Me raccontare Roma un giorno
Scrivere di Roma non è semplice, la letteratura sull’argomento è abbondante e consistente. Il presupposto è che lei è lì da sempre, sei tu che non ci sei. Poi capita che la rivedi all’improvviso dopo trent’anni e non la trovi per niente invecchiata.
La prima sensazione è che i romani si siano evoluti pur mantenendo gli schemi dell’antico. Una volta c’erano i bastioni fortificati, adesso c’è il Grande Raccordo Anulare, fatto comunque per tenere alla larga lo straniero. La logica costruttiva pare aver spinto lo sviluppo orizzontale più che quello verticale, almeno per quanto ho intravisto dall’auto. L’impressione è quella di trovarsi in periferia, una periferia qualsiasi. Ovunque ti sposti vedi paesaggi diversi, collineggianti, poco proiettati verso l’alto, non confrontabili con altre grandi città circondate di palazzoni popolari alti venti piani. Sembra di essere a Padova, ecco, se non si bada all’inesistenza della pianura.
Il navigatore satellitare è fatto per perdersi con stile. Fai appello ai tuoi istinti di montanaro per colmare le lacune di quella voce petulante: più avanti tenere la destra, poi tenere la destra, poi tenere la destra, poi prendere la corsia di destra. I testi glie li ha scritti Storace, evidentemente, anche se manca la parte dove devi fermarti a prendere a bastonate qualcuno. Arrivi nel luogo prefissato dopo una sequenza di svolte e semafori sulla Cristoforo Colombo, panorama su EUR e palazzo della Regione. Rettilineo, inversione a U, rettilineo, inversione a U, sembra una gara di bighe al Circo Massimo. Scendi, l’aria è fresca, meno male, la tua buccia nordica ringrazia. «Ciao, siamo qui nella tua via». «Dove di preciso?». «C’è un negozio con scritto Kupfer, sull’altro lato della piazzetta ce n’è uno con scritto Mantegna». «Ma dove cacchio siete finiti?». «Scusa ma se non lo sai tu, siamo spacciati». «Ma ci sono delle macchine parcheggiate?». «Avoja». «Ah, allora ho capito, scendo». E’ da quando siamo partiti che vediamo macchine parcheggiate, stento a credere che sia un indicatore attendibile. Jessica è tenera e non sa quanto siano rompicoglioni i nordici, non ancora. Arriva, ci abbracciamo come se ci conoscessimo da sempre, invece è la prima volta che ci vediamo. Mia moglie saluta, si presenta, si stiracchia, sette ore in auto sono tante.
«Questa casa non è un albergo,» sembra recitare un minaccioso portaombrelli nell’ingresso, «è meglio». Jessica ci ha preparato una stanza che di primo acchito ricorda il dietro le quinte di un teatro, quegli arredamenti che “succedono”, che insinuano mancanza di definitività pur essendo nati lì. Ha anche preparato la cena, meravigliosa, un sottile masochismo per capire quanto siano stracciamaroni gli ospiti. Le voglio un bene dell’anima, pochi sarebbero stati così coraggiosi ad ospitare uno che non ha mai nascosto di essere abbarbicato alle proprie abitudini. Mia moglie è diversa, più accondiscendente e adattabile. Vanno subito d’accordo, una coalizione contro il mio tradizionalismo arroccato. Affinità elettive, le chiamano.
