A Milano
A Milano la mattina ti svegli e senti il cinguettio degli uccelli. Fra gli alberi dello spropositato verde cittadino puoi scorgere i nidi, popolati con allegro fragore da migliaia di piccoli affamati. A Milano la primavera è meravigliosa, ogni aiuola è uno sbocciar di petunie e tulipani, ovunque un tingersi di smeraldo. Le biciclette a Milano la fanno da padrone, anche d’inverno, perché il clima mite richiede appena una giacchetta, e non v’è quasi traccia di automobili. Il silenzio delle vie, specie di primo mattino, viene appena interrotto dal saluto che il giornalaio fa ai passanti, o dal chiacchiericcio della signora del nono che si ferma a parlare con i ragazzi dell’impresa che sta dipingendo fiori su tutti i muri della città. A Milano i parchi davanti alle scuole sono pieni di ragazzini che giocano e cantano, e in quelli più grandi vi son persino le giraffe al pascolo. A Milano non ci sono i parcheggi perché non servono, al loro posto tavoli e sedie con migliaia di pensionati che giocano alle carte, e gli ombrelloni per il caldo sole estivo. A Milano anche l’inverno è bello, perché non c’è mai la nebbia, non fa freddo, non nevica se non la notte di Natale per rallegrare i cuori, accompagnati dallo scampanìo festoso di Sant’Ambrogio. A Milano in centro ci sono le botteghe che vendono i prodotti artigianali, e in una Via famosa che mi pare si chiami Montenapoleone addirittura trovi qualche specialità casearia che viene da fuori, persino – dicono alcuni – dalla campagna mantovana.
A Milano, giuro, io, mai messo piede.
Gino e il sasso
Questa è la storia di un sasso che stava in mezzo alla strada. Era un sasso tondeggiante, liscio, grande come un mandarino. E non era proprio in mezzo alla strada, ma al centro di una corsia, e tutte le auto che passavano in pratica non lo sfioravano nemmeno. Era da così tanto tempo nella strada che quasi chi passava di lì lo chiamava per nome, e lo salutava dal finestrino. Poi un giorno passò un grosso fuoristrada, ma non un fuoristrada di quelli veri che servono per andare fuori strada, ma di quelli che costano tanti soldi e li compra chi vuole far vedere di avere una macchina grossa grossa, in pratica una di quelle macchine così coglione che solo i coglioni possono guidare. E, dicevo, passò il fuoristrada coglione con un coglione alla guida, che per non falciare un ciclista a bordo carreggiata si buttò verso la linea di mezzeria e con una delle ruote prese di striscio il sasso, che schizzò via come sparato da un fucile.
Questa è la storia di Gino, uno che amava curare il suo orto. Gino passava i pomeriggi accanto alla piccola serra, zappettando e togliendo le erbacce perché non rovinassero il suo piccolo capolavoro. Aveva una certa età, Gino, ma lavorava ancora di buona lena e il suo orto produceva una varietà di verdure da far invidia ai professionisti del settore. Un giorno, a metà pomeriggio, era lì nel suo orto che zappettava, e fischiettava contento perché era l’ora della semina visto che la luna era nel buono. E mentre apriva la bustina dei semi si sentì chiamare dalla strada, era il suo amico Oreste, in bicicletta, che faceva la solita battuta se si stava bene a spiaggia. Gino ebbe appena il tempo di sollevare la mano in segno di saluto che sentì un rumore sordo nella sua testa, vide scuro per un attimo, gli cadde la bustina dei semi dalla mano sinistra mentre portava la destra al capo. La ritrasse, la vide insanguinata, poi cadde a terra.
Gino morì sul colpo, colpito alla tempia da un sasso arrivato da chissà dove.
Ritorni
I miei passi risuonano in modo sinistro nel silenzio della stradina, rimbombando leggermente fra le pareti delle case ottocentesche che cingono lo spazio attorno a me. Sono a pochi metri dal centro della città, le nove di sera, la zona è comprensibilmente deserta. La gente che si rispetta è a cena, quello che doveva fare lo ha già fatto. La scarsa illuminazione di questa vecchia via stride un po’ con i fasti delle luci natalizie del centro. Complice la nebbia, la fioca luce dei lampioni lascia appena distinguere il selciato antico, consumato da mille passaggi di gente e mezzi. Ogni tanto sento un vociare che proviene da qualche finestra, persone in festa che ciarlano ad alta voce, rumori e suoni in totale contrasto col mio stato d’animo. Il clima umido di stasera non mi aiuta a sorridere ma mi accompagna, silente, mentre cammino lento e mi fumo l’ennesima sigaretta, assorto in pensieri che il freddo sembra voler congelare man mano che escono. Mi pongo domande alle quali la vita non ha mai fornito una risposta valida, o forse sono io che le domande non le so fare. Ascolto lo schiocco secco dei sassolini sotto le mie suole mentre mi avvicino al luogo dove nessuno mi sta aspettando, da dove son scappato tanti anni fa e dove, per un milione di motivi, non ho voluto tornare più. Nella vita si cambia, dicono, io non sono cambiato, ma stasera ho deciso di intraprendere questo percorso, una volta per tutte.
