Ma parliamo di Halloween
Ammetto di aver pensato a lungo che Halloween fosse una indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani e copiata deficientemente dall’italico popolo senza idee. L’educazione cattolica ricevuta in gioventù mi aveva sempre portato a pensare che la festa di Ognissanti fosse stata inventata per “costringere” le persone a recarsi ai cimiteri, magari più con lo scopo di riflettere sulla caducità della vita che non per dare solo una ramazzata ai pavimenti delle tombe di famiglia, e questa pagliacciata pagana mi era sempre parsa in contrasto con quel momento di silenzio e di riflessione sui propri cari sin lì trapassati. Non che abbia mai apprezzato particolarmente la versione cattolica, sia chiaro, se non, almeno da ragazzo, per il fatto di stare un giorno lontano da scuola. A quel tempo, esaurito il beneficio del giorno festivo, era proprio una palla disumana: ore ai cimiteri davanti a tombe di persone che manco avevi mai conosciuto, ascoltando i famigliari adulti parlare di cose e di fatti a te totalmente ignoti. Con l’incedere degli anni, e con un sempre maggior numero di persone conosciute – e magari anche amate – andate a popolare il camposanto, quella visita prendeva ancora più significato di silenzio e rispetto, e l’odio verso i genitori che addobbavano i bambini come dei coglioncelli per mandarli a spaccare le palle al vicinato chiedendo dolcetti aveva raggiunto picchi di rara elevazione. Poi c’è stato il periodo “mah”. Ai cimiteri non ci portavo più piede, perché l’amore – e il ricordo dell’amore e di tutti i bei momenti vissuti con chi non c’era più – preferivo viverlo ogni giorno, pensandoci soprattutto la sera prima di andare a letto, con uno sguardo al piccolo “memoriale” che avevo in camera da letto. Ripassavo i volti di ognuno su quelle piccole fotografie, anche velocemente, e mi sentivo in pace, e riflettevo sul fatto che morir si muore comunque, senza alcun premio finale per meriti di vita buona o cattiva. Avevo ormai riposto nel cassetto delle inutilia le convinzioni religiose e tutto il pacchetto di dogmi e penitenze ad esse correlate, ma continuavo a detestare il business di una festa che non mi apparteneva.
Oggi ho realizzato che si sta avvicinando Halloween vedendo qualche maschera da strega o da zombie al supermercato, e immancabilmente ho ripensato all’indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani. Così sono andato a leggermi origine e storia di quella festa, e – come spesso accade quando si cerca di stare in equilibrio – mi sono ricreduto un po’, giungendo persino alla conclusione che è giusto festeggiare l’unico aspetto che accomuna tutti i vivi senza alcuna distinzione, esorcizzandone l’inevitabilità e la bruttezza con un atteggiamento canzonatorio. Leggendo ho così scoperto che la chiesa cattolica ha assunto posizioni che rasentano il ridicolo nei confronti di Halloween, sostenendo di fatto che “l’elogio del macabro, non sarebbe altro che un modo subdolo per avvicinare anche i più piccoli al Satanismo“. D’altronde per questi cervelli ottusi tutto ciò che non è inventato o gestito in casa è peccato o satanismo, figuriamoci una stupida festa a ridosso del giorno dedicato a onorare i defunti. E allora festa sia, soprattutto per i piccini, visto che a quell’età c’è tutto a cui pensare tranne che a tirar le cuoia. Per loro è un giorno di festa perché si sta lontani da scuola, magari si viaggia con i genitori per andare al paese d’origine, magari si pranza con cugini e parenti semisconosciuti, magari si sta ore per cimiteri a rompersi i coglioni, ma lo si fa dopo essersi vestiti da zombie o da strega ed essere andati in giro per il vicinato a rompere le palle in cambio di dolcetti, in un tripudio glucidico sublime al palato e strategico nell’adipe.
Grazie di cuore
Ho scritto il post precedente nella pausa pranzo senza il debito tempo per spiegare, pur consapevole di sembrare ridicolo nel parlare, a 41 anni, di un cane come se fosse stata una persona cara.
