Quite real life

San Niente

Oggi è lunedì, un lunedì qualsiasi, i cattolici festeggiano San Niente. Oggi c’è un sacco di gente che va a far vedere a un sacco di gente che loro al cimitero ci vanno e hanno i fiori più belli degli altri. Oggi è il giorno in cui gli ipocriti che non si ricordano nemmeno i nomi dei parenti trapassati vanno a far vedere in giro che loro ci sono e che hanno la giacca di renna nuova. Ho apprezzato molto il Foscolo, in gioventù, e condiviso ciò che pensava sui sepolcri, ma col tempo mi sono convinto che conti maggiormente quanto uno si porta nel cuore e nella memoria più che una lastra di marmo con due date, una foto – la meno peggio – e un nome a caratteri gravi. Per me è il ricordo di ciò che si è vissuto quando entrambi si viveva che mantiene presente la persona defunta. Portare un fiore su una tomba è per l’esteriorità, per gli occhi degli altri, a meno che tu non lo faccia con convinzione e che quel gesto ti faccia sentire meglio. Io non mi sento meglio, manco un po’. Il Grande Bastardo si è preso mia sorella a 27 anni, spiegami tu per quale motivo dovrei sentirmi meglio. Preferisco ricordare quando da bambini ci portavano dai nonni, quelli che ci mettevano a dormire dopo pranzo, e noi organizzavamo la resistenza armata contro quel sopruso sabotando i barattoli di zucchero e sale e prendendoci a cuscinate in una nuvola di piume. O quando andavamo a casa di qualche amichetto con mezzo metro di neve e fingevamo di perderci nella bufera in modo da avere una buona scusa per presentarci a casa bagnati fradici. O quando la odiavo perché lei sapeva disegnare in maniera sublime e io niente, nemmeno uno scarabocchio, o quando avevo fatto un interruttore nascosto al mio stereo perché lei non potesse usarlo in mia assenza, o quando mi regalò “Il bar sotto il mare” e mi fece scoprire Benni, o “La nuvola nera” di Hoyle, e mi aiutava a coltivare dei sogni che non potevo permettermi. E quando finite le superiori voleva iscriversi a ingegneria meccanica perché la sua passione per la formula 1 la guidava su quella strada, e poi assistemmo insieme a bocca spalancata all’incidente di Senna e lei rimase sconvolta per giorni.

Passare a miglior vita. Se fosse vero, la gente morirebbe più volentieri.

Due parole sul Big Bang, o più che altro su un adorabile uomo di scienza.

Ho terminato stasera stessa, con grande rammarico (perché è terminato, non perché non mi sia piaciuto), il libro “La musica del Big Bang” del bravo Amedeo Balbi. Come molti sanno, o pochi, dipende dalla prospettiva con cui sono visti, io sembro allineato alla moda ma non lo sono, ma non sono nemmeno nella condizione opposta, diciamo che “sto” accanto, guardo passare il bus pieno di persone ma non ci salgo, non lo rincorro e non lo precedo. In questo contesto si capisce già quello che volevo dire: non ho ancora letto l’ultimo di Amedeo, “Seconda stella a destra“, perché adesso è di moda parlare di quel libro lì e io nel mio immaginario ritenevo più corretto leggere l’opera di debutto, se così si può chiamare. Ma l’ho già comprato, quello nuovo, precauzionalmente.

Introdotte le cialtronate di sorta, veniamo alla parte seria del mio post. In primis ho capito perché Alessandro Bonino, uno che io stimo a prescindere già solo per il fatto che ha un colbacco in vera pelliccia di colbacco, ritenga doveroso definire il Dott. Balbi con l’appellativo che suona come “il mio cosmologo di fiducia”. Già, Amedeo è un cosmologo, e io invece pensavo che fosse un astrofisico. Leggendo il libro capisci anche un po’ quale sia la differenza fra questi due termini (e non sto a fare la premessa sulla mia ignoranza, ormai proverbiale). Il fatto della fiducia, caro mio, dopo che ti sei letto tutto il libro capisci che in qualche modo “devi” fidarti di ciò che viene trattato. La mente umana è incredibilmente capace, ma in ogni essere opera su scenari differenti con diversi gradi di comprensiblità: ipoteticamente un buon muratore non sa fare il formaggio, un aviatore non sa andare in bicicletta e un cosmologo non sa leggere uno script in java. E così nemmeno un profanatore di sistemi informativi come il sottoscritto è in grado di comprendere a sufficienza la mostruosità di scienza che sta alla base della cosmologia. Insomma, mi fido di ciò che scrive, e mi piace pure.

Riguardo al libro non dico molto, dice già tutto lui, in modo fluido e quasi completamente “fruibile anche a una capra come me” (cit., dopo spiego) e penso che questo sia uno dei motivi per cui debba essere letto. Poi magari non ti piace la parte tecnico-scientifica, e allora puoi leggere l’indice analitico al fondo o guardare le figure. In definitiva, un argomento che ritenevo (da ignorante, come detto) fantasioso e privo di fondamento, il Big Bang, in realtà ha una struttura scientifica e una serie di teorie dimostrate e dimostrabili che lo rendono concreto e ne svelano i segreti, con buona pace di Fred Hoyle, il “romanziere” che lo battezzò con tale nome nell’intento di prenderne in giro la teoria di fondo.

A corollario tenevo a dire che Amedeo l’ho conosciuto a Riva del Garda nel 2009, ed è proprio un bell’uomo con marcato accento romano, magari un tantino basso di statura (specie se rapportato a me), ma è proprio una brava persona. E che grazie a FriendFeed ho avuto modo di fargli una domanda “in diretta” su un paragrafo che non avevo capito (“Pronto, Dott. Eco? Salve, non capisco la frase in fondo a pagina 145 del suo libro, quello del pendolo, me la spiega?” – “MavafFoucault!” – click – tut tut tut tut) e lui mi ha risposto subito chiarendomi l’arcano, non come Eco che invece mi ha buttato giù il telefono. E come un cialtrone qualsiasi gli ho segnalato un refuso e lui, dall’altro capo del cavo di rete, probabilmente sorrideva compassionevole. La citazione di cui sopra è il mio modesto tributo datogli in quello stesso direct message.

