Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

Quite real life

Sessantasette

No, vabbé, poi ci sono le volte che uno si mette a pensare. Incredibile, si stupiscono tutti, ti stupisci pure tu che non sai cosa hai fatto appena un istante prima perché non stavi pensando, o non ci stavi pensando. Pensate, sabato sera ero a casa e mia moglie era via, come ogni sabato sera, (che sono a casa io, non che mia moglie esce, che poi che ve ne frega, dico io) e per pura combinazione avevo ricevuto un messaggio da un amico della bassa carpigiana che mi avvisava di trovarsi dalle mie parti. Io ci ho pensato un po’ su, visto che non sono un tipo che esce abitualmente, anzi, tendo a starmene tranquillo e il più possibile rintanato. Poi mi son detto “Vabbé, dai, è un amico, lui farebbe lo stesso per me, e se capitassi, che so, tipo a Pordenone, lui verrebbe sicuramente da Carpi a Pordenone per incontrarmi, no?”.

Così ho preso l’auto e sono andato in questo posto strano nella pianura cuneese, un paesino che è sulle cartine solo perché ha dato i natali o ha visto crescere persone del calibro di Mitì Vigliero o Alessandro Bonino. Solo che il posto dove dovevo incontrare il mio amico manicardiopatico non era proprio in quel paesino, Margarita (che non è un drink, mi dicono dalla regia), ma sulla statale dall’altra parte verso l’immensa metropoli di Beinette. Ora pensate voi: io il posto non lo conoscevo, con un nome così, poi, boh, Cicherito, Pacharito, Rivelinho, vatti a ricordare, vabbé, comunque sapevo che era vicino al ristorante dove sono stato già molte volte e in un lontano passato ci ho pure fatto la cena di nozze. Quindi doveva essere facile arrivarci, e invece sono riuscito ad andare a Margarita City e a perdermi nelle tre stradine traverse del centro storico, per poi chiedere indicazioni a una gentile signora del posto che, a dispetto dell’ora (erano le 22.30), stava passeggiando in una di quelle stradine (no, non pensate male) e mi ha spiegato come uscire da quell’intricato budello nonostante avessi sia le mappe dell’iPhone che il TomTom. Dicono che da quelle parti non prendono nemmeno i satelliti, ma io non lo so di preciso perché avevo già la gentile signora.

Attraversato un pezzo di mondo – che non avevo mai visto prima – costellato di campi, poi campi, poi ancora campi, una cascina, altri campi, bealere, curve, campi, insomma, la dannata campagna tra Margarita e Beinette, sono arrivato finalmente nel parcheggio del locale. Di lì son salito per le scale che portavano alle strane stanzette e mi sono messo a cercare Marco, chiedendo di lui in giro a tutti quelli che incontravo. Poi finalmente l’ho visto e mentre parlavamo ho di nuovo pensato (sì, davvero) e si è stupito pure lui. Gli dicevo che anni fa conoscevo un cinese che di cognome faceva Hu, e poi avevo scoperto che in Cina il cognome Hu ce l’ha il sessantasette per cento della popolazione. Lì mi è venuta la folgorazione: gli dico «Pensa un po’ se un giorno andassi in Cina e mi mettessi a urlare per lo stupore di fronte a – che ne so – la Città Proibita o la Grande Muraglia, e dicessi “UH!”, si girerebbe il sessantasette per cento dei cinesi presenti per capire chi li ha chiamati.»

 

Altre considerazioni sugli animali

C’è quest’altra cosa riguardo alla violenza sugli animali che vi voglio raccontare.

