Senza sole taccio
(Questo post è stato commissionato da Ivan G., un lettore di questo blog, nell’ambito della campagna “Fatti scrivere un post che io ho finito le idee”. Non ha niente a che vedere con quanto mi ha chiesto, ma vabbé)
La riunione più strana che ho avuto in vita mia è stata… strana. Ora, non è che se una riunione è strana meriti la pena di essere raccontata su un blog, ma questa riunione è stata così strana che sembra incredibile, e invece è tutto vero. Ero in un posto che il mondo civile non sa dove si trovi, anzi, ne ignora totalmente l’esistenza, anzi, credo che persino gli stessi residenti di quel posto non sappiano di preciso dove si trovino. Quel posto si chiama Gazzo Padovano, e ok, non è questa la parte dove si dovrebbe ridere. Dicevo, ero a Gazzo Padovano con delle persone, eravamo lì per vedere uno spettacolo di Guido Catalano.
Tu adesso dirai “Ma che cacchio ci sei andato a fare fino a Gazzo Padovano se Guido Catalano abitualmente fa spettacoli in luoghi ben più vicini a dove vivi e soprattutto luoghi che il mondo civile conosce e sa dove si trovano anche senza usare Google Maps?”. C’ero, punto. C’erano dei miei amici che vivono in un posto dalle parti di Gazzo Padovano che non sapevano dove fosse Gazzo Padovano, e così ci siamo andati insieme a vedere Guido Catalano, che per l’occasione era con Mauro Gasparini e facevano uno spettacolo con le motoseghe.
In buona sostanza – ora arrivo al punto – il giorno dopo ho fatto una lunga riunione con Guido Catalano. Non che lui fosse dei più felici di fare una riunione con me, ma era stato quasi obbligato, visto che mi ero offerto di riportarlo nella ridente Torino e quindi, per forza di cose, lui era praticamente nello stesso abitacolo della stessa autovettura in cui mi trovavo io. La riunione durò cinque ore, roba che nemmeno il Consiglio di Guerra di Itle, e fu stranissima. E ora ve la racconto.
- “Guido io”, dissi.
- “No, Guido, io” disse lui.
- “No, cioè, capisco il tuo disappunto, ma è una vettura guidabile solo da umani e tu non lo sei”.
- “Sei perspicace, amico mio, la natura di un poeta è assimilabile a quella divina”.
- “Intendevo dire CAT ALANO, non c’è nulla di umano nel tuo nome, e neanche ‘catalano’ tuttoattaccato non son ben sicuro che sia qualcosa di positivo, o di umano in senso empatico”.
- “Che poi io ho detto Guido con la G maiuscola”.
- “Ah, capisco”.
- “Volevo fare la battuta, ciai presente?” e mi faceva un gesto con pollice e indice messi a L in rotazione parziale alternata di circa 22°.
- “Non avevo capito, dimenticavo che in una vita di stenti e sofferenza in ragione della virtù poetica, anche un Nume può assecondare temporanei istinti d’ilarità”.
- “Tu non sai ciò che dici”.
- “Ma so ciò che dici tu”.
- “E cosa dico io?”
- “Non saprei. Guido, tu sei comunista?”
- “Non so dirti di preciso, ma a colazione sono sicuro che fosse mortadella”.
- “Bene. Avrei due etti di stima residua, posso offrirteli?”
- “Puoi. Adesso, di gVazia, andiamo?”
E non ci rivolgemmo più la parola fino a Corso Massimo D’Azeglio, in quel di Torino. Giunti sul posto scese dall’auto, mi regalò “I cani hanno sempre ragione”, mi disse che non aveva da scrivere per farmi una dedica, e se ne andò saltellando sulle sopracciglia.
