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Estate, caldo, sete, dissimulare il disagio afferrando bevande dal frigo. Lo scomparto ha sei posti e vorresti che fossero seicento, col timore che domani faccia ancora più caldo. Fai inventario a rotazione, prendi questa di due ore fa e metti subito la sostituta, in modo che ogni cosa abbia il tempo di rassegnarsi alla temperatura tollerabile. Chi va e chi viene, sembra un ufficio postale, una sala d’aspetto del dentista, un obitorio. Ma una bottiglia in particolare non la sposti mai, è quello il suo posto, perché è la birra dell’ospite, la vedi ogni giorno e non la tocchi, sai che lui non tarderà ad arrivare e non vuoi farti trovare impreparato. Perché arriverà quel giorno, e un sorriso e un abbraccio e mille parole varranno quanto quella bottiglia che hai battezzato per lui e che ti impegni a non toccare per tutto il tempo necessario, chissà quanto, chissà come o se. La misura giusta di certe amicizie è solo la pinta, perché non avrebbe altri recipienti plausibili.



Ne avrei di cose da dire
se solo trovassi
chi le sa ascoltare

Ne avrei di cose da dire
se solamente
le sapessi raccontare

Ne avrei di cose da dire
ne avrei tante
ma belle o brutte
posso soltanto
lasciarle immaginare.




Voi siete brava gente e capite subito che il titolo non c’entra nulla.  Infatti il mio intento è di parlare di tutt’altro, anche se i monosillabi in qualche modo hanno a che vedere con il mio periodo attuale. Sapete che i grandi artisti, pittori, scultori, poeti e cantori d’arme et amori hanno avuto periodi diversi nella loro vita che li hanno portati ad esprimersi in modo particolare. Picasso ebbe il periodo blu, ad esempio. Leopardi ebbe il periodo triste, lungo una vita, diciamo. Manzoni ebbe il periodo “adesso scrivo qualcosa di veramente palloso che spero fracassi i maroni degli studenti dei prossimi 200 anni”. Ecco, io che sono un troglodita sto vivendo nel periodo dei monosillabi esclamativi con implicazioni di nodosa clava. Da oggi, intendo, perché fino a ieri, come facilmente si evince dai miei post di questa ultima settimana, il manifestarsi delle mie idee apparteneva al periodo dell’espressionismo muto, altresì detto “della cernia”.

Prima che gli animalisti mi denunzino o mi brucino l’auto tengo a precisare che fino a qui ho menato il can per l’aia ma non l’ho colpito poi così forte, anzi l’ho mancato spesso, e poi io non menerei mai un cane, nobile animale, mentre un umano sì, che se uno deve bruciarsi la condizionale lo faccia almeno divertendosi. E non vorrei fare la fine di quello là che a capodanno del 2000 mi disse “Trasecolo” e io pensavo seriamente che stesse trasecolando, e in realtà stava esattamente facendo quello ma con implicazioni diverse da quelle che prospettavo io.

Ok. Il post vero inizia qui.

E’ un periodo che sono così stanco da dover guardare la tv per addormentarmi. History Channel aiuta parecchio, devo dire. Ieri ad esempio, complice un accattivante raffreddorino, ero abbruttito sul divano e stava per prendermi il sonno dei “giusti ancora vivi” quando ho messo sul canale tematico dove c’era uno dei soliti documentari riguardanti la seconda guerra mondiale, quelli dove si cerca di analizzare le mille sfaccettature del periodo più brutto della nostra nazioncella, quello mussoliniano. Non capisco l’attuale proliferazione di questi argomenti, ma è un po’ di tempo qua che dell’asino di Predappio sottolineano il carattere, sminuzzano i risvolti psicologici, riportano testimonianze ogni volta diverse, alcune incredibilmente volte a far credere che stesse per redimersi quando era stato incarcerato. Di fatto ieri, vivisezionandone la storia e le malefatte, lo inquadravano in ogni forma e posizione, e io nel dormiveglia guardavo quella faccia, quegli occhi, e sentivo che somigliava a qualcuno che conoscevo. Poi, tornato in condizione psicofisica normale (ovvero, sveglio al 70%), mi son dimenticato di quello sguardo, quel naso, quel mento prominente e sono andato a trovare mio zio che non vedevo da mesi. Mentre gli parlavo – lui è già anziano e non è mai stato un buon ascoltatore – lo guardavo, le sue espressioni, gli occhi persi nel vuoto, il naso importante, il mento prominente e ad un tratto, appena mi son reso conto che era lui quello che somiglia molto al di cui sopra, o pensato “Oh!”.

