Tema: cosa ho fatto oggi
Svolgimento
Oggi non ero al lavoro, come ieri, e come il giorno prima, e quello prima ancora, e ancora e ancora e ancora indietro fino a giugno. Dovevo andare in banca per aprire il conto di appoggio per la cassa integrazione straordinaria, perciò ci sono andato. L’impiegata mi ha salutato come se fossi un amico di famiglia, poi ha preso i miei dati come a un estraneo qualsiasi, anche se sono cliente da vent’anni. Chiamerà quando le pratiche saranno completate.
Poi sono andato dal commercialista per firmare il 730, dovevo anche pagare la fattura, non avevo i soldi, non ho pagato. “Tanto non scappate, vero?” mi fa, e io “non ancora, non subito almeno, ma ci stiamo organizzando”.
Quindi sono andato a fare un giro ai cimiteri, erano anni che non ci portavo i piedi. E non è cambiato niente dall’ultima volta: sempre il solito mortorio.
Bau, stelle
«L’esistenza è una cosa troppo veloce per potersela godere. No, non mi piace, mi serve un’altra frase a effetto. L’esistenza è un’auto senza motore che parte in discesa, prosegue per inerzia in pianura e poi devi scendere a spingere quando inizia la salita. Bella, sgrammaticata ma bella. Non è vero, fa schifo, anche come metafora». Il discorso tra me e me va avanti per qualche minuto, scandito dalla sensazione di freddo che si fa sempre più invasiva. Sono uscito in pigiama e ciabatte, stanotte; c’è una temperatura impegnativa, un fresco autunnale tendente al depresso. La mancanza di sonno ti spinge ad allontanarti dal comodo giaciglio perché, proprio per causa sua, comodo più non è. Mancanza di sonno, quello stato psicofisico che non è insonnia, ma è stanchezza repressa e mai elaborata, è fretta, è stress, è affaticamento. Lo stacco della spina, locuzione che nasconde la falsa speranza di riuscire a metterlo in pratica per davvero, è un sogno che fai solo più ad occhi aperti. «Aspetta, me ne viene un’altra, l’ho sentita in qualche zingarata di convention: il tempo di qualità». Sono qui in terrazza, in ciabatte e pigiama, col freddo che mi sta entrando giù per il colletto, e penso che il tempo di qualità non esista. Certo, i dieci minuti col naso al cielo a guardare la stellata infinita offerta dalla casa sono un tempo di qualità, ma troppo breve. Come puoi pensare che le Pleiadi – nitide come non le avevo mai viste – o Giove, luminoso come un faro, o ancora il sorgere di Orione all’orizzonte d’oriente siano qualcosa che merita lo sguardo per soli dieci minuti? Che qualità c’è nel riuscire a ritagliare per sé appena dieci minuti in una notte stellata, rubandoli peraltro al sonno? «Sono un idiota, con l’aggravante della consapevolezza di esserlo» mi dico cercando ancora qualche corpo celeste noto. Vedo la Via Lattea, non l’avevo notata. «Che bello sarebbe poterla vedere dall’esterno, e scoprire che magari è triangolare e ridere delle innumerevoli teorie in proposito». Mi soffio il naso, per la milionesima volta di oggi. I cani hanno finito di fare i loro bisogni – beati loro, se alla voce “bisogni” han quello e poco più – e mi guardano annoiati aspettando che mi schiodi verso l’ingresso. Li guardo per un attimo, penso «Vaffanculo, voi non sapete nemmeno cos’è Cassiopea» e la qualità del mio tempo – e un po’ anche quella del mio eloquio – va a farsi fottere. Rientro, zoppico come uno storpio per un’incomprensione fra un tendine e la rotula – discutono da giorni, ora sono venuti alle mani – e mi cola il naso come ai mocciosi (ah, ecco perché li chiamano mocciosi, eh vabbé, da bambino all’asilo ricordo che mi pulivo sempre il naso nella manica del grembiulino, quello sì che era tempo di qualità). Alla fine di tutto mi congratulo con me stesso per il filotto di schifezze che mi stanno tormentando in questi giorni. Sono certo che solo il ginocchio sia colpa mia, il resto è l’età, credo, e il bisogno di spingere l’auto senza motore in salita per arrivare trafelato a non si sa cosa. Se molli la presa, o smetti di spingere, è facile che ti travolga. E più spingi e più ti affatichi, e sempre senza conoscere la destinazione. No way out, dicono quelli là. O forse sì. Staccare la spina, letteralmente, alla fine pare essere la soluzione più riposante in assoluto.