Compratelo, leggetelo. E’ scienza, funziona, e serve.

Quelli che sognano l’iPad

Di mestiere faccio il venditore di sogni. Chi mi retribuisce inizia ogni frase con “vorrei” e io ho il compito di provare a soddisfarlo. Agli inizi non era proprio così, si riunivano in comitati d’azienda, o in gruppi di lavoro capitanati da menti devastate da teorie avveniristiche, poi mettevano la manina sul portafogli, ridimensionavano, storcevano le bocche e commissionavano a terzi incompetenti lo studio di progetti che mai vedevano la luce per via dei costi. Poi cominciarono ad avere seriamente bisogno della tecnologia, scesero in reparto e mi tolsero la ramazza di mano per farmi sedere con loro nelle interminabili riunioni dai temi più angoscianti. Presi subito una decina di chili.

Via via che si riduceva causa pensionamento il numero di eminenze grigie, diventava sempre più importante ogni mio balbettio, anche sommesso. Forse l’aver recuperato l’intero database dei dipendenti da un pc masticato dagli squali aiutò a dare credibilità alla mia professione. Non so, in una realtà non artefatta si sa benissimo che è impossibile ottenere credito con così poco, ma fra le accoglienti mura della mia ditta questo poteva accadere tranquillamente, per via soprattutto di un passato tanto movimentato, costoso e dai risultati, nel migliore dei casi, stravaganti. Nacque così la moda di dire “vorrei”, sapendo che al prezzo di un provolone si potevano ottenere prestazioni accettabili. Le riunioni si susseguivano, per fortuna sempre più brevi, mentre il tempo trascorreva minaccioso e subdolo e i “vorrei” cominciavano a farsi sempre più pretenziosi, al punto che dovetti farmi aiutare da un buon tecnico, tutto per me e per colmare la fame di nuovi progetti.

Da qualche tempo ho un incarico che prevede di presentarmi in riunione e dire “vorrei”, cercando accondiscendenza negli occhi di chi mi ascolta. Funziona, basta presentare il R.O.I. senza dar troppo peso alla lettera I. E poi, diciamolo, in un’azienda con tanti problemi evolutivi è facile mantenere fresco il proprio posto di lavoro, basta risolverne uno per volta, con calma e con risorse minime. Fatte queste premesse mi trovo da qualche giorno a dover affrontare un problema, quello di assorbire l’onda d’urto di un mercato in ripresa organizzando uomini e mezzi di metà fabbrica. No, spetta, così è troppo generico. Vado al dettaglio: voglio usare l’iPad in un sogno chiamato e-warehouse, il magazzino elettronico (scusandomi fin dal principio per l’abuso della e- e di un mal digerito inglese).

A dire il vero non ho mai preso in mano quell’aggeggio, anzi, credo di averne visto uno di sfuggita sulla scrivania di una splendida signora (e in certi casi non si bada agli aggeggi, non sono così nerd), ma ho incrociato la tecnologia Apple con la recente assegnazione d’ufficio di un iPhone4, e fatte le dovute proporzioni, credo di averne assorbito i concetti di base. Apple è un trend setter, se ne frega della concorrenza al punto di non averla, e sforna oggetti che fanno venire le lacrime agli occhi di gioia per quanto sono perfetti. Suppongo quindi che l’iPad sia la sublimazione di quanto di buono è stato sperimentato e commercializzato con l’iPhone. Ora, chi è soggetto ad attacchi di panico chiuda qui, ché è meglio, ma io sono intenzionato a portare l’iPad nel magazzino prodotti e piazzarlo sui mezzi di movimentazione, fra le manacce zozze e bisunte degli addetti.

Cosa va considerato?

- Il costo: mettiamo di adottare il giocattolone entry level, son sempre 500 euro a pezzo. Una cifra irrisoria rispetto ai 3.000 e oltre di un terminale mobile dedicato con su (sigh) Windows CE 5.0. Quindi è fattibile.

- La durata: parlo di durata strutturale, non di batteria (quella sarebbe connessa all’alimentazione del carrello). Vibrazioni, colpi, mani zozze, freddo, caldo, briciole di biscotti alla meliga. Non avendone mai preso uno in mano non so che sensazione dia in questi termini. Va detto che avrà la sua staffa di ancoraggio, da costruire in casa, ma questa non garantisce una riduzione delle sollecitazioni dovuta alla marcia del carrello. Incognita.

- L’alimentazione: bisogna inventarsi un adattatore dai 48 Volt del carrello agli (x) Volt dell’arnese, con un cavetto poco propenso a macinarsi al primo maltrattamento. Alimentatori di questo tipo so dove procurarmeli, il resto è sperimentazione e saldatore.

- La connettività: c’è una WLAN in tutto il magazzino (autocostruita, 6.000 metri quadri coperti, non ridere), l’iPad sarà sufficientemente reattivo? Stando alle prestazioni dell’iPhone direi di sì, che si connette anche a una vecchia Radiomarelli ad onde medie.

- Le applicazioni: qui viene il difficile. Scrivere applicazioni in Object-C non mi pare il caso, perché comporterebbe l’acquisto di un Mac e non intendo fare questo passo, non adesso, non a quei prezzi. Quindi o metto su un server web e converto le applicazioni in PHP con supporto di jQuery e altre amenità, oppure prendo un bel client per terminal server e uso le applicazioni esistenti in remoto. La terza opzione è la più rapida, ma esiste un buon client per iPad, stabile e reattivo? Non sapendolo, prendo in considerazione anche la seconda ipotesi, che però avrebbe risvolti drammatici trattandosi di sistemi eterogenei e assolutamente incompatibili fra loro (AS400 e SQL Server, tanto per fare qualche nome). Sarebbe risolvibile, magari sacrificando qualche funzionalità in real-time, ma a che prezzo? E da sviluppatore, garantisco, non sto parlando di moneta.