Inizio col dire che non ci sono più. Ecco, ora non mi rimane più molto altro da aggiungere, ma almeno non farò come al solito, che concludo i post con la battuta a sorpresa o la frase a effetto o chissà che altra diamineria. Non ci sono più, non ho più tempo per fare nulla che non sia spendere tutto il mio tempo per fare qualcosa che non sia nulla. E’ chiaro no?

Mi mancherete.


Io ci penso spesso che devo morire. Mi capita quando sono in pausa, con la mia dannata sigaretta in uno squallido bagno in parte adattato a magazzino, guardando le cavallette nell’aiuola o le lucertole che fanno capolino sul davanzale della finestra, avide di sole. Penso a quanto breve possa essere la loro vita, e di quanto poco freghi loro se lo sto pensando. Poi mi sposto, finisco la pausa altrove, alla macchina del caffé, dove spesso il caffé non è per niente bevibile. E penso che uno schifo di caffé così è indecente, e bisognerebbe incazzarsi con il tecnico della macchinetta che imposta il dosaggio al minimo per ordini di scuderia. In quei frangenti talvolta mi capita di pensare che quello potrebbe essere il mio ultimo caffé, e dico ziocamper che schifo di caffé, per essere l’ultimo potevano anche darmi qualcosa di decente.

L’ultimo.

Assesto ancora un giro di palettina per smuovere quel fondo di zucchero non disciolto, e penso.

Morire.

Adesso, fra poco.

Morire.

Fanculo. Non riesco a non pensarci, lì alla macchinetta, che tutti si deve morire. Insomma, è l’unica certezza della vita, non sarebbe giusto non occuparsene, specie se il caffé fa schifo. Sono un esistenzialista? Un fatalista? Non lo so, anche perché non so manco cosa significhino quelle parole. E poi il mio insegnante di lettere diceva che le parole che finiscono in -ista sono tutte cose negative, e io ci avevo fatto notare, al mio insegnante, che elettricista, apripista, tubista e ricambista non lo sono poi così tanto. Pensa se ti si rompe un rubinetto e hai acqua per tutta la casa, non credo tu ti metta a pensare se il tubista possa in qualche modo essere una cosa negativa. Probabilmente quando ti porta il conto qualcosa di negativo lo puoi anche rilevare, ma sono dettagli legati a questa vita secolare e non certo alla desinenza del termine.

Penso – scusate la divagazione – che morire capiterà, e mi metto sempre un po’ nella posizione di chi comunque sta aspettando che capiti, ma non nel senso che sono in trepidante attesa ma più tipo come quando aspetti una multa di autovelox, che tanto sai che arriverà e che hai sta cosa che ti ronza in testa ogni tanto. Mi pongo delle domande sui generis, se ho vissuto bene, se ho pagato tutte le bollette e se ho saputo amare il mondo che mi è stato disegnato attorno. Se ho saputo evitare di fare del male ai miei simili o se, nel caso lo abbia fatto, sia stato in grado di rimediare in qualche modo, o, per lo meno, se il bipede in questione non ha fatto troppi giorni d’ospedale. Mi domando se ho saputo dare il giusto peso alle cose, se ho chiuso il frigo prima di uscire di casa, se mi troverà qualcuno quando capiterà di andarmene. Questioni che non mi assillano, per carità, ma ogni tanto trovo conforto nel pormele, ché mi fanno credere di essere pronto all’incalcolabile eventualità.

Sarà un caso, ma il caffé in quel momento diventa ottimo.


Un test del cazzo su rEpubblica ti dice da che parte dovresti essere in termini politici. A parte le affermazioni idiote dove tu devi dire se sei d’accordo o no, tipo “Il concetto di Padania non ha alcun senso, né politico né geografico”, che da come stanno andando le cose mi verrebbe da dire che la Padania ha un senso eccome, mentre è l’Italia che di senso non ne ha più, né politico né geografico….

Comunque, se le domande sono fatte in base ai possibili programmi politici dei vari partiti, e se le risposte che dai ti indicano verso quale deficiente pende la tua simpatia politica, allora credo che mai prima d’ora siano stati presentati programmi così farlocchi a cui NESSUNO CREDE PIU’.

Non mi stupisce il fatto di essere come sempre LONTANO da tutti gli schieramenti. Una cosa è certa: non voterò MAI per gli schieramenti di punta (conigli bagnati comunisti del PD e sbruffoni mercificatori della P2 del PDL), anzi, per la prima volta scriverò sulla scheda “Ma andate tutti a lavorare!”.