Soldi
Vorrei avere dei soldi, sì, dei soldi, non tanti, un po’, un po’ di soldi, perché i soldi mi servono per pagare un avvocato. Anche un avvocato, non solo per l’avvocato. I soldi servono per tante cose ma anche per pagare un avvocato. Ma più che mi servirebbero sarebbe per noleggiare un furgone, anche se ce l’ho un furgone, ma non mi piace farmi prestare le cose, nel senso che il furgone ce l’ho ma non è proprio mio e quindi dovrei farmelo prestare. Mi servirebbero quindi dei soldi per l’avvocato, e per il furgone. Se avessi basta di soldi prenderei il furgone e poi andrei in paese in un orario in cui c’è posto per parcheggiare il furgone e il colorificio è aperto, che sono due cose non sempre compatibili, capita spesso che vai a cercare un colorificio aperto e non trovi parcheggio, oppure che vai a parcheggiare e il colorificio è chiuso. E non sempre trovi spazio per parcheggiare un furgone, oppure lo trovi in posti che non sono proprio adatti ai furgoni, e lì ti servono dei soldi per pagare la multa che il solerte vigile farà sul furgone che hai preso a noleggio. Supponiamo che ho i soldi per pagare l’avvocato, per noleggiare il furgone, per pagare la multa che il solerte vigile mi farà quando andrò a cercare il colorificio, e supponiamo che mi bastino per entrare nel colorificio e comprare tanta, tanta vernice. Una volta uscito dal colorificio dovrò aver basta soldi anche per dare una mancia al garzone del colorificio che mi avrà dato una mano a caricare la vernice sul furgone preso a noleggio e lasciato in parcheggio in un posto non proprio adatto al parcheggio dei furgoni, cosa che avrà fatto scattare automaticamente nella mente del solerte vigile il meccanismo di farmi la multa, e dovrò averne basta anche quando sarò uscito dal colorificio, avrò constatato di aver preso la multa e mi sarò reso conto di non aver comprato i pennelli grandi, e quindi sarò rientrato nel colorificio a comprare i pennelli grandi con i soldi rimasti. Poi i soldi li avrei finiti, anche se non avrei ancora pagato l’avvocato, e quindi è meglio che, visto che sto supponendo, di soldi ne abbia un po’ di più di quelli che basterebbero invece solo per il furgone, la multa, la mancia, la vernice e i pennelli. Comunque caricata la vernice, pagata la multa e i pennelli, e la vernice, e il furgone no perché te lo fanno pagare in anticipo quando lo noleggi, supponiamo che arriverei in un posto con un grande muro bianco, lungo, lunghissimo, e alto almeno cinque metri. Lì mi renderei conto di non aver comprato una scala, e quindi dovrei tornare al colorificio, avere ancora un po’ di soldi, prendermi un’altra multa e pagare la scala. Cosa che farei, senz’altro, perché il muro è alto e io il vaffanculo che ci voglio scrivere sopra voglio che si veda da ogni punto d’osservazione che il paese offre.
Ecco, qui è il punto in cui mi servirebbe l’avvocato.
2 febbraio
Mi avvio per la strada deserta, è ancora buio, la luce lattiginosa dei pochi lampioni accompagna il mio passo svogliato. Fa freddo alle cinque del mattino, più di quanto pensassi. Il fiato si condensa all’uscita dalla bocca, ci saranno al massimo sei gradi. Il tratto di strada che separa la mia abitazione dall’ufficio è di appena trecento metri, l’ho sempre percorso a piedi ma non l’avevo mai visto a quest’ora; curiosamente, non ho mai dovuto alzarmi presto per andare in ditta, mentre mi sono trattenuto in ufficio la sera molte, troppe volte. La città è immersa in una quiete irreale, si sentono pochissimi rumori, qualche auto in lontananza, una serranda in metallo che si srotola. In un vicolo, un mezzo della nettezza urbana attira per un attimo la mia attenzione fracassando delle cassette di legno nel suo compattatore. Non sono solo nella sventura di essere già sveglio, penso. I semafori sonnecchiano attorno agli incroci, lampeggiando pigramente in attesa di qualche auto. Affretto un pochino il passo, inspirando profondamente un’aria fredda e densa di odori. Il panettiere del portico ha già sfornato i cornetti, la luce nel retro è accesa e l’atmosfera nei dintorni è tentatrice, quasi ipnotica. Sopprimo la voglia di bussare alla vetrina semichiusa ricordandomi delle incombenze lavorative. Qualche metro dopo mi scappa un conato accanto al bar, quello dei biliardi che sta aperto fino a tarda notte. Il vicolo su cui si affaccia viene spesso scambiato per una latrina, con le scontate conseguenze per l’olfatto di chi, sobrio, transita da quelle parti. Proseguo rapidamente verso l’ufficio con maggiori motivazioni.
Oggi è la giornata giusta, ripeto fra me e me come se stessi recitando un mantra. Devo finire la relazione e poi presentarla al consiglio d’amministrazione. Il consiglio dei pazzi, lo chiamo io. Come si fa a piazzare una riunione il lunedì mattina alle otto e trenta, ben sapendo che non tutti i documenti sono pronti? E ancor peggio, sapendo che l’orario d’ufficio inizia alle nove? Urgenza, scadenze irrimandabili, dicono loro. Dicevano anche che il progetto avrebbe “preso corpo” a inizio marzo, invece sono qui, lunedì 2 febbraio, alle cinque del mattino, con la ventiquattrore piena di scartoffie in mezzo ad una città ancora sonnolente che se ne frega di me e del progetto.
Il portiere del palazzo non c’è a quest’ora, se ne frega anche lui, giustamente. Ho la chiave che mi ha lasciato l’ingegnere nella cassetta delle lettere ieri sera, dopo avermi pregato al citofono di considerare l’importanza dei documenti a cui dovevo lavorare. Ripenso a quelle parole mentre entro in ufficio, ha ragione lui, è molto importante questo lavoro, anche alla luce di un probabile riconoscimento professionale, e pecuniario. Mi scappa comunque un vaffanculo, sommesso ma profondamente sentito.
Ho finito, nice job, sono le otto ed approfitto dell’arrivo dell’impresa di pulizie per scendere a prendere un caffè. Il bar è già strapieno, la città si è risvegliata incurante del fatto che io avevo un lavoro importante da finire. Vorrei dirlo al barista, ehi, lo sai che mi sono alzato alle cinque stamattina? Poi lascio perdere, la sua faccia è il racconto di una notte insonne, scolpito nella pietra. Bevo il mio caffè osservando un drappello di muratori che sorseggiano un bianchetto. Sono quelli che stanno lavorando al palazzo di fronte, da mesi ormai. Ridono, beati loro.