- Lettori barcode: come connetterli all’iPad? Non so nemmeno se ha una porta USB. Dici in wireless, eh? Non sono molto convinto, altre batterie, altri caricabatteria, altra roba che può cadere ed essere smarmellata sul pavimento sotto le ruote del mezzo. Altri costi, oltre tutto, quasi quanto l’iPad stesso.

- Il lato ludico dell’iPad: scommetto che è pieno di giochini e applicazioni che si connettono a internet e servono per fare di tutto tranne che lavorare. Non sono uno schiavista, anzi, in azienda fin dai primi giorni ho svolto un ruolo di primo piano nell’evangelizzare ad internet e agli aspetti creativi dell’informatica ogni grado e specie di collega, bipedi compresi. Ma in un’area vasta e poco controllata, chi mi garantisce che il giovinotto sul carrello non passi qualche oretta a giocare? La domanda vera è questa: si possono cancellare le minchiate dall’iPad?

In definitiva il mio “vorrei” inizialmente potrebbe costare meno di mille euro, cifra che per un progetto self made può essere assolutamente condivisibile e stanziabile. Quindi ho deciso, ci proverò, e se posso ne darò notizia, che magari a qualcuno interessa. Dal sogno della scrittura/lettura digitale (mi piace il wreading di gallizio) alla più prosaica realtà della micchetta quotidiana.

Sulla scrittura, o sulla lettura, digitale e non

Io non so niente della scrittura, come della lettura, e per indole cerco di non parlare di cose che non so. Del resto è uno dei principali motivi per cui taccio spesso e a lungo. Comunque qui vorrei spendere un paio di parole, forse tutte quelle che non ho detto in tante altre occasioni in cui c’era già parecchia altra gente che la sapeva lunga. Anzi, faccio un arido elenco della spesa, più come appunto personale che come manifesto.

1) Sui libri digitali non puoi farci i disegnini sul margine, in modo da vedere il disegno animato mentre lo sfogli velocemente.

2) I libri di carta pesano un sacco e se te ne porti troppi in valigia all’aeroporto ti fanno un culo come un portaombrelli.

3) Libri decenti ne trovi uno su mille, e lo sai solo dopo averli letti, cazzarola

4) Spesso non me ne accorgo, ma leggo in continuazione. Tutto. Dal bugiardino del medicinale di automedicazione all’etichetta della bottiglia di minerale, dall’articolo online al ridicolo EULA di un software. E poi dico che non leggo niente perché non ho tempo.

5) Sono un pipparolo autoreferenziale con così poco tempo per leggere che ce la faccio a malapena a scrivere le quattro minchiate di questo blog, e le quattromila di friendfeed. Scrivo, leggo, commento, partecipo, dilapido tempo.

6) Sono un pipparolo autoreferenziale e ogni tanto torno a leggere i miei stessi post, e mi stupisco persino di averli scritti io. Mi è persino capitato di rileggere vecchi post per intiero perché non ricordavo come finivano.

7) Prenderei a cinghiate nelle gengive quelli che al supermercato si fermano alla zona edicola per sfogliarsi tutti i giornali possibili e immaginabili senza nemmeno comprarne uno. E le riviste. E gli inserti speciali. E i libri.

8 ) Mozzerei le mani a quelli che in libreria sfogliano ogni libro, strappano il cellophane e stropicciano le pagine, e poi non comprano niente. Mozzerei loro le mani e le farei mangiare al loro cane, e se non avessero un cane glie ne farei adottare uno dal canile e poi lo nutrirei in quel modo.

9) Di fronte a una libreria cartacea mi si apre automaticamente la mascella e resto a bocca spalancata come un bambino in un negozio di caramelle (o un pervertito in un sexy shop). E comincio a storcermi il collo per leggere tutti i dorsi dei libri, titoloautoreeditoreecollana, e mi inebetisco. Con una libreria digitale non saprei.

10) C’è così tanta gente che scrive, ormai, che non sono mica sicuro che ce ne sia altrettanta che legge

Bon, vi lascio con un link, perché non dobbiamo dimenticarci che una volta era tutto più difficile: http://www.rarebookroom.org/

John Player Special

Da ragazzino ero un maledetto lacché della maestra. Ricordo un giorno che chiese ad alcuni di noi – era un venerdì – se fossimo stati liberi nel pomeriggio per darle una mano a sistemare una soffitta della scuola. Eravamo in una quinta elementare sita in uno stabile risalente ai primi del 900, usato in tempo di guerra come caserma e uffici militari. Comunque – dicevo – ero un lacché, e dissi immediatamente di sì.

Nel pomeriggio tornai alla scuola e la vidi attendere sulla porta principale, ero solo. Mi confermò che ero l’unico ad aver mantenuto la promessa di venire e mi accompagnò nella soffitta. Era pieno di scatole, rotoli da disegno, libri e scartoffie. Un tantino sconsolata prese a spostare qualcosa, quando inavvertitamente fece cadere un contenitore al cui interno vi erano dei disegni tecnici arrotolati e parecchio ingialliti. Ne aprì uno per vedere di che si trattasse e lo srotolò sulla vecchia cattedra che stava nell’angolo sotto la finestra.

Ora potrete credermi o no, non m’importa, ma si trattava del progetto del futuro circuito automobilistico di Cuneo. In epoca fascista fu lo stesso Mussolini a concepire l’ipotesi di creare un tracciato cittadino a Cuneo, con il rettilineo su Viale Degli Angeli, e di fronte ai miei occhi increduli c’era quel grande foglio di carta ingiallita con tutti i dettagli, i nomi altisonanti delle curve e la dislocazione delle tribune. La didascalia canonica in un angolo titolava “Circuito Automobilistico della Città di Cuneo”, con caratteri in perfetto stile impero, e vi era il nome del progettista e del disegnatore e la scala e tutti i crismi del caso. La maestra mi spiegò che si trattava di un disegno risalente all’epoca fascista per via della data, indicata con l’anno in numeri romani (per chi non lo sapesse, in quel periodo gli anni venivano scritti ad esempio con “Anno XI dell’Era Fascista”). Io, già accanito tifoso della Lotus di Mario Andretti, vidi per un attimo quell’auto sfrecciare per le strade cittadine e cominciai a sognare e a fare domande.