Un giorno mia mamma decise di ampliare il ricovero delle galline per farci stare qualche altro pennuto di specie palmipede. L’operazione non sembrava semplice perché lo spazio coperto a disposizione non era molto grande e l’ipotesi di aggiungere altri inquilini era in palese contrasto con le possibilità consentite dalla geometria elementare applicabile al contesto. Chiuse quindi il cancelletto che divideva il cortile umano dalla zona animale e si mise a spostare assi, cassette di legno e quant’altro deputato a giaciglio per quei goffi uccelli privi di brevetto di volo. Disse che mi avrebbe avvisato quando sarei stato utile per darle una mano, cosa che dopo un’oretta di tralsochi puntualmente fece. «Stai lì e guarda che le galline non saltino oltre il cancelletto». Mi pareva impossibile che quelle buffe produttrici di proteine ovali fossero in grado di superare un ostacolo alto un metro e venti, ma restai all’erta per soddisfare il bisogno di sicurezza espresso dall’augusta genitrice. Tempo un minuto e flap! Una gallina spiccò un balzo sulla traversa del cancelletto e mi puntò l’unico occhio disponibile da quel lato di becco in atteggiamento di sfida. Io, che a quattordici anni avevo già delle manine di fata, colto alla sprovvista e desideroso di eseguire fedelmente gli ordini ricevuti pensai di ricondurla istantaneamente verso il lato di mondo di sua competenza con una mossa convincente, ma la spinta non fu proporzionata e si trasformò in una specie di ceffone. Successe così che la povera bestiola gettò al vento un urlo strozzato e si posò a terra con un’ala rotta.

Per diversi giorni non riuscii a farmene una ragione. Il dispiacere per aver procurato danno all’ovipara senza rendermene conto fu enorme, così come insostenibile fu la vergogna che provai ogni volta che mia madre andava raccontando l’accaduto ai conoscenti. Oltre al problema fisico la povera gallina subì anche un contraccolpo psicologico e smise di fare le uova, cosa che condusse me e la mia famiglia ad operare una scelta nobile e generosa: diventammo vegetariani la invitammo a cena la domenica successiva.

Qualche considerazione sugli animali

Non è vero che non ho mai fatto male neppure a una mosca. Anzi, con le mosche sono un vero e proprio cecchino, le tacche sulla palettina sono ormai segno indelebile dell’innata perfezione al tiro. Un giorno, lo faccio per lavoro, sono in una riunione relativamente importante, perché le riunioni possono essere solo 1) una palla mostruosa, 2) di routine, 3) bisognava farla, vabbé, 4) interessante, 5) relativamente importante. La relatività dell’importanza è importante per capire l’importanza relativa della riunione, ma non voglio scadere nell’ovvio né divagare. Dicevo, la riunione: di fronte a me il team composto da tre aggressive-unbeatable-monstertanned-senior-über-sales manager di una società fornitrice, a destra due programmatori freelance che parteggiano per i suddetti in quanto meri esecutori del lavoro in caso di chiusura dell’affare, a sinistra la junior marketing pheeghetting della medesima ditta. Evidente la disparità di forze in campo, sono solo contro tutti, determinato a difendere la mia posizione di cliente che non intende procedere con le implementazioni assurde che – già so -  costoro vogliono propormi.

Iniziano a parlare del progetto. La forbita eloquenza del most-tanned salesman lavora gl’ingredienti a base di fronzoli dell’entroterra ligure cercando d’intortarmi sulle infinite possibilità del loro metodo, io lo ascolto calcolando che ogni parola che esce dalla sua bocca mi costerà palate di biglietti da cento senza portare alcun vantaggio. Una mosca, disinteressandosi al melenso discorso, ronza per la stanza posandosi via via su ogni tratto di pelle scoperta dei partecipanti. La presentazione non mi sta appassionando, anzi, mi innervosisce, e la mosca non fa che peggiorare la situazione. Ad un tratto il fastidioso insetto si posa sul tavolo a pochi centimetri dal mio blocco appunti, sul quale ho appena finito di disegnare una scena di meretricio ambientabile nella maggior parte delle periferie cittadine conosciute per tal negozio. Il vendor unbelievably-tanned continua il suo predicozzo, io lo guardo fisso negli occhi per non dargli la soddisfazione di mostrarmi mortalmente annoiato mentre cerco di mantenere nel campo visivo la bastarda la schifosa la putt la mosca. Proprio quando il mio ammorbatore sta per raggiungere il picco del climax, senza staccare lo sguardo dai suoi occhi tiro una manata sul tavolo facendo uno schianto tremendo come allo scoppio di un raudo. Tutti si scuotono dallo spavento, il mio interlocutore si stoppa con lo sguardo allibito. Sul tavolo c’è una patracca informe nera e rossa, sembra uno stemmino del Milan finito sotto uno schiacciasassi. «Presa, dannata rompicoglioni. Andiamo avanti?».