Non era una persona, ovviamente, eravamo noi che la trattavamo quasi come tale e alla fine era diventata come una figlia. Detto da me, che figli non he ho, potrà sembrare ancora più ridicolo, ma tant’è; scrivo qui conscio anche di questo. Ho sempre amato e sempre avuto cani, e i cani, come è scritto nel fottuto regolamento della natura, hanno scadenze più brevi rispetto alla maggior parte degli umani. Solo che, nei casi precedenti in cui ho dovuto affrontare la dipartita dell’amico o amica a quattro zampe di turno, non avevo provato un dolore così profondo, e non pensavo che potesse accadere di sentire una lama invisibile tagliarti a metà l’anima.
L’ho vista andarsene lentamente, divorata da una specie di leucemia, e come consolazione mi è rimasta solo la certezza di averla amata e trattata da pascià per questi otto, piacevoli anni. Viveva in casa con noi, ci ha regalato la gioia di tre cuccioli, rimasti tutti qui in famiglia, era diffidente e difensiva quasi peggio di me. La nozione della disciplina non le era molto chiara, e qualche “patùn” sul sedere lo aveva provato anche lei. Fin da piccola non ci fu verso di farla dormire nella cuccia, e grandi ronfate nel letto con noi se l’è fatte. Sul divano era un attimo, come ti sedevi lei era lì, pronta ad accovacciarsi attaccato alle gambe per dare e ricevere calore, e non solo in senso fisico. Era una compagna silenziosa e guardinga, protettiva e vivace. Quando mi chinavo a mettere legna nella stufa mi saltava sulla schiena e si sedeva lì, come per bullarsi della sua temerità. Era speciale, come penso sia speciale ogni cane amato dal proprio padrone.
La cosa peggiore è che questo evento funesto è arrivato in un momento in cui il mio morale è ai minimi storici, affossato da mesi di stanchezza psicofisica mal gestita, ore di sonno ridotte all’indispensabile, rabbia repressa, rovesci di bile tamponati a martellate e sciacquati con litri di birra, una professione deprimente che mi sta sbranando l’esistenza e qualche acciacco di troppo. Al tutto si è aggiunta la scomparsa, qualche tempo fa, di una persona a cui ero affezionato, che mi ha dato la prima vera batosta. Oggi è successo questo, a mo’ di colpo di grazia. So che c’è qualcuno lì fuori che potrà capire cosa intendo dire.
Grazie a tutti, di cuore, anche a chi non capisce.
Bau, stelle
«L’esistenza è una cosa troppo veloce per potersela godere. No, non mi piace, mi serve un’altra frase a effetto. L’esistenza è un’auto senza motore che parte in discesa, prosegue per inerzia in pianura e poi devi scendere a spingere quando inizia la salita. Bella, sgrammaticata ma bella. Non è vero, fa schifo, anche come metafora». Il discorso tra me e me va avanti per qualche minuto, scandito dalla sensazione di freddo che si fa sempre più invasiva. Sono uscito in pigiama e ciabatte, stanotte; c’è una temperatura impegnativa, un fresco autunnale tendente al depresso. La mancanza di sonno ti spinge ad allontanarti dal comodo giaciglio perché, proprio per causa sua, comodo più non è. Mancanza di sonno, quello stato psicofisico che non è insonnia, ma è stanchezza repressa e mai elaborata, è fretta, è stress, è affaticamento. Lo stacco della spina, locuzione che nasconde la falsa speranza di riuscire a metterlo in pratica per davvero, è un sogno che fai solo più ad occhi aperti. «Aspetta, me ne viene un’altra, l’ho sentita in qualche zingarata di convention: il tempo di qualità». Sono qui in terrazza, in ciabatte e pigiama, col freddo che mi sta entrando giù per il colletto, e penso che il tempo di qualità non esista. Certo, i dieci minuti col naso al cielo a guardare la stellata infinita offerta dalla casa sono un tempo di qualità, ma troppo breve. Come puoi