Obbedisco!
Il caro Zio Bonino mi ha chiesto di adeguare il mio dinosauresimo alle esigenze dettate dalla modernità, cioè di uscirvi l’Improbabile Dizionario degli Insulti Cuneesi anche in versioni adatte per quei cosi senza tastiera tipo iPad o Kindle (che il Kindle la tastiera prima ce l’aveva, poi glie l’hanno tolta, comunque tanto non lo usi per scrivere quindi non ti serve). Io, da buon bradiposauro, ho colto al volo la richiesta dello Zio e sono rimasto ben ventinove ore a guardare dalla finestra del bagno, nel caso la natura avesse provveduto per me. E come nelle migliori fiabe, ciò è accaduto perché il mio amico manicardiopatico, al secolo Marco Manicardi, ha provveduto con le versioni epub e mobi tanto care allo Zio.
Che dire, godetene se v’aggrada, e se non v’aggrada è uguale, vi voglio bene lo stesso.
L’improbabile
Dopo mesi di riflessioni e qualche giornata di duro lavoro sono riuscito finalmente a mettere in piedi un piccolo pdf dove parlo, in maniera spero leggibile, del micromondo a sud di Cuneo e dei coloriti insulti usati dalla strana gente che lo popola.
Lo potete scaricare qui o dal boxino in alto a sinistra.
Buona lettura.
Piccolo dizionario eccetera (parte terza)
Della generica incapacità altrui – piacevolmente riassunta in coloriti insulti – ho già parlato, purtroppo per voi non abbastanza. Dev’esserci nel basso piemonte un problema genetico alla base di questo vezzo di criticare l’operato di terzi (presenti e non), considerato che la lista di epitteti è ancora lunga. Un gioiellino della parlata piemontese, sempre al riguardo di quanto sopra, è il termine bandamòl. Il bandamol (colui che stringe poco) è applicabile a chi non ha grinta, non ha volontà, e se ha forza non la applica nel lavoro o lo fa lentamente e controvoglia. Emblematico un verso di “Mino Casòla”, dei Trelilu, che recita “Ai fas veghe a sti bandamoi / cume travajia Mino Casola” (faccio vedere a questi bandamoi come lavora Mino Casola). Il bandamol di solito ha il bösu ai gomiti, che è un modo di dire divertente e sta a indicare che il soggetto ha “il callo al gomito” a forza di tenerlo appoggiato (e per deduzione, a forza di far nulla). Sul genere, con sfumature differenti, ci sono anche il ciapamùsche e lo spanamùre. Il ciapamusche (colui che acchiappa le mosche) è un personaggio normalmente così svagato che sembra sempre in cerca di mosche da acchiappare, a scapito di ogni forma possibile di concentrazione, in special modo nel lavoro. Lo spanamure invece è uno che non vorresti mai averlo intorno. E’ un caso anomalo, in quanto l’insulto è un “vorrei” più che una constatazione, infatti si dice che “vun a spané mure” (vado a spanare more) per intendere “mi levo dalle balle”, e lo spanamure è uno che vorresti sempre che si levasse dalle balle, per ovvi motivi.
Sull’incapacità relazionale, ahimé, c’è ancora parecchio materiale. Il farfu, ad esempio, che non saprei come tradurre (“farfallone” può avvicinarsi al significato), è un essere appiccicoso, solitamente imbranato con le donne, che vorresti mandare a spané mure ogni volta perché se la tira fin dré d’ji urìje come un gasepiu, facendo il gilindu con le ragazze e rimediando figure da tardòc con le medesime e una nomea da sturdì con i conoscenti. In pratica il soggetto è un po’ pìfre, fisicamente non è un secatùn, anzi, piuttosto tupunü e grev, che si comporta da paligàn (se cortese) o da gadàn (se cinghiale), o peggio ancora da masué se aduso al turpiloquio. In pratica uno stracabàle con velleità riproduttive che – si augurano tutti – non trovino mai sfogo se non in una bella ressia (o sübiòla) espletata nella solitudine del di lui bagno. Proprio per la nota incapacità relazionale il farfu è famoso per sagujié pitòst, anche solo vedendo la copertina di un purnàs o una pagina dell’intimo nel Postal Market. Tendenzialmente, a causa di tale vizietto, potrebbe essere definito un crìn, ma un crìn catòlic, perché non c’è malvagità nel suo agire. Chi, incapace di bandése na ressia e di relazionarsi con le donne, e quindi più portato a mettere la mano nel portafogli per appartarsi con una bagàsa, è definito invece un crinàs, a maggior ragione se l’atto comporta adulterio.