Arrivo sulla soglia di una piccola porta che dà direttamente sulla strada, intravedo una luce filtrare dal battente mal squadrato. Busso. Mi apre un signore anziano, con gli occhi scavati e la barba di qualche giorno. Nel suo viso riconosco dei tratti familiari che credevo di aver dimenticato.
- Sì?
- Ciao, se ti disturbo vado via.
- Carlo??
- Sono io, papà. Lo so, son passati venti anni e non so nemmeno…
Mi interrompe volandomi al collo, abbracciandomi forte. Scoppia a piangere, sento i singhiozzi vibrare dal suo torace stretto contro al mio. Poi si ritrae, mi guarda con gli occhi ancora luccicanti, di un dolore che per troppo tempo si è tenuto dentro, e mi dice “Vieni dentro che fa freddo. Sai? Non sei mai stato bravo a fare le sorprese, nemmeno a Natale”.
[questo racconto è il mio modesto contributo al PslA 2009, vi consiglio di scaricarlo e leggerlo tutto così potrete farvi un'idea di quanto più bravi di me siano stati tutti gli altri partecipanti]
L’uomo che chiamava le montagne per nome (di Gianluca Chiappini)
Anche il buon chiagia (al secolo Gianluca Chiappini) ha raccolto il mio invito mandando questo racconto. Non posso che ringraziarlo e rendergli il giusto tributo pubblicandolo subito, nell’attesa che la mia vena creativa (dio ce ne scampi e liberi) torni dalle ferie e mi riporti un po’ di cose da raccontare.
L’uomo che chiamava le montagne per nome lo faceva senza un vero motivo, o almeno non se l’era mai chiesto. Lo aveva sempre fatto, sin da quando, bambino, saliva col padre nelle prime arrampicate della sua vita. E allora, per uno scherzo divenuto poi abitudine, aveva preso a dare un nome alle montagne che scalava. Ma non il nome vero, quello delle cartine, che quello non gli significava nulla. Si inventava nomi di donna, perché, immaginava, le montagne devono essere donne per forza.
L’uomo che chiamava le montagne per nome non aveva mai visto per davvero il mare. Ne aveva sentito parlare, prima, nei racconti di quelli che tornavano in paese a trovare i parenti, ma non aveva saputo immaginarlo. Una volta cresciuto lo aveva visto, in televisione, ma mica ci aveva creduto fino in fondo. Che in televisione si vedevano tante cose inventate, gli extraterrestri e i fantasmi, magari anche il mare era una roba uscita dalla fantasia di qualcuno. E comunque lui non credeva alle cose che non aveva mai visto, era fatto così.
L’uomo che chiamava le montagne per nome amava due cose delle montagne, il silenzio e la distanza. Il silenzio cominciava, a dire il vero, appena si lasciava il paese e si imboccava il sentiero che portava su. Ma solo salendo, arrampicandosi per le rocce, il silenzio diventava qualcosa di vero. Lo stesso rumore dello scarpone che grattava i sassi era, secondo lui, silenzio, il vento che fischiava contro la parete era silenzio. E la distanza, quella fuga in verticale che portava lontanissimo, ma in alto, dove nessuno poteva seguirlo, lo faceva sentire libero e infinitamente leggero.
L’uomo che chiamava le montagne per nome a volte aveva bisogno di quella distanza e di quel silenzio per non impazzire. Quando il dolore o la noia diventavano insopportabili capiva che era il momento di arrampicarsi, di mettere spazio tra sé e quel dolore e quella noia. E allora bastava mettere un po’ di quella distanza, un po’ di quel silenzio per dimenticare le mani pesanti di suo padre e la fatica e la frustrazione e quel senso di nausea che a volte, sempre più spesso, lo prendeva al risveglio, quando ancora la luna era alta, e gli spaccava il respiro.