A Roma ti sposti con i mezzi pubblici, una comodità che noi provinciali percepiamo in modo differente rispetto al cittadino habitué. Fai trenta metri e hai il bus, a Roma. Su da noi, fai trenta metri solo per andare a prendere la giacca nell’ingresso di casa. I bus a Roma sono a flusso continuo, non so se è stato culo ma non abbiamo mai atteso più di due minuti. A Cuneo ce n’è uno ogni ora, lì il culo non serve, devi iniettarti in vena una boccetta di “spremuta di mahatma” per farcela. Il primo viaggio verso il centro è durato relativamente poco, fermata Campidoglio. Roma inizia qui, sembrano dire i muri. Scendiamo, respiriamo aria romana. Roma la devi respirare, non puoi solo vederla. E spostandoti a piedi di respirare a volte persino ti dimentichi, tante sono le monumentalia da vedere. Il clima sembra quello di Londra, piove, fa sole, la madonna va per viole, apri l’ombrello che puntualmente si capotta con un refolo di vento. Scirocco, mi dicono dalla regia. Le pavimentazioni in pietra accompagnano i nostri passi per chilometri, dall’Altare della Patria al Colosseo, poi in tondo per tornare in Piazza Venezia e via verso Torre Argentina, Piazza Navona, il Pantheon, una sosta al pub in Piazza Sant’Andrea della Valle dove un litro di Slalom ci riporta alla realtà. Poi ancora un caffé al Sant’Eustachio, Montecitorio, Palazzo Chigi, fontana di Trevi, via del Corso, via del Babuino, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo. Dodici chilometri a piedi in mezzo a ogni razza, lingua e religione del mondo. Dall’aggressione dell’acido lattico ci salva la metro in Piazzale Flaminio per un’ultima puntatina a San Giovanni in Laterano. Da rimanere senza fiato, anche in senso figurato. Cena frugale, ossa rotte, torniamo a casa con gli occhi sbarrati come quelli dei bambini alla fiera delle caramelle, ma con in più quattro bottiglie di birra nello zainetto, sai mai, venisse sete.
Per il giorno successivo sono previsti San Pietro e Castel Sant’Angelo, sole e tepore ci facilitano le cose. San Pietro mi delude un po’, non so perché, forse le fantasie di Dan Brown hanno nutrito aspettative troppo grandi rendendo confidenziali luoghi in realtà ben più riservati. Appena fuori dal colonnato trovo dei manifesti della Militia Christi e spendo in un sol colpo tutto il bonus bestemmie fin lì accumulato. Religione e fanatismo, fede e ignoranza, quanto migliore sarebbe il mondo senza certe commistioni. Roba che i cartelloni della Polverini in confronto sono rassicuranti. Ci allontaniamo agganciando un ristorantino dove incrociamo Francesca Reggiani, ma non era lei a cucinare. Mi ha riconosciuto subito, voleva un autografo. Ci spostiamo quindi a bordo Tevere dove Castel Sant’Angelo si lascia visitare da cima a fondo, offre vedute panoramiche a perdita d’occhio e ci regala un caffè ristoratore a prezzo onesto, considerata l’imponente, storica cornice. La sera si mangia romano, finalmente, Osteria del Cannellino al quartiere Flaminio, in compagnia di amici noti e meno noti radunati grazie alla mia storica incapacità organizzativa, in pieno stile Ragionier Filini di fantozziana memoria. Cacio e pepe, Frascati e saltimbocca, altrimenti che turisti saremmo? Si chiacchiera, si mangia, si festeggia, sguardi sorrisi e foto di rito con Alessandra, Duccio e prole, Sora Frattaja e fratello Numero 6.
Poi arriva il momento dei baci e degli abbracci, raduni le cose in valigia, vorresti portare con te una fettina di quel breve viaggio. Le mille foto scattate alla fine non servono, perché i profumi, i suoni, l’aria di Roma non restano impressi nel sensore della fotocamera, ma solo nel cuore. E così anche gli affetti, e la preziosa amicizia di persone che presto vorrai rivedere, e sei già lì a sfogliare il calendario e a capire come rendere interessante un viaggio a Cuneo in un periodo in cui mancherà la neve, la nostra attrazione principale.
