La maionese ecosostenibile
Battaglie ecologiste qui sopra, se non ricordo male, non ne trovate. Però nutrendomi ho scoperto che a volte dietro a un messaggio che pare volto a salvare la terra dall’inquinamento si nascondono cose curiose. E’ il caso della maionese Coop, prodotta dalla Formec Biffi. Ora non sta a me sindacare su politiche ambientali o mission aziendali di un’impresa, ognuno fa quel che gli pare, finché può. Quello che ho rilevato come un sospetto espediente di marketing ha già qualche mese di età. E’ almeno dello scorso anno infatti (motivo per cui non ricordo parole e cifre precise) la commercializzazione di detta maionese senza l’astuccio di cartoncino, operazione ben spiegata sull’involucro plastico nudo: rimuovendo il cartone abbiamo ridotto del 40% (se non erro) il peso totale della confezione. Quindi meno peso nel trasporto, meno consumo di carburante, meno inquinamento, meno un sacco di cose. Del resto è la regola predicata da ogni ente costituito a fini di protezione ambientale (e dal buon senso, per carità): evita l’imballo dove puoi. Il tubicillo, va detto, nudo non sta male, offre comunque buona protezione al contenuto e rende, a ben vedere, l’imballo di cartone del tutto superfluo. Di recente – ma l’ho notato solo oggi – la didascalia sul tubetto è cambiata. Mi avvisano che hanno deciso di non usare più uova di galline allevate in gabbia, ma solo di animali liberi di razzolare a terra. Lodevole, l’uovo ne guadagna sicuramente in gusto e qualità, l’animale non soffre le pene dell’inferno in batteria e potrà finire in pentola senza fare una vita grama. Però è rimasto un piccolo “banner” dove viene spiegato come smaltire l’involucro in plastica: nel cassonetto del… non riciclabile.
Prego?
Sì. La plastica del tubetto è, come prima, di materiale non riciclabile, quindi va a fare mucchio nelle già gigantesche discariche italiane (e non solo). Per carità, cosa vuoi che sia un tubetto, in fondo buttiamo via così tanto materiale (non) riutilizzabile, un pezzo in più non farà mica la differenza… Il punto è questo. Se Coop, che lodevolmente persegue la politica del rispetto (per l’ambiente, per i lavoratori, per i consumatori), con i danari risparmiati sul cartoncino investisse un tantino sulla ricerca di un tubetto in materiale riciclabile allora potremmo parlare di un vero passo avanti, conforme a suddetta politica. Invece pensate a quanta energia è necessaria per incenerire quel tubetto e a quali e quanti gas nocivi vengono emessi in atmosfera in tale attività di smaltimento. La didascalia purtroppo dice “Coop per l’ambiente”. Ripeto: sono certo che la Coop sia sensibile nei confronti di questo povero pianetucolo e che stia già facendo qualcosa per arrivare al contenitore riciclabile, nel frattempo però ha eliminato il cartoncino, il pericoloso inquinatore. Su quest’ultimo, in termini puramente informativi, vi dico: l’astuccio in cartone è riciclabile al 100%, e dopo una lavorazione che a) non devasta l’ambiente, b) non emette in atmosfera gas nocivi (e se lo fa, lo fa in proporzioni infinitamente minori a quella di un’industria plastica o di un inceneritore), c) non divora quantità spropositate di energia, esso ritorna a fare lo stesso mestiere, ovvero l’astuccio. Il riciclo della carta ha una resa più che buona, e con una minima aggiunta di fibra vergine (per conferire caratteristiche fisico-meccaniche alla fibra “impoverita” del riciclato) ritorna esattamente com’era in origine. Inoltre le piattaforme per il riciclo della carta sono ormai una realtà consolidata sul territorio, e i sistemi di raccolta differenziata ampiamente collaudati e “rispettati” dai cittadini. Detto questo, so benissimo che non si può mettere la maionese dentro al solo astuccio di cartone (anche se prodotti come il Tetrapak lo potrebbero fare), ma pensare di fare la differenza per l’ambiente eliminando il solo imballo in cartoncino secondo me è un errore.