L’uomo che chiamava le montagne per nome quel giorno scelse la sua montagna preferita, quella alla quale aveva dato il nome di sua madre. Partì prestissimo, quando gli altri ancora stavano dormendo, senza portarsi dietro nulla, lungo il sentiero che saliva tra i boschi. Percorse le strade che conosceva fino al punto in cui i cespugli si facevano radi per lasciare il posto alle rocce. Trovò gli anelli conficcati nella parete, fece scorrere la corda dentro di loro e attorno al suo corpo, cominciò ad arrampicarsi. Cercò invano il silenzio, ché tutto sembrava sovrastato dal caos della sua testa. Cercò disperatamente la distanza, ma il puzzo dei suoi vestiti era la sua vita che lo inseguiva, aggrappata a lui. Quando arrivò in vetta si accorse che aveva faticato più del dovuto. Si sedette e lentamente slacciò la corda dal suo corpo sentendo la sua voce che raccontava a quella montagna dal nome di sua madre le cose che non aveva mai potuto dire a nessuno. Parlò per ore, mentre il sole sorgeva sulla montagna lì davanti, della quale ora non ricordava il nome. Poi sentì la voglia di piangere, ma non lo fece perché non l’aveva mai fatto. Si limitò a toccare con il palmo della mano la roccia fredda sotto di sé.
Poi estrasse il coltello e fece quello che doveva fare.
Il post per Sba (dove vi racconto che il niente succede e ha il suo perché)
In un mondo così piccolo e ridicolo sembra impossibile che una stupidissima crisi creativa generi così tanta partecipazione. La splendida, e generosa, diciamolo, Daniela Losini ha ovviato al mio buco esistenziale con questo pezzo, che va a completare la biodiversità dei precedenti di Isa Dex e Fatacarabina. Tre modi di paretcipare, tre modi di vedere la marcescenza della mia discontinuità. Tre donne, meravigliose.
Secondo me se il Sir se viene a sapere che ho scritto il post per Sba e non ho ancora scritto il PslA mi manda Darth Vader e Yoda a casa. Loro suonano il campanello, apro la porta e non dicono niente. Rimaniamo muti per un po’.
Poi Yoda alza un dito verde e mi indica inequivocabilmente e Darth Vader, una volta detto anche Lord Fener, comincia a respirare in quel suo modo inconfondibile. Allora sento il lato oscuro della forza e stramazzo a terra per i sensi di colpa (comunque c’è tempo fino all’undici dicembre, una vita intera, dai, la morte nera può attendere).
A me piace essere ospite dei blog degli altri anche perché, va detto, io stessa mi sento ospite del mio e quindi credo di aver della buona creanza e di non trovarci nessuna differenza, perciò son naturale. Certe volte accanto a tutte le cose scritte e che scrivo per lavoro mi capita di pensare che mica sempre si riesce a raccontare anche del niente. Che poi raccontalo tu questo niente: tutte le ore che ti scorrono per le mani, le cose che succedono tipo quando vai nei grandi magazzini a fare un giro o in libreria e c’è sempre (non qualche volta, di solito, spesso: sempre) qualcuno che ti chiede informazioni sulle cose che lo capiscono poi questi che chiedono che te non lavori lì ma non resistono, non resistono ti devono chiedere, ti devono parlare. Avrò la faccia di una che risponde, quantomeno, mi dico io.
Che poi tu dici scrivi del niente e io subito penso: bisogna esser capaci di fare anche quello. Raccontalo, tu il niente.
Il niente sul quale riflettevo è che succede spesso che lascio la mia scrittura (e forse anche un po’ della mia voce interiore) imbrigliata. Faccio un esempio: quando la lista della spesa diventa un pezzo da editare, mi devo fermare e mi devo fare delle domande.
Poi ho letto di Sba che ha la crisi creativa e ho pensato: anche io ce l’ho. Di diverso genere scrivo troppo, moltissimo per lavoro (che è bellissimo) ma troppo poco per piacer mio. Mi pare tutto torni. Allora eccomi qui mentre racconto del mio niente e mi sento già meglio.
Adesso però che il cerchio è chiuso e il mio racconto del niente è finito, vogliate scusarmi. Suona il campanello. Ma non so mica se apro.
daniela_elle
Il mio amico immaginario (di Fatacarabina)
Seconda puntata di “Un blog senza autore”, nel senso che son via di testa in questi giorni e non ho carburante per produrre frasi comprensibili e argomentare concetti. E come nei migliori sogni, quando hai delle difficoltà, gli amici ti vengono incontro e scrivono anche per te. Sono quei gesti gentili e sinceri, quelli che ti fanno sentire meglio e, per un paio di giorni, ti fanno posare la mazza con cui avresti voluto sfasciare tutto. Pertanto, cara Fata, grazie.