(Il titolo è una cialtronata, perfettamente riassuntiva ma pur sempre una cialtronata).
Varie e ineventuali
Da dove inizio? Vabbé, è lo stesso. Leggevo della squadra del Termeno che ha dovuto rigiocare lo spareggio col Drò per via di un rigore dalla traiettoria assurda. Leggo, penso, guardo il video. Termeno. Mi dice qualcosa. Vado a cercare, ah sì, la patria del Gewürztraminer. Però mi resta qualcosa di tondeggiante nella mente, come una nuvoletta di pensieri stile fumetto, e continua a ronzarmi in testa quel nome. Termeno. Poi ho ricollegato. Il comune di Termeno appena finita la Seconda Guerra Mondiale ha prodotto i passaporti falsi ai bastardi nazisti Eichmann e Mengele, con l’aiuto prezioso della Croce Rossa e della santa madre chiesa cattolica romana nella persona del coordinatore delle cosiddette ratlines, il vescovo Alois Hudal. Ecco cosa mi ronzava in testa. Mi ronzava che adesso non berrò più il Gewürztraminer senza pensare a quella vicenda.
A seguire, leggo commenti sarcastici farciti di pesanti insulti a corollario della manifestazione di Pontida. Vaccari, pagliacci, siamo nel 2011, mascherati senza fa ridere ecc… Qualcuno mi tolga una curiosità: a prescindere dal contesto della manifestazione (che di politica me ne frego), che differenza c’è fra l’inguardabile look complessivo dei cornuti psicocelti della padania e l’inguardabile look complessivo dei manifestanti dell’europride? Eppure coloro che vomitano sui ridicoli costumi di Pontida fino all’altro ieri erano lì a sorridere compiacenti per la “variopinta umanità dell’europride, libera di manifestare”. Mi sa che siete voi che non siete liberi, nella testa. Se continuate a turarvi il naso schifati, per capire se è nutella o merda finisce che la dovrete assaggiare.
Non ho un titolo
Stanotte non ho sognato la resistenza che coraggiosamente eliminava il germanico nemico, e nemmeno partigiani che facevano strage di civili inermi perché sospettati di essere spie repubblichine. Stanotte ho sognato che i nichilisti venivano a pisciarmi sul tappeto.
L’iPad e la deriva del mondo moderno
Gent.ma Apple, caro stiggio stivgiob Steve Jobs, cara Internet, Ill.mo Sistema di Vendita Online tutto,
Vi scrivo nell’era della globalizzazione, una parola che riempie la bocca dell’uomo medio lasciando di norma un retrogusto amarognolo dopo aver ingollato il boccone. Ho comprato un iPad, che volevo regalarlo, ma come detto altrove, facendolo con il dolo, perché regalare un oggetto tecnologico ad una moglie usufruttuaria dello stesso tetto del regalante significa – almeno quando esce con le amiche – impossessarsene e perderci del sano tempo. Dicevo, ho comprato quel coso, quel giocattolone, progettato in California e assemblato in Cina, sul sito italiano di un’azienda con sede in Francia che me lo ha spedito tramite un partner di Napoli.
Geografia a parte, l’ho ordinato venerdì 17, fregandomene delle superstizioni, e già sabato pomeriggio ho ricevuto una mail dove mi si richiedeva di confermare i dati della carta di credito a un numero di telefono di Milano, “sabato orario 9-13 / 14-17″, tariffa a scatti normale – ehi, hanno inventato i numeri verdi, giuro! – , come se stessi chiamando una qualsiasi impresa di pompe funebri o un lattaio. Sono le 16.30, chiamo, voce preregistrata che recita in perfetto accento materano una solfa di due minuti e poi conclude con “Al momento non possiamo risponderle”. Riprovo, riascolto la tiritera, incasso la stessa risposta. Riprovo ancora, riascolto limortaccisua di voce, e sempre lo stesso esito. I patemi da regalo in ritardo han cominciato a farsi galoppanti.