La maionese ecosostenibile
Battaglie ecologiste qui sopra, se non ricordo male, non ne trovate. Però nutrendomi ho scoperto che a volte dietro a un messaggio che pare volto a salvare la terra dall’inquinamento si nascondono cose curiose. E’ il caso della maionese Coop, prodotta dalla Formec Biffi. Ora non sta a me sindacare su politiche ambientali o mission aziendali di un’impresa, ognuno fa quel che gli pare, finché può. Quello che ho rilevato come un sospetto espediente di marketing ha già qualche mese di età. E’ almeno dello scorso anno infatti (motivo per cui non ricordo parole e cifre precise) la commercializzazione di detta maionese senza l’astuccio di cartoncino, operazione ben spiegata sull’involucro plastico nudo: rimuovendo il cartone abbiamo ridotto del 40% (se non erro) il peso totale della confezione. Quindi meno peso nel trasporto, meno consumo di carburante, meno inquinamento, meno un sacco di cose. Del resto è la regola predicata da ogni ente costituito a fini di protezione ambientale (e dal buon senso, per carità): evita l’imballo dove puoi. Il tubicillo, va detto, nudo non sta male, offre comunque buona protezione al contenuto e rende, a ben vedere, l’imballo di cartone del tutto superfluo. Di recente – ma l’ho notato solo oggi – la didascalia sul tubetto è cambiata. Mi avvisano che hanno deciso di non usare più uova di galline allevate in gabbia, ma solo di animali liberi di razzolare a terra. Lodevole, l’uovo ne guadagna sicuramente in gusto e qualità, l’animale non soffre le pene dell’inferno in batteria e potrà finire in pentola senza fare una vita grama. Però è rimasto un piccolo “banner” dove viene spiegato come smaltire l’involucro in plastica: nel cassonetto del… non riciclabile.
Prego?
Sì. La plastica del tubetto è, come prima, di materiale non riciclabile, quindi va a fare mucchio nelle già gigantesche discariche italiane (e non solo). Per carità, cosa vuoi che sia un tubetto, in fondo buttiamo via così tanto materiale (non) riutilizzabile, un pezzo in più non farà mica la differenza… Il punto è questo. Se Coop, che lodevolmente persegue la politica del rispetto (per l’ambiente, per i lavoratori, per i consumatori), con i danari risparmiati sul cartoncino investisse un tantino sulla ricerca di un tubetto in materiale riciclabile allora potremmo parlare di un vero passo avanti, conforme a suddetta politica. Invece pensate a quanta energia è necessaria per incenerire quel tubetto e a quali e quanti gas nocivi vengono emessi in atmosfera in tale attività di smaltimento. La didascalia purtroppo dice “Coop per l’ambiente”. Ripeto: sono certo che la Coop sia sensibile nei confronti di questo povero pianetucolo e che stia già facendo qualcosa per arrivare al contenitore riciclabile, nel frattempo però ha eliminato il cartoncino, il pericoloso inquinatore. Su quest’ultimo, in termini puramente informativi, vi dico: l’astuccio in cartone è riciclabile al 100%, e dopo una lavorazione che a) non devasta l’ambiente, b) non emette in atmosfera gas nocivi (e se lo fa, lo fa in proporzioni infinitamente minori a quella di un’industria plastica o di un inceneritore), c) non divora quantità spropositate di energia, esso ritorna a fare lo stesso mestiere, ovvero l’astuccio. Il riciclo della carta ha una resa più che buona, e con una minima aggiunta di fibra vergine (per conferire caratteristiche fisico-meccaniche alla fibra “impoverita” del riciclato) ritorna esattamente com’era in origine. Inoltre le piattaforme per il riciclo della carta sono ormai una realtà consolidata sul territorio, e i sistemi di raccolta differenziata ampiamente collaudati e “rispettati” dai cittadini. Detto questo, so benissimo che non si può mettere la maionese dentro al solo astuccio di cartone (anche se prodotti come il Tetrapak lo potrebbero fare), ma pensare di fare la differenza per l’ambiente eliminando il solo imballo in cartoncino secondo me è un errore.
E, post scriptum, nonostante si tratti di una delle migliori salse maionese in commercio, un 10% in meno di sale farebbe felice anche il mio palato, ma questo è un altro discorso.
La peperonata
Guardavo il piatto con quel misto di peperoni rossi, verdi e gialli, e notavo che quelli gialli, anche grazie alla lampada a basso consumo, sembravano più chiari del solito. Con la forchetta ho cominciato a separarli, mettendo a sinistra quelli verdi, al centro quelli gialli pallidi e a destra quelli rossi. La forma non era la migliore, ma i colori così accostati facevano “quasi” la bandiera italiana. Lo so, la festa era ieri, e molta gente ha appeso il tricolore al balcone o alla finestra e probabilmente entro lunedì lo toglierà e lo ripiegherà di nuovo nell’armadio. Io non l’ho fatto, non ce l’ho un tricolore a disposizione per le feste comandate. Oggi è il 18, ho festeggiato in altro modo. E domani sarà il 19 e festeggerò comunque, e così a seguire, ogni giorno dell’anno. Magari non sempre con la peperonata, ma un modo per ricordarmi ogni giorno che sono italiano lo troverò, e farò anche in modo di ricordarmi che tutto sommato, per quanto incredibilmente diversi siamo da nord a sud, non è poi così male essere una Nazione. Un po’ invecchiata, imbolsita, sclerotica, puttana, con le rughe e la schiena dolorante, governata malissimo da oltre quarant’anni, ma, in buona sostanza, unita.