Io ho un amico immaginario.
Non l’ho cercato io, mi ha cercato lui. Un giorno all’improvviso mi ha parlato e da allora io mi sento un pochino più serena, perché come da bambina cercavo protezione nell’orso Teddy, da grande io c’avevo bisogno di un amico immaginario, che mi sorvegliasse da lontano, che mi dicesse se faccio minchiate e che con me ridesse e giocasse.
L’amico immaginario te lo immagini come vuoi e io quell’amico immaginario me lo ero sognato guardacaso moro e invece è biondo.
Me l’ero immaginato grande come un albero e infatti lo è ma non tanto quanto un baobab, anche se fa ombra.
Me l’ero immaginato con il vocione e invece ha una vocetta simpatica, da folletto.
Io con lui mi immaginavo che quando lo vedevo non avevo manco un pochino di timidezza e infatti quando l’ho visto, la prima volta che mi è apparso, io gli sono andata incontro e l’ho abbracciato ed ero tutta contenta che fosse così.
La mia immaginazione va sempre oltre, io mi faccio i film, e ovviamente se hai un amico immaginario, una come me si fa il sequel e pure il prequel, e lui, che è vero amico immaginario, non solo si diverte ma è capace anche di indicarmi la retta via, di ricordarmi che magari sbarello, di dirmi, senza manco un pelo sulla lingua, che a volte sono di un possessivo e di un eccessivo fastidioso, che esistono le libertà individuali e che il mio bene non diventa più grande solo perché lo dico io.
Poi stappa una Tabachera, mi guarda, e fa quel rumore che gli esce da dentro la pancia, che io la prima volta che l’ha fatto ho pensato che andava bene per mandar via tutti gli stronzi, insensibili e cafoni che incontro per strada.
Io il mio amico immaginario sapevo che era bravissimo con i giochi di parole, un genio, sapevo che era un cultore del viver bene, poi ho scoperto che ha un cuore grande come un appartamento e ci si sta tutti comodi dentro. Io sapevo che era forte, poi ho scoperto che assomiglia tutto a suo padre.
Sapevo che era buono, ma poi l’ho visto fare il pane, impastare l’acqua e la farina.
E se uno sa fare il pane, di lui ti puoi fidare.
???????
Quello che sto per raccontarvi accadde a Mosca, durante l’Olimpiade del 1980. In quel periodo la geografia era un po’ incerta, nel senso che esistevano sì i confini tracciati sulle cartine geografiche ma la realtà era un ben diversa. La grande URSS confinava a est con Berlino, a ovest con Guantanamo, a Nord con il Canada e a sud con la Namibia. Insomma c’era parecchia confusione e per questo motivo gli USA boicottarono l’Olimpiade, indispettiti dal geografo un po’ troppo allegro e da altre cose che avevano che fare col freddo ma che non so spiegare bene. Fu così che, assenti i fortissimi atleti statunitensi, ebbero spazio anche le nazioni minori (in senso sportivo) che riuscirono a qualificarsi seppur con tempi modesti. Fra queste c’erano anche Panama, il Molise, le Lofoten e il Canton Ticino.
Quest’ultima sub-Nazione qualificò per la gara dei 110 ostacoli un atleta di 43 anni, il non ancora famoso Laerte Marigozzi, di professione apicoltore e corridore per diletto. E’ noto a tutti che in quel periodo la cronica carenza di fondi della confederazione elvetica costringeva ogni cantone a partecipare con i propri mezzi alle manifestazioni sportive, buttando così nella disperazione le squattrinate società sportive locali che desideravano vedere i propri campioni fra le fila della nazionale, se mai ce ne fosse stata una. Di fatto l’unico atleta di quell’area che si qualificò fu appunto il Marigozzi, che, anche lui a corto di denaro, non poteva permettersi un team di professionisti e quindi decise di portare con sé sua zia Adele come cuoca e suo cugino Ottavio, nativo di Varese ma da anni panettiere di Ponte Capriasca, che gli avrebbe fatto da massaggiatore per via degli avambracci da rocciatore che ci aveva.
