Consigli per gli acquisti

Stavolta abbiamo proprio esagerato

Non volevo raccontare del recente viaggio a Dubai, ma alcuni lettori mi hanno fatto pressioni e inviato messaggi minatori. Quindi, comme d’habitude, ho esagerato e ci ho fatto un pdf scaricabile. Per gli insulti, la mail è in copertina.

Edit: il buon Many mi ha mandato la versione epub, ringrazio ed ossequio, la trovate qui.

Me raccontare Roma un giorno

Scrivere di Roma non è semplice, la letteratura sull’argomento è abbondante e consistente. Il presupposto è che lei è lì da sempre, sei tu che non ci sei. Poi capita che la rivedi all’improvviso dopo trent’anni e non la trovi per niente invecchiata.

La prima sensazione è che i romani si siano evoluti pur mantenendo gli schemi dell’antico. Una volta c’erano i bastioni fortificati, adesso c’è il Grande Raccordo Anulare, fatto comunque per tenere alla larga lo straniero. La logica costruttiva pare aver spinto lo sviluppo orizzontale più che quello verticale, almeno per quanto ho intravisto dall’auto. L’impressione è quella di trovarsi in periferia, una periferia qualsiasi. Ovunque ti sposti vedi paesaggi diversi, collineggianti, poco proiettati verso l’alto, non confrontabili con altre grandi città circondate di palazzoni popolari alti venti piani. Sembra di essere a Padova, ecco, se non si bada all’inesistenza della pianura.

Il navigatore satellitare è fatto per perdersi con stile. Fai appello ai tuoi istinti di montanaro per colmare le lacune di quella voce petulante: più avanti tenere la destra, poi tenere la destra, poi tenere la destra, poi prendere la corsia di destra. I testi glie li ha scritti Storace, evidentemente, anche se manca la parte dove devi fermarti a prendere a bastonate qualcuno. Arrivi nel luogo prefissato dopo una sequenza di svolte e semafori sulla Cristoforo Colombo, panorama su EUR e palazzo della Regione. Rettilineo, inversione a U, rettilineo, inversione a U, sembra una gara di bighe al Circo Massimo. Scendi, l’aria è fresca, meno male, la tua buccia nordica ringrazia. «Ciao, siamo qui nella tua via». «Dove di preciso?». «C’è un negozio con scritto Kupfer, sull’altro lato della piazzetta ce n’è uno con scritto Mantegna». «Ma dove cacchio siete finiti?». «Scusa ma se non lo sai tu, siamo spacciati». «Ma ci sono delle macchine parcheggiate?». «Avoja». «Ah, allora ho capito, scendo». E’ da quando siamo partiti che vediamo macchine parcheggiate, stento a credere che sia un indicatore attendibile. Jessica è tenera e non sa quanto siano rompicoglioni i nordici, non ancora. Arriva, ci abbracciamo come se ci conoscessimo da sempre, invece è la prima volta che ci vediamo. Mia moglie saluta, si presenta, si stiracchia, sette ore in auto sono tante.

«Questa casa non è un albergo,» sembra recitare un minaccioso portaombrelli nell’ingresso, «è meglio». Jessica ci ha preparato una stanza che di primo acchito ricorda il dietro le quinte di un teatro, quegli arredamenti che “succedono”, che insinuano mancanza di definitività pur essendo nati lì. Ha anche preparato la cena, meravigliosa, un sottile masochismo per capire quanto siano stracciamaroni gli ospiti. Le voglio un bene dell’anima, pochi sarebbero stati così coraggiosi ad ospitare uno che non ha mai nascosto di essere abbarbicato alle proprie abitudini. Mia moglie è diversa, più accondiscendente e adattabile. Vanno subito d’accordo, una coalizione contro il mio tradizionalismo arroccato. Affinità elettive, le chiamano.

