Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

Dente avvelenato

Post negativo (è la rabbia che scrive)

Sono stanco. Sono sempre stanco ultimamente. Io che sono un misantropo ho a che fare con troppe persone, e le persone stancano se intendi trattarle come tali. Sono stanco proprio di quelli che se ne sbattono le balle della vita della gente e poi vanno in giro a fare gli splendidi e a dilapidare sorrisoni. Quelli che ci devi fare insieme e che sanno tutto loro, quelli che ci devi discutere perché immancabilmente entri nei discorsi di lavoro e loro sono imprenditori illuminati che stanno dalla parte dell’operaio e poi scopri che non hanno mai messo piede in fabbrica. Ehi tu coglione, hai mai messo la tuta blu? Ti sei mai alzato alle 4.50 per andare a fare il turno? Hai mai passato la notte della finale dei mondiali in fabbrica perché eri l’ultimo arrivato e non ti davano il permesso? Sei mai stato 5 mesi in cassa integrazione con i debiti da pagare? Eh? E poi mi chiedi che modello di computer comprare per avere maggior dinamismo sui mercati quando c’è fluttuazione e tu vuoi speculare alla grande? Ma vai affanculo, te, i tuoi mercati, la tua ipocrisia e la mercedes nuova che tua moglie usa per andare a farsi sbattere dal capocantiere della tua ditta. Io alla gente come te ci sputerei in faccia, anzi, ci sparerei alla distanza come in Schindler’s List. A proposito, lo hai mai preso un fucile in mano, tu? Ah no, già, tu non hai fatto il militare perché il tuo babbo conosceva il tal colonnello, e mentre io ero in caserma a farmi sbattere giù dal letto alle 6 del mattino alle urla “Sveglia! Giù dalle brande! Banda di stronzi! Svegliaaaa!” tu eri all’università a trovare un modo diverso ogni giorno per far passare il tempo. Lo sai che io l’ho fatto il militare, vero? Lo sai che ho vestito la fottuta divisa per un anno con orgoglio, mi sono congedato col grado di sergente e che ero bravissimo a sparare col Garand? Ah no, tu fai i discorsoni, quelli che è fondamentale essere interventisti perché comunque anche quello fa girare il mercato, crea economia e posti di lavoro. Ma senti un po’, faccia da tricheco, tu li hai mai visti i risultati di una guerra? Hai mai stretto la mano a un profugo secco come una modella di Calvin Klein? Hai mai ospitato una famiglia quasi intiera in casa tua per quattro mesi, gente che veniva da un anno di campo profughi in Slovenia, gente così magra che ci vedevi il Monviso attraverso? Io sì, testa di cazzo, l’ho fatto rinunciando a una parte della mia libertà, perché non te ne fai niente della libertà quando i tuoi simili non ne hanno anche per causa di chi governa il tuo paese. Non sono stato a guardare il fatto che erano musulmani, dico a te, dannato stronzo che ti vanti di essere cattolico praticante e che disprezzi chiunque non lo sia. Ho dato loro cibo e alloggio, ho imparato un po’ della loro lingua per parlarci insieme (polàko, kako ce kadze na hrvatsk-srpskij?), ho visto quei bambini piangere le rare volte che riuscivano a parlare con il loro padre trattenuto in Bosnia, li ho abbracciati quando al mio matrimonio sono riusciti a risparmiare due spiccioli per farmi un regalo. Non lo sapevano ancora che il più grande regalo me lo avevano fatto insegnandomi ad essere meno merda e più uomo.

Che alla fine ha ragione la mia amica immaginaria, che dice che io sono troppo comunista per essere vero.

