Violenza
La violenza alberga in noi e non paga nemmeno le consumazioni al frigobar. Ce ne accorgiamo in giorni come questo, e parlando al plurale intendo dire che voi ve ne accorgete sì che io oggi sono violento. E’ che semplicemente se il mio placido sonno viene disturbato mentre sono ancora ampiamente accoccolato fra i generosi seni della moglie di Morfeo, io poi sono una bestia sanguinaria per tutto il giorno. Stamattina alle 6 un tizio, che di seguito chiameremo coglione, ha deciso di spostare da un non ben identificato posto una mezza dozzina di cassonetti e di piazzarli davanti al mio cancello di casa, facendo un chiasso tipo perforatrice dei tunnel autostradali. Io che sono un tipo ligio alle regole mi son chiesto nel dormiveglia 1) cosa minchia stanno facendo là fuori*, 2) cazzo ieri sera per la prima volta in sei anni ho parcheggiato in strada anziché in cortile e 3) adesso mi staranno rimuovendo la macchina per la pulizia delle strade, visto che oggi è il terzo mercol… no, oggi non è il terzo, vabbé scendo a vedere, trovo i cassonetti, li guardo come la vacca guarda il treno, vado a rileggere il cartello del divieto, metto l’auto in cortile, torno a letto. Dopo 15 minuti un altro tizio, che di seguito chiameremo coglione pure lui, ma diverso da quello sopra citato, mette in moto il suo camion e mi sveglia di nuovo. Io ho pregato il dio della ruggine perché agisse in tale direzione, vedremo se funziona. Infine alle 7.30 è suonata la sveglia di mia moglie, ma ormai i miei occhi erano sbarrati da un’ora.
Così, sceso dal letto, mi sono lavato violento, ho fatto colazione violento, mi sono vestito violento e appena arrivato nel parcheggio della fabbrica ho dato di matto facendo un gesto inumano, riprovevole, sconsiderato: per vendetta ho gettato una carta di caramella nel cassonetto della plastica.
*La frase originaria era “Chi è quel mona che sbatte la porta e chiude urlando” (cit.)
Ambizioni
In aeroporto due tizie dall’aria fighessa, french manicure e pettinatura da cento euri, parlottano mentre facciamo check in, e una fa all’altra, con cadenza à la Principessa Sissi ma gesticolando come una verduraia ubriaca, “Sai, credo che in albergo parleranno di noi ancora per almeno una settimana”. Soprattutto, festeggeranno a champagne il compimento della migrazione delle oche.
Digestione
Hai presente quando sei lì che stai per infilare in bocca un manicaretto dei tuoi preferiti, anzi il tuo Preferito, uno di quei bocconcini spettacolari che tanta gioia danno al palato? Lo prendi fra le falangi, apri le fauci, inserisci il cibo adagiandolo sulla lingua, con delicatezza, estrai le dita e chiudi la mandibola, lentamente, mentre inizia a trasferirsi sulle papille gustative il sapore soave di quel capolavoro. Poi inizia la masticazione, lenta, accompagnata da un crescendo di gusti che pervade il cavo orale fino al punto di stimolare i recettori nervosi che cominciano a far secernere ormoni da chissà quale ghiandola, procurando piacere, gioia e rilassatezza. Al termine inghiotti il bolo e per parecchie ore, variabili a seconda del cibo ingerito e del metabolismo, il manicaretto circola nel tuo corpo, viene digerito, perde ogni minima sembianza rispetto al momento dell’ingresso per uscire poi in forma di escremento.
Ecco, in tutto questo io ci vedo la metafora della vita: comunque la gestisci finisce sempre in merda.
Sotto vuoto. E tutt’intorno pure.
Nell’89 mi beccai una bella infezione intestinale dovuta all’acqua del mare, e venni ricoverato con le più fantasiose diagnosi, dalla salmonella al crohn, dal cancro al de profundis. Cinque giorni digiuno, flebo a ettolitri, andavo in bagno e usciva solo sangue. Coagulanti per endovena che mi facevano perdere i sensi, febbri altissime, deliri e allucinazioni. Il personale infermieristico era gentilissimo, quasi tutte donne, carine fra l’altro, e io ero in uno stato come di trance, non pensavo assolutamente a cosa potessi avere e soprattutto a quali conseguenze avrei potuto subire. Rimasi in ospedale dieci giorni, prima in isolamento e poi in una stanza con un vecchio inacidito.
Quando tornai a casa ero un fantasma, debolissimo e incredibilmente privo di tono muscolare, non mi reggevo in piedi. Il quattordicesimo giorno dopo che ero sparito dalla circolazione finalmente si fece vivo uno di quelli che io credevo amici e mi domandò dove fossi finito. Lo ringraziai per l’interessamento e lo mandai affanculo. Quattordici giorni senza che si accorgessero che non c’ero, e fino a prima ci eravamo visti a giorni alterni per anni, tanto per capirci.
Ecco, stavolta però avevo pure avvisato con discreto anticipo. No, tranquillo, sto benissimo. Lo so, è causa mia. E comunque sì, fanculo.