Torno in ufficio, do una controllata al plico di documenti che ho assettato maniacalmente sulla scrivania, li guardo con una certa soddisfazione, come un padre guarda il figlio che gioca la sua prima partita. Poi controllo l’email. Ce n’è una del direttore generale, appena arrivata, dice: “La riunione è rinviata al 18 febbraio”. Resto per un attimo inorridito, con una faccia tipo quella della serva in “Giuditta e Oloferne” del Caravaggio. Rispondo all’email, spengo il computer ed esco dall’ufficio passando per le scale, per non incontrare nessuno dei colleghi in ascensore. All’uscita vedo il portiere, “Arrivederci Attilio, mi stia bene, e mi saluti il presidente” gli dico sorridendo. “Lei ha sempre voglia di scherzare” mi risponde, contento e incurante del fatto che fossi già lì a quell’ora. “Oggi più degli altri giorni!”, gli dico ad alta voce, ormai sull’uscio. Poi mi incammino verso il parco, soddisfatto per la mia risposta al direttore. Conteneva una sola parola, sommessa ma profondamente sentita.
Anche questo racconto avrebbe fatto parte di una raccolta collettiva, se mai fosse stata pubblicata. I miei ringraziamenti a chi due anni fa ebbe l’idea e mi esortò a scrivere.
Giovedì
A volte la vita dispensa le sue miserie a piccoli bocconi, altre volte ce ne rovescia in faccia tante assieme, compresse in uno schiaffo solo. Nella schizofrenica varietà di questo mondo stanco l’unica certezza, almeno, è che di miseria prima o poi ce n’è per tutti. Mi tormento con questi pensieri mentre, sfinito, guardo il polsino della camicia lacero e sporco, sospeso a mezz’aria come se fosse lui a reggere la mia mano e a guidarla nel bussare. Poi getto lo sguardo a terra mentre attendo, dolorante, un cenno di vita dietro quella porta. E’ da poco l’alba, un latrato lontano interviene puntualmente come nelle migliori sceneggiature drammatiche, interrotto da alcuni rumori provenienti dal portico. Mi volto, vedo giungere un uomo con un secchio di metallo fra le mani. “Cosa fai lì, chi sei te!”. “Ho avuto un incidente sulla provinciale qui dietro, credo di essermi rotto una spalla”, dico con una smorfia di dolore, indicando il mio arto sinistro coperto dalla giacca lacera e intrisa di sangue. “O madòna de na madòna”, dice il contadino buttando il secchio a terra e correndo verso di me, “lei sta mica bene, venga dentro che chiamiamo qualcuno… Lucia! Lucia! Prendi dell’acqua, prendi il telefono, fai un caffè al signore che non sta mica bene!”. Non sto bene, dice, e ha ragione lui.
Alle sette e mezza arriva l’ambulanza. Nonostante le indicazioni della signora, ci ha messo un’ora a trovare il casolare sperduto nella campagna. Scendono i paramedici, mi esaminano, urlo come un torturato sul patibolo quando provano a togliermi gli abiti. “Adesso la dobbiamo immobilizzare, farà un po’ male”. Farà male, dicono. Mi rendo conto che in quella situazione non ho chiesto di poter chiamare casa, forse nel mio animo sento che una casa ormai non ha più senso averla. Mi sdraiano dopo avermi fasciato alla meno peggio, le cinghie mi bloccano sulla lettiga; approfitto di un ultimo momento di lucidità per fare un cenno ai contadini, come per elargire un grazie. Poi l’antidolorifico mi rintrona fino a farmi perdere i sensi mentre l’ambulanza prende la strada per l’ospedale.
Questo racconto faceva parte di una piccola raccolta collettiva che non ha mai visto la luce. Scrivo già così poco, mi dispiaceva lasciarlo a marcire nell’hard disk.
Tramonto
Vi avrei voluto raccontare la storia di quell’uomo che in un tramonto spettacolare in riva al mare passava il suo tempo a disegnare cose nella sabbia con l’alluce del piede destro, e disegnava e scriveva e cercava la vena artistica tramite il suo piede fino a che la sabbia umida glie lo consentiva, e poi arrivava un’onda un po’ più procace e spazzava via tutti i suoi disegni e le sue parole nella sabbia. Il tramonto era spettacolare, ma l’ho già detto, però mi sembrava giusto ribadirlo, perché certe cose sono spettacolari fin dal momento che la natura le ha concepite, e anche se non ci sono i colori impressionanti e artefatti di una foto fatta con filtro speciale e supermegamacchina da millemilamilioni di euro, sempre spettacolare è, e quel disco infuocato che si va a nascondere dietro all’orizzonte e priva pian piano l’uomo sulla spiaggia della sua luce ha un ché di misterioso e bastardo, perché dà e priva allo stesso tempo e questo – visto da un punto d’osservazione obiettivo – non è per niente equilibrato agli occhi dell’uomo che dipinge con l’alluce. L’uomo dipingeva e scriveva – sempre restando nella storia che avrei voluto raccontarvi – e vedeva il disco infuocato che spariva lentamente dietro alle onde che lambivano l’orizzonte, e si chiedeva se prima o poi, col buio, avrebbe dovuto smettere di scrivere con l’alluce, o se avrebbe potuto azzardare una sessione ad alto coefficiente di difficoltà col giungere delle tenebre. L’onda procace continuava a presentarsi con una certa frequenza e a cancellare puntualmente le scritte e i disegni fatti con l’alluce dall’uomo sulla spiaggia che ormai del tramonto spettacolare ricordava appena i colori, visto che era giunta la notte. Avrei voluto raccontarvi che a un certo punto l’uomo che disegnava con l’alluce si ruppe i coglioni di tutto ciò, e che se ne andò con il polpaccio sinistro indolenzito per lo squilibrio creato nel disegnare sempre e solo col piede destro, ma – per fortuna – non ho mai saputo com’è finita questa storia.