A Roma ti sposti con i mezzi pubblici, una comodità che noi provinciali percepiamo in modo differente rispetto al cittadino habitué. Fai trenta metri e hai il bus, a Roma. Su da noi, fai trenta metri solo per andare a prendere la giacca nell’ingresso di casa. I bus a Roma sono a flusso continuo, non so se è stato culo ma non abbiamo mai atteso più di due minuti. A Cuneo ce n’è uno ogni ora, lì il culo non serve, devi iniettarti in vena una boccetta di “spremuta di mahatma” per farcela. Il primo viaggio verso il centro è durato relativamente poco, fermata Campidoglio. Roma inizia qui, sembrano dire i muri. Scendiamo, respiriamo aria romana. Roma la devi respirare, non puoi solo vederla. E spostandoti a piedi di respirare a volte persino ti dimentichi, tante sono le monumentalia da vedere. Il clima sembra quello di Londra, piove, fa sole, la madonna va per viole, apri l’ombrello che puntualmente si capotta con un refolo di vento. Scirocco, mi dicono dalla regia. Le pavimentazioni in pietra accompagnano i nostri passi per chilometri, dall’Altare della Patria al Colosseo, poi in tondo per tornare in Piazza Venezia e via verso Torre Argentina, Piazza Navona, il Pantheon, una sosta al pub in Piazza Sant’Andrea della Valle dove un litro di Slalom ci riporta alla realtà. Poi ancora un caffé al Sant’Eustachio, Montecitorio, Palazzo Chigi, fontana di Trevi, via del Corso, via del Babuino, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo. Dodici chilometri a piedi in mezzo a ogni razza, lingua e religione del mondo. Dall’aggressione dell’acido lattico ci salva la metro in Piazzale Flaminio per un’ultima puntatina a San Giovanni in Laterano. Da rimanere senza fiato, anche in senso figurato. Cena frugale, ossa rotte, torniamo a casa con gli occhi sbarrati come quelli dei bambini alla fiera delle caramelle, ma con in più quattro bottiglie di birra nello zainetto, sai mai, venisse sete.

Per il giorno successivo sono previsti San Pietro e Castel Sant’Angelo, sole e tepore ci facilitano le cose. San Pietro mi delude un po’, non so perché, forse le fantasie di Dan Brown hanno nutrito aspettative troppo grandi rendendo confidenziali luoghi in realtà ben più riservati. Appena fuori dal colonnato trovo dei manifesti della Militia Christi e spendo in un sol colpo tutto il bonus bestemmie fin lì accumulato. Religione e fanatismo, fede e ignoranza, quanto migliore sarebbe il mondo senza certe commistioni. Roba che i cartelloni della Polverini in confronto sono rassicuranti. Ci allontaniamo agganciando un ristorantino dove incrociamo Francesca Reggiani, ma non era lei a cucinare. Mi ha riconosciuto subito, voleva un autografo. Ci spostiamo quindi a bordo Tevere dove Castel Sant’Angelo si lascia visitare da cima a fondo, offre vedute panoramiche a perdita d’occhio e ci regala un caffè ristoratore a prezzo onesto, considerata l’imponente, storica cornice. La sera si mangia romano, finalmente, Osteria del Cannellino al quartiere Flaminio, in compagnia di amici noti e meno noti radunati grazie alla mia storica incapacità organizzativa, in pieno stile Ragionier Filini di fantozziana memoria. Cacio e pepe, Frascati e saltimbocca, altrimenti che turisti saremmo? Si chiacchiera, si mangia, si festeggia, sguardi sorrisi e foto di rito con Alessandra, Duccio e prole, Sora Frattaja e fratello Numero 6.

Poi arriva il momento dei baci e degli abbracci, raduni le cose in valigia, vorresti portare con te una fettina di quel breve viaggio. Le mille foto scattate alla fine non servono, perché i profumi, i suoni, l’aria di Roma non restano impressi nel sensore della fotocamera, ma solo nel cuore. E così anche gli affetti, e la preziosa amicizia di persone che presto vorrai rivedere, e sei già lì a sfogliare il calendario e a capire come rendere interessante un viaggio a Cuneo in un periodo in cui mancherà la neve, la nostra attrazione principale.