Non c’è più niente da ridere
Ho iniziato come mia abitudine il post dal titolo, senza aver la più pallida idea di cosa scriverci dentro. Sto provando un senso di solitudine in questo periodo che mi spinge a non aver voglia di. Non è un errore, la frase è finita. Non ho voglia di. Non ne ho più voglia, diciamo. Mi è capitato spesso in passato di avere dei periodi di crisi, dovuti principalmente a eventi funesti o a situazioni poco piacevoli e sicuramente più risolvibili di quelle elencate in prima battuta. E’ normale, mi dicono, e giù con il menu delle frasi di circostanza. Per me non è normale, non adesso. E’ una cosa nuova, e contrariamente alla mia disposizione mentale nei confronti delle cose nuove non provo alcun entusiasmo. Sarà l’abitudine ad avere sempre qualche timore, qualche preoccupazione, che oggi il non averne quasi nessuna mi rende piatto come un tavolo in graniglia, di quelli che si trovano ancora in alcuni parchi, o nei giardini delle ville d’epoca. Ho finito di pagare i debiti, ho un lavoro che mi consente di vivere dignitosamente, ho la possibilità di aiutare chi ha bisogno senza apparire nei credits, ho una casa, ho una famiglia quasi tutta intiera. Ho un sacco di cose, ma mi manca la risposta alla domanda: e adesso? Forse l’aver vissuto col fiato corto per troppi anni mi predispone a chissà quale batosta, come dire “non è possibile che le cose stiano andando bene così, non è normale”. Rifiatando ripercorro – purtroppo – questi primi quarant’anni e rivedo il film della mia esistenza. Sento ancora il cigolio seguito dal tonfo di legno massiccio, quello della porta del collegio che si chiude alle mie spalle, mentre sorridente guardo il selciato di ardesia consumato da milioni di passi, e l’eco breve che si diffonde in quel chiostro spoglio e silenzioso. Sento ancora i rumori del treno che si ferma alla stazione di Albenga e la voce del caporal maggiore impettito che scandisce i nomi delle fortunate reclute pronte a vestire la divisa. Sento l’odore delle candele, e la voce del prete che intavola un’omelia indecente per un’occasione imprtante come un matrimonio. Sento il direttore che mi dice che mi telefonerà lui appena decideranno se assumermi. Sento la voce di mia madre al telefono che mi informa di non avere più una sorella. Poi, a distanza di anni, divento un estraneo per la banca, e mi pervade l’inquietante sollievo di non aver più bisogno di combattere, perché il nemico se n’è andato, senza arrendersi. Forse si è solo stufato, forse mi aspetta dietro l’angolo, non lo so. Un sollievo che si traveste da paura, paura di aver creato aspettative che sarò portato a disattendere per ignavia o per decadimento spirituale, paura di abituarmi a non dovermi difendere ogni giorno dai fantasmi del passato o dalle sorprese del destino.
L’iPad e la deriva del mondo moderno
Gent.ma Apple, caro stiggio stivgiob Steve Jobs, cara Internet, Ill.mo Sistema di Vendita Online tutto,
Vi scrivo nell’era della globalizzazione, una parola che riempie la bocca dell’uomo medio lasciando di norma un retrogusto amarognolo dopo aver ingollato il boccone. Ho comprato un iPad, che volevo regalarlo, ma come detto altrove, facendolo con il dolo, perché regalare un oggetto tecnologico ad una moglie usufruttuaria dello stesso tetto del regalante significa – almeno quando esce con le amiche – impossessarsene e perderci del sano tempo. Dicevo, ho comprato quel coso, quel giocattolone, progettato in California e assemblato in Cina, sul sito italiano di un’azienda con sede in Francia che me lo ha spedito tramite un partner di Napoli.