Il viaggio fino a Mosca sul Fiorino di Ottavio potrebbe da solo riempire un intero libro, talmente furono le disavventure in cui si imbatterono i tre, ma quella che voglio raccontare è una faccenda diversa, che inizia nel villaggio olimpico nei pressi della Grande Arena Sportiva del Complesso Olimpico Lužniki, dove venne scritta la Storia.
Guarda un po’ alle volte che strana è la vita. Lavori tutto un periodo per prepararti a fare una cosa, ti poni degli obiettivi lungimiranti e poi ti trovi come niente – e quasi letteralmente – nella cacca. Infatti, proprio nel giorno del suo arrivo a Mosca, Laerte iniziò a soffrire di una strana forma di colite, gli si gonfiava la pancia in maniera indecente e poi da qualche parte tutta quell’aria doveva pur andare, mica la poteva tenere dentro tutta quell’aria lì. Quella parentesi imbarazzante, se vogliamo usare un eufemismo, non si capiva mica a cosa fosse dovuta. Certo, te che leggi probabilmente pensi che sia da attribuirsi all’alimentazione sommaria che lui e i suoi due consanguinei si concessero durante il viaggio. Il fatto che ne soffrisse solo lui esclude però la possibilità che avessero ingerito del cibo scadente, anzi, Adele e Ottavio stavano benissimo, e poi bisogna dire che per strada non si erano fermati mica a mangiare, anzi fu una cosa limitata a malapena per sbrigare i bisogni fisiologici; mangiare avevano mangiato, certo, ma era zia Adele che preparava i panini con la bresaola del Sansonetti, il salumiere del paese, direttamente sul cruscotto del Fiorino lanciato ai novanta – massimo novantacinque – in autostrada. Sarà stato il vinello di casa? Sarà stato il burro che gli aveva dato zia Irma? Sarà stato quel che sarà stato, di fatto Laerte appena arrivato a Mosca avrebbe potuto riempire una mongolfiera con tutta quell’aria.
La mattina seguente a quella dell’arrivo, dopo che i nostri avevano dormito 22 ore filate, Laerte si infilò la tuta e le scarpette e uscì dall’alloggio per fare allenamento, ma quella fastidiosa colite continuava a tormentarlo, non tanto perché si sentiva male ma perché voglio vederti te a correre e saltare siepi e panchine del parco olimpico e ad ogni sforzo impegnarti a trattenere le emissioni in atmosfera, non è mica semplice, specie se devi allenarti per fare l’Olimpiade. Allora correva dove non c’era nessuno, ma anche quello era difficile, che lì era tutto pieno di gente, tutti gli atleti andavano nel parco a correre per allenarsi, e allora Laerte cercava di mascherare la vigorìa dei suoi rumori con colpi di tosse, urli da karateka e chissà cos’altro. Era disperato, pensare di tornare a casa e dire Non ho vinto perché mi cagavo addosso. E’ brutto essere malinterpretati, anche per un apicoltore.
Giunto a quel punto bisognava prendere il toro per le corna, e da buon metodico di sangue svizzero, tornato in camera radunò il team in cerca di una soluzione.
- Un medico – disse Ottavio – ci vorrebbe un medico.
- Ti potrei fare un impacco di salvia – provò a suggerire zia Adele.
- E dove lo trovo un medico! – sbottò Laerte, che per lo sforzo lasciò partire un trittico di péti in sol minore.
- Ma qui c’è pieno di medici, tutte le squadre hanno il medico – disse con lo sguardo illuminato il buon Ottavio, che aveva fin da subito buttato gli occhi sulla dottoressa della squadra russa.
- E cosa faccio, vado lì e gli dico Scusi mi sto cagando addosso, mi dà una medicina? Te che c’hai le idee, lo sai parlare il russo?
- No, ma te lo ricordi il Piero, quello che era stato in Merica tanto tempo, che poi è venuto ad abitare attaccato a casa mia?
- No – fece Laerte con uno sguardo che lo stava per fulminare – chi diavolo è sto Piero?!
- Beh, lui e io al venerdì sera giocavamo a rubamazzo, e mi ha insegnato la lingua!
- Sì, certo, qui gli americani non ci sono neanche venuti, e te pensi che una dottoressa russa capisca un ticinese che parla in inglese? Ma la farina te la sei tirata su per il naso, te?
- Lasciami fare, vedi che in qualche modo mi faccio capire.