L’estrazione agricola della maggioranza della popolazione ha aggiunto al dizionario una serie di insulti e di modi di dire profondamente legata alla professione e al ceto. In un non lontano passato c’era ogni martedì il mercato a Cuneo (c’è ancora oggi, ma non è del mercato che voglio parlare) e abitualmente scendeva dalle vallate ogni tipo di montanaro e bifolco immaginabile, vuoi per fare trading bucolico, vuoi per appartarsi con una bagàsa. Vedevi per le strade della città dei meravigliosi patelavàche, comitive di pistadrügia che si intrattenevano con baròt di ogni specie e borgata, mentre dalla pianura salivano orde di patelacrìn e si mettevano a decantare le prestazioni dei loro tratùr o a vantarsi del prezzo del loro ultimo tamagnùn acquistato. E’ noto che in pianura i grìcul erano più ricchi perché la campagna rendeva di più che un avaro pascolo in alta montagna. I muntagnìn ribattevano che quei tratùr erano solo dei ramadàn e chi li guidava era un budre, e che per lo meno in alta montagna non si stava con i piedi a mollo nella drügia dal mattino alla sera. I gricùl rispondevano tono su tono, asserendo che i muntagnin erano dei dindu, o peggio ancora dei pitu. Allora era pronta la risposta della fazione montanara, che restituiva la cortesia attribuendo alla controparte atteggiamenti tipici dei gnèru a cui era stato fatto mancare il latte da piccoli da parte di quei trülu dei loro genitori. Quando si stava per venire alle mani volavano ancora insulti ai montanari tipo màniga ‘d marsùn, con pronta risposta dei medesimi articolata sulla locuzione maniga ‘d terùn. Finito il parapiglia ognuno tornava all’ostu, prendeva un bicér ‘d barbéra e ne cantava due. Era tutta gente fisicamente (e mentalmente) rocciosa, nessuno si faceva male e non ci si querelava per ingiurie. Poi, appena la curiéra riprendeva la strada della valle, tutti tornavano a casa e morta lì.
(Per la traduzione dei termini non credo vi sia problema. Se c’è problema, chiedete).
Piccolo dizionario degli insulti piemontesi (parte seconda)
A grande richiesta (risate registrate) ecco la seconda parte del dizionario degli insulti in piemontese. Del resto, quindici contatti il giorno di ferragosto è un record difficilmente battibile, un affetto così grande merita un sequel. Ho riletto con calma quanto scritto nella prima parte e ho notato di aver dimenticato un cenno sull’etimo della parola panàda. La panàda è un piatto “povero”, non so se solo piemontese, che si fa con pane secco e brodo; non ne conosco la ricetta (oddio, ci siamo capiti) ma so che è una cosa molto buona. Non essendo un food-blogger (ün che bacàija sül mangé) non mi dilungherò sulla questione, considerato che non c’è molto di insultante in una portata così “falsa e cortese” se non la consistenza molliccia, che, applicata metaforicamente a una persona, la definisce appunto tale.