E niente, volevo farvelo sapere. Non so che fine abbia fatto quel disegno, ma mi son sempre ripromesso di indagare per ritrovarlo.



Come entrare in possesso di un iPhone 4 e sopravvivere lo stesso

Come ho già accennato altrove, dopo anni di onorato servizio i mio Nokia E51 mi ha abbandonato (non del tutto ma a tenerlo sempre in tasca si sentiva più niente). Sono quindi entrato in possesso di un iPhone 4, mio malgrado. Sì, perché la scelta possibile ricadeva sul giocattolone di Apple, sul Nokia N97 mini o sul Blackberry Storm 2. Come accade in questi casi si chiedono informazioni in giro a chi già da tempo si gingilla con quegli arnesi, e il più delle volte si ascolta la vox populi. Questo è il caso in cui, totalmente impreparato sull’argomento, ho dovuto piegare la mia indole alla nuova tecnologia, e son qui per parlarne, stavolta e basta (spero), perché credo che vi sia più d’uno che si trova nella stessa situazione e non ha gli amici scriteriati e preparati che ho io.

Premessa: TIM è come un ministero

Avendo un contratto con questi signori la scelta è stata obbligata, trattandosi di telefono aziendale. Il nuovo accrocchio denominato Impresa Semplice è qualcosa di aberrante, a mio modesto parere. Per chiedere l’associazione di iPhone + scheda microsim al contratto ho dovuto faxare 19 pagine (diciannove, è giusto, non è un refuso). Poi lo han mandato di corsa, per carità, ma è bizzarro che uno spacciatore di tecnologia resti ancorato a un medium risalente ai primi anni ottanta e ti chieda di spedire l’Enciclopedia Britannica via doppino analogico.

Unpacking

Busta gialla very postal senza tanti fronzoli, con dentro una scatoletta bianca. Mi aspettavo una confezione più appariscente, e più grande, invece sono rimasto sorpreso dalla compattezza dell’involucro. Sfilando il coperchio avevo un po’ di timore, considerato il costo del telefono e la scontata esposizione del display, ma con un po’ di attenzione l’ho aperto e ho constatato che era integro, con le sue belle pellicole di protezione fronte e retro (sì, anche sul retro, mah). Sollevo l’iPhone e la prima sensazione è stata “Minchia che freddo che è, e quanto pesa! Sembra il coperchio di una tomba” (c’era un testimone che può confermare). Sollevo anche la vaschetta interna, vedo la curiosa disposizione dei libercoli disinformativi e sotto ad essi cavetto USB, cuffie e giunto per la presa a 220 volt. E bon, niente altro. Mentre commento sarcasticamente il mio collega mi guarda con compassione, e lo capisco. Lui è un tech enthusiast, io sono uno che della tech ne ha le badenpauell piene. Poi apro il portalibretti e trovo, infilata con maestria, la clippina per estrarre il cassettino della microsim (che a prima vista pareva un punteruolo per fare il reset), e partono i primi commenti sulla mamma degli ingegneri che hanno fatto le microsim, su quella di chi ha fatto quella clippina e anche un po’ su quella di Steve Jobs. Le istruzioni per usare la clippina sono stampate nell’alloggiamento della clippina che è nel portalibercoli che è nell’alloggiamento del portalibercoli che è sotto alla vaschetta porta-iPhone. Semplice no?

Accensione

Giuro che non ricordo di preciso se ha fatto “bip”, ma mi pare di sì. Dopo un po’, non subito. Appena acceso appare la mela a centro schermo, resta lì i suoi trenta secondi e poi fa “bip”, finché non compare il simbolo del cavetto USB che ti obbliga a connettere il telefono al PC (cosa che ritengo assurda) e a installare iTunes (cosa che ritengo ancora più assurda). Il cavetto ovviamente ha un attacco prorietario, figuriamoci se ti fanno un cavo USB normale, quindi già sai che se lo danneggi o lo perdi devi per forza comprarne uno Apple spendendo altri soldini. Apri il browser sul PC e cerchi iTunes, solo 77 Mbytes da scaricare, si vede che sta gente non sono mai stati in Italia e non sanno quale sia la disponibilità di banda internet. Scarico, installo, si avvia senza problemi. Mi chiede subito di registrarmi, in modo perentorio al punto che mi sono sentito obbligato a farlo (e forse lo ero per davvero, pena l’impossibilità di accedere, registrare e far funzionare il coso). Sbrigate le formalità compare subito la richiesta di aggiornamento del sistema operativo dell’iPhone, confezionato con la 4.0.1. Provo, si blocca tutto, lascio perdere.

Tentativi di approccio

Atteso appena 3 giorni per poter convertire i dati della mia SIM sulla microSIM ho finalmente potuto accendere l’iPhone con l’intento di usarlo per lo scopo principale per cui l’ho preso: telefonare. Sorpresa enorme: telefona per davvero. Faccio fatica ad adattarmi al touch screen, che litiga un po’ con la dimensione delle mie manacce e delle mie dita, ma dopo il primo giorno sono già più abile e comincio a familiarizzare con il “coperchio di tomba”. Rifletto su una cosa strana: il display non si sporca, non rimangono le ditate, e non capisco come sia possibile. Comunque display e il touch sono il male minore, e lo scopri non appena apri iTunes con la speranza che sia un software che ti permette “anche” di gestire il telefono. Non lo è. Trattasi di sistema per scaricare la musica e le applicazioni a pagamento, e in modo un po’ ottuso ed estremamente lontano dal concetto geek di “configurare”, dà anche qualche possibilità di accedere alle impostazioni del lastrone di marmo nero. Se non altro ha piena compatibilità con Outlook e quindi la gestione dei contatti dal vecchio E51 all’iPhone è rapida e quasi indolore. Sincronizzandolo si prende anche gli account di posta, i calendari e le note. Non malaccio, alla fine.