Alla fine abbiamo fatto come dicevo io.

La risposta

Giunse il momento. Varcai la soglia in silenzio, incredulo, senza che se ne accorgesse nessuno. Incredulo perché appena qualche anno prima l’ipotesi più probabile era di non arrivarci neppure. Lo dicevo pure al dentista che si ostinava a lavorare sulle mie carie e proponeva impianti e capsule a fini più estetici che funzionali. Non ho un’aspettativa di vita così lunga, gli dissi, fumo, bevo, mangio schifezze e m’incazzo spesso come una bestia ferita, non mi serviranno molti denti in bocca quando, a breve, sarò orizzontale nella cassa. Ridacchiava scaramanticamente, confessando di aver trovato fantastico il gorgonzola di tofu, un vero toccasana per le arterie. Mi precipitai a comprare due etti di lardo artigianale per compensare l’improvviso vuoto lipidico generato da quella rivelazione.

Avevo una casa, una famiglia, un lavoro e sufficiente denaro, potevo anche permettermi una vita sregolata perché reggevo discretamente pur evitando patetici gesti sportivi nel tentativo di accudire al fisico. Avevo l’arroganza di conoscere la risposta alla vita, l’universo e tutto quanto, ignorando però le vere domande: ci arriverò? E come?

Passò il tempo. In fretta. Molto in fretta. Mi accorsi di avvicinarmi alla fatidica data non solo dal calendario, ma anche dalla progressiva incapacità di reggere una sbronza o di mangiare sei etti di pastasciutta senza battere ciglio. Smisi di bere alcolici, modificai la dieta, iniziai a muovere il corpo non più col solo scopo di spostarlo il minimo indispensabile. Le risposte che avevo fino a qualche anno prima cominciarono a tramutarsi in domande, sinuose e subdole all’inizio, poi sempre più secche e martellanti. Non si trattava più di arrivarci – ormai ci contavo abbastanza – né del come ci sarei arrivato, visto che la maggior parte della strada era già percorsa. Il chiodo fisso diventò con chi ci sarei arrivato, poiché nella sua ineluttabile bastardaggine il tempo si era già portato via parenti e amici, risparmiando, oltre a me, soltanto i pochi affetti più prossimi. Solo varcando la soglia mi resi pienamente conto che il loro vivere era fondamentale per il realizzarsi del mio. Solamente in quel momento scoprii di apprezzarne appieno l’esistenza e la vicinanza, dopo aver imparato a gustare ogni singolo attimo vissuto insieme e a trasformare in piacere unico e definitivo quella che prima, a volte, era stentata sopportazione.

Era la risposta che stavo cercando. Quarantadue, ironicamente, si rivelò come una semplice coincidenza.