Domani
Domani sarà un giorno speciale. Domani è il 21 dicembre. Te dici No, oggi è il 21 dicembre. Frega niente, per me è domani, io sono ancora sveglio del 20 e quindi parlo di domani. Domani sarà un giorno unico, pesante, pieno di soddisfazioni. Domani stapperò un vaso pieno di rabbia prodotta da giorni e giorni di attesa snervante, di promesse farlocche, di cose di volta in volta sempre più importanti dei problemi miei, di me e della mia vita. Domani mi siederò e li guarderò in faccia, una volta per tutte, ed esigerò di essere cagato, anche solo per cinque minuti. Non c’è tristezza nel mio animo, non c’è rassegnazione. Io non ho ancora trovato qualcosa o qualcuno che sia riuscito a fermarmi, non mi arrenderò adesso. Ho superato momenti ben peggiori, causati da fattori che di umano han solo l’epilogo, e non mi sono nascosto, non mi sono abbattuto al punto di fermarmi.
Domani io sbaracco la scrivania, ci salgo sopra e mi metto a cantare “Save yourself a penny for the pennyman” a pieni polmoni. Che non si può giocare con la vita delle persone per dei mesi e far finta che tutto vada bene. Sono arrivato al limite, quando la lancetta segna che sei in riserva devi decidere se fare il pieno o aspettare che il motore si spenga. Io non mi spengo, ma farò il pieno con tutto il veleno accumulato e morderò, a fondo, chi cercherà di trattenermi.
Ho quarantanni, ho bisogno di sentirmi vivo, perché a morire c’è sempre tempo. Colui che avrà il triste compito di fermarmi, quel giorno, mi troverà col sorriso sulle labbra e il dito medio alzato.
Attese snervanti
Sto aspettando tre cose, una che forse arriverà, una che non arriverà mai e una che deve arrivare per forza. La prima non mi costa nulla, la seconda è rassegnazione, la terza mi è costata dei soldini. La prima mi cambierà la vita, la seconda potrebbe anche farlo, la terza chissà. La prima muterà per sempre il mio modo di essere, la seconda potrebbe, la terza chissà. La prima potrebbe dare un bel colpo alla mia autostima, la seconda dovrebbe farlo ma non ci spero, la terza per ora ha dato solo un bel colpo al mio conto in banca.
So solo che ne ho ben due coglioni di aspettare tutta sta roba.
21, no 16, anzi no, 14
Dicevo, domani è il 21, e come da 14 anni ormai (anzi 16) festeggerei il mio anniversario di matrimonio. Il 21 agosto mi son sposato, avevo 23 anni, e belle idee per il futuro. Solo che proprio il 21 agosto, 14 anni fa, due anni dopo le nozze, mi sono svegliato alla mattina con una sorella in meno.
A 23 anni ci si può sposare anche senza capire cosa sia il matrimonio. A 25 anni però sei ancora troppo giovane per capire cosa significhi morire.
Ah, i numeri. Giocateveli al superenalotto, chissenefrega.
Puttana
Stamattina alle 6.15, contravvenendo alla mia etica secondo cui gli animali vanno amati incondizionatamente, ho causato uno squaraus fulminante con complicazioni ventricolari ad una tortora che mi stava cantando la cucaracha dal sottotetto della casa di fronte.
Il bello è che la pallina da tennis l’ho tirata così forte che è ritornata di rimbalzo nel mio cortile, senza lasciare tracce compromettenti (a parte quella macchia circolare sulla parete, ma che sarà mai, dico io). Della pallina, la macchia. Non della tortora.
Troglodita for dummies – Guida sintetica per il cacciatore di moderni cavernicoli.
Il troglodita vive il quotidiano in mezzo a noi. L’omologazione dell’abito e dell’habitus lo hanno portato, col tempo, ad essere quasi irriconoscibile, e anche un buon osservatore ha grandi difficoltà a individuarlo fra la folla. Non è più definibile con lo stereotipo dell’omuncolo con capelli lungi e sporchi, barba incolta, monosillabi a manetta, pelle di lupo e clava in mano. Il tempo, la pazienza di madre natura e i curatori d’immagine hanno fatto sì che somigliasse all’homo erectus così tanto da riuscire a mimetizzarsi anche in un convegno di navigati manager.
Ci sono però alcuni aspetti comportamentali, caratteriali e somatici che possono aiutare il cacciatore di trogloditi a stanare, identificare, schedare e bollare come tale il vero troglodita moderno. Si va ad analizzarli, sperando così di far gradita cosa al lettore che volesse cimentarsi in sì nobile arte.
1) Il troglodita suda. Sempre. Quando si trova a confrontarsi anche solo visivamente con l’homo erectus, comincia ad espellere liquidi nella zona lombare, poi in quella ascellare, e se la temperatura ambiente supera i venti gradi si trasforma in una pozzanghera in movimento. Questo problema deriva dall’ancestrale abitudine di vestire solo con una pelle animale, con una sola spallina e quindi rigorosamente alla moda.