Come si è potuto capire dalla prima parte del progetto, la tendenza a insultare evidenziando l’incapacità altrui la fa da padrone nella lingua piemontese. Rimanendo quindi in tema, per coerenza, sento la necessità di affrontare il tema del fòl. Il fòl è lo scemo, il pazzo, il folle, e qualsiasi altro termine che ne sia sinonimo. Anche questo epitteto dà soddisfazione al cuore di chi lo pronuncia. “Ses propi ‘n fol” (sei proprio uno scemo) è uno dei modi con cui si commenta un gesto estremo (tipo la separazione dalla moglie confessata a un amico) ma anche un regalo veramente oltre i limiti dell’attendibile (non sono rari i casi in cui una brava donna che riceve un anello sgargiante lo dica al proprio pretendente). Un aneddoto in proposito (vero e verificabile) recita che una ragazza maritanda, al vedere il suo promesso con un abito nuovo, gli disse “Ma ses fol?” con l’intento di esprimere il proprio stupore di fronte a cotanto sfarzo, ma il baldo giovane, brutalmente offeso, si ritirò stracciando il fidanzamento e lasciandola zitella. Gli accrescitivi di rito sono delle vere e proprie perle: “ses fol ma na mica” (sei scemo come una micca), “chiel lì a l’è fol che droca” (quello lì è scemo che cade). Nel contado poi si va sul pesante: “ses fol ma na vaca türgia” (sei scemo come una vacca sterile). Altra declinazione tipica è fulatùn (scemo elevato a potenza). Al femminile si può usare tranquillamente fòla, che è ancora più dispregiativo in quanto sottintende nella femmina destinataria una certa vanità e una certa tendenza all’offrire le proprie carni senza particolari scrupoli, specie se inconsapevole della nomea via via costruenda. Come si è potuto comprendere, i termini fin qui descritti non sono prettamente distintivi di incapacità del soggetto destinatario, ma lo sono i vari sinonimi che andrò a elencare.
Il fol incapace si dice ‘mbranà (imbranato), il fol fastidioso, l’impiastro, si dice pistafüm (pesta fumo), il fol che aggrava la sua posizione di incapacità con l’arroganza è il tipico falabràc. Il fol che non ne può niente di essere tale si definisce solitamente con il termine badolu o badulü. (Apro un inciso: ciò che segue non fa ridere, ma è la triste realtà di un’intiera epoca). La tragedia che si nasconde dietro questi termini affonda le radici nella consuetudine tipica delle popolazioni dei piccoli paesi all’accoppiamento fra consanguinei (di solito fra cugini di primo grado) per via degli avidi ragionamenti che stavano dietro alle eredità da spartire al mancare del capofamiglia. Come scientificamente noto, i frutti di queste unioni non sempre davano alla luce una prole sana, anzi spesso capitavano situazioni di gravi handicap, sindromi di Down e altre menomazioni. Ancora oggi si sentono le comari del paese bisbigliare “Chila là l’è cula ca l’a avü el fiöl mes badulü” (quella signora là è colei che ha avuto il figlio portatore di handicap mentale). Dare del badòlu a un tizio significa dargli dell’handicappato mentale, e se da un lato è chiaro l’intento di definire brutalmente il presunto scarso acume di una persona, dall’altro – con l’ignoranza padrona – si finge di non conoscere il dramma di chi vive realmente questa situazione. Del resto non fa notizia la tendenza del popolano bifolco a considerare sub-umano chi soffre di simili patologie. Storicamente è noto che nelle famiglie dove si verificava una nascita di un portatore di handicap – in quelle che potevano permetterselo – la prima cosa che si faceva era portare dei soldi al prete perché mettesse la sua buona parola al fine di potersi accaparrare un posto al Cottolengo. Questo era (è ancora) un istituto dove venivano “rinchiuse” le persone “indesiderate”, solitamente affette da gravi handicap, per lasciarcele il più delle volte fino alla loro morte, in quanto era estrema vergogna che in paese si sapesse della disgrazia caduta sulla famiglia. Il sunto di tutto ciò è un ulteriore insulto, cùtu, col quale viene definita la presunta pochezza mentale di una persona. Cùtu è l’abbreviazione di Cutulengu, cioè il buon nome di Giuseppe Cottolengo, fondatore della Casa della Divina Provvidenza. Vi invito a leggere il passo di wikipedia in proposito, così da capire che non sto farneticando.