Il lunedì mattina ho chiamato il servizio clienti dove una voce gentilissima e non preregistrata mi diceva che avevo sbagliato numero, per la verifica delle carte di credito era quell’altro. Richiamo quello della tiritera, diversa, sarà perché è lunedì, e finalmente un giovinotto baldanzoso e aitante mi sdogana il pacco dopo che ho dimostrato di essere anch’io non preregistrato. In mezz’ora mi arriva una mail di conferma di spedizione, mentre in serata guardo il sito per capire a che punto è la faccenda è c’è scritto “ancora da spedire”. I miei patemi si sono subito iscritti all’ippodromo di Vinovo.
Martedì torno a casa per il pranzo e mi trovo il pacco a casa, in tutto il suo turgore. Mi felicito, imbosco per non far vedere alla moglie contenuto e fattura, poi vado sul sito e trovo scritto “ancora da spedire”. Chemmefrega, i patemi ormai erano già hamburger. E fin qui tutto bene, per carità. Solo che lo stesso venerdì 17 ho comprato altre cose da mandare ad altrettante persone, ho ricevuto conferme di spedizione, nessuna mail di verifica della carta di credito, nessun numero da chiamare, e il sito dice “spedito, sei in una botte di ferro”. Penso, se ho ricevuto io, a Cuneo, sperso fra le montagne, con una viabilità da Burkina Faso, il pacco californiano assemblato in Cina comprato in Francia e spedito da Napoli, figurati gli altri che sono andati in grandi città, tutte belle organizzate, con tangenziali e raccordi anulari e passanti autostradali, se non sono arrivati in tempo. Penso, mi tranquillizzo, e mi faccio una battuta al coltello di patema prenatalizio, con una spruzzatina di limone.
Passano i giorni e arriva natale, e il sito dice sempre per il mio pacco “ancora da spedire” e per gli altri “ziofagiano, fidati, cazzo, abbiamo spedito tutto, sei in una botte di acciaio inossidabile rinforzato al tungsteno e vanadio”, mentre i miei amici “vorrei-essere-destinatario-del-tuo-pacco” ancora han ricevuto niente. Mi dolgo, porgo scuse, addirittura uno di questi mi dice di aver dovuto guadare la periferia di Vicenza per andare a far la fila dal corriere insieme ad altri che già si stavano menando in attesa dei loro agognati pacchi. E per lo meno lui è riuscito a ricevere, e scopro pure stasera che quest’anno era riuscito a disintossicarsi dal malanno dei regali natalizi. Gli altri, nisba.
Mi consolo col giocattolone, cara Apple, caro Steve. Avete fatto un bel prodotto, mi piace, non mi fa la classica mantecatura alle palle tipica del notebook mentre lo uso sul divano, è fruibile anche a un ignorante in materia, pesa poco, la batteria dura una vita, l’audio è ottimo. La scatola, pure lei, è molto bella. Solo mi piacerebbe capire perché non funziona su una delle due porte USB del pc – che funziona con qualsiasi altro apparato, compreso l’iPhone 4 che già possiedo – e soprattutto perché, con quanto è bello il sistema operativo iOS, siete riusciti a fare un programma di merda come iTunes.
Cordiali saluti, buon resto delle festività, viva la globalizzazione.
Far tardi
Oggi non volevo far tardi, il messaggio era chiaro, la zia era ormai arrivata all’ammazzacaffé. Ho mollato tutto e sono corso da lei, e sono arrivato tardi, di poco. La nera signora, la padrona del ristorante, quella col mantello e la fottuta falce, era già andata via e l’aveva lasciata lì, con gli occhi chiusi e il viso spento. Il grande banchetto della vita finisce sempre nello stesso modo, per tutti. Passiamo alla cassa, paghiamo il conto e ce ne andiamo. E chi resta troverà altre sedie vuote.