La strategia era così strampalata che Laerte lasciò andare le spalle in segno di resa, lo guardò rassegnato per un attimo mentre usciva in corridoio, e poi s’incamminò in bagno per cambiarsi, che non ti dico i pantaloncini bianchi che tinta avevano preso in allenamento. Zia Adele se ne restò in disparte guardando lo sconforto del nipote che espelleva metano puro ad ogni movimento. Col fazzoletto al naso, per ripararsi dal peggio, trattenne a malapena un sorriso mascherato da smorfia di compassione.
Venti minuti dopo si aprì la porta, e come un tedoforo con la fiamma olimpica Ottavio si presentò con un tubetto di medicine in mano, il sorriso da spot pubblicitario e il grido “Tel chi! Ce lo potrei insegnare a tutti il parlato mericano!”. Laerte uscì dal bagno spaventato dal baccano mentre zia Adele biascicava una mezza preghiera di ringraziamento alla madonna in dialetto stretto.
- Che cos’è quella roba?! – domandò Laerte fra l’ironico e l’iroso.
- Ti ho portato la medicina, dai, prendine una subito e le altre dopo i pasti!
- Ma sei sicuro che sia una medicina per la colite? E’ scritto tutto in cirillico…
- Sì, ci siamo parlati, lei capiva il mericano che dice che ha studiato in merica per due anni! Dai prendila, cirillico!
- Ottavio, tieni qua un bicchiere d’acqua, scolta tuo cugino – li interruppe zia Adele. Con quel sorriso così convincente e materno che il Nostro non seppe rifiutare.
Il giorno della qualificazione si stava avvicinando e il Marigozzi, manco a dirlo, non aveva più gonfiore e riusciva finalmente a correre e saltare gli ostacoli con una leggerezza che non gli era mai capitata. Gli sembrava addirittura di volare, non aveva mai sentito così tanta energia scorrere nelle sue vene e irrorare i muscoli sotto sforzo, così tanta che sembrava non finire più. “Medicina miracolosa” – pensò – “mi sento davvero una bestia! Potrei correre per ore, porcamiseria!”. Alle batterie riuscì a passare agevolmente, arrivando in finale con ottimi tempi.
La sera prima della gara che lo avrebbe fatto passare alla storia Laerte mangiò persino le trippe cucinate dall’Adele, talmente che si sentiva forte e vigoroso. I tre si bevvero un fiasco di vino e poi Ottavio tirò fuori anche la grappa per brindare, e gli disse per incoraggiarlo che comunque fosse finita la faccenda lui e Adele sarebbero andati fieri di avere un cugino olimpionico. Vi furono attimi di commozione, più per la grappa secondo me che non per le parole del panettiere alticcio.
La mattina successiva, nello stadio olimpico davanti a sessantamila spettatori, la tensione nervosa sui blocchi di partenza riacutizzò i sintomi del malanno. Laerte sentì le viscere scomporsi in borbottii sinistri e iniziò a sudargli la fronte prima ancora di partire. I fantasmi della colite non erano scomparsi, e quel suo intestino imbizzarrito sembrava preparare una sorta di eruzione da supervulcano. La preoccupazione di un ritiro per indisposizione stava monopolizzando i suoi pensieri, ma venne interrotta – fortunatamente – dal segnale di preparazione. Tutti gli atleti – lui compreso – a quel richiamo poggiarono i piedi sulle pedane e si chinarono per la partenza, chi con lo sguardo di sfida rivolto agli ostacoli, chi con gli occhi alla pavimentazione assorto in una preghiera. Dopo qualche istante il giudice di gara premette il grilletto e allo sparo, in un attimo, i corridori schizzarono dai blocchi scaricando a terra tutta la potenza delle loro gambe. Ma proprio in quel momento, con quello sforzo, Laerte esplose in una scoreggia che si sentì in tutto l’anfiteatro, e subito si gettò in una corsa isterica più dovuta alla vergogna che allo spirito competitivo. La scena fece andare in delirio la folla, i cronisti di tutto il mondo urlavano concitati nei loro microfoni senza riuscire a descrivere ciò che stava accadendo. Laerte in corsia 4 con la sua partenza “a razzo” stese i suoi diretti avversari, il ghanese a destra e il cinese a sinistra, al punto che le rispettive squadre dovettero chiamare l’unità di rianimazione. Gli altri invece, sentendo un secondo colpo pensarono ad una falsa partenza e si fermarono dopo qualche metro, mentre Laerte saltava come un camoscio gli ostacoli e si fiondava verso il traguardo. Arrivò primo (e unico) fra gli sguardi increduli di sessantamila spettatori, si voltò e vide alle sue spalle, là nei pressi dei blocchi di partenza, gli altri atleti che discutevano con il giudice di gara. Poi due di loro, capìta la situazione, partirono a missile e giunsero al traguardo. Il russo, secondo arrivato, corse subito negli spogliatoi a cambiarsi perché – non se ne capacitava – si era cagato letteralmente addosso durante la corsa. Terzo arrivato fu il giovane corridore delle Lofoten che si congratulò con Laerte e fece il giro d’onore con lui. Primo Canton Ticino, seconda Russia, terze le Lofoten. Ai giornalisti tremarono le mani mentre annotavano l’ordine d’arrivo per passarlo alle telescriventi.