E, post scriptum, nonostante si tratti di una delle migliori salse maionese in commercio, un 10% in meno di sale farebbe felice anche il mio palato, ma questo è un altro discorso.
Volevo essere Pathfinder
Ancora una volta il titolo non c’entra un cavo SATA, era solo per introdurre una situazione di disagio esistenziale che mi porta – e questo ne è il parto – a scrivere un post sullo stile di write or die, ovvero senza rileggere, senza correggere, senza pensare troppo. O senza pensare del tutto. Come si evince dalla forma imbarazzante e dalla consecutio temporum stravaccata fra le locuzioni, c’è poco da chiedersi se quanto si leggerà alla fine di questo esperimento potrà essere comprensibile. Intanto iniziamo col considerare che di questi tempi c’è quella cagata pazzesca di Sanremo, fatto di per sé sufficiente a far compiere gesti inconsulti anche alla mente più pregiata non ancora vittima della fuga dei cervelli. Non che io lo sia, per carità, anzi direi che nel mio caso si tratta del più didascalico opposto che non si attrae, in quanto mancante di sufficiente allure per esserlo. Scrivendo in questa maniera mi vengono in mente le cose più assurde, come la loperamide cloridrato, l’imbarazzo della scelta, l’equazione secondo cui se faccio papa + papa = sommo pontefice, e se moltiplico è x Dio e solo per lui, o per i suoi occhi. I monti Appalachi se scritto così non dice niente, ma se fossero monti fortunati si scriverebbe diverso, Appalucky. Che poi magari si pronuncia Appalaci, e oltre alla fatica di capire se la C è dura o molle, devi pure stare attento a dove metti l’accento. A questo punto non può non venirmi in mente la Hyunday Accent, un inconcepibile groviglio di lamiere e pattume che i più fantasiosi osano definire autovettura. Poi mi viene in mente che al mondo esistono dei cagacazzo che verrebbero a dirmi che Hyunday non si scrive con due Y, ma con una sola, e io potrei trovarmi nella condizione di estremo bisogno di andare dal ferramenta a comprare una vanga così da poterne piegare gli estremi – forgiati nelle fonderie di Magne – sulle gengive del suddetto cagacazzo. Da qui il passo alla parola “otaria” è immediato, sia percheé si tratta di un animaletto simpatico, sia perché tempo fa su alcuni forum di musica metal si discuteva su chi avrebbe dovuto cantare nei Nightwish, e si diceva appunto “O Tarja o niente”. E io ero di quell’avviso, visto che poi hanno scelto (dopo la lungimirante e folle selezione di oltre 1200 demo) quella iena urlante di Annette Olson. E qui spunta fuori, anzi direi che fa capolino fra le dune di sterco, il cagacazzo di prima che viene a dire che Annette si scrive con una sola N, e io ho ancora avanzato della moneta per fare il bis in ferramenta e comprare altro badile – forgiato nella fonderia di Magne, santi imprenditori che non sono altro – per poter ripetermi nell’azione di ricondurre a più miti consigli il di cui sopra scartavetratore di gonadi.
Ciao, è stato bello, ci ho messo 9 minuti a scrivere sta roba, e solo perché io so’ dattilografo con 296 battute al minuto, e voi no.