La maionese ecosostenibile

Battaglie ecologiste qui sopra, se non ricordo male, non ne trovate. Però nutrendomi ho scoperto che a volte dietro a un messaggio che pare volto a salvare la terra dall’inquinamento si nascondono cose curiose. E’ il caso della maionese Coop, prodotta dalla Formec Biffi. Ora non sta a me sindacare su politiche ambientali o mission aziendali di un’impresa, ognuno fa quel che gli pare, finché può. Quello che ho rilevato come un sospetto espediente di marketing ha già qualche mese di età. E’ almeno dello scorso anno infatti (motivo per cui non ricordo parole e cifre precise) la commercializzazione di detta maionese senza l’astuccio di cartoncino, operazione ben spiegata sull’involucro plastico nudo: rimuovendo il cartone abbiamo ridotto del 40% (se non erro) il peso totale della confezione. Quindi meno peso nel trasporto, meno consumo di carburante, meno inquinamento, meno un sacco di cose. Del resto è la regola predicata da ogni ente costituito a fini di protezione ambientale (e dal buon senso, per carità): evita l’imballo dove puoi. Il tubicillo, va detto, nudo non sta male, offre comunque buona protezione al contenuto e rende, a ben vedere, l’imballo di cartone del tutto superfluo. Di recente – ma l’ho notato solo oggi – la didascalia sul tubetto è cambiata. Mi avvisano che hanno deciso di non usare più uova di galline allevate in gabbia, ma solo di animali liberi di razzolare a terra. Lodevole, l’uovo ne guadagna sicuramente in gusto e qualità, l’animale non soffre le pene dell’inferno in batteria e potrà finire in pentola senza fare una vita grama. Però è rimasto un piccolo “banner” dove viene spiegato come smaltire l’involucro in plastica: nel cassonetto del… non riciclabile.

Prego?

Sì. La plastica del tubetto è, come prima, di materiale non riciclabile, quindi va a fare mucchio nelle già gigantesche discariche italiane (e non solo). Per carità, cosa vuoi che sia un tubetto, in fondo buttiamo via così tanto materiale (non) riutilizzabile, un pezzo in più non farà mica la differenza… Il punto è questo. Se Coop, che lodevolmente persegue la politica del rispetto (per l’ambiente, per i lavoratori, per i consumatori), con i danari risparmiati sul cartoncino investisse un tantino sulla ricerca di un tubetto in materiale riciclabile allora potremmo parlare di un vero passo avanti, conforme a suddetta politica. Invece pensate a quanta energia è necessaria per incenerire quel tubetto e a quali e quanti gas nocivi vengono emessi in atmosfera in tale attività di smaltimento. La didascalia purtroppo dice “Coop per l’ambiente”. Ripeto: sono certo che la Coop sia sensibile nei confronti di questo povero pianetucolo e che stia già facendo qualcosa per arrivare al contenitore riciclabile, nel frattempo però ha eliminato il cartoncino, il pericoloso inquinatore. Su quest’ultimo, in termini puramente informativi, vi dico: l’astuccio in cartone è riciclabile al 100%, e dopo una lavorazione che a) non devasta l’ambiente, b) non emette in atmosfera gas nocivi (e se lo fa, lo fa in proporzioni infinitamente minori a quella di un’industria plastica o di un inceneritore), c) non divora quantità spropositate di energia, esso ritorna a fare lo stesso mestiere, ovvero l’astuccio. Il riciclo della carta ha una resa più che buona, e con una minima aggiunta di fibra vergine (per conferire caratteristiche fisico-meccaniche alla fibra “impoverita” del riciclato) ritorna esattamente com’era in origine. Inoltre le piattaforme per il riciclo della carta sono ormai una realtà consolidata sul territorio, e i sistemi di raccolta differenziata ampiamente collaudati e “rispettati” dai cittadini. Detto questo, so benissimo che non si può mettere la maionese dentro al solo astuccio di cartone (anche se prodotti come il Tetrapak lo potrebbero fare), ma pensare di fare la differenza per l’ambiente eliminando il solo imballo in cartoncino secondo me è un errore.

E, post scriptum, nonostante si tratti di una delle migliori salse maionese in commercio, un 10% in meno di sale farebbe felice anche il mio palato, ma questo è un altro discorso.

L’ABC del piccolo scrittore, dove la C non c’è o se c’è è elencata impropriamente.

Premessa: questo piccolo vademecum è improntato nella fattispecie per coloro che non hanno fatto gli studi alti. I concetti sono espressi in modo semplice senza uso di parole difficili, e soprattutto sono farciti di incongruenze e contraddizioni spaventose.

