivano come potevano. E probabilmente hanno ispirato quelli di Beautiful, infatti Ridge…
Verrà il momento
Verrà il momento, amico caro,
In cui ti sentirai isolato e a disagio,
In cui coloro che conosci si terranno a distanza,
anche quelli che ti hanno amato.
Verrà il momento, amico mio,
In cui non ti sentirai più bene con te stesso,
e quella tua maglietta fina sarà tanto stretta al punto che.
Stanne certo, fratello, arriverà quel momento.
Anche il tuo cane ti eviterà,
E sul bus troverai posto per via del fuggi fuggi,
E per strada la gente si scanserà per poi sparlare alle tue spalle,
Aumentando il peso della tua tristezza.
Verrà quel momento, amico, credimi,
In cui dovrai per forza farti una doccia.
Preludio
Il freddo pungente aveva spento ogni velleità di sonno. Interamente avvolto nel sacco a pelo, da cui spuntavano solo gli occhi lucidi e il naso intirizzito, stavo in silenzio a pensare. Il vento aveva sferzato la tenda per ore, con la costanza propria degli amanuensi medievali e la forza – e il fracasso – di cento bovini incazzati, e la temperatura di queste inospitali terre sembrava ancor più rigida ad ogni folata. La tenda, il freddo, la montagna. L’insonnia. Credevo ormai di aver superato quegli stati d’ansia che da sempre accompagnavano le notti prima di una grande ascensione, invece ero ancora lì, pervaso da quel fremito di incertezza che si insinua quando decidi consapevolmente di metterti in gioco.
Di lì a poco il vento cessò di schianto, sembrava persino fare meno freddo, almeno così diceva la percentuale di naso non ancora congelata. “Tanto riparte, vedrai che riparte a sbattere la sua violenza contro queste rocce” pensai, rassegnato. Attesi, trattenendo il fiato per cogliere ogni minimo sibilo. Niente. Un cupo silenzio aveva preso il posto di ore di baccano, come se avessero staccato di botto la spina e avessero mandato tutti a casa che la festa era finita. “Mah, strano, però almeno potrò dormire”, mi dissi cercando un appiglio cui ancorare le mie preoccupazioni. Poi, roso dall’attesa e desideroso di avere il conforto dei numeri, tirai fuori il braccio destro dal sarcofago di piume in cui ero ibernato per accendere la torcia e guardare la temperatura. La lancetta segnava -12°, otto gradi più caldo che al tramonto, quando iniziò a soffiare il vento. Spensi e richiusi velocemente la zip dall’interno, come guidato da un disperato istinto di autoconservazione.
Passò qualche minuto e un fruscio secco destò la mia attenzione.
- “La senti?”
- “mmmmhhh…”
- “Hansi, la senti?”
- “Che c’è…”
- “Senti questo picchiettio sul telo?”
Qualche attimo di silenzio, intercalato da variopinti grugniti, poi Hansi realizzò.
-”Merda di quella gran vacca schifosa!!”
- “Eh, vedo con piacere che nemmeno il freddo riesce a levarti quel modo così oxfordiano di commentare le situazioni…”
- “Ma cristo d’un dio, non dirmi che nevica!”
- “Non ho guardato fuori, ma direi che sì, nevica”
- “Merda, merda!”
Con un guizzo sgusciò dal suo sacco a pelo e prese ad armeggiare con la zip della tenda. Era con la maglietta di cotone, in maniche corte, ‘sto idiota.
- “Oh, ma mettiti una maglia, che mi fai senso così sbracciato, mica siamo a Rimini!”
- “Nevica, ziocane, ma guarda te che roba, e non fa neanche freddo…”
Hansi era un bestione di un metro e novanta per 120 chili, 45 anni portati malissimo, ragioniere per forza ma alpinista per vocazione. Barba folta, grigia come la nebbia, due occhi piccolissimi in mezzo a quel viso scavato da rughe che pareva il selciato di un oratorio. Sembrava averne 60, di anni, per quella faccia, ma il suo fisico possente e l’assenza di pancia gli evitavano la maggior parte delle battute sulla sua età anagrafica.
- “Copriti, cazzo, e chiudi sta tenda che mi si congelano anche le palle qui dentro!”
- “Miii che piattola che sei, seghino d’un seghino! Più ti conosco e più mi ricordi mia suocera! Piuttosto, che si fa adesso che nevica? Ma non hai guardato il meteo??”
- “Che si fa?!? Senti, siamo qui in cresta a 3000 metri, fa un freddo cane, nevica, saranno le due del mattino. Dormiamo e domattina si decide. E per tua informazione il meteo dava bello fino a domani sera. Ah, se te lo fossi scordato, tu non ce l’hai una suocera!”.
- “Ahahahah! Dì un po’, ma dove lo hai letto il meteo, sull’oroscopo?”
Riusciva ad essere irritante, ma così irritante certe volte che lo avrei spinto fuori dalla tenda, nella neve, se solo avessi avuto la forza di smuovere quella massa di muscoli da boxeur che lo proteggeva. Ma poi, non lo conoscessi ‘sto testone. E’ così da quando andammo la prima volta ad arrampicare, io e i miei amici con il fuoristrada e l’attrezzatura da seicentomilalire, lui con una bicicletta stile impero, freni a bacchetta e corde “da legarci i vitelli”, come le definì quell’incauto di Remo, mio cognato. Era uguale ad oggi, fisico possente e sguardo assassino, e una simpatia paragonabile a quella di un becchino vedovo. E ci fece un culo come una capanna, sbolognandosi due volte quel 6c+ su diedro che io ancora oggi non sono riuscito a digerire. Dice che lo faceva come riscaldamento, lo sbruffone. Ed era vero, e noi quattro deficienti rimanemmo a bocca aperta a vedere con quale agilità si muoveva su quel tiro. “Mi trovi qui, tutti i giorni dopo le cinque” mi disse prima di inforcare la sua Bottecchia e tornarsene a casa. Avevo appena 18 anni quando conobbi quello strano essere, diversamente umano.
- “Hai presente dove tu, testina, hai voluto mettere la tenda oggi pomeriggio? Eh?”
- “Beh? Tu sei stato d’accordo, di che ti lamenti adesso?”
- “Trenta centimetri di neve stanotte e domani balliamo fra le slavine, pirla!”
- “Ecco, bravo Hansi, adesso sì che m’hai levato definitivamente il sonno, dannato menagramo!”
Fece la sua solita risata di amichevole compassione, sapendo che, da buon ansioso, sono suscettibile in certe situazioni di pericolo; poi si volse verso di me con quel ghigno sarcastico che riuscivo appena a scorgere nel buio della tenda e mi disse: “C’hai trent’anni, bimbo, la mamma ti lascia bere un goccetto ogni tanto? Eh piccino? Daaaai, bevi un goccetto, vuoi che te lo metta nel biberon?”. “Idiota…” ribadii, conscio che stava per tirare fuori il suo proverbiale sonnifero. “Té, beviti un sorso di questo, e non ci pensare. E vacci piano, non è mica spremuta di tette!”.
Un sorso da quella borraccetta d’alluminio mi riportò un po’ di quiete nell’animo. Ancora oggi non mi è dato sapere cosa realmente contenesse, ma mi addormentai in pochi minuti.
[se volete, continua, forse.]



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