pensare che le Pleiadi – nitide come non le avevo mai viste – o Giove, luminoso come un faro, o ancora il sorgere di Orione all’orizzonte d’oriente siano qualcosa che merita lo sguardo per soli dieci minuti? Che qualità c’è nel riuscire a ritagliare per sé appena dieci minuti in una notte stellata, rubandoli peraltro al sonno? «Sono un idiota, con l’aggravante della consapevolezza di esserlo» mi dico cercando ancora qualche corpo celeste noto. Vedo la Via Lattea, non l’avevo notata. «Che bello sarebbe poterla vedere dall’esterno, e scoprire che magari è triangolare e ridere delle innumerevoli teorie in proposito». Mi soffio il naso, per la milionesima volta di oggi. I cani hanno finito di fare i loro bisogni – beati loro, se alla voce “bisogni” han quello e poco più – e mi guardano annoiati aspettando che mi schiodi verso l’ingresso. Li guardo per un attimo, penso «Vaffanculo, voi non sapete nemmeno cos’è Cassiopea» e la qualità del mio tempo – e un po’ anche quella del mio eloquio – va a farsi fottere. Rientro, zoppico come uno storpio per un’incomprensione fra un tendine e la rotula – discutono da giorni, ora sono venuti alle mani – e mi cola il naso come ai mocciosi (ah, ecco perché li chiamano mocciosi, eh vabbé, da bambino all’asilo ricordo che mi pulivo sempre il naso nella manica del grembiulino, quello sì che era tempo di qualità). Alla fine di tutto mi congratulo con me stesso per il filotto di schifezze che mi stanno tormentando in questi giorni. Sono certo che solo il ginocchio sia colpa mia, il resto è l’età, credo, e il bisogno di spingere l’auto senza motore in salita per arrivare trafelato a non si sa cosa. Se molli la presa, o smetti di spingere, è facile che ti travolga. E più spingi e più ti affatichi, e sempre senza conoscere la destinazione. No way out, dicono quelli là. O forse sì. Staccare la spina, letteralmente, alla fine pare essere la soluzione più riposante in assoluto.
(Il titolo è una cialtronata, perfettamente riassuntiva ma pur sempre una cialtronata).
La cena dei cretini
Non vivrò così a lungo per poter replicare certe sensazioni. E nemmeno mi basterà il tempo per raccogliere il sufficiente coraggio a presentarmi a una persona sconosciuta. Sconosciuta, non del tutto. Oggi ero a tavola a quattro metri e cinquantotto centimetri da Giuliana Sgrena e non ho avuto il coraggio di alzarmi e andare da lei, e darle un bacio sulla guancia in segno di rispetto. Non avrei nemmeno trovato il motivo vero per la mancanza, così come non avrei trovato il motivo per l’azione. Era lì, e non ho fatto nulla. Ho covato, come la chioccia bada alla sua prole dotata di naturale casco integrale. Poi mi si è palesata Antonella Beccaria, una che ha avuto la fortuna di fare lunghe chiacchierate con la Sgrena, e tramite la sua trasparenza sono stato permeato da neutrini di coraggio e sincerità. Cose che ti fanno dimenticare il pasto a base di salumi di alto rango, e formaggi dal sapore importante, rustico, irreplicabile.
A cena ho deciso che ci voleva carattere, ragion per cui mi sono abbandonato fra le braccia di un sublime Formae de Champedel, seguito a ruota da una cinquina di pecorini di struttura così diversa e così struggente come il Marzolino, il Grottarolo, il Trebbione, incalzati da un solenne Garfagnana che ha aperto le porte al Re, il pecorino del Gennargentu. Ad addolcire le labbra sono intervenute due tome, quella di Gressoney, debilitante tanto è saporita, e la classica Piemontese, dolce, soave, quasi pittorica. Direttore d’orchestra un sincero Freisa di Chieri vinificato da Balbiano, e tutto il costrutto ormonale del mio corpo è esploso in un Amen, Allelujah.
Dio non esiste, ma rimane la più grande creazione dell’uomo.