Silenzio
Correndo il rischio dell’abbandono definitivo ho pensato che questo blog almeno qualche piccolo estratto di vaneggio poteva recepirlo (da questa frase si capisce il motivo di tanti giorni di vuoto: di questi tempi la composizione logica di un periodo è diventata ardua, con risultati, comprensibilmente, incomprensibili).
Mi svegliai con il rumore in testa, e attorno. Non avevo mai provato tanto fastidio in passato, non potevo sopportare oltre. Fui motivato a trovare una soluzione e mi misi in cerca. Anni di analisi programmatoria mi avevano insegnato a isolare i problemi più grossi prima di centellinare sui piccoli, e così feci. Cercai quindi il silenzio, ma non fu facile. Provai a cambiare zona, a dormire in un altro letto, perché non era più vita quella che ogni mattina si presentava ad aprirmi gli occhi: era qualcos’altro di insopportabile. Non servì, il rumore era ovunque e mi mordeva l’anima. Una mattina scappai nei prati vicino alla città, provando subito un sollievo che nel giro di pochi istanti venne nuovamente sopraffatto. Ripresi a correre per allontanarmi ancora, ma il silenzio durava appena il tempo di ritrovare il fiato. Mi incamminai nel bosco che lambiva la montagna, ormai erano ore che non vedevo esseri umani, ma il rumore tornava nella testa ogni volta che mi fermavo per capire dove mi trovassi. Quando ti perdi nei boschi spesso cerchi di sentire i rumori che provengono dalla città per orientarti; per assurdo, invece, io mi ero perso per il motivo opposto. Continuai a salire sulla spalla della montagna, il bosco fitto di alberi secolari si faceva sempre più rado man mano che salivo, eppure del silenzio non v’era traccia. Mi prese l’angoscia, il frastuono martellante pulsava ritmicamente col battito impazzito del cuore. Fui in cresta, non so da quante ore scappavo, vidi a poca distanza una cima rocciosa, a picco sul mondo. Ero molto distante dalla quota della città, potevo vederne i lembi che si predevano nell’orizzonte, ma incredibilmente continuava a risuonare in me quel caos disarmonico di suoni che, giunto a un simile punto, non pareva neppure più essere fatto di onde sonore. In vetta non sentirò niente, dissi a me stesso, là c’è il silenzio. Ripresi a correre, trafelato e con le gambe indolenzite, incespicando nei sassi e urtando speroni di roccia che neppure vedevo più. Quando fui in vetta scorsi la spalla rocciosa da cui era partita l’ultima folle corsa, e sotto di essa il bosco, e molto lontani i campi e le case della città, appena distinguibili nella foschia del pomeriggio. Feci alcuni passi verso lo strapiombo, guardai l’orrido sotto di me, e con ancora nelle viscere quel maladetto fracasso chiusi gli occhi e feci l’ultimo balzo. Ciò che mi stava cercando, finalmente, mi trovò.
La leggenda del Moscerino Impermeabile
Sono cose difficili da raccontare. Anche perché è una storia, o leggenda, tramandata verbalmente di padre in figlio, e nessuno si era ancora azzardato a scriverne, almeno fino ad oggi.
C’era una colonia di moscerini molto agili e prestanti, famosi in tutto il mondo dei ditteri per le loro gesta. Erano pochini per essere definiti una vera e propria colonia, ma la loro fama li aveva fatti passare sui labelli di tutto l’Ordine che, con una votazione dall’esito plebiscitario, li aveva riconosciuti come assimilabili ad essa, elevandoli di fatto dal rango di Banda di Casinisti a quello socialmente più degno di Casta. A differenza dei loro simili, i moscerini della Casta stavano alla larga dai posti troppo frequentati come i raspi d’uva o la frutta ammaccata. Essi avevano scelto come base la Grande Piscina Bianca, un luogo che solo a nominarlo spaventava, e spaventa tuttora, intere generazioni di drosofile. Si pensi a tal proposito alle paurose storie ambientate in quel luogo che vengono ancora oggi raccontate alle pupe per tenerle a bada.