Brutte persone si diventa
Come fa un tegame di spezzatino a trasformare l’animo di una persona? Immaginate che un sabato sera qualsiasi vostra moglie fabbrichi uno spezzatino di quelli da lacrime agli occhi, cotto alla perfezione, le patate sull’orlo dello sfacelo e la carne di bufalo che emana un sapore corposo e dolce, a piccoli bocconi. Immaginate che lo mangiate, seppur sublime, con fare distratto, guardando la tv, scofanandolo con trasporto, al punto da dimenticarvi che avete un’otturazione a un molare di quelle non proprio considerabili come robuste. Poi, senza particolare sforzo, immaginate che verso la mezzanotte la vostra mascella rivendichi il diritto di non essere massacrata in certi modi, cominciando a lanciare nei molari inferiori alcuni impulsi prima lievi poi sempre più intensi.
Benni dice che “Nei sogni della notte i cattivi chiedono perdono e i buoni uccidono”. Tu sei un buono, nei sogni di sabato notte, e sogni di uccidere qualcuno per via delle fitte che si fanno via via più pressanti. Svegliati, girati, riaddormentati, tum-tum-tum, svegliati, ri-girati, riaddormentati, e ri-tum-tum-tum. La domenica mattina ti alzi stanco, e ti rendi subito conto che non hai preso la targa del carro armato che ti ha investito nottetempo. Con l’incedere di uno zombie ti trascini in cucina e scopri subito il motivo del mancato sonno, al primo biscotto che infili in bocca. Dici: Dai, sarà tutto un po’ ammaccato, ricostruisci nel tuo cervello il film dello spezzatino, ti dai del deficiente un paio di volte, intanto finisci colazione e riporti i tuoi strati adiposi sul divano. Ah, pace, quasi quasi mi riaddorm… tum-tum-tum, stavolta non è solo pulsazione, è dolore, che si espande a macchia d’olio fino all’orecchio. Provi ogni posizione, cuscino / non cuscino, dito puntato sul fascio temporo-mandibolare, togli il dito, tum-tum-tum, provi a massaggiare la parte dolorante, niente, vaffanbrodo, capitoli e ti avventi sull’ibuprofene. Mentre aspetti che faccia effetto senti un’officina intiera che pressa, piega, taglia, trancia, batte, martella nella tua testa. Apri wikipedia per farti consigliare nuovi nomi di santi, che quelli a te noti sono finiti.
Passa il giorno, passa la sera, confettini di antidolorifico che vanno come stuzzichini. Arrivi a sera, sfatto dal dolore, ingolli ancora una pasticca prima di andare a letto, domani si lavora, ebbé, speriamo di dormire. Alle 2.00 sei lì con gli occhi sbarrati, mandi una mail al lavoro avvisando che tarderai (probabilmente), poi a forza di rivoltarti fra le lenzuola trovi una posizione che ti lascia addormentare. Fino alle 3.45 però. Ti svegli con il dio Thor che sta martellando come un fabbro la tua testa, ti sembra pure di avere un piranha che ti sta divorando le carni sotto alla mascella. Allora ti alzi dal letto, apri l’iPhone (eh, c’è poco da ridere, uno guarda l’ora) e vedi un messaggio, leggi, il tuo compagno di banco di 1a liceo che ti contatta dopo 25 anni. Sorridi, mentre vai in studio a prendere un paio di forbici, deciso al gesto estremo. Vai in bagno, accendi la fanaleria, apri la bocca e tenti di piantare nel dente le forbici per staccarti l’otturazione fallata, in una specie di trance, non senti nemmeno più dolore, solo odio e rancore. Niente, non viene via, rischi di spaccare la parte di corona rimanente, allora sciacqui a lungo, ingolli due pastiglioni e ti vai a piazzare sul divano con i cani che ti guardano con occhio sospettoso.