Violenza

La violenza alberga in noi e non paga nemmeno le consumazioni al frigobar. Ce ne accorgiamo in giorni come questo, e parlando al plurale intendo dire che voi ve ne accorgete sì che io oggi sono violento. E’ che semplicemente se il mio placido sonno viene disturbato mentre sono ancora ampiamente accoccolato fra i generosi seni della moglie di Morfeo, io poi sono una bestia sanguinaria per tutto il giorno. Stamattina alle 6 un tizio, che di seguito chiameremo coglione, ha deciso di spostare da un non ben identificato posto una mezza dozzina di cassonetti e di piazzarli davanti al mio cancello di casa, facendo un chiasso tipo perforatrice dei tunnel autostradali. Io che sono un tipo ligio alle regole mi son chiesto nel dormiveglia 1) cosa minchia stanno facendo là fuori*, 2) cazzo ieri sera per la prima volta in sei anni ho parcheggiato in strada anziché in cortile e 3) adesso mi staranno rimuovendo la macchina per la pulizia delle strade, visto che oggi è il terzo mercol… no, oggi non è il terzo, vabbé scendo a vedere, trovo i cassonetti, li guardo come la vacca guarda il treno, vado a rileggere il cartello del divieto, metto l’auto in cortile, torno a letto. Dopo 15 minuti un altro tizio, che di seguito chiameremo coglione pure lui, ma diverso da quello sopra citato, mette in moto il suo camion e mi sveglia di nuovo. Io ho pregato il dio della ruggine perché agisse in tale direzione, vedremo se funziona. Infine alle 7.30 è suonata la sveglia di mia moglie, ma ormai i miei occhi erano sbarrati da un’ora.

Così, sceso dal letto, mi sono lavato violento, ho fatto colazione violento, mi sono vestito violento e appena arrivato nel parcheggio della fabbrica ho dato di matto facendo un gesto inumano, riprovevole, sconsiderato: per vendetta ho gettato una carta di caramella nel cassonetto della plastica.

*La frase originaria era “Chi è quel mona che sbatte la porta e chiude urlando” (cit.)


Ambizioni

In aeroporto due tizie dall’aria fighessa, french manicure e pettinatura da cento euri, parlottano mentre facciamo check in, e una fa all’altra, con cadenza à la Principessa Sissi ma gesticolando come una verduraia ubriaca, “Sai, credo che in albergo parleranno di noi ancora per almeno una settimana”. Soprattutto, festeggeranno a champagne il compimento della migrazione delle oche.

Digestione

Hai presente quando sei lì che stai per infilare in bocca un manicaretto dei tuoi preferiti, anzi il tuo Preferito, uno di quei bocconcini spettacolari che tanta gioia danno al palato? Lo prendi fra le falangi, apri le fauci, inserisci il cibo adagiandolo sulla lingua, con delicatezza, estrai le dita e chiudi la mandibola, lentamente, mentre inizia a trasferirsi sulle papille gustative il sapore soave di quel capolavoro. Poi inizia la masticazione, lenta, accompagnata da un crescendo di gusti che pervade il cavo orale fino al punto di stimolare i recettori nervosi che cominciano a far secernere ormoni da chissà quale ghiandola, procurando piacere, gioia e rilassatezza. Al termine inghiotti il bolo e per parecchie ore, variabili a seconda del cibo ingerito e del metabolismo, il manicaretto circola nel tuo corpo, viene digerito, perde ogni minima sembianza rispetto al momento dell’ingresso per uscire poi in forma di escremento.

Ecco, in tutto questo io ci vedo la metafora della vita: comunque la gestisci finisce sempre in merda.

Sotto vuoto. E tutt’intorno pure.

Nell’89 mi beccai una bella infezione intestinale dovuta all’acqua del mare, e venni ricoverato con le più fantasiose diagnosi, dalla salmonella al crohn, dal cancro al de profundis. Cinque giorni digiuno, flebo a ettolitri, andavo in bagno e usciva solo sangue. Coagulanti per endovena che mi facevano perdere i sensi, febbri altissime, deliri e allucinazioni. Il personale infermieristico era gentilissimo, quasi tutte donne, carine fra l’altro, e io ero in uno stato come di trance, non pensavo assolutamente a cosa potessi avere e soprattutto a quali conseguenze avrei potuto subire. Rimasi in ospedale dieci giorni, prima in isolamento e poi in una stanza con un vecchio inacidito.