I baldi giovani della Casta erano specializzati nello sport estremo del flood diving, disciplina incredibilmente pericolosa che consisteva nello schivare gli immensi getti d’acqua che solcavano le pareti della Grande Piscina Bianca, o che piovevano dal cielo in modo del tutto casuale ed improvviso. Di solito – ormai era noto anche negli ambienti delle scommesse clandestine – prima arrivava lo Scroscio dal Cielo e poi quello devastante rilasciato dal bordo alto delle pareti. Talvolta lo Scroscio dal Cielo era improvviso e fulminante, colpiva la liscia ceramica delle pareti o il catino della piscina con un forte “sciak!” e, signori, seppur fosse difficile essere colpiti da quella saetta, se capitava di esserne vittima non c’era alcuna possibilità di scampo per il malcapitato insetto. Trattadosi di sport estremo si sapeva che sarebbe potuto essere fatale a qualcuno, e nei fatti narrati erano tanti i nomi di valorosi atleti caduti sul campo. Non meno pericoloso era il Grande Scroscio Dalle Pareti, che con la sua violenza e gli schizzi e lo spostamento d’aria creava un vero e proprio uragano nel solitamente calmo ambiente della piscina.
Nel periodo in cui è ambientata la leggenda non passava giorno senza che la Grande Piscina si portasse via qualche elemento, ma il continuo sottrarsi a questo costante pericolo rese la Casta incredibilmente forte e rapida. Fra tutti spiccava Mogy, un maschio di drosofila dotato di particolare intelligenza oltre che di un fisico esplosivo. Questi stava sul bordo alto della piscina, incurante dei compagni, e non appena si creavano i presupposti per l’arrivo di uno Scroscio dal Cielo, si alzava in volo e affrontava il potente getto salmastro piroettando così velocemente che pareva persino attraversarlo senza esserne scalfito, o peggio, trascinato nel vortice del catino. Per tutti divenne Mogy l’Impermeabile, il moscerino imbattibile. Al suo attivo aveva più di centoventi Scrosci evitati, decine di saette e l’inimmaginabile totale di duecento Grandi Scrosci Dalle Pareti. Il suo nome era trasmesso in ogni ronzio, i giornali non vendevano una copia se non c’era almeno una cronaca delle sue gesta, le pupe avevano il suo poster appeso in camera e i Capi Colonia, spesso loro malgrado, lo ammiravano come un dio. Nelle molte dicerie sul suo conto non si contavano le avventure narrate, alcune vere, altre inventate ma sicuramente affascinanti. Si diceva che un giorno avesse schivato una Saetta Limacciosa così potente e rapida che scalfì persino la ceramica della piscina. Alcuni giuravano di averlo visto fare uno yaw-and-roll passando attraverso il Grande Scroscio, per poi uscirne con una Marlboro accesa in bocca. Altri dicevano che avesse una tuta speciale che lo rendeva impermeabile, altri ancora lo criticavano perché dava un pessimo esempio ai giovani.
Mogy era del tutto incurante di queste dicerie e ogni giorno si prodigava in acrobazie sempre più spettacolari e veritiginose. Fu invitato anche in televisione, e per dimostrare a tutti la sua forza si fece versare addosso il fondo di una lattina di birra. La produzione però fece male i calcoli e scoprì a sue spese che la prevista goccia era in realtà un cucchiaio, quantità che se rapportata all’uomo sarebbe una cisterna da quarantamila litri. Accadde così che tutto lo studio televisivo ne venne inondato, al punto che la trasmissione fu sospesa per manifesta ubriachezza di pubblico, tecnici e presentatore.
La leggenda di Mogy andò avanti per lungo tempo fino al momento in cui, come tutte le belle storie, anch’essa finì. Accadde in un triste giorno che ancora oggi viene celebrato da tutte le drosofile del mondo, sebbene l’Ordine non se la sia mai sentita di proclamarlo Lutto Obbligatorio per tutti i ditteri. Le cronache narrano che, come accadeva abitualmente, anche quella mattina il cielo si oscurò, e una grande massa rosa, anzi, La Grande Massa Rosa si posò sul bordo alto della Piscina Bianca, occludendola quasi tutta. Fin da piccoli i moscerini sono sempre stati educati a comportarsi con ordine durante l’oscuramento del cielo, sia esso dovuto al naturale ciclo del giorno e della notte, sia esso dovuto alla Grande Massa Rosa. In questo specifico caso essi sapevano perfettamente che ci si doveva allontanare rapidamente dalla piscina, oppure nascondersi sotto al bordo alto e poi svignarsela non appena la Massa Rosa si risollevava. Nessuno sapeva di preciso cosa accadesse in quegli istanti, a causa del buio. Le cronache riportano solo racconti di enormi tuoni e rumori di frane gigantesche, e schizzi d’acqua dal fondo della piscina. Quel giorno Mogy, intento a superare il limite, decise di sfidare la Massa Rosa e si collocò al centro della parete meno scoscesa della piscina. Lo sentirono urlare “Ehi, lassù, non mi fai paura! Non mi fai paura!!”. Poi un tuono, fortissimo, e il rumore della valanga che stava arrivando, e un tumulto d’acqua vorticosa e spruzzi e un chiasso infernale.