Alle 7 finalmente ti addormenti, senti la stanchezza prenderti. E’ lunedì mattina, il sole sta sorgendo, e tu sei un catorcio. Silenzio. Crolli. L’ibuprofene che hai preso tre ore prima sta entrando in circolo, la grancassa smette di suonare, l’orchestra si ritira, finalmente. Dormi. Come non ti accadeva da tempo. Dormi, perdi i sensi in posizione semi sdraiata, il silenzio, la pace. Alle 10.15 però si rompe l’incantesimo. Drrrrrrriiiinnnn! Ti alzi, apri la finestra sulla strada, vedi un tipo, chiedi chi è, Sono l’arrotino, ci serve da molare qualcosa? Non ho il tempo di rendermi conto di cosa sta succedendo che dalla mia bocca parte un “MAVAFFANCULO!”. Il tipo s’offende, mentre chiudo la finestra continua a blaterare in strada invettive, consolato dalla vicina di casa che indignata dal mio comportamento lo sostiene nella sua filippica circa l’educazione eccetera.
In serata, dopo un salto dal dentista in ospedale, giunto a casa ho dovuto dare spiegazioni a mia madre circa l’accaduto. Cuore di mamma: Chissà cosa gli hai detto! Poi dicono in giro che sei maleducato! – A mà, gli ho detto semplicemente vaffanculo. – Ah, tutto lì? Uhm, alla fine allora hai fatto bene. No, non ho fatto bene, quello alla finestra non ero io, ma la mia anima nera risvegliata dal dolore. Ci penso, salgo in casa, accendo il pc per leggere la posta, mi addormento alla scrivania.
San Niente
Oggi è lunedì, un lunedì qualsiasi, i cattolici festeggiano San Niente. Oggi c’è un sacco di gente che va a far vedere a un sacco di gente che loro al cimitero ci vanno e hanno i fiori più belli degli altri. Oggi è il giorno in cui gli ipocriti che non si ricordano nemmeno i nomi dei parenti trapassati vanno a far vedere in giro che loro ci sono e che hanno la giacca di renna nuova. Ho apprezzato molto il Foscolo, in gioventù, e condiviso ciò che pensava sui sepolcri, ma col tempo mi sono convinto che conti maggiormente quanto uno si porta nel cuore e nella memoria più che una lastra di marmo con due date, una foto – la meno peggio – e un nome a caratteri gravi. Per me è il ricordo di ciò che si è vissuto quando entrambi si viveva che mantiene presente la persona defunta. Portare un fiore su una tomba è per l’esteriorità, per gli occhi degli altri, a meno che tu non lo faccia con convinzione e che quel gesto ti faccia sentire meglio. Io non mi sento meglio, manco un po’. Il Grande Bastardo si è preso mia sorella a 27 anni, spiegami tu per quale motivo dovrei sentirmi meglio. Preferisco ricordare quando da bambini ci portavano dai nonni, quelli che ci mettevano a dormire dopo pranzo, e noi organizzavamo la resistenza armata contro quel sopruso sabotando i barattoli di zucchero e sale e prendendoci a cuscinate in una nuvola di piume. O quando andavamo a casa di qualche amichetto con mezzo metro di neve e fingevamo di perderci nella bufera in modo da avere una buona scusa per presentarci a casa bagnati fradici. O quando la odiavo perché lei sapeva disegnare in maniera sublime e io niente, nemmeno uno scarabocchio, o quando avevo fatto un interruttore nascosto al mio stereo perché lei non potesse usarlo in mia assenza, o quando mi regalò “Il bar sotto il mare” e mi fece scoprire Benni, o “La nuvola nera” di Hoyle, e mi aiutava a coltivare dei sogni che non potevo permettermi. E quando finite le superiori voleva iscriversi a ingegneria meccanica perché la sua passione per la formula 1 la guidava su quella strada, e poi assistemmo insieme a bocca spalancata all’incidente di Senna e lei rimase sconvolta per giorni.
Passare a miglior vita. Se fosse vero, la gente morirebbe più volentieri.
Letti
Diciassette anni fa come adesso, a questa stessa ora, ero nel letto in più nella stanza di mia sorella, e non riuscivo a dormire perché domani mi sposavo. Quindici anni fa come adesso, a questa stessa ora, mia sorella era in un letto d’ospedale in procinto di andarsene, definitivamente. Ormai sono riuscito a farmene una ragione, di entrambe le cose. Ma non del tutto. E’ che attorno a te son tutti più portati a ricordare chi non c’è più piuttosto che festeggiare chi ancora c’è, e poi dicono che uno diventa orso.