Non c’è più niente da ridere
Ho iniziato come mia abitudine il post dal titolo, senza aver la più pallida idea di cosa scriverci dentro. Sto provando un senso di solitudine in questo periodo che mi spinge a non aver voglia di. Non è un errore, la frase è finita. Non ho voglia di. Non ne ho più voglia, diciamo. Mi è capitato spesso in passato di avere dei periodi di crisi, dovuti principalmente a eventi funesti o a situazioni poco piacevoli e sicuramente più risolvibili di quelle elencate in prima battuta. E’ normale, mi dicono, e giù con il menu delle frasi di circostanza. Per me non è normale, non adesso. E’ una cosa nuova, e contrariamente alla mia disposizione mentale nei confronti delle cose nuove non provo alcun entusiasmo. Sarà l’abitudine ad avere sempre qualche timore, qualche preoccupazione, che oggi il non averne quasi nessuna mi rende piatto come un tavolo in graniglia, di quelli che si trovano ancora in alcuni parchi, o nei giardini delle ville d’epoca. Ho finito di pagare i debiti, ho un lavoro che mi consente di vivere dignitosamente, ho la possibilità di aiutare chi ha bisogno senza apparire nei credits, ho una casa, ho una famiglia quasi tutta intiera. Ho un sacco di cose, ma mi manca la risposta alla domanda: e adesso? Forse l’aver vissuto col fiato corto per troppi anni mi predispone a chissà quale batosta, come dire “non è possibile che le cose stiano andando bene così, non è normale”. Rifiatando ripercorro – purtroppo – questi primi quarant’anni e rivedo il film della mia esistenza. Sento ancora il cigolio seguito dal tonfo di legno massiccio, quello della porta del collegio che si chiude alle mie spalle, mentre sorridente guardo il selciato di ardesia consumato da milioni di passi, e l’eco breve che si diffonde in quel chiostro spoglio e silenzioso. Sento ancora i rumori del treno che si ferma alla stazione di Albenga e la voce del caporal maggiore impettito che scandisce i nomi delle fortunate reclute pronte a vestire la divisa. Sento l’odore delle candele, e la voce del prete che intavola un’omelia indecente per un’occasione imprtante come un matrimonio. Sento il direttore che mi dice che mi telefonerà lui appena decideranno se assumermi. Sento la voce di mia madre al telefono che mi informa di non avere più una sorella. Poi, a distanza di anni, divento un estraneo per la banca, e mi pervade l’inquietante sollievo di non aver più bisogno di combattere, perché il nemico se n’è andato, senza arrendersi. Forse si è solo stufato, forse mi aspetta dietro l’angolo, non lo so. Un sollievo che si traveste da paura, paura di aver creato aspettative che sarò portato a disattendere per ignavia o per decadimento spirituale, paura di abituarmi a non dovermi difendere ogni giorno dai fantasmi del passato o dalle sorprese del destino.
Quelli che sognano l’iPad
Di mestiere faccio il venditore di sogni. Chi mi retribuisce inizia ogni frase con “vorrei” e io ho il compito di provare a soddisfarlo. Agli inizi non era proprio così, si riunivano in comitati d’azienda, o in gruppi di lavoro capitanati da menti devastate da teorie avveniristiche, poi mettevano la manina sul portafogli, ridimensionavano, storcevano le bocche e commissionavano a terzi incompetenti lo studio di progetti che mai vedevano la luce per via dei costi. Poi cominciarono ad avere seriamente bisogno della tecnologia, scesero in reparto e mi tolsero la ramazza di mano per farmi sedere con loro nelle interminabili riunioni dai temi più angoscianti. Presi subito una decina di chili.
Via via che si riduceva causa pensionamento il numero di eminenze grigie, diventava sempre più importante ogni mio balbettio, anche sommesso. Forse l’aver recuperato l’intero database dei dipendenti da un pc masticato dagli squali aiutò a dare credibilità alla mia professione. Non so, in una realtà non artefatta si sa benissimo che è impossibile ottenere credito con così poco, ma fra le accoglienti mura della mia ditta questo poteva accadere tranquillamente, per via soprattutto di un passato tanto movimentato, costoso e dai risultati, nel migliore dei casi, stravaganti. Nacque così la moda di dire “vorrei”, sapendo che al prezzo di un provolone si potevano ottenere prestazioni accettabili. Le riunioni si susseguivano, per fortuna sempre più brevi, mentre il tempo trascorreva minaccioso e subdolo e i “vorrei” cominciavano a farsi sempre più pretenziosi, al punto che dovetti farmi aiutare da un buon tecnico, tutto per me e per colmare la fame di nuovi progetti.