Poi il silenzio, mentre la Massa Rosa si alzava. I moscerini nascosti sotto il bordo alto gettarono uno sguardo verso la parete, appena prima di scappare come da protocollo. Alcuni restarono in volo per un attimo, guardando attorno a tutto il catino per scorgere il compagno, l’amico, l’eroe di tante favole. Non videro cenni di vita, solo il disastro della enorme valanga di fango. Fra le lacrime si allontanarono, mentre un vortice d’aria li spingeva verso l’alto e il Grande Scroscio portava con sé sul fondo della piscina tutto ciò che restava. Mogy era sparito, e con lui tutte le speranze e i sogni di una intiera generazione.
Ancora oggi se ne parla in tutto l’Ordine dei Ditteri, nessuno lo ha dimenticato. Mogy il Moscerino Impermeabile era per tutti un invincibile eroe, e pochi si sono rassegnati all’idea che non ci sia più. Alcuni giurano di averlo visto ronzare nelle notti più scure, col solito ghigno di sfida che sfavilla nel buio e un urlo di battaglia dal significato sconosciuto, il cui suono fa pressappoco così: “Merdaaaaaa!”.
Io con la sfiga ci vivo benissimo
Io con la sfiga ci vivo benissimo, fin da quando sono nato. A quanto pare è la mia figura che funge da calamita, non sono io che sono sfigato. Sono praticamente circondato da gente che con la sfiga ci ha fatto le nozze, al punto che a volte mi chiedo se sono io a portare sfiga. Fin da quando sono nato.
La gente che è nata con me, nello stesso periodo, era tutta nella stanza dove sono nato io, o nei paraggi, non so bene. Uno che è nato il mio stesso giorno, nello stesso ospedale, nella stessa stanza, è venuto a scuola con me per anni, ed era uno veramente sfigato. Non era cresciuto molto, era piccolino, e tutti lo sfottevano perché era piccolino, e sfigato. Alle figurine riusciva a perdere anche contro di me, che ero una sega. Lui, sfigato, piccolino, perdeva anche contro di me. Era così sfigato che nessuno voleva giocare a figurine con lui, e allora si trovava a giocare con me, e perdeva, sfigato.
Un altro che è nato qualche giorno prima di me, adesso vive a trenta metri da casa mia. Non è piccolino, e a dirla tutta non è nemmeno tanto sfigato, ha una bella casa, una bella moglie, un bell’idraulico. Sarà che ha passato veramente pochi istanti con me, ma non è poi così sfigato. Certo, i capelli che sembrano stuccati da un gessino della Val Camonica non gli rendono l’aspetto così piacevole, ma questo non credo che sia solo sfiga, deve essere anche questione di parrucchiere, o di lacca, o di idraulico.
Ce n’è ancora uno, nato una settimana prima di me, che era anche nello stesso ospedale, nella stessa stanza, nello stesso periodo. Lui non so dire bene se è sfigato o no, ma non lo vedo mai con delle ragazze e allora penso che sia sfigato, o anche un tantino omosessuale. Che non è essere sfigati, l’essere omosessuali, è credo più una questione di culo, ecco. Lui è sfigato a giorni alterni, tanto per capirci. Un giorno aveva parcheggiato la macchina nuova – beh, nuova, aveva un mesetto – in strada, e quella sera qualche buontempone voleva fare uno scherzo a un vicino di casa, e ci ha incendiato la macchina, al vicino di casa, solo che forse non sapeva bene quale era la macchina del vicino di casa e allora ha incendiato quella del mio amico. Quando sono arrivati i pompieri c’era solo più la marmitta, poi uno dice la sfiga.
Anche mia mamma è stata presa dalla sfiga che mi circonda, e quando dovevo nascere è ovvio che oltre alla sfiga a circondarmi era anche e soprattutto lei, mia mamma, nel vero senso della parola. Le avevano detto che ero in ritardo e che sarei nato grosso, sui cinque chili, e lei era un tantino preoccupata, al punto che scriveva lettere alla famiglia dicendo “o si sono sbagliati loro o mi sono sbagliata io, ma questo qui non ne vuole sapere di uscire”. Mentre chiacchierava con le mamme di quelli che sono nati prima o durante, quelli che ho detto sopra, era preoccupata che loro uscivano e io stavo lì dentro al calduccio. Mio padre lavorava sessantadue ore al giorno perché a casa ne aveva già due, di cosi che mangiavano, e io sarei stato il terzo, e da quanto ero grosso aveva già deciso di uccidere il vitello grasso. Mia mamma era più pacata, anche se ansiosa, e lo rincuorava dicendogli che comunque per i primi tempi, come per gli altri due, ci avrebbe pensato lei a sfamarmi. E appena dopo nato le dissero subito che non aveva latte, e che io avrei dovuto passare i migliori anni della mia vita senza il contatto con le mammelle. Che poi sta cosa delle mammelle me la porto ancora adesso, mi viene da metterci la faccia dentro ogni volta che le vedo, alle mammelle, vatti a sapere perché. Sfigato anch’io, niente mammelle, mi son dato alla birra fin dall’infanzia.