Sogni
Quando facevo vacanza in montagna per qualche giorno – cosa mai più successa purtroppo – andavo sempre nello stesso posto, un po’ perché non mi costava nulla un po’ perché mi piaceva. Lo conoscevo bene quel luogo, ogni singolo palmo di sentiero, di pendio, di albero, di roccia per me non aveva segreti. La sera, quando il genere umano si ritirava a valle o si rintanava nelle poche costruzioni della zona per ripararsi dall’aria fresca, prendevo una felpa e mi incamminavo a monte per fare gli esercizi spirituali. Li chiamavo così, pur trattandosi di niente di programmato o – peggio ancora – guidato da qualche sapientone farcito di dogmi. Consistevano semplicemente nel colmare il bisogno di ritagliarsi un momento – di lunghezza variabile – per stare solo. All’epoca, rispetto ad oggi, era più facile stare soli, specialmente lassù dove non c’era tv, il telefonino non esisteva, niente internet, niente giornali, pochissima umanità. C’era pure poca luce pubblica, cosa che di per sé invogliava il bipede medio ad evitare il buio quando ciò fosse stato possibile, così come invogliava il sottoscritto ad approfittarne. Senza farmi vedere prendevo a camminare, a volte per il sentiero, a volte a naso in mezzo alle rocce, e andavo in uno di quei posti che avevo eletto come Ne. I Ne nella tradizione del Bhutan sono dei luoghi curativi, per l’anima e il corpo, individuati come dei veri e propri power places ad alto coinvolgimento spirituale. Io avevo i miei piccoli Ne sparsi per le montagne circostanti, e andavo spesso a rifugiarmici. Uno di questi Ne, in particolar modo, aveva delle caratteristiche speciali. Si trovava in cima a una parete rocciosa alta circa trenta metri, e al buio per arrivarci dovevi aggirarla per un ripido canalino, affrontabile con dieci minuti a passo svelto. Era vicino alle costruzioni degli umani eppure, per magia, era infinitamente lontano. Col fiatone arrivavi sul pianoro erboso a picco sul vuoto, ti sedevi, guardavi le luci artificiali in basso, poi, una volta assorbito il batticuore per la scarpinata, ti sdraiavi nell’erba e guardavi il cielo. Appena eri orizzontale come per miracolo ti si apriva un mondo di silenzio, la brezza scompariva, i rumori degli umani pure, e niente in quei momenti ti separava dalla volta stellata, nemmeno il freddo, mitigato dal rilascio termico del terreno. Stavi sdraiato, in silenzio, solo, a guardare quella fetta di universo che ti stava appiccicata davanti agli occhi, e ti sembrava che fosse molto più vicina lì che in altri posti. Mai capito niente di stelle, mai saputo un nome di un astro o di una costellazione, a stento riconoscevo l’Orsa Maggiore, ma era tutto lì a mia disposizione, era tutto mio. E lasciavo correre i pensieri, incurante della loro qualità, mentre qualsiasi malessere sembrava fluire fuori dal mio corpo per lasciar spazio a un benefico silenzio. Scendevo poi molto più tardi verso la mia stanza, già inumidito dalla rugiada e discretamente infreddolito. Mi mettevo a letto, chiudevo gli occhi e facevo sogni bellissimi.
Scemo
Stai lì come uno scemo a guardare nel vuoto. Difficile che qualche evento, di qualsivoglia natura, riesca a distrarti dal tuo stato di trance. E’ una cosa che succede quando se ne vanno le persone a cui vuoi bene, e non è detto che se ne vadano per sempre – non è questo il caso – anzi, pur sapendo che torneranno, resti a fissare la sedia su cui stavano sedute fino a qualche ora prima. Lo schiocco di dita di tua moglie cerca di riportarti alla realtà, rispondi laconico: “Mi manca”. E lei dice sorpresa: “Tu che ti commuovi, roba da matti”. Anche i cani sembrano guardare nello stesso vuoto in cui stai guardando tu, e sembrano chiedersi la stessa cosa: “Tornerà? E se non tornerà, chi ci farà quella valanga di coccole come solo lei sa fare?”. Torna, vah, amica mia, che qui manchi a tutti.