Le applicazioni

Delle applicazioni per ora me ne frego. Per ora. A parte quella free per Tumblr, che a mio parere serve come il pane. Quelle in dotazione sono semplici ed essenziali, e sono di una bellezza strepitosa. Ogni cosa che compare su quello schermo, anche quella più inutile, è così nitida e luminosa che ti fa dimenticare presto qualsiasi altro display. Provo subito le mappe, funzionano. Provo la bussola, rido come un bambino. Provo la calcolatrice, non c’è il simbolo della percentuale. Poi calendario, fotocamera, meteo. La fotocamera non mi piace molto, è un po’ infantile e non ho trovato come zoomare, ammesso che si possa. La più bella app è YouTube, per i contenuti ovviamente. Dell’iPhone si apprezza subito la velocità con cui si lavora o si “gioca”, la facilità con cui si connette alla rete wireless o a quella Edge/UMTS/HSDPA disponibile, la qualità del display, l’audio generoso. Anche un amante dei sistemi Windows based come me si trova subito a casa, nonostante i primi dissapori dovuti ad anni di malmostoso snobismo verso il marchio Apple.

Come lo uso e come lo userò

Lo uso per gestire la posta elettronica e gli appuntamenti, e come telefono, of course. Intravvedo ottime prospettive per quanto riguarda la geolocalizzazione, che pare alquanto precisa anche al chiuso (ieri sera mi sono spostato dalla cucina allo studio e il pallino si è spostato con me, poi qualcuno mi spiegherà come ciò sia possibile). In futuro non escludo la possibilità di scaricare qualche applicazione, cercando di stare in zona free, non per spilorceria ma per antipatia verso Steve Jobs (così, epidermica, non chiedetemi perché visto che non lo so). E sicuramente mi servirà alla Blogfest, così non porterò il netbook.

Ah, dimenticavo: in omaggio due adesivi della mela. Bianchi. Vabbé.





Angeli e Demoni

Sarà il cambio di stagione ma oggi1 sono certo di aver partecipato a questa discussione, di cui riporto i dialoghi. I protagonisti sono Angeli, Demoni e Sba. Angeli è un cucciolo di arcangelo, inviato sulla terra per preservare la mia anima, è alto quindici centimetri, ha una voce da adolescente vittima di Baden Powell ma baffi e capelli biondi da vichingo che pare Abraracourcix. Demoni è un mentecatto figlio di buonadonna, alto sì e no una spanna, rosso abbrustolito come un wurstel, dice di avere 350 anni e di essere discendente diretto dell’indimenticato Brot Caolila Aldamara Daiquirus, Demone di Settima Categoria della Legione di Craacrinolas2.

A: E’ arrivato il pacchettino, è arrivato il pacchettino! yuhuhuhuhu!

D: Ma sentila sta checca isterica, starnazza come un’ochetta nell’acqua…

A: Non ti permettere sai!

S: Ehi, voi due, piantatela. Ohhh, fammi vedere cosa c’è in questo pacchetto.

A: io lo soooo, io lo sooooo

D: Piantala!

S: (scart, sfrush, strapp, ziocan) Oddiosanto!

A: Lunga vita al boss (e si mette sull’attenti)

D: Alé, cominciamo con le bestemmie (si tocca apotropaicamente)

S: Ma guarda te che confezione del cavolo che gli han fatto a sto coso…

A: Bella, bianca, candida, uh, immacolata direi!

D: Che orrore, chi è il malato di mente che ha concepito sta roba?

S: Quel tizio là, come si chiama… boh

A: “Boh” è il cane di mio zio Maurilio, “Boh” è il cane di mio zio Maurilio!

D: Ma la smetti di ripetere sempre due volte le cose?? E poi piantala di fare quella vocina isterica da finto entusiasta della vita, sei patetico come un portaombrelli in vimini.

A: Sei cattivo, cattivo cattivo cattivo!

S: Ha ragione, tu sei cattivo e tu sei un rompiballe. Lasciatemi vedere qua, dai.

(sfila il coperchio della scatola, miserella, va detto, e guarda il contenuto)

D: Ahahahaha! Ma cosa cavolo è quell’affare? E’ liscio come la tavoletta del cesso!

S: Effettivamente…

A: Non ha i pulsantini! Ti hanno fregato!

D: Meglio, così non ci metti i tuoi ditini sporchi di marmellata, dannato marmocchio bavoso!

A: Cattivo! Ce lo dico al mio caposcout che sei cattivo.

D: Diglielo, io lo sto aspettando giù da basso per tutta una serie di motivi che sanno lui e la beneamata perpetua del parroco.

A: No!?! Dici che il caposcout se la fa con la Dorina?

D: Dico, dico. Fidati, quello ha trivellato più della Shell.

A: Ma non mi direeeeee. (Sospirone di sorpresa)

S: Ma cazzo! Sto coso pesa come una lastra di ghisa! Pensavo fosse più leggero, accidenti.

D: Eh, vuoi andare a fare il figo in giro col gadgettino e adesso ciapa lì e porta a cà.

A: Però è bellino eh, ha qualcosa di celestiale…

D: Sì, il costo.

S: Meno male, ci han messo anche le cuffie, pensavo già di dovermele comprare a parte

D: Da quando in qua ti compri la roba? Di solito non aspetti il rinnovamento tecnologico aziendale per approfittarne?

S: Ma cosa dici, non mi sono mai permesso! Il fatto che il maledetto incumbent ogni tanto decida di passarci robba nuova non significa che io ne approfitti. E poi, scusa, vorrai mica che dia a disposizione un cosino così prezioso a un, che ne so, un… elettricista?

A: Mio zio Doriano fa l’elettricista, mio zio Doriano fa l’elettricista!

S e D, in coro: MA PIANTALA!

(attimo di silenzio)

D: ma provi ad accenderlo, almeno, o resti lì a guardare sta lapide di marmo nero?

S: E cosa lo accendo a fare che non ho la … ah eccola qua, ma allora han pensato proprio a tutto!