Geografia a parte, l’ho ordinato venerdì 17, fregandomene delle superstizioni, e già sabato pomeriggio ho ricevuto una mail dove mi si richiedeva di confermare i dati della carta di credito a un numero di telefono di Milano, “sabato orario 9-13 / 14-17″, tariffa a scatti normale – ehi, hanno inventato i numeri verdi, giuro! – , come se stessi chiamando una qualsiasi impresa di pompe funebri o un lattaio. Sono le 16.30, chiamo, voce preregistrata che recita in perfetto accento materano una solfa di due minuti e poi conclude con “Al momento non possiamo risponderle”. Riprovo, riascolto la tiritera, incasso la stessa risposta. Riprovo ancora, riascolto limortaccisua di voce, e sempre lo stesso esito. I patemi da regalo in ritardo han cominciato a farsi galoppanti.
Il lunedì mattina ho chiamato il servizio clienti dove una voce gentilissima e non preregistrata mi diceva che avevo sbagliato numero, per la verifica delle carte di credito era quell’altro. Richiamo quello della tiritera, diversa, sarà perché è lunedì, e finalmente un giovinotto baldanzoso e aitante mi sdogana il pacco dopo che ho dimostrato di essere anch’io non preregistrato. In mezz’ora mi arriva una mail di conferma di spedizione, mentre in serata guardo il sito per capire a che punto è la faccenda è c’è scritto “ancora da spedire”. I miei patemi si sono subito iscritti all’ippodromo di Vinovo.
Martedì torno a casa per il pranzo e mi trovo il pacco a casa, in tutto il suo turgore. Mi felicito, imbosco per non far vedere alla moglie contenuto e fattura, poi vado sul sito e trovo scritto “ancora da spedire”. Chemmefrega, i patemi ormai erano già hamburger. E fin qui tutto bene, per carità. Solo che lo stesso venerdì 17 ho comprato altre cose da mandare ad altrettante persone, ho ricevuto conferme di spedizione, nessuna mail di verifica della carta di credito, nessun numero da chiamare, e il sito dice “spedito, sei in una botte di ferro”. Penso, se ho ricevuto io, a Cuneo, sperso fra le montagne, con una viabilità da Burkina Faso, il pacco californiano assemblato in Cina comprato in Francia e spedito da Napoli, figurati gli altri che sono andati in grandi città, tutte belle organizzate, con tangenziali e raccordi anulari e passanti autostradali, se non sono arrivati in tempo. Penso, mi tranquillizzo, e mi faccio una battuta al coltello di patema prenatalizio, con una spruzzatina di limone.
Passano i giorni e arriva natale, e il sito dice sempre per il mio pacco “ancora da spedire” e per gli altri “ziofagiano, fidati, cazzo, abbiamo spedito tutto, sei in una botte di acciaio inossidabile rinforzato al tungsteno e vanadio”, mentre i miei amici “vorrei-essere-destinatario-del-tuo-pacco” ancora han ricevuto niente. Mi dolgo, porgo scuse, addirittura uno di questi mi dice di aver dovuto guadare la periferia di Vicenza per andare a far la fila dal corriere insieme ad altri che già si stavano menando in attesa dei loro agognati pacchi. E per lo meno lui è riuscito a ricevere, e scopro pure stasera che quest’anno era riuscito a disintossicarsi dal malanno dei regali natalizi. Gli altri, nisba.
Mi consolo col giocattolone, cara Apple, caro Steve. Avete fatto un bel prodotto, mi piace, non mi fa la classica mantecatura alle palle tipica del notebook mentre lo uso sul divano, è fruibile anche a un ignorante in materia, pesa poco, la batteria dura una vita, l’audio è ottimo. La scatola, pure lei, è molto bella. Solo mi piacerebbe capire perché non funziona su una delle due porte USB del pc – che funziona con qualsiasi altro apparato, compreso l’iPhone 4 che già possiedo – e soprattutto perché, con quanto è bello il sistema operativo iOS, siete riusciti a fare un programma di merda come iTunes.