Sole
Che poi c’è quella storia che ho sentito raccontare in giro, quella cosa che dicono che se ti addormenti al sole con un oggetto che copre la pelle poi ti rimane una parte non abbronzata con la forma di quell’oggetto. E niente, son passati venti giorni ma la forma della mia mano e l’ombra pallida del cavo delle cuffie dell’iPhone sono rimaste ancora così visibili che la sindone sembra un’imitazione.
Stavolta abbiamo proprio esagerato
Non volevo raccontare del recente viaggio a Dubai, ma alcuni lettori mi hanno fatto pressioni e inviato messaggi minatori. Quindi, comme d’habitude, ho esagerato e ci ho fatto un pdf scaricabile. Per gli insulti, la mail è in copertina.
Edit: il buon Many mi ha mandato la versione epub, ringrazio ed ossequio, la trovate qui.
Me raccontare Roma un giorno
Scrivere di Roma non è semplice, la letteratura sull’argomento è abbondante e consistente. Il presupposto è che lei è lì da sempre, sei tu che non ci sei. Poi capita che la rivedi all’improvviso dopo trent’anni e non la trovi per niente invecchiata.
La prima sensazione è che i romani si siano evoluti pur mantenendo gli schemi dell’antico. Una volta c’erano i bastioni fortificati, adesso c’è il Grande Raccordo Anulare, fatto comunque per tenere alla larga lo straniero. La logica costruttiva pare aver spinto lo sviluppo orizzontale più che quello verticale, almeno per quanto ho intravisto dall’auto. L’impressione è quella di trovarsi in periferia, una periferia qualsiasi. Ovunque ti sposti vedi paesaggi diversi, collineggianti, poco proiettati verso l’alto, non confrontabili con altre grandi città circondate di palazzoni popolari alti venti piani. Sembra di essere a Padova, ecco, se non si bada all’inesistenza della pianura.
Il navigatore satellitare è fatto per perdersi con stile. Fai appello ai tuoi istinti di montanaro per colmare le lacune di quella voce petulante: più avanti tenere la destra, poi tenere la destra, poi tenere la destra, poi prendere la corsia di destra. I testi glie li ha scritti Storace, evidentemente, anche se manca la parte dove devi fermarti a prendere a bastonate qualcuno. Arrivi nel luogo prefissato dopo una sequenza di svolte e semafori sulla Cristoforo Colombo, panorama su EUR e palazzo della Regione. Rettilineo, inversione a U, rettilineo, inversione a U, sembra una gara di bighe al Circo Massimo. Scendi, l’aria è fresca, meno male, la tua buccia nordica ringrazia. «Ciao, siamo qui nella tua via». «Dove di preciso?». «C’è un negozio con scritto Kupfer, sull’altro lato della piazzetta ce n’è uno con scritto Mantegna». «Ma dove cacchio siete finiti?». «Scusa ma se non lo sai tu, siamo spacciati». «Ma ci sono delle macchine parcheggiate?». «Avoja». «Ah, allora ho capito, scendo». E’ da quando siamo partiti che vediamo macchine parcheggiate, stento a credere che sia un indicatore attendibile. Jessica è tenera e non sa quanto siano rompicoglioni i nordici, non ancora. Arriva, ci abbracciamo come se ci conoscessimo da sempre, invece è la prima volta che ci vediamo. Mia moglie saluta, si presenta, si stiracchia, sette ore in auto sono tante.
«Questa casa non è un albergo,» sembra recitare un minaccioso portaombrelli nell’ingresso, «è meglio». Jessica ci ha preparato una stanza che di primo acchito ricorda il dietro le quinte di un teatro, quegli arredamenti che “succedono”, che insinuano mancanza di definitività pur essendo nati lì. Ha anche preparato la cena, meravigliosa, un sottile masochismo per capire quanto siano stracciamaroni gli ospiti. Le voglio un bene dell’anima, pochi sarebbero stati così coraggiosi ad ospitare uno che non ha mai nascosto di essere abbarbicato alle proprie abitudini. Mia moglie è diversa, più accondiscendente e adattabile. Vanno subito d’accordo, una coalizione contro il mio tradizionalismo arroccato. Affinità elettive, le chiamano.