Da qualche tempo ho un incarico che prevede di presentarmi in riunione e dire “vorrei”, cercando accondiscendenza negli occhi di chi mi ascolta. Funziona, basta presentare il R.O.I. senza dar troppo peso alla lettera I. E poi, diciamolo, in un’azienda con tanti problemi evolutivi è facile mantenere fresco il proprio posto di lavoro, basta risolverne uno per volta, con calma e con risorse minime. Fatte queste premesse mi trovo da qualche giorno a dover affrontare un problema, quello di assorbire l’onda d’urto di un mercato in ripresa organizzando uomini e mezzi di metà fabbrica. No, spetta, così è troppo generico. Vado al dettaglio: voglio usare l’iPad in un sogno chiamato e-warehouse, il magazzino elettronico (scusandomi fin dal principio per l’abuso della e- e di un mal digerito inglese).
A dire il vero non ho mai preso in mano quell’aggeggio, anzi, credo di averne visto uno di sfuggita sulla scrivania di una splendida signora (e in certi casi non si bada agli aggeggi, non sono così nerd), ma ho incrociato la tecnologia Apple con la recente assegnazione d’ufficio di un iPhone4, e fatte le dovute proporzioni, credo di averne assorbito i concetti di base. Apple è un trend setter, se ne frega della concorrenza al punto di non averla, e sforna oggetti che fanno venire le lacrime agli occhi di gioia per quanto sono perfetti. Suppongo quindi che l’iPad sia la sublimazione di quanto di buono è stato sperimentato e commercializzato con l’iPhone. Ora, chi è soggetto ad attacchi di panico chiuda qui, ché è meglio, ma io sono intenzionato a portare l’iPad nel magazzino prodotti e piazzarlo sui mezzi di movimentazione, fra le manacce zozze e bisunte degli addetti.
Cosa va considerato?
- Il costo: mettiamo di adottare il giocattolone entry level, son sempre 500 euro a pezzo. Una cifra irrisoria rispetto ai 3.000 e oltre di un terminale mobile dedicato con su (sigh) Windows CE 5.0. Quindi è fattibile.
- La durata: parlo di durata strutturale, non di batteria (quella sarebbe connessa all’alimentazione del carrello). Vibrazioni, colpi, mani zozze, freddo, caldo, briciole di biscotti alla meliga. Non avendone mai preso uno in mano non so che sensazione dia in questi termini. Va detto che avrà la sua staffa di ancoraggio, da costruire in casa, ma questa non garantisce una riduzione delle sollecitazioni dovuta alla marcia del carrello. Incognita.
- L’alimentazione: bisogna inventarsi un adattatore dai 48 Volt del carrello agli (x) Volt dell’arnese, con un cavetto poco propenso a macinarsi al primo maltrattamento. Alimentatori di questo tipo so dove procurarmeli, il resto è sperimentazione e saldatore.
- La connettività: c’è una WLAN in tutto il magazzino (autocostruita, 6.000 metri quadri coperti, non ridere), l’iPad sarà sufficientemente reattivo? Stando alle prestazioni dell’iPhone direi di sì, che si connette anche a una vecchia Radiomarelli ad onde medie.
- Le applicazioni: qui viene il difficile. Scrivere applicazioni in Object-C non mi pare il caso, perché comporterebbe l’acquisto di un Mac e non intendo fare questo passo, non adesso, non a quei prezzi. Quindi o metto su un server web e converto le applicazioni in PHP con supporto di jQuery e altre amenità, oppure prendo un bel client per terminal server e uso le applicazioni esistenti in remoto. La terza opzione è la più rapida, ma esiste un buon client per iPad, stabile e reattivo? Non sapendolo, prendo in considerazione anche la seconda ipotesi, che però avrebbe risvolti drammatici trattandosi di sistemi eterogenei e assolutamente incompatibili fra loro (AS400 e SQL Server, tanto per fare qualche nome). Sarebbe risolvibile, magari sacrificando qualche funzionalità in real-time, ma a che prezzo? E da sviluppatore, garantisco, non sto parlando di moneta.