Scrivere è l’atto di esprimere un pensiero in forma grafica, facendo possibilmente in modo che a) il pensiero sia almeno minimamente comprensibile e che b) venga rappresentato accostando lettere dell’alfabeto in un ordine non proprio casuale. L’insieme delle attività a) e b) si chiama scrittura. La storia insegna che da sempre l’uomo ha scritto, o ha provato a scrivere. Nelle caverne di Lascaux (anche in altre grotte, ma non stiamo a perderci in dettagli) ci sono decine di disegni pittati sulla roccia, o scolpiti in essa (con la scultura nacquero anche le prime bestemmie, per via delle martellate andate fuori bersaglio [nda]). I popoli dell’antica Mesopotamia scrivevano nelle tavolette d’argilla con caratteri cuneiformi, ma è ancora tutto da dimostrare che fosse vera e propria scrittura, probabilmente era solo un passatempo. Gli Egizi facevano intieri poemi a vignette scolpiti nel granito e manco uno che si degnasse di scrivere due parole. Poi, arrivati ai Greci e ai Romani vi fu l’avvento della grafia vera e propria, con conseguente nascita della letteratura, e finalmente le cose venivano scritte e c’era persino della gente che riusciva a leggerle. Di lì in poi è praticamente storia dei nostri giorni. Ma riprendiamo il filo del discorso: nella letteratura ci sono sempre stati molti scrittori o presunti tali che se la cavavano benissimo con l’azione b) ma avevano pesanti lacune sulla a). Nello stesso tempo ve n’erano altrettanti con una capacità di cui alla lettera a) veramente impressionante, e poi si sfracellavano contro il muro dell’attività b). Tu, o mio lettore e destinatario di questo trattato, che hai appena finito le scuole basse, dove “appena” indica che “ce l’hai fatta per un pelo” e non “ieri“, devi prima domandarti se sei in grado di soddisfare i requisiti di almeno uno dei due punti salienti. Sei un tipo da a)? Hai la cocuzza che macina pensieri e sogni e fantasie incredibili? All’asilo avevi già imparato a scrivere “troia” su un bigliettino per poi lasciarlo sul banco della tua compagnuccia tanto antipatica? E quella parola ti diceva qualcosa? Nel senso, conoscevi il significato di ciò che scrivevi? Avevi, in definitiva, voluto realmente scrivere quella parola perché la pensavi e la sentivi come necessaria? Bene. Sei un tipo da a), è evidente. Per inciso va detto che nell’ultima auto-domanda si percepisce facilmente l’incunearsi di una terza forza, la necessità, ma ne parliamo più avanti. Vediamo il secondo caso, la b). Nella tua vita lavorativa non hai ancora lasciato mezza mano in una pressa o in un ingranaggio? Usi le mani per altre cose oltre che per la masturbazione? In auto quando qualcuno ti sorpassa malamente o ti taglia la strada, sai usare le dita e le mani per esprimerti? Ok, sei un tipo da b). Se poi hai anche sprecato buona parte della tua gioventù per imparare a scrivere su una tastiera, sia essa meccanica o elettromeccanica, allora butta via la biro che è roba antiquata, sei proprio il tipo che fa per l’attività b), non ci sono dubbi. Noterà il lettore attento – quello cioè non ancora svenuto, non ubriaco (o comunque non completamente ubriaco), diciamo in una condizione intermedia fra “sveglio a sufficienza” e “boccheggiante in uno stato di semipresenza prodromo al coma” – che anche in parte dell’attività b) c’è la permeanza della famosa terza forza, la necessità, e qui non posso più rimandare, perciò spiego.

La terza forza, quella non scritta, è semplice e immediata: se hai bisogno di scrivere, scrivi. E fin qui niente da dire. Anzi sì. Perché senti il bisogno di scrivere? 1) Perché vuoi che qualcuno legga ciò che scrivi, 2) perché ti pagano per scrivere, quindi hai bisogno di scrivere per sfamare la tua famiglia, 3) perché non puoi esimerti dal lasciare un ricordo sul parabrezza di quel coglione che ti parcheggia sempre attaccato all’uscio di casa, 4) perché sei muto, 5) perché colui cui stai destinando il messaggio è sordo, o, più politically correct, audioleso, 6) perché non ti ricordi niente e te lo devi appuntare, tipo come quando tua moglie era con te al supermercato e tu dopo dieci minuti hai detto “ma che cazzo faccio qui?” e te ne sei andato lasciandola nel reparto dei detersivi per piatti, 7) perché casualmente eri in strada con una bomboletta di vernice spray e ti è balenata alla mente una formula matematica definitiva, tipo “w la figa“, e hai voluto istoriarla sul muro del palazzo secentesco appena restaurato, 8 ) perché hai imparato fin da bambino a intagliare i banchi di scuola con profonde riflessioni sullo stile di “roby c. ha il culo che sembra la stronave di goldreic“, 9) perché la tua fidanzata lontana non aveva il telefono, tu nemmeno, oppure non avevate i gettoni, o la madre di lei la spiava e le impediva l’uso del prezioso strumento, insomma, quei tempi che non c’era ancora skype, e allora dovevi fare le letterine d’amore e poi imbustarle e poi affrancarle e poi spedirle e poi pregare che non andassero perse e poi attendere con trepidazione la risposta che non arrivava mai e allora ripartivi da capo, 10) perché semplicemente ritieni che qualcuno dall’altra parte del mondo, del tuo mondo, ritenga di dover leggere ciò che scrivi.