A Roma ti sposti con i mezzi pubblici, una comodità che noi provinciali percepiamo in modo differente rispetto al cittadino habitué. Fai trenta metri e hai il bus, a Roma. Su da noi, fai trenta metri solo per andare a prendere la giacca nell’ingresso di casa. I bus a Roma sono a flusso continuo, non so se è stato culo ma non abbiamo mai atteso più di due minuti. A Cuneo ce n’è uno ogni ora, lì il culo non serve, devi iniettarti in vena una boccetta di “spremuta di mahatma” per farcela. Il primo viaggio verso il centro è durato relativamente poco, fermata Campidoglio. Roma inizia qui, sembrano dire i muri. Scendiamo, respiriamo aria romana. Roma la devi respirare, non puoi solo vederla. E spostandoti a piedi di respirare a volte persino ti dimentichi, tante sono le monumentalia da vedere. Il clima sembra quello di Londra, piove, fa sole, la madonna va per viole, apri l’ombrello che puntualmente si capotta con un refolo di vento. Scirocco, mi dicono dalla regia. Le pavimentazioni in pietra accompagnano i nostri passi per chilometri, dall’Altare della Patria al Colosseo, poi in tondo per tornare in Piazza Venezia e via verso Torre Argentina, Piazza Navona, il Pantheon, una sosta al pub in Piazza Sant’Andrea della Valle dove un litro di Slalom ci riporta alla realtà. Poi ancora un caffé al Sant’Eustachio, Montecitorio, Palazzo Chigi, fontana di Trevi, via del Corso, via del Babuino, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo. Dodici chilometri a piedi in mezzo a ogni razza, lingua e religione del mondo. Dall’aggressione dell’acido lattico ci salva la metro in Piazzale Flaminio per un’ultima puntatina a San Giovanni in Laterano. Da rimanere senza fiato, anche in senso figurato. Cena frugale, ossa rotte, torniamo a casa con gli occhi sbarrati come quelli dei bambini alla fiera delle caramelle, ma con in più quattro bottiglie di birra nello zainetto, sai mai, venisse sete.
Per il giorno successivo sono previsti San Pietro e Castel Sant’Angelo, sole e tepore ci facilitano le cose. San Pietro mi delude un po’, non so perché, forse le fantasie di Dan Brown hanno nutrito aspettative troppo grandi rendendo confidenziali luoghi in realtà ben più riservati. Appena fuori dal colonnato trovo dei manifesti della Militia Christi e spendo in un sol colpo tutto il bonus bestemmie fin lì accumulato. Religione e fanatismo, fede e ignoranza, quanto migliore sarebbe il mondo senza certe commistioni. Roba che i cartelloni della Polverini in confronto sono rassicuranti. Ci allontaniamo agganciando un ristorantino dove incrociamo Francesca Reggiani, ma non era lei a cucinare. Mi ha riconosciuto subito, voleva un autografo. Ci spostiamo quindi a bordo Tevere dove Castel Sant’Angelo si lascia visitare da cima a fondo, offre vedute panoramiche a perdita d’occhio e ci regala un caffè ristoratore a prezzo onesto, considerata l’imponente, storica cornice. La sera si mangia romano, finalmente, Osteria del Cannellino al quartiere Flaminio, in compagnia di amici noti e meno noti radunati grazie alla mia storica incapacità organizzativa, in pieno stile Ragionier Filini di fantozziana memoria. Cacio e pepe, Frascati e saltimbocca, altrimenti che turisti saremmo? Si chiacchiera, si mangia, si festeggia, sguardi sorrisi e foto di rito con Alessandra, Duccio e prole, Sora Frattaja e fratello Numero 6.
Poi arriva il momento dei baci e degli abbracci, raduni le cose in valigia, vorresti portare con te una fettina di quel breve viaggio. Le mille foto scattate alla fine non servono, perché i profumi, i suoni, l’aria di Roma non restano impressi nel sensore della fotocamera, ma solo nel cuore. E così anche gli affetti, e la preziosa amicizia di persone che presto vorrai rivedere, e sei già lì a sfogliare il calendario e a capire come rendere interessante un viaggio a Cuneo in un periodo in cui mancherà la neve, la nostra attrazione principale.




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