Quando tornai a casa ero un fantasma, debolissimo e incredibilmente privo di tono muscolare, non mi reggevo in piedi. Il quattordicesimo giorno dopo che ero sparito dalla circolazione finalmente si fece vivo uno di quelli che io credevo amici e mi domandò dove fossi finito. Lo ringraziai per l’interessamento e lo mandai affanculo. Quattordici giorni senza che si accorgessero che non c’ero, e fino a prima ci eravamo visti a giorni alterni per anni, tanto per capirci.

Ecco, stavolta però avevo pure avvisato con discreto anticipo. No, tranquillo, sto benissimo. Lo so, è causa mia. E comunque sì, fanculo.

Domani

Domani sarà un giorno speciale. Domani è il 21 dicembre. Te dici No, oggi è il 21 dicembre. Frega niente, per me è domani, io sono ancora sveglio del 20 e quindi parlo di domani. Domani sarà un giorno unico, pesante, pieno di soddisfazioni. Domani stapperò un vaso pieno di rabbia prodotta da giorni e giorni di attesa snervante, di promesse farlocche, di cose di volta in volta sempre più importanti dei problemi miei, di me e della mia vita. Domani mi siederò e li guarderò in faccia, una volta per tutte, ed esigerò di essere cagato, anche solo per cinque minuti. Non c’è tristezza nel mio animo, non c’è rassegnazione. Io non ho ancora trovato qualcosa o qualcuno che sia riuscito a fermarmi, non mi arrenderò adesso. Ho superato momenti ben peggiori, causati da fattori che di umano han solo l’epilogo, e non mi sono nascosto, non mi sono abbattuto al punto di fermarmi.

Domani io sbaracco la scrivania, ci salgo sopra e mi metto a cantare “Save yourself a penny for the pennyman” a pieni polmoni. Che non si può giocare con la vita delle persone per dei mesi e far finta che tutto vada bene. Sono arrivato al limite, quando la lancetta segna che sei in riserva devi decidere se fare il pieno o aspettare che il motore si spenga. Io non mi spengo, ma farò il pieno con tutto il veleno accumulato e morderò, a fondo, chi cercherà di trattenermi.

Ho quarantanni, ho bisogno di sentirmi vivo, perché a morire c’è sempre tempo. Colui che avrà il triste compito di fermarmi, quel giorno, mi troverà col sorriso sulle labbra e il dito medio alzato.

Attese snervanti

Sto aspettando tre cose, una che forse arriverà, una che non arriverà mai e una che deve arrivare per forza. La prima non mi costa nulla, la seconda è rassegnazione, la terza mi è costata dei soldini. La prima mi cambierà la vita, la seconda potrebbe anche farlo, la terza chissà. La prima muterà per sempre il mio modo di essere, la seconda potrebbe, la terza chissà. La prima potrebbe dare un bel colpo alla mia autostima, la seconda dovrebbe farlo ma non ci spero, la terza per ora ha dato solo un bel colpo al mio conto in banca.

So solo che ne ho ben due coglioni di aspettare tutta sta roba.

Come comunicare sui social network senza ferire la sensibilità degli altri utenti












.


21, no 16, anzi no, 14


Dicevo, domani è il 21, e come da 14 anni ormai (anzi 16) festeggerei il mio anniversario di matrimonio. Il 21 agosto mi son sposato, avevo 23 anni, e belle idee per il futuro. Solo che proprio il 21 agosto, 14 anni fa, due anni dopo le nozze, mi sono svegliato alla mattina con una sorella in meno.

A 23 anni ci si può sposare anche senza capire cosa sia il matrimonio. A 25 anni però sei ancora troppo giovane per capire cosa significhi morire.

Ah, i numeri. Giocateveli al superenalotto, chissenefrega.


Puttana

Stamattina alle 6.15, contravvenendo alla mia etica secondo cui gli animali vanno amati incondizionatamente, ho causato uno squaraus fulminante con complicazioni ventricolari ad una tortora che mi stava cantando la cucaracha dal sottotetto della casa di fronte.

Il bello è che la pallina da tennis l’ho tirata così forte che è ritornata di rimbalzo nel mio cortile, senza lasciare tracce compromettenti (a parte quella macchia circolare sulla parete, ma che sarà mai, dico io). Della pallina, la macchia. Non della tortora.