A: A me pare un sottobicchiere

S: Non sto a spiegarti cos’è, non capiresti

D: Non è un sottobicchiere, è il coperchio della cripta dove di chiuderò, dannato pennuto ermafrodita

A: Uh? Spetta, e… er… ematocrito… erasmo da rotterdam… ermetico… ecco qua, ermafrodita: “fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili“. Cioè?

D: Lascia perdere, scherzo della natura che non sei altro

A: Ha parlato il salsicciotto, ihihihihih

(SCIAFF!)

D: E adesso porgi l’altra guancia, ahr ahr ahr!

A: Io sta regola non l’ho mai capita del tutto, anzi, a dire il vero mi pare un po’ una stupidaggine. E comunque mi hai fatto male, stronzo!

S: Ehi, qui le parolacce le dico solo io, chiaro?

A: Beh, dai, avevo staccato un attimo il microfono, se da lassù non mi sentono è meglio

D: Posso dirne alcune io? Dai dai daiiiiI!

S: No, l’ultima volta han dovuto chiamare un esorcista per disinfestare quel bar dove ti sei messo a far bestemmiare la volpe imbalsamata sulla mensola.

D: Ahahahahah, gran scena, un lavoro da maestro!

S (tornando al pacco): Ehi, ma questo coso che diamine sarebbe? Guarda che spinotto gli hanno fatto…

A (presumibilmente interessato): sembra la dentiera di un ruminante

D: Lo è, direttamente presa in prestito da tua madre

A: Cattivo! Uéhhhééééèhhhhh! (frigna a squarciagola)

S: Ecco, geniale, ci mancava solo che lo facessi piangere

D: Non ha il necessario sense of humour sto ocone

A: Uééééééééééééééééééééé (sempre più forte)

(SCIAFF!)

A: … ma…. ma…

D: Ma niente! Basta!

S: Che faccio, lo accendo?

A: Sì, sì, dai, dai! (sfregandosi la guancia arrossata)

D: Potrei accendertelo io, ma non sarebbe più così liscio a 1250°C (sghignazza)

(click)

(bip)

D: Non dire cazzate, non ha fatto “bip”!

S: Eh vabbé, dai, volevo fare un po’ di scena…

D: Cialtrone.

A: E adesso?

D: Scommetto che devi installare 70 mega di programmi (sghignazza silenziosamente)

S: Infatti, cazzo.

D: Shut down that crap!

S: Non posso, ho fatto la mia scelta ormai.

A: E sarebbe quella? Un coso che per funzionare deve essere collegato a iTunes?

S: Eh…

D: Ehi frignone, mi sa che ce lo siamo perso questo qui

A: Dici eh? Anche a me pare che non ci sia scampo

D: Che facciamo, andiamo?

A: Ok, che è anche ora di cena

D: Cosa ti prepara di buono “holy gorgeous mary“?

A: Stasera broccoli, e non chiamarla così.

D: Cazzo, e poi dicono dell’inferno…

A: Eh, lassa perde

D: Ciao và

A: Ciao

(Flap, flap, flap)


1: Oggi mi è arrivato, capita.

2: Non ringrazierò mai abbastanza il grande Stefano Benni

Come il condannato guarda il boia

Ho dovuto riflettere un po’ prima di scrivere, visto che oggi è morto un mio amico in montagna e probabilmente, se ho capito bene, in un posto in cui ero stato nel 92. Perché poi sembra che uno voglia dire sempre la sua, e “io ci sono stato lì”, e fare filippiche sulla pericolosità della montagna, parlando il più delle volte a sproposito. Non è certo il mio intento, ho deciso che andava bene parlarne, a modo mio, per ricordarlo tramite il mio racconto. Così mentre riflettevo sulla brevità della vita mi sono messo a cercare immagini di quella zona del massiccio dell’Argentera, la cosiddetta cengia della via normale alla punta sud. E mentre le guardavo ho provato gli stessi brividi e ho sentito lo stesso peso sullo stomaco che sentii quel giorno mentre la salivo. Mi ricordavo com’era, ovviamente, anche se a volte certi aspetti del vissuto possono venire amplificati o attenuati dallo stato d’animo del momento, ma io la ricordavo comunque esposta, pericolosa e stretta, e le foto viste oggi han confermato tutto quanto. Ne parlavo solo qualche giorno fa con un amico, di quel posto, e dicevo “No, non so mica se avrei ancora il coraggio di tornarci”.

Quel giorno arrivammo con la scassatissima macchina di Francesco fino al Pian della Casa, 8 del mattino, ben intenzionati a fare la sud in giornata. Il tempo era dato per stabile e avevamo su tutto il necessario per fare una bella camminata. Io non conoscevo quelle zone, se non il Remondino, un rifugio che quando ci vai sembra sempre che sei già arrivato e invece manca ancora un’eternità, quindi affrontavo la cosa con un misto di curiosità e timore. Che sono un fifone lo si è sempre saputo, in fondo. Caricati gli zaini in spalla partimmo di gran carriera, e i miei 22 anni facevano soffiare fin dai primi metri i 40 abbondanti di Francesco, che mi chiese se fossi stato in ritardo per il treno. In breve fummo al Remondino e facemmo sosta per colazione accucciati sui massi della conca sotto la Cima di Nasta, con i camosci che venivano ad elemosinare qualche tozzo di pane. Poi di nuovo “in sella”, verso il Passo dei Detriti, un pendio erto e casso (scusate la citazione), più casso che erto, pieno di sfasciumi di roccia, dove un passo in salita corrisponde a due in discesa. Diverse soste lungo il tragitto ci fecero prender fiato, ma si cominciava a sentire la quota e la fatica. Giungemmo sul colle alle 11 e con gran sollievo per le spalle calammo gli zaini per fare un sorso d’acqua. Da lì il panorama lasciava senza fiato (e non credo fosse solo per l’emozione), e la cengia dell’Argentera compariva minacciosa e verticale come non l’avevo mai immaginata. Del resto, a quel tempo internet-un-par-di-balle, niente foto a portata di mano, dovevi accontentarti dei racconti di chi c’era stato, con tutti i ricami del caso.