La risposta a questo punto puoi dartela da solo. Scegli la tua necessità, applica le regola a) curando la forma di cui alla regola b) e poi vai, e disperditi nella dimensione di chi come me non ha niente di meglio da fare.

L’iPad e la deriva del mondo moderno

Gent.ma Apple, caro stiggio stivgiob Steve Jobs, cara Internet, Ill.mo Sistema di Vendita Online tutto,

Vi scrivo nell’era della globalizzazione, una parola che riempie la bocca dell’uomo medio lasciando di norma un retrogusto amarognolo dopo aver ingollato il boccone. Ho comprato un iPad, che volevo regalarlo, ma come detto altrove, facendolo con il dolo, perché regalare un oggetto tecnologico ad una moglie usufruttuaria dello stesso tetto del regalante significa – almeno quando esce con le amiche – impossessarsene e perderci del sano tempo. Dicevo, ho comprato quel coso, quel giocattolone, progettato in California e assemblato in Cina, sul sito italiano di un’azienda con sede in Francia che me lo ha spedito tramite un partner di Napoli.

Geografia a parte, l’ho ordinato venerdì 17, fregandomene delle superstizioni, e già sabato pomeriggio ho ricevuto una mail dove mi si richiedeva di confermare i dati della carta di credito a un numero di telefono di Milano, “sabato orario 9-13 / 14-17″, tariffa a scatti normale – ehi, hanno inventato i numeri verdi, giuro! – , come se stessi chiamando una qualsiasi impresa di pompe funebri o un lattaio. Sono le 16.30, chiamo, voce preregistrata che recita in perfetto accento materano una solfa di due minuti e poi conclude con “Al momento non possiamo risponderle”. Riprovo, riascolto la tiritera, incasso la stessa risposta. Riprovo ancora, riascolto limortaccisua di voce, e sempre lo stesso esito. I patemi da regalo in ritardo han cominciato a farsi galoppanti.

Il lunedì mattina ho chiamato il servizio clienti dove una voce gentilissima e non preregistrata mi diceva che avevo sbagliato numero, per la verifica delle carte di credito era quell’altro. Richiamo quello della tiritera, diversa, sarà perché è lunedì, e finalmente un giovinotto baldanzoso e aitante mi sdogana il pacco dopo che ho dimostrato di essere anch’io non preregistrato. In mezz’ora mi arriva una mail di conferma di spedizione, mentre in serata guardo il sito per capire a che punto è la faccenda è c’è scritto “ancora da spedire”. I miei patemi si sono subito iscritti all’ippodromo di Vinovo.

Martedì torno a casa per il pranzo e mi trovo il pacco a casa, in tutto il suo turgore. Mi felicito, imbosco per non far vedere alla moglie contenuto e fattura, poi vado sul sito e trovo scritto “ancora da spedire”. Chemmefrega, i patemi ormai erano già hamburger. E fin qui tutto bene, per carità. Solo che lo stesso venerdì 17 ho comprato altre cose da mandare ad altrettante persone, ho ricevuto conferme di spedizione, nessuna mail di verifica della carta di credito, nessun numero da chiamare, e il sito dice “spedito, sei in una botte di ferro”. Penso, se ho ricevuto io, a Cuneo, sperso fra le montagne, con una viabilità da Burkina Faso, il pacco californiano assemblato in Cina comprato in Francia e spedito da Napoli, figurati gli altri che sono andati in grandi città, tutte belle organizzate, con tangenziali e raccordi anulari e passanti autostradali, se non sono arrivati in tempo. Penso, mi tranquillizzo, e mi faccio una battuta al coltello di patema prenatalizio, con una spruzzatina di limone.