Degli stronzi e delle distanze
Per non fare post ridicolamente brevi ho pensato di accorpare due argomenti decisamente non inerenti fra di loro.
A riguardo delle distanze oggi ho conosciuto Alb. , con due dei suoi figlioli (splendidi ed educatissimi), siamo andati a pranzo insieme e poi ci siamo salutati, come se fossimo vecchi amici e come se domani ci vedessimo di nuovo. Lui vive nei paraggi di Roma e qui nel far west ci viene solo ogni x anni, io a Roma non ci vado dall’83 e non ho in programma di andarci a breve, quindi credo che, mal che vada, ci si veda fra un anno. Ecco, sta cosa delle distanze tempo fa l’avevo sintetizzata con una frase lapidaria: “La distanza sta all’amicizia come la muffa sta al pane, si sa sempre chi vince”. Infatti ritengo che il non vedersi porti al sentirsi poco, fino al diradarsi delle occasioni di dialogo con epiloghi il più delle volte coniugabili solo al passato. Poi ci sono le eccezioni che ti portano a sentirti una volta l’anno come se fosse stato ieri e boh, non sai più come pensarla. Comunque per uno stanziale come me la distanza è veleno puro, e se ci metti che sono orso dentro il gioco è fatto. Alla peggio… sapete sempre dove trovarmi.
Sugli stronzi invece il discorso è diverso. Tempo fa ero invitato al matrimonio di (mille-anni-fa-eravamo) amici e, come è d’habitude in questi casi, siamo andati moglie ed io a spulciare la lista nozze in un negozio in zona. Davanti alla vetrinetta degli oggetti selezionati dagli sposi abbiamo buttato l’occhio e c’erano ancora diverse cosine carucce, come il ceppo di coltelli o il kit zuppiera + minchiate varie, vassoi, portatovaglioli e altri oggettucoli. Quando la cretina ha cominciato ad elencare i prezzi a me è venuto freddo e stavo per chiedere di andare in una stanzetta isolata per deliberare, e magari pisciare sulla moquette. Vi spiego: il ceppo di coltelli (di nome e marca noti e acquistabili ovunque a 168 euro, anche su internet) costava 440 euro. La zuppiera 300 euro. Il vassoio 185 euro (un vassoiaccio in plastica pressofusa e dipinta a serigrafia), i portatovaglioli di lamierino stampato 38 euro l’uno. Visto che mia moglie non ha la minima idea di cosa voglia dire farsi prendere per il culo da un negoziante insisteva per sentire anche gli altri prezzi, mentre io le davo occhiatacce irrigate di abominio e leggere gomitate per indicarle di alzare le suole. Intanto la cretina continuava, 150 questo, 120 quello ecc… Ad un tratto ha tirato fuori un kit di 6 posate (sei, non sessanta) di una marca primaria, di una bruttezza inqualificabile, manico in plasticaccia fosforescente, e ha sparato 96 euro. Pensando al budget, e al costo di una cena per due, ho capitolato e ho comprato, agli sposi, per il giorno più idiota e dispendioso della loro vita, un kit di sei posate del cazzo. Fosforescenti. Orrende.
Ora, uno potrebbe anche passare per spilorcio, ma cercando su internet il prezzo del kit da 12 – dodici – posate (identica marca e modello) costa 36 euro. E gli sposi, vedendosi recapitare il misero regalo, è ovvio che ci hanno messi a tavola con un nugolo di marmocchi rompicoglioni, ben sapendo quanto io li ami. Ma il succo della questione è che a me vien sete di vendetta, e saprei mille modi per fargliela pagare al caro negoziante con sei commesse. Perché commerciare così è essere stronzi, oltre che ladri. E appena avrò occasione lo farò presente anche agli sposini incauti, per i quali avrei speso ben di più, ma non in quella fogna. Ah, dimenticavo: cari sposini incauti, per la cronaca, volevo comprarvi un TV LCD da 24 pollici in un negozio di fiducia, mentre grazie a quegli stronzi ho risparmiato circa 150 euro. Ciao, statemi bene. E se ricapitasse cambiate ristorante, che quello scelto da voi faceva moderatamente schifo, e il vino pure, santoddio, robaccia da trattoria.





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