Odio i falsi, i fasulli e i contapalle

Odio i rompicoglioni da tutte l’ore

Odio i sorrisetti fatti pensando che non te ne accorgi

Odio chi parla male degli assenti

Odio l’inter, perdente a vita

Odio la folla, le discoteche, i locali alla moda

Odio le spiagge e la congrega di fessi che le popolano (salvo, ahimé, le dovute eccezioni)

Odio quella Panda di merda che mi si mette davanti tutte le mattine alle 7 e me la devo sorbire fino al lavoro

Odio l’anice, il Pastis e la Sambuca

Odio chi sputtana l’impegno altrui nel lavoro

Odio i leccaculo

Odio chi non sa ascoltare e parla soltanto, per ore, godendo onanisticamente nel sentire la propria voce

Odio gli appartenenti ad una razza in particolare (bagnati dal mare e puzzolenti di pesce), perchè intasano le nostre strade e non sanno guidare (o meglio, sono talmente taccagni e spilorci che fanno i 20 all’ora per non consumare benzina: STATEVENE A CASA, PORCA TROIA! Nessuno vi ha chiesto di venire a insozzare questa nostra bella provincia, tenetevi i vostri soldi marci, che siete così pezzenti che andate in pizzeria e prendete una margherita in due con acqua del rubinetto per stare nei 10 euro. VERGOGNATEVI!)

Idem quelli di un’altra “razza”, le cui auto non hanno marce superiori alla terza, passano con il rosso, non conoscono l’esistenza (e l’utilizzo) delle rotonde e se non c’è la coda si sentono perduti, e non vivono senza premere il clacson almeno 30 volte al giorno. E in agosto NON HANNO UN CAZZO DA FARE DI MEGLIO CHE VENIRE A INTASARE LE STRADE GIA’ PIETOSE DELLA NOSTRA PROVINCIA.

Non parliamo poi dei francesi che non sanno mai dove cazzo andare e si fermano ovunque a chiedere (in francese) la strada da percorrere. Che possano essere mandati affanculo (in piemontese) da ogni passante interrogato. E che non abbiano mai ad incontrare nessuno che sappia la men che minima parola in quella lingua di merda che è il francese, e che gli diano le indicazioni sbagliate (in piemontese). E anche questi, che il prossimo anno si trovino un viaggio del CRAL per andare a farsi montare dai cavalli maremmani invece di venire a spilorciare qui in provincia.

E, per ora, infine odio i nonni che salgono sulle Punto lasciate ore al sole davanti al supermercato, ridotte tipo altoforno, e tornano a casa ai 20 all’ora senza aprire il finestrino, perchè la corrente d’aria fa male (mentre farsi bollire il cervello invece….)

[continua...]

Non è una cosa originale, i più attenti si saranno accorti che si tratta del titolo di un libro scritto da non so più chi e non so quando. Ma non è questo il problema.

Mi è venuta in mente questa frase che in poco spazio dice tutto dell’essere umano medio. Un po’ come “La mia famiglia (ed altri animali)”, altro libro mai letto ma dal titolo accattivante. Insomma, lauti pasti per una mente affamata come la mia. A questo punto mi dici: “Ma se non li hai letti mi spieghi come fai a dire simili stronzate?”. Bene, ho i miei motivi e i miei argomenti:

  • La mia mente è perennemente affamata
  • Non basta leggere uno o più libri per passare da persone intelligenti
  • Non serve a nulla leggere se non sei capace a scrivere
  • Ma perché perdere tempo a leggere libri che non sai se fanno ridere?
  • Ma cosa leggi a fare tutto il libro quando di bello c’è già il titolo?

Ma che c’entra sto discorso? Nulla, forse. Era per introdurre il fatto che la mia mente divora tutto quello che incontra, come uno stormo (un gregge, un branco, boh…) di cavallette si avventa sul grano maturo e lo devasta. Leggo la targa di un’auto e la memorizzo, al punto che sono costretto a ignorarle per non sprecare bytes del mio testùn.

Per inciso, sono arrivato al punto di riconoscere le persone che incrocio per strada leggendo la targa dell’auto prima di guardare chi sta al volante. Ricordo ancora, a modesto esempio, tutti i numeri di telefono dei miei compagni di classe di 1a media, il numero di telaio del mio primo motorino, il numero della carta d’identità e della patente, le targhe di tutti i mezzi a due e quattro ruote che ho avuto in vita. Ricordo tutti i numeri di telefono, faccio le telefonate senza usare rubriche per la stragrande maggioranza dei miei contatti. Insomma, credo di essere un pazzo.