Cordiali saluti, buon resto delle festività, viva la globalizzazione.
Mi spiace per voi
Mi spiace per voi, cari agnostici che non credete e nel dubbio comunque preferite non credere. Mi spiace per voi, dannati senzadio, che comunque pensate che si può fare senza, e che fare senza è un po’ come fare con, ma senza. Mi spiace per voi, creduloni, che pensate che l’inizio di tutto e la fine di tutto siano un qualcosa di ultraterreno tenuto insieme da mille aggettivi. Mi spiace per voi, semplici imitatori, che abbozzate fraseggi spacciandoli per arte ma che non riuscite a far due metri senza leggere le istruzioni. Mi spiace per voi, ma Dio esiste ed è in mezzo a noi, e si chiama Alessandro Bergonzoni.
Far tardi
Oggi non volevo far tardi, il messaggio era chiaro, la zia era ormai arrivata all’ammazzacaffé. Ho mollato tutto e sono corso da lei, e sono arrivato tardi, di poco. La nera signora, la padrona del ristorante, quella col mantello e la fottuta falce, era già andata via e l’aveva lasciata lì, con gli occhi chiusi e il viso spento. Il grande banchetto della vita finisce sempre nello stesso modo, per tutti. Passiamo alla cassa, paghiamo il conto e ce ne andiamo. E chi resta troverà altre sedie vuote.
Fare shopping in tre (mia moglie, Giulia Blasi ed io)
Il tentativo di dare un senso al sabato pure oggi è stato fatto, con discreto successo, pena il solo alleggerimento del bancomat. Prima un salto all’Euronics per vedere se con diplomazia riuscivo a esortare i commessi a farmi accendere un monitor da 24 pollici per vederlo dal vivo. Niente, quella gente pretende che uno compri i monitor a scatola chiusa. Hanno centoventimila televisori accesi e nemmeno un monitor. Che poi uno potrebbe comprare qualsiasi cosa senza vederla in funzione prima, ad esempio un tostapane, o un hard disk. Un monitor no, con quello ci fai un matrimonio, sarà lui che avrai davanti agli occhi per centinaia di ore da quel momento in poi, non puoi prendere così a cazzo una cosa che vedrai più spesso e più a lungo di tua moglie. Niente, sono irremovibili, nemmeno l’ultimo modello a led non mi fanno vedere. Ho comprato tre pile da un euro e novanta, al diavolo.
Poi c’era da fare la spesa, e mi sono imbattuto in una disposizione non ergonomica degli scaffali del supermercato. Valicato l’ingresso, prima cosa dovrebbe esserci il banco del fai da te, con le motoseghe, e poi, solo poi, gli scaffali dell’edicola. Perché immancabilmente arrivi lì e trovi i soliti due stronzi che sfogliano TUTTE le riviste senza comprarne manco una. La motosega servirebbe. Magari in zona anche lo scaffale dei mociovileda, che con una motosega in mano e una coppia di stronzi a portata di lama è un attimo che riduci tutto a uno schifo sanguinolento e frattaglie. Pazienza, trattengo la rabbia a stento, mi avvicino loro e lascio una scoreggia silenziosa in zona, così imparano. Stronzi.
Poi mi avvento sui libri, ne compro tre chili, soprattutto opere che col tempo ho perso (sì, ho perso dei libri, e allora? Cazzo, ho fatto un solo trasloco in vita mia e in quel trasloco ho perso uno scatolone di libri, e allora me li sto ricomprando tutti). Poi dribblo abilmente una decina di anzianòpedi che ciondolano fra il pentolame e le masserizie dell’omonimo reparto, e piloto il carrello in zona birra. Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina. Riempio il carrello di bottiglie da mezzo litro del prezioso nettare. C’è n’è ancora una, dice mia moglie. Passala qui che ci sta ancora. Lo scaffale è vuoto, godo il doppio sapendo che chi arriverà dopo di me troverà niente. Comprati la menabrea, deficiente.