Quando giocavo con mia sorella, da bambino, si faceva sempre male lei, poverina. Gara con la bici, una spanna di pelle abrasa. Gara a salire sulla betulla, si rompevano i rami dalla sua parte. C’era l’influenza, la beccava sempre lei. A Natale le regalavano la Barbie, e lei detestava quella bambolozza bionda abbagasciata, e allora la prendevo io, la spogliavo e mettevo la faccia in mezzo alle tette, chissà mai perché. Un giorno volevamo fare come maicbongiorno e facevamo i quiz, solo che per fare i quiz bisognava avere il cartellone con il nome, e lei ne scrisse uno per me, che io non sapevo scrivere, e ci scrisse Carlo Puttana, immagino perché non avesse idea di cosa volesse dire Carlo. Poi arrivò mia madre e sorrise, a me, e a lei le mollò una chiantozza che le rimasero le dita istoriate sulla guancia per due giorni. Ci vollero ancora un paio d’anni per capire che aveva buoni motivi per tenermi alla larga.
Alle elementari dopo la scuola uscivo sempre di casa a far danni in giro per il quartiere, insieme al mio amico Luca. Lui non era mica sfigato, di suo, ma appena arrivavo io, tempo due o tre ore, gli capitava qualcosa di spiacevole. Andavamo a spaccare pignatte nelle case in costruzione, e i muratori beccavano lui e lo portavano a casa da suo padre che gli faceva dei culi che si sentiva urlare fin nelle campagne. Giocavamo nei prati, e le api pungevano solo lui. Gara in bici, trentatré centimetri di abrasioni per volta. I rami dei gelsi si rompevano sempre e solo dalla sua parte. Far le scalette con i chiodi del sette, sapessi le martellate che si dava sulle dita, solo lui, sfigato. Sua mamma aveva i capelli neri, suo papà aveva i capelli neri, lui aveva i capelli rossi e le lentiggini, e questo da bambino non significava sfiga, ma crescendo mi aveva fatto venire qualche sospetto. A volte prendevamo in prestito il carretto di suo padre, e andavamo in giro lui sopra e io dietro a spingere, correndo a piene balle per strade sterrate. A volte era lui a spingere e io sopra, e non succedeva niente, ma quando era lui sopra e io a spingere era sicuro che un sasso o una buca lo avrebbero fatto ribaltare. Quando è stato più grandicello ha finalmente risolto i suoi problemi, perché i miei mi avevano rinchiuso in un collegio.
A scuola, alle medie, avevo cambiato posto, al collegio, non ero più al paese, e questo avrebbe potuto farmi passare quell’aura da menagramo, che non lo sapevo mica ancora di averla a quel tempo, l’aura da menagramo, lo sto analizzando adesso. Conobbi un paio di compagni che venivano anche dal mio paese e feci amicizia. Dopo la scuola, in estate, finite le medie, ci vedevamo ogni tanto, e io cominciavo a trovare le ragazze, e ci piacevo alle ragazze, io, mentre loro erano sfigati e non avevano ancora baciato niente che fosse minimamente paragonabile a una forma di vita. I mio amico Mario era proprio uno che sembrava attirare la sfiga su di sé, e sembrava che questo accadesse solo quando c’ero io. Se andavamo a fare un giro in motorino, lui forava sistematicamente. Se provava a elaborare il motore, grippava. Un giorno aveva finalmente trovato il modo di fare andare il suo Issimo più veloce del mio Califfo Giò, e tempo due giorni glie lo avevano rubato. Allora era costretto a viaggiare sulla Vespa Primavera tre marce di suo padre, una casseruola di tale portata che sembra incredibile ancora adesso che possa essere esistita. Una volta la tirò fuori e io gli dissi Facciamo cambio, e lui prese il mio Califfo e io la sua Vespa, e andammo verso la strada della discarica, e non successe niente, anzi, la Vespa sembrava andare più del Califfo, e lui era contento, allora ci scambiammo di nuovo i motorini e quando ci salì sopra lui, tempo dieci metri, era forata.
Sarebbero ancora tanti gli esempi, ne dico solo più uno. Un giorno con dei colleghi di lavoro decidemmo di andare a fare un giro in bici, una cosa seria, fino a un rifugio in montagna. Quella mattina pioveva come dio la mandava, o il suo idraulico, non so bene, comunque pioveva e io passai a prendere uno dei miei colleghi col furgone, quello che ci hanno bruciato la macchina, come ho detto sopra, che non avevamo voglia di farci tutta la strada asfaltata in bici, e lui mi diceva Ma piove troppo, lasciamo perdere, e io gli dicevo Vedrai che arriviamo là e c’è il sole. E figurati, arrivati là c’era un sole caldo e il cielo sereno, e allora lui pensò che questa storia della sfiga era finita. Ci incamminammo, arrivammo in rifugio, arrivarono anche gli altri due colleghi più allenati e facemmo pranzo. A scendere, in rigoroso ordine cronologico, il collega A forò due volte, il collega B riuscì a incaprettarsi su dei sassi e forò tre volte in un tratto di appena trecento metri. Il collega venuto con me era praticamente sicuro di essere fuori pericolo quando in entrata di curva riuscì a fare una quindicina di metri sulle gengive. E bon, quei tre lì con me in bici non ci sono mai più voluti venire.
Dimenticavo, parlando di sfiga. Uno che era a scuola con me si è addirittura fatto prete.