Dicevo, memorizzo un sacco di cose ma non lo faccio assolutamente apposta. Il mio cervello fotografa la forma di ciò che vede e ricorda la linea, il colore, un marchio, oppure il suono che fanno i numeri mentre li pronuncio.

Inutile dire che a scuola non avevo problemi a studiare: in prima elementare facevo i compiti alle 19.30, appena prima di cena, ed in circa 5 minuti sbrogliavo il fastidio. Intanto ascoltavo mio fratello (che faceva quinta) che dalle 14.00 continuava a ripetere ad alta voce la stessa poesia senza riuscire ad impararne un solo verso, finché partivo, andavo da mia mamma e le ripetevo la poesia per intiero, riducendo al pianto il mio povero fratello.

La poesia iniziava così: “Escono allegri i bambini dalla scuola, lanciando nell’aria tiepida d’aprile tenere canzoni”. Non ricordo di chi fosse, ma quel tempo andavano di moda Neruda, Ada Negri e Gianni Rodari. Chi sarà il fortunato? Vabbé, l’anno successivo mio fratello si trovò in prima media, e lì si imbatté nella lingua francese. Portò nel weekend una poesia da studiare, e ci passò ore ed ore, e sul più bello io la ripetei come un pappagallo, in francese! Era la splendida “Noël” di Théophile Gautier, che ritrovai anche io in prima media.

Ho iniziato ad aprire i libri solo dalla 1ª liceo classico (3ª superiore, insomma) perchè l’insegnante di storia pretendeva che imparassimo a memoria una mostruosità di date e nomi che mi fanno ancora ridere adesso: Teodoro di Mopsuestia, ad esempio, è uno di quei nomi che mi sono rimasti intagliati nel cervello, ma che sinceramente non mi sono mai serviti a un emerito cazzo. Comunque avevo la media del 6 aritmetico, perchè mi preparavo per una interrogazione (leggendo in mezz’ora tutto il malloppo da “portare”) e prendevo 8, e la volta dopo, assolutamente indifferente alla materia, non aprivo neppure il libro e prendevo 4. Insomma, fui battezzato “compartimenti stagni” per questo motivo. In realtà sarebbe stato più azzeccato l’appellativo di “coglione” perchè, visto che mi bastava mezz’ora per studiare, non riesco a spiegarmi il motivo per cui mi rifiutavo di farlo.
Il mio modo di memorizzare fu deleterio con l’algebra, con la matematica e con la geometria analitica. Lì bisognava imparare in modo diverso formule, teoremi e altri cazzi, bisognava capire e sviluppare, e il mio ammasso di neuroni, decisamente poco attratto da simili concetti, si rifiutava di elaborare. La mia memoria fotografica faceva cilecca, non mi rimaneva assolutamente nulla in testa. Non parliamo poi di chimica e biologia, due materie che in un liceo classico servono come un rampichino ad un tetraplegico.

Certo che ne ho detestate di cose a scuola. Mi piaceva Prévert ma non sopportavo Neruda, Foscolo mille volte meglio di quel depresso maniaco suicida di Leopardi, ho vomitato ad ogni singolo paragrafo di quell’insulto all’intelligenza umana che è “I promessi sposi” mentre mi gustavo i deliri dell’Antico Testamento, adoravo Senofonte (rigorosamente in greco antico, ebbé) ma mi schifava l’Etica Nicomachea. La storia della filosofia mi faceva letteralmente inorridire, quasi quanto le chilometriche, deprimenti, insopportabili, interminabili note del Giacalone che stravolgevano la poesia di ogni singolo endecasillabo della Divina Commedia. Ho vissuto in modo appassionato la storia della musica ma detestavo le lezioni di pianoforte e, diarrea molesta, il solfeggio.

Sono rimasto un ignorante non titolato, e adesso faccio l’informatico.

Per dovere di cronaca, eccovi la poesia citata:

Le ciel est noir, la terre est blanche.
Cloches, carillonnez gaîment!
Jésus est né; la Vierge penche
Sur lui son visage charmant.
Pas de courtines festonnées
Pour préserver l’enfant du froid;
Rien que les toiles d’araignées
Qui Pendent des poutres du toit.
Il tremble sur la paille fraîche,
Ce cher petit enfant Jésus,
Et pour l’échauffer dans sa crèche
L’âne et le bœuf soufflent dessus.
La neige au chaume pend ses franges,
Mais sur le toit s’ouvre le Ciel,
Et, tout en blanc, le chœur des anges
Chante aux bergers: ‘Noël! Noël!’
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