- Lettori barcode: come connetterli all’iPad? Non so nemmeno se ha una porta USB. Dici in wireless, eh? Non sono molto convinto, altre batterie, altri caricabatteria, altra roba che può cadere ed essere smarmellata sul pavimento sotto le ruote del mezzo. Altri costi, oltre tutto, quasi quanto l’iPad stesso.
- Il lato ludico dell’iPad: scommetto che è pieno di giochini e applicazioni che si connettono a internet e servono per fare di tutto tranne che lavorare. Non sono uno schiavista, anzi, in azienda fin dai primi giorni ho svolto un ruolo di primo piano nell’evangelizzare ad internet e agli aspetti creativi dell’informatica ogni grado e specie di collega, bipedi compresi. Ma in un’area vasta e poco controllata, chi mi garantisce che il giovinotto sul carrello non passi qualche oretta a giocare? La domanda vera è questa: si possono cancellare le minchiate dall’iPad?
In definitiva il mio “vorrei” inizialmente potrebbe costare meno di mille euro, cifra che per un progetto self made può essere assolutamente condivisibile e stanziabile. Quindi ho deciso, ci proverò, e se posso ne darò notizia, che magari a qualcuno interessa. Dal sogno della scrittura/lettura digitale (mi piace il wreading di gallizio) alla più prosaica realtà della micchetta quotidiana.
Zero rimpianti
Ci pensavo ieri sera, li “fabbrichi”, li vedi nascere, crescere, li ami, li odi, gli dai una pacca sulla spalla il giorno prima dell’esame, o della laurea, o di partire a militare (ah già, non si parte più a militare), la moto, la fidanzata, il lavoro a mille chilometri di distanza, e se ne vanno di casa e succede tutto in un attimo così breve che quando te ne accorgi sei già vecchio. Ecco, il misto di patimento e piacere che possono dare i figli io non lo potrò mai avere, e sono comunque invecchiato, con quel filino di invidia e rassegnazione in più che tanto mi fa somigliare a un grizzly. Voi che ne avete, ancora piccini, o grandi, vi prego, godeteveli ogni istante, secondo me ne vale davvero la pena. Zero rimpianti, alla fine, sarebbe già un buon risultato. (Ho finito le virgole, sipario).
Io ho paura
Guardando Gran Torino ho visto in Clint Eastwood diverse cose tipiche del mio carattere, con la differenza che lui aveva le palle e io no. Io sono uno di quelli che ha paura, non sono mai stato temerario né imperturbabile. Il timore di commettere degli errori mi ha sempre costretto a fare profonde analisi valutando infinite casistiche, e forse questo difetto mi ha salvato la buccia fino ad oggi. Da ragazzino avevo un motorino monomarcia, e come tutti i coetanei anch’io avevo forato la marmitta perché facesse più rumore, ma non troppo perché ho sempre temuto di vedere sbucare la paletta dei vigili e di dover dare spiegazioni a mio padre. Certo, poi, aver limato il collettore non rientrava nelle cose rumorose e quel coso faceva gli 80, ma questa è un’altra storia.
Dicevo, la paura. A 17 anni comprai la mia prima moto, un trial, e facevo cose che adesso mi vien freddo a pensarci, tipo 250 metri in impennata in piedi sulla sella, o far partire il motore al contrario per andare in retromarcia, e quante volte la duecavalli alla pista da trial ha sentito le botte del paracoppa mentre ci salivo sopra. Risultato: in 5 anni mi sono sbucciato un mignolo cercando di tenere il manubrio che non toccasse terra malamente dopo l’ennesima impennata, e non dover dare spiegazioni a mio padre. Poi ho comprato un 500 da enduro, una già abbondantemente navigata Yamaha XT 500, e in Roya la tenevo dritta piegando solo il corpo per via degli ammortizzatori stile carro funebre. In 3 anni un livido al ginocchio causa rinculo della pedivella mentre la accendevo. Ma ormai avevo 21 anni e non dovevo più dare (tante) spiegazioni a mio padre.