Passano i giorni e arriva natale, e il sito dice sempre per il mio pacco “ancora da spedire” e per gli altri “ziofagiano, fidati, cazzo, abbiamo spedito tutto, sei in una botte di acciaio inossidabile rinforzato al tungsteno e vanadio”, mentre i miei amici “vorrei-essere-destinatario-del-tuo-pacco” ancora han ricevuto niente. Mi dolgo, porgo scuse, addirittura uno di questi mi dice di aver dovuto guadare la periferia di Vicenza per andare a far la fila dal corriere insieme ad altri che già si stavano menando in attesa dei loro agognati pacchi. E per lo meno lui è riuscito a ricevere, e scopro pure stasera che quest’anno era riuscito a disintossicarsi dal malanno dei regali natalizi. Gli altri, nisba.

Mi consolo col giocattolone, cara Apple, caro Steve. Avete fatto un bel prodotto, mi piace, non mi fa la classica mantecatura alle palle tipica del notebook mentre lo uso sul divano, è fruibile anche a un ignorante in materia, pesa poco, la batteria dura una vita, l’audio è ottimo. La scatola, pure lei, è molto bella. Solo mi piacerebbe capire perché non funziona su una delle due porte USB del pc – che funziona con qualsiasi altro apparato, compreso l’iPhone 4 che già possiedo – e soprattutto perché, con quanto è bello il sistema operativo iOS, siete riusciti a fare un programma di merda come iTunes.

Cordiali saluti, buon resto delle festività, viva la globalizzazione.

Musica per le mie orecchie

Il titolo scontatissimo introduce un piccolo fatto accaduto in questi giorni, lo racconto solo per dare soddisfazione a chi si ostina a profilarmi leggendo il blog. Diciamo che avevo una cuffia AKG piuttosto vecchiotta, oltre vent’anni di onorato servizio, pagata all’epoca 130.000 lire. Qualche giorno fa sono passato davanti a uno scaffale che aveva ogni tipo di cuffia “consumer” (quindi no, non c’erano le Joseph Grado) e ho buttato l’occhio sui 69 euro della AKG K512. Presa e portata a casa, l’ho lasciata una settimana nella scatola, poi l’ho aperta e l’ho posata, col cavo avvoltolato come da fabbrica, sulla scrivania, lasciandocela per altri dieci giorni. Sì, avevo paura di rimanere deluso. E niente, stasera l’ho provata, ed è un gioiellino. Ma non riesco ancora a capacitarmi di quanto ridere mi faccia pronunciare la marca in tedesco.

Due parole sul Big Bang, o più che altro su un adorabile uomo di scienza.

Ho terminato stasera stessa, con grande rammarico (perché è terminato, non perché non mi sia piaciuto), il libro “La musica del Big Bang” del bravo Amedeo Balbi. Come molti sanno, o pochi, dipende dalla prospettiva con cui sono visti, io sembro allineato alla moda ma non lo sono, ma non sono nemmeno nella condizione opposta, diciamo che “sto” accanto, guardo passare il bus pieno di persone ma non ci salgo, non lo rincorro e non lo precedo. In questo contesto si capisce già quello che volevo dire: non ho ancora letto l’ultimo di Amedeo, “Seconda stella a destra“, perché adesso è di moda parlare di quel libro lì e io nel mio immaginario ritenevo più corretto leggere l’opera di debutto, se così si può chiamare. Ma l’ho già comprato, quello nuovo, precauzionalmente.

Introdotte le cialtronate di sorta, veniamo alla parte seria del mio post. In primis ho capito perché Alessandro Bonino, uno che io stimo a prescindere già solo per il fatto che ha un colbacco in vera pelliccia di colbacco, ritenga doveroso definire il Dott. Balbi con l’appellativo che suona come “il mio cosmologo di fiducia”. Già, Amedeo è un cosmologo, e io invece pensavo che fosse un astrofisico. Leggendo il libro capisci anche un po’ quale sia la differenza fra questi due termini (e non sto a fare la premessa sulla mia ignoranza, ormai proverbiale). Il fatto della fiducia, caro mio, dopo che ti sei letto tutto il libro capisci che in qualche modo “devi” fidarti di ciò che viene trattato. La mente umana è incredibilmente capace, ma in ogni essere opera su scenari differenti con diversi gradi di comprensiblità: ipoteticamente un buon muratore non sa fare il formaggio, un aviatore non sa andare in bicicletta e un cosmologo non sa leggere uno script in java. E così nemmeno un profanatore di sistemi informativi come il sottoscritto è in grado di comprendere a sufficienza la mostruosità di scienza che sta alla base della cosmologia. Insomma, mi fido di ciò che scrive, e mi piace pure.