Le cronache si fermano qui, tu invece scommetto vuoi sapere come è davvero andata alla fine, vero? Ecco, è semplice. Ottavio in quei venti minuti si trombò la dottoressa russa, e col suo inglese monosillabico fra un bacio e l’altro chiese un antispastico e ottenne un energizzante di nuova generazione che più avanti sarebbe stato classificato come doping. Il corridore russo appena prima della gara non riusciva a trovare la dottoressa – la quale si trovava per l’ennesima volta in uno sgabuzzino con Ottavio a praticare lo sport più antico del mondo – e così, in preda all’affanno, invece di prendere l’energizzante sbagliò tubetto e si ingoiò tre pasticche di lassativo. Fra l’altro dopo la gara, giù negli spogliatoi dovettero chiamare la ditta dello spurgo. Adele invece, santa donna, quella sera nelle trippe mise un preparato d’erbe aromatiche che nelle sue intenzioni dovevano dare sollievo al povero Laerte, procurandogli invece il terremoto intestinale che sarebbe passato alla storia. Le cronache dicono che Laerte Marigozzi corse i 110 ostacoli in 12”91: sarebbe arrivato primo comunque, anche senza armi chimiche. Al termine della gara, il corridore delle Lofoten a bordo pista si bevve una tinozza di vodka, riducendosi in condizioni pietose prima ancora delle interviste di rito e della premiazione.
Il ghanese e il cinese si riebbero dopo quattro giorni.
Oggi ho pranzato da dio
Oggi ho pranzato da dio. Sì, certo, ho mangiato benino ma si poteva far di meglio. Mi ha invitato l’altro giorno, al telefono, e subito ho pensato a una presa per il culo. Dio ha una voce strana, sembra quella di un operatore di call center, di quelli non che li chiami tu e ti trattano con sufficienza, ma quelli che ti chiamano loro per propinarti le ultime novità, hai presente? Una voce suadente, un po’ frivola, effemminata quasi. Però a un invito a pranzo non si dice mica di no, insomma, guardi un attimo l’agenda, consideri le complicazioni, poi ti decidi e vai.
Insomma ho pranzato da lui, non siamo andati neppure in osteria. Casa sua è piccola, un rustico adattato e sistemato non male, han lasciato i mattoni a vista su quelle volte a botte che adesso nessuno sa più fare. La cucina è in noce, tintata a pennello e tirata a cera, come si usava una volta. Mi ha detto che le vernici acriliche di nuova generazione fanno venire il cancro, e io ho fatto spallucce, perché in fondo son convinto che ci sia qualcuno pagato per decidere di cosa e quando dobbiamo morire. Lui ha fatto mezzo sorriso mentre mi metteva i cappelletti in brodo nel piatto.
Mi ha chiesto com’era il lavoro, se stavo bene, se avevo fatto progetti per il futuro, io rispondevo argomentando un po’ ma lui non partecipava mica, sembrava far domande solo per farmi parlare a ruota libera. Poi, finito il pranzo, ha tirato fuori una bottiglia di grappa dalla credenza e me ne ha offerto un bicchierino. Lui l’ha versata per sé direttamente nella tazzina vuota del caffé, come si usa in campagna.
Prima di andarmene gli ho detto Senti dio, ma quando la gente muore tu non ti senti un po’ responsabile del dolore che provochi? E lui mi fa Ma nemmeno un po’, cosa c’entro io? Da quando quegli stronzi han messo in croce mio figlio mi sono ritirato qui, in campagna, e ogni tanto mi va d’invitare a pranzo qualcuno di quelli che mi nominano spesso.
Son tornato a casa, avevo un freddo maiale.