2) Il troglodita tende a voler partecipare ai discorsi altrui, anche se non capisce nulla di quello che si sta dicendo. Di norma interviene con una battuta agghiacciante, per attirare l’attenzione e suscitare nei più la domanda “ma chi cazzo è questo qui?”. Poi aspetta che il discorso riprenda e sbatte lì una citazione presa a gancio nel suo subconscio, di norma sbagliata e totalmente fuori contesto.
3) Appena un homo erectus fa una battuta, anche idiota, il troglodita parte in una risata fragorosa, lacrima agli occhi e per almeno un quarto d’ora non riesce più a parlare senza ridere come un povero scemo.
4) Il quoziente intellettivo del troglodita è pari a quello di un coniglio. Di ceramica. Può avere molte doti, tipo una memoria a lungo termine, o la generosità, o la semplicità d’animo, ma resta sempre un ignorante. Il troglodita non legge, non si informa, se ne sbatte della televisione e della politica, non va al cinema, non va al bar e spesso detesta tutto quello che contiene la parola “sinistra” perché a lui, sua mamma, gli ha insegnato a usare solo la destra.
5) Il troglodita riesce sistematicamente a fare figure di merda anche quando potrebbe evitarle. Se ne accorge sempre un pelino in ritardo, scivolando così su gaffes da antologia fra l’ilarità mista a indignazione degli astanti. Questo accade in special modo quando il nostro troglodita-tipo tenta di partecipare a qualcosa di matrice social, dove si trova a misurarsi con persone della sua specie (poche) e appartenenti alla specie erectus (la maggior parte). Qui si scatenano gl’istinti primordiali che guidano il suo animo, che ben presto lo espongono al pubblico ludibrio con l’aggravante dell’assoluta inconsapevolezza del soggetto (aspetto, questo, che amplifica la sua condizione di trogloditismo).
6) Il troglodita rutta, fuma, bestemmia, si infila le dita nel naso che ci potrebbero fare una puntata di Megastrutture, si veste con roba del mercato rionale, beve come un tombino e, se c’è ispirazione e se ci sono adeguati presupposti metabolici, sa conferire all’ambiente circostante quel tono di muflone macilento con un solo download di gas putrescente dal timone di coda.
Terminato l’elenco delle caratteristiche più evidenti, e in un certo senso più fastidiose, ci sono ancora alcuni aspetti che possono aiutare ad individuare il moderno cavernicolo subacculturato, che a rigor di logica riporterò seguendo la numerazione financo utilizzata.
7) Il troglodita è scemo, ma è buono. Fondamentalmente buono. Se ne hai bisogno ti dà anche la camicia, seppur sudata. Si esprime a monosillabi ma quando serve riesce a mettere una buona parola per te. Se ti aiuta in qualcosa, di solito non se ne vanta e non te lo fa pesare. Il suo impeto partecipativo è volto quasi sempre a cercare di strappare una risata sulle serie bocche dell’homo erectus, anche se il più delle volte si tratta di smorfie di disprezzo.
8) Il troglodita è sensibile, e per quanto possa sembrare strano, ha avuto un’infanzia anche lui, un’adolescenza di merda, una vita lavorativa piuttosto strana e travagliata, rigorosamente a basso reddito, per lo più dedita alla pastorizia, fra stegosauri e cinghiali. Il suo status non è sempre geneticamente innato, anzi, è molto più facile incontrare un troglodita in quanto tale per acquisizione famigliare che non uno già programmato così alla nascita. Egli è così perché altri hanno scelto che lui fosse così, tenendolo alla larga dalle cattive compagnie, dall’istruzione, dalla baldoria e dall’ozio, ritenendo di fare la cosa più giusta al mondo per lui e, spesso, senza nemmeno chiedergli un parere in merito.
9) Il troglodita riesce a fare cose che un erectus con intelletto più evoluto non riuscirebbe mai a fare, tipo ribaltare una Punto con la sola forza delle braccia. A dispetto di certe pulsioni, però, è di norma ligio alle regole, non violento, corretto e rispettoso. Non è raro trovare esemplari con ancora tutti i punti sulla patente.
10) Il troglodita ha un bioritmo che sembra il sismogramma di un nono grado Richter, oggi è felice e domani è più triste di un cane devastato dai parassiti. Oggi è solare e socievole, domani è incazzato come un muratore bergamasco ubriaco che si dà una martellata su un dito. Del resto è un troglodita, non si può pretendere che abbia un comportamento lineare e razionale. Quello che è più significativo è che il troglodita non si arrende mai, anche se si abbatte o se altri cercano di abbatterlo, lui non cede, guidato dall’ignoranza e dall’istinto di sopravvivenza che le avversità della vita hanno contribuito a forgiare in lui.
Bene, termina qui il manuale per il cacciatore di trogloditi. Una sola osservazione aggiuntiva, che in molti ignorano: il troglodita SA di essere un troglodita, e spesso gli piace esserlo. Non provate a fargli cambiare idea.
Happy hunting evribadi.



Commenti recenti