Fin da ragazzino ho amato la montagna, e ho studiato a memoria ogni minimo particolare delle imprese raccontate da Chris Bonington, Frison-Roche, Doug Scott e Walter Bonatti. Al punto che ogni singolo istante libero della mia vita era alla ricerca del canalone perfetto, del pilastro più esposto, del nevaio primaverile più verticale. Ma son più le volte che ho abbandonato per la paura che non quelle in cui mi sono spinto oltre. Al mio secondo tentativo sul Monviso mi persi nella nebbia appena sceso il colle delle Sagnette, e l’odore della paura, con l’avvicinarsi dell’oscurità, mi fermò sull’orlo di un precipizio di 120 metri. L’odore della paura, proprio quello. Il mio compagno di gita sosteneva di proseguire prima del buio, e io gli dissi di aspettare, che col far della sera il rifugio avrebbe acceso i generatori e avremmo potuto orientarci con il rumore da essi provocato. E funzionò. E poi dovetti dare spiegazioni alla mia fidanzata, parecchie, perché dalle 2.30 del mattino mi vide arrivare alle 23.00 a casa con gli occhi di uno che ha visto i draghi.
La mia paura mi ha fatto abbandonare la scuola a 16 anni, perché per timore di dover affrontare il cambio d’isituto e di dover viaggiare in treno per andarci ho preferito lavorare. E non so come fosse andata, cioè lo so, perché da quella scuola me ne andai con la rabbia nel cuore, condannato per aver manifestato le mie opinioni. E a 16 anni ci sono ancora tantissimi che hanno paura di mettersi a lavorare, mentre io pur di non tornare in quella fogna accettai di fare 11 ore al giorno per 6,5 giorni alla settimana. Non era paura, era essere coglioni, ma anche questa è un’altra storia.
Adesso la paura è cambiata, certe cose mi fan ridere o pensare, ma non mi spaventano più. La paura che ho adesso è che uno stronzo entri in casa mia di notte e faccia fuori la mia famiglia con un 12 a pompa, o che qualcuno avveleni i miei cani. Ho paura per gli altri, più che per me stesso; ho paura che il mio carattere da cinghiale incazzato allontani tutto e tutti, ho paura che finisca la stecca di sigarette, ho paura che qualcuno mi tamponi mentre sto in macchina. Sono una vecchia carriola arrugginita, ma chi si accontenta lo sa, e porta un po’ d’olio lubrificante per scongiurare almeno il fastidioso cigolio.
La misura
Estate, caldo, sete, dissimulare il disagio afferrando bevande dal frigo. Lo scomparto ha sei posti e vorresti che fossero seicento, col timore che domani faccia ancora più caldo. Fai inventario a rotazione, prendi questa di due ore fa e metti subito la sostituta, in modo che ogni cosa abbia il tempo di rassegnarsi alla temperatura tollerabile. Chi va e chi viene, sembra un ufficio postale, una sala d’aspetto del dentista, un obitorio. Ma una bottiglia in particolare non la sposti mai, è quello il suo posto, perché è la birra dell’ospite, la vedi ogni giorno e non la tocchi, sai che lui non tarderà ad arrivare e non vuoi farti trovare impreparato. Perché arriverà quel giorno, e un sorriso e un abbraccio e mille parole varranno quanto quella bottiglia che hai battezzato per lui e che ti impegni a non toccare per tutto il tempo necessario, chissà quanto, chissà come o se. La misura giusta di certe amicizie è solo la pinta, perché non avrebbe altri recipienti plausibili.