La sosta ci rinfrancò quel poco necessario a iniziare la traversata. Superate le prime rocce mal assortite iniziammo subito il “sentiero”, un gradino di roccia che attraversa tutta la parete e che va da 1 metro a 30 cm di larghezza, con punti dove il burrone alla tua destra è di 80/100 metri. Col peso a monte, e la paura che anche il più piccolo movimento inconsulto dello zaino potesse farmi perdere l’equilibrio, seguivo Francesco che andava anche lui con passo cauto. Arrivati al “passo del gatto” mi disse: “Non te lo volevo dire, ma qui bisogna camminare carponi”. Io lo guardai come il condannato guarda il boia. Si abbassò lui per primo, sotto quello sperone di roccia che fa da tetto alla cengia per un tratto di pochi metri, ma che riduce l’altezza a non più di un metro e costringe il corpo a pendere vertiginosamente verso il vuoto. Visto l’andazzo feci come i boscaioli canadesi, che si arrangiano, e sfilai lo zaino per minimizzare il volume complessivo del mio incedere. E pur senza quello feci una fatica immonda, con la strizza che mi prendeva ogni volta che con la schiena toccavo la roccia e mi sentivo spingere nel burrone. Trascinai lo zaino dietro di me, lentamente e con immensa cautela, fino a che uscii da quel tratto imbarazzante. Poi proseguimmo fino al camino, e qui ri-guardai Francesco come il condannato guarda quella puttana della madre del boia che se la ride dietro al patibolo.

Il camino. Un balzo di roccia verticale con in mezzo una bella lama liscia a 60° di pendenza, venticinque metri da salire a mani nude e senza nemmeno un pezzo di corda. “Grandioso”, penso, “me chi me lo ha fatto fare!”. Dietro di noi alcuni alpinisti attrezzati e sicuramente più esperti chiesero strada, li facemmo passare, e seguendo le loro mosse riuscimmo pure noi a superare quel tratto e giungere in cima. Ora, non è che voglio fare lo splendido, ma accanto alla croce della cima sud i nostri zaini partorirono delle cose impensabili: Francesco estrasse un salame intiero, sarà stato un chilo, e un bottiglione da due litri di barbera (giuro). Poi tirò fuori la radio e i cavi, mentre io sfilavo il pane, la giacca, l’antenna direttiva e la batteria di riserva: cosa c’è di più idiota di un alpinista che si porta un pintone di vino in quota? Due alpinisti che si portano un pintone di vino e tutta l’attrezzatura da radioamatore per fare qualche contatto a distanza sulle VHF. Erano le 13.30, e con una merdina di radio a bassa potenza collegammo in diretta Punta Ala, Grosseto, dove IK4(non ricordo il resto della sigla) ci rispose dicendo che era con i piedi a mollo in spiaggia. Fu una bella chiacchierata, mentre il pasto ci rincuorava della faticaccia complessiva.

Dopo mezz’ora in quota (3297 m.) decidemmo di scendere, e dopo i primi passi ariecco il camino, in discesa, senza sicure, senza un pezzo di catena, senza niente. Francesco, forse reso coraggioso dal vino, scese tenendosi agli speroni di roccia, io invece avevo veramente paura, specie in prossimità della lama liscia che pareva uno scivolo pronto a spararti verso la pietraia 100 metri più sotto. Allora mi sovvenne la presenza di un cordino da 6 mm. nella tasca dello zaino, lo estrassi e me lo passai fra le bretelle dello zaino, doppio (non fatelo, non fatelo mai, è pericolosissimo), per poi agganciarlo a uno spit che sbucava da una fessura. Pur non facendomi reggere, quel piccolo spit mi diede coraggio e mi fece superare l’ostacolo, non senza raschiare ginocchia e gomiti contro il granito che dicono sia identico a quello del Monte Bianco. E poi via, passo del gatto, passo dei detriti, Remondino e casa, alle 20, sfiniti.

Non ho foto mie di quella giornata, non le trovo più, almeno. Se volete potete guardare quelle altrui trovate su Picasa.

E niente, ciao Valerio, ci si rivede di là.



Tonto, single e libertino

Certo, la vita da single ha i suoi vantaggi. Non che io lo sia diventato in via definitiva, ma la consorte è al mare e io son qui a badare ai cani. Dicevo, i vantaggi, nessuno. Ad esempio devi andare a farti la spesa, che è una di quelle cose che pagherei dei terzi consenzienti per farla fare a loro. Stasera ho dovuto capitolare dopo giorni di pseudoalimenti in scatola, e ho chiesto conforto al mio collega (single, lui, un uomo festaiolo) che mi ha accompagnato. Diciamo che so riconoscere gli oggetti negli scaffali, e ho anche, per la prima volta, messo il guanto da stupratore per pesare e insacchettare un melone. Roba da non credere, davvero. Incetta di birre ad alta gradazione, formaggi di varia natura (e il Raschera che mia moglie non compra mai, vatti a sapere perché), e una vaschetta con una sintesi di prosciutto di cinto toscano da 130 euro al kg.

Poi arrivi a casa con la tua bella cofanata di roba, e tua madre ti aspetta in cortile. E non è che finge come al solito di bagnare i vasi per approfittare a farsi un po’ di cazzi tuoi, no, si avvicina con sguardo severo per controllare COSA hai comprato. E aspetta a chiederti se hai bisogno di una mano quando c’è solo più da prendere la birra ben protetta nella coperta. Come se volesse contarla, e monitorare le tue abitudini, e magari sapere con chi vai, con chi sei stato, e non c’eri a pranzo. Fortuna che il tecnico della caldaia era un uomo altrimenti sarei stato bollato come un libertino adultero ecc… Com’è che si chiamava la polizia segreta della DDR?