Sul genere è ancora molto usato il termine beté (ebete). Lo scopo è di definire chiaramente una persona che nonostante gli avvertimenti e le spiegazioni rimane incurante di un pericolo o di un evento che possa attrarne l’attenzione. In italiano è traducibile con “tonto”, ed è applicabile in tutte le situazioni in cui la persona oggetto dell’insulto sia inebetita per handicap o per alterazione dello stato psicofisico, come nel caso di una sbronza. Un aneddoto raccontabile a tal proposito (vero e verificabile anche questo) è quello di un tizio, abituale bevitore, che tornava a casa in bicicletta e veniva fermato dai Carabinieri. Mentre ne registravano le generalità, lui si calò i pantaloni e urinò sulla portiera dell’Alfetta. Chi lo racconta ancora oggi dice pressapoco così: “Quand i Carabigné l’an fermalu, cul beté a l’è basase ‘l brajie e l’a pisà ‘nsla purtiera’d l’Alf’tta”. Il poveretto fu trattenuto in guardina una notte e il mattino dopo, appena uscito dalla caserma, rimase seduto sui gradini di fronte al posto di guardia ad aspettare il maresciallo perché secondo lui era necessario andare a farsi un goccio assieme. E il maresciallo finì pure per accontentarlo.
Piccolo dizionario degli insulti piemontesi (parte prima)
Volevo fare una cosa seria, ben fatta, col testo a fronte come nei libri di scuola, ma non avevo alcuna idea di come iniziare e, peggio, di come organizzare la faccenda. Perciò scoprirete che ho abbozzato un discorso cercando di tenere un filo logico teorico per poi agghirlandare il tutto con interpunzione decorativa. Il progetto potrebbe andare per le lunghe, insulti in piemontese ce ne sono parecchi, quindi non so se e quando proseguirò il lavoro. Faccio le doverose premesse: 1) La traslitterazione della lingua piemontese è una gran rottura di scatole: c’è chi vuole usare la pronunica francese (la ou come u, la u come ü), c’è chi non vuole usare quella ma complicare ulteriormente con cose tipo la ô che si pronuncia u, io userò la traslitterazione che mi piace senza badare ai puristi e altri scassamaroni (ad esempio, rompimaroni si dice sciapabàle, con la c dolce come cinema, quindi sc si pronuncia con la s aspirata e la c dolce, e questa è la parte più difficile perché in italiano non saprei che esempio fare di pronuncia del genere, diciamo che si procuncia come scatola ma con la c dolce, come se dicessi sciàtola). 2) A mo’ di disclaimer (piem.: tensiùn) devo avvisare che alcuni insulti affondano le loro radici nell’ignoranza e quindi usano come termine di paragone patologie più o meno gravi che affliggono parte del genere umano. Esorto a non offendersi, la lingua è quella, non sono io a inventare. 3) Aggiungo ancora che, se qualcuno leggendo pensa che mi stia riferendo a lui, non è così, a meno che non abbia la coda di paglia.
Uno degli insulti piemontesi più utilizzato, e uno di quelli che preferisco in assoluto, è badàgu. Dire a uno che è un badàgu dà soddisfazione al cuore e alla mente, ma dire a qualcuno che qualcun altro è un badàgu dà ancora più soddisfazione, specie se la persona a cui lo “confessi” è un conoscente / intimo del badàgu di cui parli, e hai la certezza che – pur giurando di non dire nulla – glie lo riporterà in men che non si dica. Il badàgu è il classico esempio di scemo cattivo, il classico fanfarone che pontifica, millanta, predica e critica gli altri, e poi è così stupido che fa figure… da badàgu quando lo metti alle strette. Ognuno potrà facilmente individuare un badàgu, ad esempio fra i colleghi di lavoro (e non fatemi dire “fra i capi” perché sarebbe troppo facile), perché è la categoria sociale maggiormente popolata dal personaggio in questione. Nei paesini delle vallate cuneesi il badàgu era (ed è tuttora) quello che in piazza parlava ad alta voce, possibilmente male, di qualcuno o qualcosa, facendo appunto il badàgu e stimolando i suoi conterranei a dire fra loro, sottovoce “chiel lì a l’è propi ‘n badàgu” (quello lì è proprio un badàgu). Il badàgu moderno gli somiglia, in quanto ha la peculiarità di parlare al cellulare a voce altissima per farsi sentire, pur simulando un desiderio di privacy che lo fa allontanare di pochi metri dal luogo (e dalle persone) ove si trova, sia esso un bar, una riunione, un ristorante. Cioè, è così badàgu che si allontana e poi parla a voce altissima per farsi sentire, facendo nomi e cognomi e millantando di averci pensato lui. Accade così che nel tempo della telefonata è tutto un bisbigliare di “badàgu” da ogni bocca, per tornare ai sorrisoni quando chiude la telefonata e si riavvicina alle persone con cui stava. Questo comportamento è la summa del detto “piemontese falso e cortese”, che tenterò di spiegare più avanti.