Ne
Ne avrei di cose da dire
se solo trovassi
chi le sa ascoltare
Ne avrei di cose da dire
se solamente
le sapessi raccontare
Ne avrei di cose da dire
ne avrei tante
ma belle o brutte
posso soltanto
lasciarle immaginare.
Il periodo dei monosillabi
Voi siete brava gente e capite subito che il titolo non c’entra nulla. Infatti il mio intento è di parlare di tutt’altro, anche se i monosillabi in qualche modo hanno a che vedere con il mio periodo attuale. Sapete che i grandi artisti, pittori, scultori, poeti e cantori d’arme et amori hanno avuto periodi diversi nella loro vita che li hanno portati ad esprimersi in modo particolare. Picasso ebbe il periodo blu, ad esempio. Leopardi ebbe il periodo triste, lungo una vita, diciamo. Manzoni ebbe il periodo “adesso scrivo qualcosa di veramente palloso che spero fracassi i maroni degli studenti dei prossimi 200 anni”. Ecco, io che sono un troglodita sto vivendo nel periodo dei monosillabi esclamativi con implicazioni di nodosa clava. Da oggi, intendo, perché fino a ieri, come facilmente si evince dai miei post di questa ultima settimana, il manifestarsi delle mie idee apparteneva al periodo dell’espressionismo muto, altresì detto “della cernia”.
Prima che gli animalisti mi denunzino o mi brucino l’auto tengo a precisare che fino a qui ho menato il can per l’aia ma non l’ho colpito poi così forte, anzi l’ho mancato spesso, e poi io non menerei mai un cane, nobile animale, mentre un umano sì, che se uno deve bruciarsi la condizionale lo faccia almeno divertendosi. E non vorrei fare la fine di quello là che a capodanno del 2000 mi disse “Trasecolo” e io pensavo seriamente che stesse trasecolando, e in realtà stava esattamente facendo quello ma con implicazioni diverse da quelle che prospettavo io.
Ok. Il post vero inizia qui.
E’ un periodo che sono così stanco da dover guardare la tv per addormentarmi. History Channel aiuta parecchio, devo dire. Ieri ad esempio, complice un accattivante raffreddorino, ero abbruttito sul divano e stava per prendermi il sonno dei “giusti ancora vivi” quando ho messo sul canale tematico dove c’era uno dei soliti documentari riguardanti la seconda guerra mondiale, quelli dove si cerca di analizzare le mille sfaccettature del periodo più brutto della nostra nazioncella, quello mussoliniano. Non capisco l’attuale proliferazione di questi argomenti, ma è un po’ di tempo qua che dell’asino di Predappio sottolineano il carattere, sminuzzano i risvolti psicologici, riportano testimonianze ogni volta diverse, alcune incredibilmente volte a far credere che stesse per redimersi quando era stato incarcerato. Di fatto ieri, vivisezionandone la storia e le malefatte, lo inquadravano in ogni forma e posizione, e io nel dormiveglia guardavo quella faccia, quegli occhi, e sentivo che somigliava a qualcuno che conoscevo. Poi, tornato in condizione psicofisica normale (ovvero, sveglio al 70%), mi son dimenticato di quello sguardo, quel naso, quel mento prominente e sono andato a trovare mio zio che non vedevo da mesi. Mentre gli parlavo – lui è già anziano e non è mai stato un buon ascoltatore – lo guardavo, le sue espressioni, gli occhi persi nel vuoto, il naso importante, il mento prominente e ad un tratto, appena mi son reso conto che era lui quello che somiglia molto al di cui sopra, o pensato “Oh!”.
Addio, minimondo crudele
Inizio col dire che non ci sono più. Ecco, ora non mi rimane più molto altro da aggiungere, ma almeno non farò come al solito, che concludo i post con la battuta a sorpresa o la frase a effetto o chissà che altra diamineria. Non ci sono più, non ho più tempo per fare nulla che non sia spendere tutto il mio tempo per fare qualcosa che non sia nulla. E’ chiaro no?
Mi mancherete.



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