Una cosa successa qualche anno fa

Mi prende una crisi di mal di denti allucinante, è sabato notte, non so cosa fare e mi fiondo al pronto soccorso. I tizi al bancone, assonnati, mi dicono «Guardi che qui non facciamo odontoiatria, provi dalla guardia medica». Sono quasi le tre del mattino, penso «Vaffanculo, stronzi». Poi domando «E dove la trovo la guardia medica? Avete il numero del telefono?». «In fondo al corridoio a destra, ultima porta». Così vado alla guardia medica, busso, esce un nanerottolo alto uno e quarantacinque, gli spiego la cosa, mi fa «Calati le braghe, ah» con disperato accento siciliano. Penso «Ma che c’entra coi denti?», intanto lui arriva con una siringa, lì sulla porta, mi fa voltare, mi abbassa il boxer di una spanna e mi pianta quella roba nella chiappa senza domandarmi se devo guidare, se sono allergico a qualcosa, se sono strafatto di droga, se sono incinto. In un secondo netto non sento più alcun dolore, credo mi abbia fatto una lacrima di morfina o qualcosa di simile. Mi dice «Apposto», chiude la porta e mi lascia lì inebetito. Esco, salgo in macchina e mentre torno a casa mi sembra di volare, vedo azalee sul cruscotto, farfalle ovunque e, seduto accanto a me, Brahms nudo che suona l’arpa pizzicando ritmicamente sui versi del Qoelet. Arrivo a casa, mia moglie è in piedi preoccupata. «Cosa ti hanno fatto?». «Non lo so, è pronta la cena?».

Tema: cosa ho fatto oggi

Svolgimento

Oggi non ero al lavoro, come ieri, e come il giorno prima, e quello prima ancora, e ancora e ancora e ancora indietro fino a giugno. Dovevo andare in banca per aprire il conto di appoggio per la cassa integrazione straordinaria, perciò ci sono andato. L’impiegata mi ha salutato come se fossi un amico di famiglia, poi ha preso i miei dati come a un estraneo qualsiasi, anche se sono cliente da vent’anni. Chiamerà quando le pratiche saranno completate.

Poi sono andato dal commercialista per firmare il 730, dovevo anche pagare la fattura, non avevo i soldi, non ho pagato. “Tanto non scappate, vero?” mi fa, e io “non ancora, non subito almeno, ma ci stiamo organizzando”.

Quindi sono andato a fare un giro ai cimiteri, erano anni che non ci portavo i piedi. E non è cambiato niente dall’ultima volta: sempre il solito mortorio.

Non so voi, ma io ogni tanto ci penso

La vita è una malattia più o meno lunga, al termine della quale si muore.

C’è una cosa che più di altre segna il tempo che scorre. Non è il decadimento fisico, il vederti imbolsito di fronte allo specchio, il pantalone di un anno fa che prima non ti stringeva in vita e adesso, invece. Non è un calo prestazionale complessivo, corporeo e mentale, che ti fa parlare del freddo e del clima, inconsciamente, come a nascondere altri discorsi. Non è il sentirti idiota nel riascoltare mentalmente la tua voce mentre annoia un giovane col classico “ai miei tempi”. Non è la ridottissima capacità di reggere una sbronza senza svegliarti il mattino dopo con un mal di testa atroce e lo stomaco sottosopra, a solenne promessa di non ripetere l’operazione. Non è il compilare un questionario online e trovarti infastidito a dover barrare la casella indicante la fascia di età che si trova già nella seconda metà dell’elenco proposto. E nemmeno quando l’età richiesta è esplicita, e devi mettere l’anno scegliendolo da un combo box, e l’elenco parte dal 2000, e tu dici “ma chi è sto scemo che fa partire l’elenco dal duemila” e sono almeno quattro scrollate di rotellina per arrivare al tuo anno. Non è il guardare foto di quando eri giovane e rivedendoti pensi solo “dio mio che faccia da scemo che avevo”.

