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Lo ammetto, ho mentito a un amico. Lo so, è una cosa riprovevole che non andrebbe fatta mai, ma io ci sono cascato. L’altra sera questo mio amico faceva una cosa in una libreria a Cuneo, una roba che non ho capito bene se lui presentava un libro di Spinoza, oppure un libro scritto da lui e aveva anche invitato Spinoza e una medium per fare da interprete, oppure se Spinoza aveva scritto un libro e aveva invitato il mio amico, insomma non è ben chiaro ma il succo è che il mio amico mi aveva invitato a partecipare, e si capiva dal tono delle sue email che ci teneva parecchio, e io invece non ci sono andato. Gli ho detto Sono stanchissimo, ho avuto una giornata di cacca, ho cenato con tre fette di melone e davvero non riesco proprio a venirci, non sarei di compagnia ecc… e poi lì per lì ho anche provato ad abbozzare qualche frase di circostanza per allungare il brodo. Ecco, amico mio, quella sera ti ho mentito e me ne dolgo, e spero che tu possa perdonarmi: il melone, non erano tre fette, davvero, ma l’avevo mangiato quasi tutto.
Mi piace la montagna perché non si disperde in quella stupida monotonia orizzontale tipica degli altri posti. Mi piace perché è silenziosa, se la sai scegliere bene: la montagna inizia dove i deficienti finiscono di starnazzare. Quella sensazione di pace, quando ti rannicchi su un sasso ad ascoltare il vento nelle prime ore della sera, quando l’aria frizzantina ti fa mettere la felpa anche a luglio, è impagabile. Ci sei tu, il sasso, la brezza, le ombre che assorbono il paesaggio, e null’altro. Per ore. Solo con te stesso e il giganteggiare della natura attorno a te. Talvolta percepisci qualche campanaccio di ignara vacca al pascolo, in lontananza, o il ruscello in fondo al vallone, i cui gorgoglii ti arrivano portati da chissà quale refolo. Sei in una dimensione non misurabile del tempo, finalmente in contatto con l’elaboratore più prezioso che esista, il tuo animo. E’ in quel momento che devi agganciare il segnale e tornare in sintonia con le tue emozioni, dimenticando qualsiasi accessorio. Per fare i conti con la propria coscienza non serve alcuna calcolatrice, basta il silenzio ben dosato e sincrono con i battiti del cuore. Perché i conti vanno fatti prima o poi, se non altro per sapere a che punto sei della tua vita, o a che punto è lei con te.
Il mio sasso è là che mi aspetta, non so se tornandoci quest’anno troverò ancora ai suoi piedi le briciole dei pensieri lasciati l’estate scorsa.
Sono stanco. Sono sempre stanco ultimamente. Io che sono un misantropo ho a che fare con troppe persone, e le persone stancano se intendi trattarle come tali. Sono stanco proprio di quelli che se ne sbattono le balle della vita della gente e poi vanno in giro a fare gli splendidi e a dilapidare sorrisoni. Quelli che ci devi fare insieme e che sanno tutto loro, quelli che ci devi discutere perché immancabilmente entri nei discorsi di lavoro e loro sono imprenditori illuminati che stanno dalla parte dell’operaio e poi scopri che non hanno mai messo piede in fabbrica. Ehi tu coglione, hai mai messo la tuta blu? Ti sei mai alzato alle 4.50 per andare a fare il turno? Hai mai passato la notte della finale dei mondiali in fabbrica perché eri l’ultimo arrivato e non ti davano il permesso? Sei mai stato 5 mesi in cassa integrazione con i debiti da pagare? Eh? E poi mi chiedi che modello di computer comprare per avere maggior dinamismo sui mercati quando c’è fluttuazione e tu vuoi speculare alla grande? Ma vai affanculo, te, i tuoi mercati, la tua ipocrisia e la mercedes nuova che tua moglie usa per andare a farsi sbattere dal capocantiere della tua ditta. Io alla gente come te ci sputerei in faccia, anzi, ci sparerei alla distanza come in Schindler’s List. A proposito, lo hai mai preso un fucile in mano, tu? Ah no, già, tu non hai fatto il militare perché il tuo babbo conosceva il tal colonnello, e mentre io ero in caserma a farmi sbattere giù dal letto alle 6 del mattino alle urla “Sveglia! Giù dalle brande! Banda di stronzi! Svegliaaaa!” tu eri all’università a trovare un modo diverso ogni giorno per far passare il tempo. Lo sai che io l’ho fatto il militare, vero? Lo sai che ho vestito la fottuta divisa per un anno con orgoglio, mi sono congedato col grado di sergente e che ero bravissimo a sparare col Garand? Ah no, tu fai i discorsoni, quelli che è fondamentale essere interventisti perché comunque anche quello fa girare il mercato, crea economia e posti di lavoro. Ma senti un po’, faccia da tricheco, tu li hai mai visti i risultati di una guerra? Hai mai stretto la mano a un profugo secco come una modella di Calvin Klein? Hai mai ospitato una famiglia quasi intiera in casa tua per quattro mesi, gente che veniva da un anno di campo profughi in Slovenia, gente così magra che ci vedevi il Monviso attraverso? Io sì, testa di cazzo, l’ho fatto rinunciando a una parte della mia libertà, perché non te ne fai niente della libertà quando i tuoi simili non ne hanno anche per causa di chi governa il tuo paese. Non sono stato a guardare il fatto che erano musulmani, dico a te, dannato stronzo che ti vanti di essere cattolico praticante e che disprezzi chiunque non lo sia. Ho dato loro cibo e alloggio, ho imparato un po’ della loro lingua per parlarci insieme (polàko, kako ce kadze na hrvatsk-srpskij?), ho visto quei bambini piangere le rare volte che riuscivano a parlare con il loro padre trattenuto in Bosnia, li ho abbracciati quando al mio matrimonio sono riusciti a risparmiare due spiccioli per farmi un regalo. Non lo sapevano ancora che il più grande regalo me lo avevano fatto insegnandomi ad essere meno merda e più uomo.