Andiamo in libreria che sto cercando una cosa? Va bene, però lo sai, cara moglie mia, che rischio molto quando entro là. Dai, andiamo. Entriamo, abcdefghijklm, tutti in ordine alfabetico, mi prude il bancomat, mi imbatto in “Il mondo prima che arrivassi tu” di Giulia Blasi. Chiedo alla commessa E’ l’ultimo pubblicato dalla Blasi, vero? Sì, però è di settembre. Quel però mi uccide, cosa t’importa se però è di settembre? Io mica l’ho ancora letto. Le dico Lo sa che io la Blasi la conosco? (sguardo stupito e curioso) (commessa carina). Lo sa che mi ha anche baciato! (sguardo che volge al sarcastico, poi la condanna inespressa, Caro cliente, stavolta l’hai sparata troppo grossa). Delitto e chesfiga. Vorrei dirle No, ma davvero, eravamo lei io e altre millanta persone, lei guardò solo me, e accostò le sue labbra alle mie gote, il rossetto pompeiano, o rosso glysolid, acceso, violento, un sorriso meraviglioso. Mi ha anche cazziato, pensi! La commessa se ne va, idillio bruciato. Di lì a poco trovo “Piccone di Stato” di Antonella Beccaria. Sa, commessa carina, che io sono amico di penna della Beccaria? Sorride, non ci crede nemmeno stavolta. Al piano di sopra butto l’occhio su Spinoza, vorrei scendere di sotto e dire alla commessa carina Ehi, commessa carina, senta, lo sa che io con questi due mi sono già preso un paio di sbronze? Non ci crede eh? Vabbé, non scendo, tanto non mi crederebbe. Compro due chili e sette etti di Saramago, vado alla cassa, Scusi, commessa carina. Lei, subito, Non mi dica che conosce anche Saramago?! No, non lo conosco, e poi è morto, scusi eh, come potrei conoscerlo. Sorride, poi si rabbuia, secondo me non lo sapeva che era morto. Non lo sapevo nemmeno io, ho tirato a caso.
Il cespuglio di riccioli neri mi distrae, pago, vado.
Brutte persone si diventa
Come fa un tegame di spezzatino a trasformare l’animo di una persona? Immaginate che un sabato sera qualsiasi vostra moglie fabbrichi uno spezzatino di quelli da lacrime agli occhi, cotto alla perfezione, le patate sull’orlo dello sfacelo e la carne di bufalo che emana un sapore corposo e dolce, a piccoli bocconi. Immaginate che lo mangiate, seppur sublime, con fare distratto, guardando la tv, scofanandolo con trasporto, al punto da dimenticarvi che avete un’otturazione a un molare di quelle non proprio considerabili come robuste. Poi, senza particolare sforzo, immaginate che verso la mezzanotte la vostra mascella rivendichi il diritto di non essere massacrata in certi modi, cominciando a lanciare nei molari inferiori alcuni impulsi prima lievi poi sempre più intensi.
Benni dice che “Nei sogni della notte i cattivi chiedono perdono e i buoni uccidono”. Tu sei un buono, nei sogni di sabato notte, e sogni di uccidere qualcuno per via delle fitte che si fanno via via più pressanti. Svegliati, girati, riaddormentati, tum-tum-tum, svegliati, ri-girati, riaddormentati, e ri-tum-tum-tum. La domenica mattina ti alzi stanco, e ti rendi subito conto che non hai preso la targa del carro armato che ti ha investito nottetempo. Con l’incedere di uno zombie ti trascini in cucina e scopri subito il motivo del mancato sonno, al primo biscotto che infili in bocca. Dici: Dai, sarà tutto un po’ ammaccato, ricostruisci nel tuo cervello il film dello spezzatino, ti dai del deficiente un paio di volte, intanto finisci colazione e riporti i tuoi strati adiposi sul divano. Ah, pace, quasi quasi mi riaddorm… tum-tum-tum, stavolta non è solo pulsazione, è dolore, che si espande a macchia d’olio fino all’orecchio. Provi ogni posizione, cuscino / non cuscino, dito puntato sul fascio temporo-mandibolare, togli il dito, tum-tum-tum, provi a massaggiare la parte dolorante, niente, vaffanbrodo, capitoli e ti avventi sull’ibuprofene. Mentre aspetti che faccia effetto senti un’officina intiera che pressa, piega, taglia, trancia, batte, martella nella tua testa. Apri wikipedia per farti consigliare nuovi nomi di santi, che quelli a te noti sono finiti.