Ipse stipsit
Erano ormai giorni che gli accadeva. La famiglia tutta sapeva del suo problema. E dire che al mattino, nel sacro rito post caffé, mai era mancato all’appuntamento con il suo destino. Era da diverso tempo che faceva la sua abituale colazione, poi partiva di corsa in preda a uno stimolo improvviso che lo spingeva ad impegnare ogni energia del suo corpo per espletare, ma niente. La moglie era così preoccupata che afferrò il telefono e decise di chiamare uno specialista, pur conscia che il budget famigliare non le avrebbe permesso molta allegria.
Stava componendo il numero sul tastierino quando lui arrivò, triste e pallido in volto. Le prese la mano delicatamente fra le sue, gelide e tremanti. Le disse: “Lascia stare. Mi tornerà da sola, la voglia di scrivere”.
Mitologia, la fiction dell’antichità
A me piace la mitologia, quella greca per intenderci. Mi piace pensare che venisse letta con la stessa nonchalance con cui noi guardiamo una soap o una fiction. Anche perché di baggianate ce n’erano parecchie, in quei libri tipo Iliade od Odissea (senza l’od mi salta il ponte a leggerlo).
Dicevo, fra le tante storielle di cui si narrava a quei tempi, mi sovviene il passo dell’Iliade dove Astianatte viene gettato giù dalle mura di Troia. E qui parte la mia riflessione: con quale coraggio i genitori di questo bambino hanno permesso che venisse buttato giù dalle mura? E, peggio ancora, con quale coraggio lo hanno chiamato Astianatte? Ma come si fa, dico io, a chiamare un bambino Astianatte! I compagni di scuola lo avranno preso in giro per anni, come minimo. Asty, vieni a giocare (e giù a ridere), Astina misurami staceppa (e giù a ridere). Insomma, un’esistenza allucinante, per poco però, perchè arrivò Odisseo e non avendo altro da fare lo gettà dalle mura.
Ma torniamo sul nome: i genitori, che gli è frullato per la testa a chiamarlo così? La risposta è nel racconto stesso: il padre, Ettore, un energumeno con un nome pressoché normale, era maritato ad Andromaca (e qui il nome lascia già un po’ a desiderare), figlia di Eezione (ossignoreiddio). Ettore era figlio di Priamo, re di Troia, che era la città e non la moglie. La moglie era Ecuba. Si capisce quindi che con simili nomi in famiglia, se lo avessero ad esempio chiamato Osvaldo non sarebbero stati coerenti. Eppoi, al nipote del re, Osvaldo non sarebbe mica stato bene come nome.
Comunque, per ironia della sorte, Astianatte venne gettato giù dalle mura da uno con un nome peggio del suo, non Ulisse, come molti pensano e come ho scritto sopra per fuorviare il lettore. Ulisse infatti aveva già il pargolo fra le braccia quando arrivò Neottòlemo e disse No, cavolo, tutto te vuoi fare, e litighi con Achille, e attacchi le navi, e t’impicci con Teucro (l’inventore dell’idromarsaggio), e poi ammazzi Anfimaco, e poi ancora te le suoni con Patroclo. Basta, cazzo, ora tocca a me. Neottòlemo era uno che per anni venne preso a coglionella a causa dello stupido nome che portava, e questo lo segnò profondamente e lo frustrò così tanto da spingerlo a macchiarsi di atti di violenza inaudita, come appunto taccheggiare i surgelati all’esselunga o uccidere Astianatte.
Ora, molti si chiederanno perché turlupino un passo così crudele dell’Iliade. Beh, sappiate che il buon Astianatte aveva sì una mamma con un nome discutibile e un gusto per l’orrido nel dare il nome al figliolo, ma questa mamma era furba come una volpe, e sostituì il bimbino prima che Neottòlemo potesse gettarlo dalle mura. Finì che Astianatte si salvò e il figlio di qualcun altro perì per la bastardaggine della signora Andromaca. Il bimbo quindi crebbe e scappò in Sicilia per nascondersi dal malvagio Ulisse, il quale non era mica convinto che Neottòlemo avesse finito il lavoro. Astianatte, conscio di ciò, iniziò così a farsi chiamare Peppe, mise su famiglia e visse felice e contento finché non fu assassinato da Egisto, un altro con la psicosi da nome stupido. La leggenda narra che Peppe-Astianatte durante una discussione gli disse “secondo te, è sbagliato o è gisto?” (ridendo ovviamente) e quello prese il raptus convinto (a ragione) di essere stato sfottuto, e affondò la lama della sua vendetta nelle troiane carni di Peppe.
Morale della favola: nell’antica Grecia si divertivano come potevano. E probabilmente hanno ispirato quelli di Beautiful, infatti Ridge…



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