Che alla fine ha ragione la mia amica immaginaria, che dice che io sono troppo comunista per essere vero.
Poi uno dice le cose disdicevoli da turisti. Alla sera in quell’hotel non c’era un tubo da fare, e francamente di uscire a cercare un locale ho smesso dall’87, quindi si stava in terrazza a pigliare per il culo i francesi con quel loro abbigliamento che nemmeno Scialpi vestito per la prima comunione (cit.). Poi, finita la grappa ai datteri, si andava in camera e considerato che comunque anche noi la nostra età ce l’abbiamo, non è che si poteva passare il resto della serata a fare le cose. Allora accendevi la tv e guardavi la CNN o altri canali internazionali, e una sera abbiamo pure guardato un film ceco, doppiato in polacco, su TVP (TV Polonia), e ci siamo sbellicati dalle risate. Era un muto.
Una delle attività che reputo maggiormente rilassanti è fare il bifolco. Oggi ho preso la bici e sono andato alla casa di campagna dei miei, quella dove un tempo viveva mia sorella, quando viveva. Mi attendeva un bel pezzo d’orto da dissodare e concimare, sparato al sole del pomeriggio. Torso nudo, circumaurale antirumore e poi via con la motozappa saltabeccante a fare il primo giro (chissà perché mi viene in mente la parola disruptive). Poi con l’aiuto di mio padre abbiamo sparso il letame e via col secondo giro di miscelazione. La motozappa aiuta a tenersi in forma, altro che stepper o cyclette: per tenere a bada quella bestia la presa deve essere salda e le spalle di una certa consistenza, usi tutti i muscoli del corpo per evitare di farti ribaltare e quando hai finito ti vibra anche il sacro coccige. Però è divertente, rilassante, e sudi come una mula partoriente, pulisci i pori e quelle cose lì.
Comunque niente, mentre che spargevo letame pensavo a una metafora sulla vita ma onestamente non mi è venuto in mente niente che non contenesse parolacce. Sarà per la prossima.
Avevo bisogno di una boccata d’aria. Ringraziando quella, dalle nostre parti, esiste ancora. Sono arrivato in cima alla montagna e ho visto che accanto molte altre cime, ben più alte, si imponevano sull’orizzonte. Non è andare più in alto che aiuta, è piuttosto andare dove si vuole, o dove si arriva con le proprie forze, e che serva come lezione per tutto il resto. Ho stretto in mano la neve primaverile, facendola sciogliere lentamente e bisbigliando “and may your dreams be realized”. Lo avevo promesso, l’ho fatto. Che i vostri sogni possano essere realizzati, io sono andato lassù a chiederlo per voi, che la gente che si preoccupa gratis ha ancora il suo perché.
Vabbé dai, tu penserai che non è vero e che sono un cialtrone, ma la cruda realtà mi è stata ricordata stasera da mia moglie, mentre cenavo. Una mattina in hotel, colazione, un tipo dall’aria tedesca “con la testa a uovo” (cit. moglie) si avvicina al buffet e prende due mestolate di stufato di fagioli, una patata lessa e due cucchiai di uova strapazzate, tutto rigorosamente impilato in verticale nello stesso piatto, poi va al banchetto dei dolci e prende due croissant al cioccolato. Arriva al tavolo, si siede, e per poco non sputo il caffelatte mentre questo senzadio puccia le brioches nel sugo dei fagioli a mo’ di pane.
Mi son dovuto fare una grappa ai datteri alle 9.30 per cancellare l’immagine di quel tizio che faceva scarpetta con l’ultimo pezzo di brioche.
Il tizio sarà sui 35 anni, pare un inglese, ma forse è solo una sensazione procurata dalla statura, dal colore dei capelli e dalla pelle chiara. Si avvicina al buffet del pranzo, sezione pasta, inforca una porzione di spaghetti alla dio-ci-liberi, annaffia con sugo slavato, poi sciabatta fino alla sezione secondi piatti, ghermisce il cucchiaio e versa sugli spaghetti una dose di manzo in salsa da sfamare un adolescente. Oh, toh, le polpettine di tacchino, massì, mettiamone una mezza dozzina sopra il manzo. E quelli cosa sono? Spinaci in crema con uovo sodo? Bene, una cucchiaiata sopra a tutto il resto.