Passa il giorno, passa la sera, confettini di antidolorifico che vanno come stuzzichini. Arrivi a sera, sfatto dal dolore, ingolli ancora una pasticca prima di andare a letto, domani si lavora, ebbé, speriamo di dormire. Alle 2.00 sei lì con gli occhi sbarrati, mandi una mail al lavoro avvisando che tarderai (probabilmente), poi a forza di rivoltarti fra le lenzuola trovi una posizione che ti lascia addormentare. Fino alle 3.45 però. Ti svegli con il dio Thor che sta martellando come un fabbro la tua testa, ti sembra pure di avere un piranha che ti sta divorando le carni sotto alla mascella. Allora ti alzi dal letto, apri l’iPhone (eh, c’è poco da ridere, uno guarda l’ora) e vedi un messaggio, leggi, il tuo compagno di banco di 1a liceo che ti contatta dopo 25 anni. Sorridi, mentre vai in studio a prendere un paio di forbici, deciso al gesto estremo. Vai in bagno, accendi la fanaleria, apri la bocca e tenti di piantare nel dente le forbici per staccarti l’otturazione fallata, in una specie di trance, non senti nemmeno più dolore, solo odio e rancore. Niente, non viene via, rischi di spaccare la parte di corona rimanente, allora sciacqui a lungo, ingolli due pastiglioni e ti vai a piazzare sul divano con i cani che ti guardano con occhio sospettoso.
Alle 7 finalmente ti addormenti, senti la stanchezza prenderti. E’ lunedì mattina, il sole sta sorgendo, e tu sei un catorcio. Silenzio. Crolli. L’ibuprofene che hai preso tre ore prima sta entrando in circolo, la grancassa smette di suonare, l’orchestra si ritira, finalmente. Dormi. Come non ti accadeva da tempo. Dormi, perdi i sensi in posizione semi sdraiata, il silenzio, la pace. Alle 10.15 però si rompe l’incantesimo. Drrrrrrriiiinnnn! Ti alzi, apri la finestra sulla strada, vedi un tipo, chiedi chi è, Sono l’arrotino, ci serve da molare qualcosa? Non ho il tempo di rendermi conto di cosa sta succedendo che dalla mia bocca parte un “MAVAFFANCULO!”. Il tipo s’offende, mentre chiudo la finestra continua a blaterare in strada invettive, consolato dalla vicina di casa che indignata dal mio comportamento lo sostiene nella sua filippica circa l’educazione eccetera.
In serata, dopo un salto dal dentista in ospedale, giunto a casa ho dovuto dare spiegazioni a mia madre circa l’accaduto. Cuore di mamma: Chissà cosa gli hai detto! Poi dicono in giro che sei maleducato! – A mà, gli ho detto semplicemente vaffanculo. – Ah, tutto lì? Uhm, alla fine allora hai fatto bene. No, non ho fatto bene, quello alla finestra non ero io, ma la mia anima nera risvegliata dal dolore. Ci penso, salgo in casa, accendo il pc per leggere la posta, mi addormento alla scrivania.
Musica per le mie orecchie
Il titolo scontatissimo introduce un piccolo fatto accaduto in questi giorni, lo racconto solo per dare soddisfazione a chi si ostina a profilarmi leggendo il blog. Diciamo che avevo una cuffia AKG piuttosto vecchiotta, oltre vent’anni di onorato servizio, pagata all’epoca 130.000 lire. Qualche giorno fa sono passato davanti a uno scaffale che aveva ogni tipo di cuffia “consumer” (quindi no, non c’erano le Joseph Grado) e ho buttato l’occhio sui 69 euro della AKG K512. Presa e portata a casa, l’ho lasciata una settimana nella scatola, poi l’ho aperta e l’ho posata, col cavo avvoltolato come da fabbrica, sulla scrivania, lasciandocela per altri dieci giorni. Sì, avevo paura di rimanere deluso. E niente, stasera l’ho provata, ed è un gioiellino. Ma non riesco ancora a capacitarmi di quanto ridere mi faccia pronunciare la marca in tedesco.



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