Ciò che segna veramente il tempo sono le date che ti restano impresse in mente, e nel cuore. Da bambino ricordi il tuo compleanno e l’onomastico, e quello di mamma papà ed eventuali fratelli. Poi ricordi bene il Natale. Il resto non conta nulla, non hai bisogno di ricordartelo. Poi inizia la scuola, e diventano importanti le domeniche, e le feste, e l’inizio delle vacanze. Poi cresci e cominci a non dimenticare più il primo bacio, il giorno del fidanzamento, San Valentino, il giorno in cui sei partito a militare, il giorno in cui sei tornato a casa. Poi la data del matrimonio, la data in cui hai trovato il primo vero lavoro, i vari passaggi di carriera. E se hai avuto dei figli ricordi ogni singolo istante dalla loro nascita in poi. E queste date sono tutte belle e tutte le ricordi volentieri.

Poi arrivano quelle che ti invecchiano davvero. La morte di una sorella, la morte del suocero, la morte del cane, la morte di un amico, di due amici, di cinque amici. Inizi davvero ad invecchiare quando le date prevalenti che ricordi e ricorderai sono solo più anniversari di morte. E sai che prima o poi ce ne saranno altre da ricordare, il papà, la mamma, tua moglie o tuo marito, e poi altre e altre ancora, fino a che non arriverai a un punto in cui non ricorderai più nulla, e toccherà a te lasciare scritta la data di compimento dell’opera. E speri che, almeno quella, qualcuno la ricordi dignitosamente per te.

Ma parliamo di Halloween

Ammetto di aver pensato a lungo che Halloween fosse una indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani e copiata deficientemente dall’italico popolo senza idee. L’educazione cattolica ricevuta in gioventù mi aveva sempre portato a pensare che la festa di Ognissanti fosse stata inventata per “costringere” le persone a recarsi ai cimiteri, magari più con lo scopo di riflettere sulla caducità della vita che non per dare solo una ramazzata ai pavimenti delle tombe di famiglia, e questa pagliacciata pagana mi era sempre parsa in contrasto con quel momento di silenzio e di riflessione sui propri cari sin lì trapassati. Non che abbia mai apprezzato particolarmente la versione cattolica, sia chiaro, se non, almeno da ragazzo, per il fatto di stare un giorno lontano da scuola. A quel tempo, esaurito il beneficio del giorno festivo, era proprio una palla disumana: ore ai cimiteri davanti a tombe di persone che manco avevi mai conosciuto, ascoltando i famigliari adulti parlare di cose e di fatti a te totalmente ignoti. Con l’incedere degli anni, e con un sempre maggior numero di persone conosciute – e magari anche amate – andate a popolare il camposanto, quella visita prendeva ancora più significato di silenzio e rispetto, e l’odio verso i genitori che addobbavano i bambini come dei coglioncelli per mandarli a spaccare le palle al vicinato chiedendo dolcetti aveva raggiunto picchi di rara elevazione. Poi c’è stato il periodo “mah”. Ai cimiteri non ci portavo più piede, perché l’amore – e il ricordo dell’amore e di tutti i bei momenti vissuti con chi non c’era più – preferivo viverlo ogni giorno, pensandoci soprattutto la sera prima di andare a letto, con uno sguardo al piccolo “memoriale” che avevo in camera da letto. Ripassavo i volti di ognuno su quelle piccole fotografie, anche velocemente, e mi sentivo in pace, e riflettevo sul fatto che morir si muore comunque, senza alcun premio finale per meriti di vita buona o cattiva. Avevo ormai riposto nel cassetto delle inutilia le convinzioni religiose e tutto il pacchetto di dogmi e penitenze ad esse correlate, ma continuavo a detestare il business di una festa che non mi apparteneva.