Ciondola verso il tavolo con quella natura morta in una mano, nell’altra sei fette di schwarzbrot e due porzioni di burro. Lo osservo a distanza mentre finisco il mio pesce spada, apre le confezioni monodose di burro e le aggiunge al già insostenibile piatto, dando con fare elegante una rimestata pulp a quello scempio. Passa qualche minuto, mi alzo, prendo un dolcetto dalla sezione “cornucopia di carboidrati e lipidi”, torno al tavolo e mi rimetto a osservarlo. E’ all’ultima forchettata, s’è mangiato tutto.
I coccodrilli, a quel punto, avrebbero lacrimato. Amaramente.
Visto che eravamo dei turisti abbiamo fatto le cose più disdicevoli che si addicano ai turisti, fra cui un giro su una vecchia bagnarola in disarmo riadattata a galeone spagnolo. A parte il rollio e il beccheggio che avrebbero fatto vomitare anche un vecchio lupo di mare dopo il sintomatico “ahrrrr”, la cosa è stata squallidamente divertente. Specie quando al rientro in porto io e moglie eravamo a prua e sotto di noi c’erano due marinai che stavano gettando gli ormeggi verso il molo, e lei ha detto a voce udibile “Càzzi quella gomena!”. Il marinaio in quel momento aveva appena sbagliato il lancio e la cima era finita in acqua, credo e spero che sia quello il vero motivo del rosarione in lingua araba che costui lasciò partire al cielo.
Vabbé, in fin dei conti sarebbe meglio se qualcosa lo dicessi, riguardo alla Tunisia. La Tunisia è larga da qui a lì, è lunga parecchio ma non tanto, ha il deserto, i berberi, i dromedari e un mare così pieno di alghe che nemmeno nei magazzini di Vanna Marchi. La Tunisia è un paese in forte crescita, commercialmente autarchico, un PIL con trend superiore a quello cinese di cui il 20 e oltre percento è prodotto dalla sola voce “turismo”. Ho scommesso con il responsabile della reception dell’hotel dove, insieme ad insane passioni, sogni infranti, inglesi lardosi e spiriti indomiti, albergavo pure io, che fra dieci anni sarebbe venuto lui a fare le vacanze in italia e mi avrebbe trovato a fare il cameriere in un hotel.
La Tunisia non era la prima volta che la vedevo, vi ero già stato 12 anni fa in un posto dove c’erano tre hotel ai margini di un paese di pescatori col cimitero a bordo spiaggia. Un dinaro di mancia e scattavano parecchi sorrisi. Stavolta sono andato in una città di un milione di abitanti con una percentuale di automobili di lusso decisamente superiore alla media italiana e una pulizia che in molte nostre aree urbane ce la possiamo sognare. Dodici anni han cambiato enormemente questa terra, e la sua gente. Dalle rare donne di Mahdia vestite rigorosamente secondo tradizione, alle ragazze con i tacchi a spillo che passeggiavano sul lunghissimo boulevard di Sousse, del tutto incuranti dei turisti “occidentali”.
Se escludiamo il peso architettonico, Sousse è una città che ricorda Il Cairo, con una storia meno lunga e forse meno travagliata, e con ventum milioni di abitanti in meno (vabbé, dettagli). Oltre alla presenza del mare c’è però una differenza ben più evidente, ovvero un benessere diffuso percettibile non solo dalla qualità e quantità di auto moderne, ma anche dalla ricerca del bello nell’arredo urbano e nelle rifiniture delle abitazioni. La gente si veste per lo più all’occidentale, forte anche di un florido mercato della contraffazione, quasi a cercare un’omologazione con il modello medio di turista che ostenta disgustosi plissé di adipe sotto alle canottiere firmate. Poi certo, fai un giro nella medina e ti accartocci con ogni tipo di bipede possibile, attento a schivare le ceste con verdure e basilico posate ai margini dei viottoli. Mi colpisce il mercante di spezie, accanto al suo carretto tinto di bianco con le scritte rosse inneggianti alla squadra locale della ESS: ha una lunga barba incolta di un bianco sporco che a tratti intona col colore del suo copricapo; di pari colore l’abito tradizionale dalle cui maniche dal taglio inconfondibile sporgono estremità tozze che stringono un cellulare di ultima generazione.
Un banco di macelleria con la carne esposta “al tocco” ti fa ricordare che siamo fin troppo abituati alle norme igieniche europee, ma per tutto il vicolame della medina non si sentono odori di marcio, anzi è un continuo susseguirsi di profumi, da quelli più intensi delle spezie a quello inconfondibile del cuoio dei millemila venditori di artigianato, dagli olezzi che sbucano in una coltre di fumo denso dai banchetti dei friggitori di presunti bomboloni, alle violenti folate di basilico ed altre piante aromatiche da condimento. Mi dice l’accompagnatore che di quanto popola la medina c’è ben poco che non sia artefatto per ingannare il turista, ma la sensazione è che la scenografia sia stata curata molto bene, e le comparse, a migliaia, trasudino lo charme di navigati attori.