Simile al badàgu c’è il baléngu, che è lo scemo… scemo. Non c’è cattiveria nella sua scemenza, anzi, pare che il baléngu tenda ad accentuare il suo essere scemo facendo cose eclatanti in modo da risaltare sulla massa e risultare più baléngu di quanto già non sia di suo. Si usa dire anche per definire l’incapacità parziale o totale di un sedicente professionista nello svolgere il suo lavoro: “L’as cunsigliàme ‘n tulé che l’è ‘n baléngu” (mi hai consigliato un idraulico che è un incapace). Una variante è il baléngu ‘d fioca (baléngu di neve) ma non so specificare molto sull’etimo di questa locuzione. So solo che mio padre la usava per definire un suo conoscente e questo mi bastava per dare una forma, un volto – indimenticabile – a quell’espressione. Una delle frasi tipiche in cui si usa baléngu è “L’an feit na figüra da baléngu” (hanno fatto una figura barbina), ma in alcune situazioni si usa anche ciculaté, “L’an feit na figüra da ciculaté” (hanno fatto una figura da cioccolatai). Quest’espressione ha radici storiche, anche se non del tutto confermate. Pare che Re Carlo Felice di Savoia, scoprendo l’esistenza di un artigiano cioccolataio che aveva fatto così tanti soldi da uscire per la città con una quadriglia di cavalli davanti alla carrozza – a dispetto dei nobili dell’epoca che uscivano solo con due cavalli – lo fece chiamare a corte e lo strapazzò per bene perché “il Re di Sardegna, Cipro e Gerusalemme”, uscendo con la sua quadriglia, “non poteva essere scambiato per un cioccolataio”. In ogni caso, fare una figura da ciculaté o da baléngu, non è mai una bella cosa.
Nella fattispecie del baléngu esiste anche il panàda, specie se baléngu è inteso nell’accezione dell’incapacità lavorativa di una persona. Il panàda è quello che non sa fare bene nessun lavoro, con l’aggravante di aver la pretesa di saperlo fare solo lui e, ovviamente, meglio di chiunque altro. Qui la discussione sarebbe complessa poiché non è mai chiaro chi sa fare cosa, e non è chiaro se chi è chiamato a giudicare (spesso dal proprio orgoglio) sa fare veramente ciò che il panàda non sa fare. Diciamo che di solito un panàda che viene definito tale, anche bruscamente, ha la tendenza ad alterarsi perché vede sgretolarsi il suo castello di convinzioni, e non è raro che lanci oggetti di vario genere (leggasi: strumenti di lavoro e affini) verso chi lo ha apostrofato in tal guisa. C’è anche la versione buona del panàda, ed è il classico bòcia (garzone) a cui il più esperto datore di lavoro (o capomastro, o artigiano anziano che dir si voglia) dà del panàda ogni cinque minuti. Il bòcia, rappresentato (specialmente nel dopoguerra e fino a dieci anni fa) da un ragazzino sotto ai diciotto anni, non se la prende, sorride e continua a brancolare nell’ignoranza del mestiere, fra le bestemmie del suo capo. Più grave è quando due artigiani parlano delle loro vicissitudini e uno chiede all’altro “Alùra, cuma l’è ‘l bòcia che l’as pià a travajié?” (allora, com’è il garzone che hai preso con te?). Se gli risponde “L’è propi ‘n panàda” (è proprio un panàda) è chiaro che quel ragazzo ha finito la sua carriera, per lo meno alle dipendenze di quell’artigiano.





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