Oggi ho realizzato che si sta avvicinando Halloween vedendo qualche maschera da strega o da zombie al supermercato, e immancabilmente ho ripensato all’indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani. Così sono andato a leggermi origine e storia di quella festa, e – come spesso accade quando si cerca di stare in equilibrio – mi sono ricreduto un po’, giungendo persino alla conclusione che è giusto festeggiare l’unico aspetto che accomuna tutti i vivi senza alcuna distinzione, esorcizzandone l’inevitabilità e la bruttezza con un atteggiamento canzonatorio. Leggendo ho così scoperto che la chiesa cattolica ha assunto posizioni che rasentano il ridicolo nei confronti di Halloween, sostenendo di fatto che “l’elogio del macabro, non sarebbe altro che un modo subdolo per avvicinare anche i più piccoli al Satanismo“. D’altronde per questi cervelli ottusi tutto ciò che non è inventato o gestito in casa è peccato o satanismo, figuriamoci una stupida festa a ridosso del giorno dedicato a onorare i defunti. E allora festa sia, soprattutto per i piccini, visto che a quell’età c’è tutto a cui pensare tranne che a tirar le cuoia. Per loro è un giorno di festa perché si sta lontani da scuola, magari si viaggia con i genitori per andare al paese d’origine, magari si pranza con cugini e parenti semisconosciuti, magari si sta ore per cimiteri a rompersi i coglioni, ma lo si fa dopo essersi vestiti da zombie o da strega ed essere andati in giro per il vicinato a rompere le palle in cambio di dolcetti, in un tripudio glucidico sublime al palato e strategico nell’adipe.

Grazie di cuore

Ho scritto il post precedente nella pausa pranzo senza il debito tempo per spiegare, pur consapevole di sembrare ridicolo nel parlare, a 41 anni, di un cane come se fosse stata una persona cara.

Non era una persona, ovviamente, eravamo noi che la trattavamo quasi come tale e alla fine era diventata come una figlia. Detto da me, che figli non he ho, potrà sembrare ancora più ridicolo, ma tant’è; scrivo qui conscio anche di questo. Ho sempre amato e sempre avuto cani, e i cani, come è scritto nel fottuto regolamento della natura, hanno scadenze più brevi rispetto alla maggior parte degli umani. Solo che, nei casi precedenti in cui ho dovuto affrontare la dipartita dell’amico o amica a quattro zampe di turno, non avevo provato un dolore così profondo, e non pensavo che potesse accadere di sentire una lama invisibile tagliarti a metà l’anima.

L’ho vista andarsene lentamente, divorata da una specie di leucemia, e come consolazione mi è rimasta solo la certezza di averla amata e trattata da pascià per questi otto, piacevoli anni. Viveva in casa con noi, ci ha regalato la gioia di tre cuccioli, rimasti tutti qui in famiglia, era diffidente e difensiva quasi peggio di me. La nozione della disciplina non le era molto chiara, e qualche “patùn” sul sedere lo aveva provato anche lei. Fin da piccola non ci fu verso di farla dormire nella cuccia, e grandi ronfate nel letto con noi se l’è fatte. Sul divano era un attimo, come ti sedevi lei era lì, pronta ad accovacciarsi attaccato alle gambe per dare e ricevere calore, e non solo in senso fisico. Era una compagna silenziosa e guardinga, protettiva e vivace. Quando mi chinavo a mettere legna nella stufa mi saltava sulla schiena e si sedeva lì, come per bullarsi della sua temerità. Era speciale, come penso sia speciale ogni cane amato dal proprio padrone.

La cosa peggiore è che questo evento funesto è arrivato in un momento in cui il mio morale è ai minimi storici, affossato da mesi di stanchezza psicofisica mal gestita, ore di sonno ridotte all’indispensabile, rabbia repressa, rovesci di bile tamponati a martellate e sciacquati con litri di birra, una professione deprimente che mi sta sbranando l’esistenza e qualche acciacco di troppo. Al tutto si è aggiunta la scomparsa, qualche tempo fa, di una persona a cui ero affezionato, che mi ha dato la prima vera batosta. Oggi è successo questo, a mo’ di colpo di grazia. So che c’è qualcuno lì fuori che potrà capire cosa intendo dire.

Grazie a tutti, di cuore, anche a chi non capisce.

 

Ciao

Birba

Birba (ottobre 2003 - 20 ottobre 2011)

Ciao, è stato bello averti conosciuta.