Altri non vantaggi: fumo e lascio il posacenere zeppo impestato in qualsiasi parte della casa. Anni fa, i primi in cui avevamo deciso di fare ferie separate per via del mio grande amore per il mare, mi portavo la cassa di birra accanto al letto, la stecca di sigarette, e alla sera dopo la doccia mi sparavo nel letto col ventilatore a palla e mi bevevo sei o sette birre, fumando un pacco di bionde in camera da letto, cosa infinitamente proibita e deplorevole in regime di coppia. Adesso nel letto no, non mi piace più quel tanfo di fornace nelle lenzuola. E la birra nemmeno, che invecchiando ci si limita, un po’, insomma, ci siamo capiti. Però il posacenere lo lascio sul tavolo della cucina, o in sala, o sul davanzale, pieno, e nessuno che mi cazzia dopo 12 minuti netti. Una meraviglia. Ma poi, tanto, si sa, lo svuoto comunque e lo rimetto al suo posto. Mi sto rammollendo.

Poi, abitudine risalente ai primi anni di vacanze ecc… è quella di lasciare il letto in una condizione pari o peggiore ad un giaciglio per vacche (in piemontese: giàs). Mai rifarlo, mai rassettare le lenzuola, mai sbattere il cuscino. Alla sera ci torni e lo trovi nella stessa forma e posa con cui lo hai lasciato, come una sindone, come un sepolcro, e riprendendo l’ultima posa del mattino è facile che riesci a proseguire i sogni interrotti dalla sveglia. Devi ricordarti che il giorno prima del suo ritorno è opportuno risistemare tutto per non giocarsi il matrimonio con una scena horror di lei che arriva in stanza e crede di essere finita in un allestimento teatrale di District 9.

Infine il silenzio. Amo il silenzio, amo stare da solo, amo parlare con i cani perché loro sì che mi capiscono. Che, come me, han lo sguardo tonto e paziente di chi sbircia il calendario e conta i giorni che mancano alla gioia di non poter più fare i single per sbaglio.

Degli stronzi e delle distanze

Per non fare post ridicolamente brevi ho pensato di accorpare due argomenti decisamente non inerenti fra di loro.

A riguardo delle distanze oggi ho conosciuto Alb. , con due dei suoi figlioli (splendidi ed educatissimi), siamo andati a pranzo insieme e poi ci siamo salutati, come se fossimo vecchi amici e come se domani ci vedessimo di nuovo. Lui vive nei paraggi di Roma e qui nel far west ci viene solo ogni x anni, io a Roma non ci vado dall’83 e non ho in programma di andarci a breve, quindi credo che, mal che vada, ci si veda fra un anno. Ecco, sta cosa delle distanze tempo fa l’avevo sintetizzata con una frase lapidaria: “La distanza sta all’amicizia come la muffa sta al pane, si sa sempre chi vince”. Infatti ritengo che il non vedersi porti al sentirsi poco, fino al diradarsi delle occasioni di dialogo con epiloghi il più delle volte coniugabili solo al passato. Poi ci sono le eccezioni che ti portano a sentirti una volta l’anno come se fosse stato ieri e boh, non sai più come pensarla. Comunque per uno stanziale come me la distanza è veleno puro, e se ci metti che sono orso dentro il gioco è fatto. Alla peggio…  sapete sempre dove trovarmi.

Sugli stronzi invece il discorso è diverso. Tempo fa ero invitato al matrimonio di (mille-anni-fa-eravamo) amici e, come è d’habitude in questi casi, siamo andati moglie ed io a spulciare la lista nozze in un negozio in zona. Davanti alla vetrinetta degli oggetti selezionati dagli sposi abbiamo buttato l’occhio e c’erano ancora diverse cosine carucce, come il ceppo di coltelli o il kit zuppiera + minchiate varie, vassoi, portatovaglioli e altri oggettucoli. Quando la cretina ha cominciato ad elencare i prezzi a me è venuto freddo e stavo per chiedere di andare in una stanzetta isolata per deliberare, e magari pisciare sulla moquette. Vi spiego: il ceppo di coltelli (di nome e marca noti e acquistabili ovunque a 168 euro, anche su internet) costava 440 euro. La zuppiera 300 euro. Il vassoio 185 euro (un vassoiaccio in plastica pressofusa e dipinta a serigrafia), i portatovaglioli di lamierino stampato 38 euro l’uno. Visto che mia moglie non ha la minima idea di cosa voglia dire farsi prendere per il culo da un negoziante insisteva per sentire anche gli altri prezzi, mentre io le davo occhiatacce irrigate di abominio e leggere gomitate per indicarle di alzare le suole. Intanto la cretina continuava, 150 questo, 120 quello ecc… Ad un tratto ha tirato fuori un kit di 6 posate (sei, non sessanta) di una marca primaria, di una bruttezza inqualificabile, manico in plasticaccia fosforescente, e ha sparato 96 euro. Pensando al budget, e al costo di una cena per due, ho capitolato e ho comprato, agli sposi, per il giorno più idiota e dispendioso della loro vita, un kit di sei posate del cazzo. Fosforescenti. Orrende.

Ora, uno potrebbe anche passare per spilorcio, ma cercando su internet il prezzo del kit da 12 – dodici – posate (identica marca e modello) costa 36 euro. E gli sposi, vedendosi recapitare il misero regalo, è ovvio che ci hanno messi a tavola con un nugolo di marmocchi rompicoglioni, ben sapendo quanto io li ami. Ma il succo della questione è che a me vien sete di vendetta, e saprei mille modi per fargliela pagare al caro negoziante con sei commesse. Perché commerciare così è essere stronzi, oltre che ladri. E appena avrò occasione lo farò presente anche agli sposini incauti, per i quali avrei speso ben di più, ma non in quella fogna. Ah, dimenticavo: cari sposini incauti, per la cronaca, volevo comprarvi un TV LCD da 24 pollici in un negozio di fiducia, mentre grazie a quegli stronzi ho risparmiato circa 150 euro. Ciao, statemi bene. E se ricapitasse cambiate ristorante, che quello scelto da voi faceva moderatamente schifo, e il vino pure, santoddio, robaccia da trattoria.