Amore grande, amore bello
Amore grande, amore bello, ti ricordi quando eravamo giovani e si parlava del futuro, e io e te abbarbicati su quel faggio come scimmie, che avevamo anche un fisichino niente male e riuscivamo a starci, su quei rami, senza piombare a terra come i gravi di Newton, e parlavamo parlavamo per ore, e poi tu un giorno mi dicesti Ma adesso per una volta invece di parlare me la metti la lingua in bocca? E io ti dicevo Ma guarda che secondo me tu una lingua in bocca già ce l’hai, così, almeno, mi pare di dedurre, da quello che dici, da come lo dici, insomma la pronuncia tua non lascia affatto intendere che non hai la lingua, e tu mi dicevi Scemo, parlavo di limonare, e io sorridevo come un fringuello delle prealpi prealpine?
Amore grande, amore bello, e poi limonavamo come quelli che limonano, che poi io sta cosa del limonare non l’ho mai capita, cioè intendo l’etimo, limonare, ma che cosa c’entrano i limoni con quell’azione di mescolare i propri liquidi arrovellando le lingue fino al crampo submascellare? Ma tu volevi limonare, e lo abbiamo fatto per anni, limonare, e in quell’atto noi spremevamo ogni singolo atomo del nostro amore e non ci domandavamo mai cosa sarebbe stato di noi, come saremmo diventati, e soprattutto tu non facevi altro che parlare d’amore senza mai chiedermi se io ero d’accordo, su sta cosa, e se limonare era sufficiente. Ma noi, tu, lo sapevi, che eravamo dei deficienti e non volevamo andare oltre, perché la paura fa novanta, e francamente anche questa non l’ho mai capita del tutto ma mi sono fatto diverse idee tipo che comunque di me ti potevi fidare, che a novanta non ti ci avrei messa se tu non me lo chiedevi, e del resto non posso mica biasimarti se avevi paura, perché in quella posizione il rischio di limonare in maniera un po’ diversa c’era, evidentemente.
Tu, amore grande, alla fine, amore bello, a forza di limonare ti sei scordata di darmela.
L’idraulico di Satana
Un amico mio fa l’idraulico, e come tutti gli idraulici non è che ci è nato, anzi secondo me la sua vocazione era di fare l’incursore del San Marco. Ai suoi esordi come lavoratore autonomo però aveva tanta buona volontà e uno spiccato senso del dovere, nonché una certa capacità di arrangiarsi nelle situazioni più abominevoli che si presentavano al suo cospetto di debuttante allo sbaraglio.
Accadde un giorno che la madre superiora di un noto convento di suore qui in zona lo chiamò per un problemino, e lui si precipitò col suo furgone (una Regata famigliare con marmitta a strascico e metastasi rugginose in ogni piega) stracolmo di ferraglia e zelo. La madre lo portò al secondo piano, dove stava un gabinetto alla turca indubbiamente intasato, e gli chiese se poteva fare qualcosa. Lui, che non era mica stupido, dedusse immediatamente che, a dispetto delle sue credenze, anche le suore la facevano, e quanta. Le disse “Tranquilla, sorella, ci penso io”. Lei si raccomandò solo di lasciare pulito al termine del lavoro, visto che avevano da poco risistemato quel piano, con tanto di piastrellatura nuova su pareti e pavimento e imbiancatura dei soffitti. Lui, pollice alzato, scese a prendere gli arnesi sul suo furgone e si mise all’opera.
In determinati istanti della vita a tutti può capitare di avere un’idea meravigliosa, e lui ne ebbe una proprio in quel frangente. Estrasse il compressore portatile, vi collegò la sonda per i tubi da dieci metri e cercò il pozzetto di spurgo nel cortile, all’altezza del pianterreno. Sollevò il tombino, infilò la sonda, dentro dentro fino a che non la sentì fermarsi, poi chiuse il tubo con della speciale gommapiuma non traspirante per evitare lo sfiato dell’aria, e aprì la valvola, di getto. In quel momento udì un soffio fortissimo che sputò fuori la guarnizione dal tubo, e si rese conto di essersi dimenticato il pressostato del compressore sulle 12 atmosfere, dopo averlo usato per soffiare alcuni filtri il giorno precedente. Senza battere ciglio chiuse la valvola, sfilò il tubo, richiuse il tombino, andò al secondo piano, aprì la porta del bagno e non so bene cosa pensò davanti a quello spettacolo, ma quando me lo raccontò descrisse la scena “come se fosse esplosa una bomba in un pozzo nero” (qui lascio alla vostra immaginazione). Tirò lo sciacquone, vide che funzionava, scese al pianterreno con tutta tranquillità e caricò gli attrezzi in macchina. La madre superiora si avvicinò e gli domandò se il problema fosse risolto, e lui sorridendo disse “Tranquilla, sorella, è tutto a posto, è stato così facile che guardi, come buona azione non la faccio neanche pagare”.
Se ne andò fra le benedizioni della sorella, felice di aver fatto un buon lavoro e un gesto caritatevole al convento. Seppe solo molto tempo dopo del circolare di certe voci su un’apparizione di Satana al convento, e della scena apocalittica che si parò di fronte agli imbianchini chiamati per ritinteggiare un bagno del secondo piano.





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