Riguardo al libro non dico molto, dice già tutto lui, in modo fluido e quasi completamente “fruibile anche a una capra come me” (cit., dopo spiego) e penso che questo sia uno dei motivi per cui debba essere letto. Poi magari non ti piace la parte tecnico-scientifica, e allora puoi leggere l’indice analitico al fondo o guardare le figure. In definitiva, un argomento che ritenevo (da ignorante, come detto) fantasioso e privo di fondamento, il Big Bang, in realtà ha una struttura scientifica e una serie di teorie dimostrate e dimostrabili che lo rendono concreto e ne svelano i segreti, con buona pace di Fred Hoyle, il “romanziere” che lo battezzò con tale nome nell’intento di prenderne in giro la teoria di fondo.

A corollario tenevo a dire che Amedeo l’ho conosciuto a Riva del Garda nel 2009, ed è proprio un bell’uomo con marcato accento romano, magari un tantino basso di statura (specie se rapportato a me), ma è proprio una brava persona. E che grazie a FriendFeed ho avuto modo di fargli una domanda “in diretta” su un paragrafo che non avevo capito (“Pronto, Dott. Eco? Salve, non capisco la frase in fondo a pagina 145 del suo libro, quello del pendolo, me la spiega?” – “MavafFoucault!” – click – tut tut tut tut) e lui mi ha risposto subito chiarendomi l’arcano, non come Eco che invece mi ha buttato giù il telefono. E come un cialtrone qualsiasi gli ho segnalato un refuso e lui, dall’altro capo del cavo di rete, probabilmente sorrideva compassionevole. La citazione di cui sopra è il mio modesto tributo datogli in quello stesso direct message.

Compratelo, leggetelo. E’ scienza, funziona, e serve.

Sulla scrittura, o sulla lettura, digitale e non

Io non so niente della scrittura, come della lettura, e per indole cerco di non parlare di cose che non so. Del resto è uno dei principali motivi per cui taccio spesso e a lungo. Comunque qui vorrei spendere un paio di parole, forse tutte quelle che non ho detto in tante altre occasioni in cui c’era già parecchia altra gente che la sapeva lunga. Anzi, faccio un arido elenco della spesa, più come appunto personale che come manifesto.

1) Sui libri digitali non puoi farci i disegnini sul margine, in modo da vedere il disegno animato mentre lo sfogli velocemente.

2) I libri di carta pesano un sacco e se te ne porti troppi in valigia all’aeroporto ti fanno un culo come un portaombrelli.

3) Libri decenti ne trovi uno su mille, e lo sai solo dopo averli letti, cazzarola

4) Spesso non me ne accorgo, ma leggo in continuazione. Tutto. Dal bugiardino del medicinale di automedicazione all’etichetta della bottiglia di minerale, dall’articolo online al ridicolo EULA di un software. E poi dico che non leggo niente perché non ho tempo.

5) Sono un pipparolo autoreferenziale con così poco tempo per leggere che ce la faccio a malapena a scrivere le quattro minchiate di questo blog, e le quattromila di friendfeed. Scrivo, leggo, commento, partecipo, dilapido tempo.

6) Sono un pipparolo autoreferenziale e ogni tanto torno a leggere i miei stessi post, e mi stupisco persino di averli scritti io. Mi è persino capitato di rileggere vecchi post per intiero perché non ricordavo come finivano.

7) Prenderei a cinghiate nelle gengive quelli che al supermercato si fermano alla zona edicola per sfogliarsi tutti i giornali possibili e immaginabili senza nemmeno comprarne uno. E le riviste. E gli inserti speciali. E i libri.

8 ) Mozzerei le mani a quelli che in libreria sfogliano ogni libro, strappano il cellophane e stropicciano le pagine, e poi non comprano niente. Mozzerei loro le mani e le farei mangiare al loro cane, e se non avessero un cane glie ne farei adottare uno dal canile e poi lo nutrirei in quel modo.

9) Di fronte a una libreria cartacea mi si apre automaticamente la mascella e resto a bocca spalancata come un bambino in un negozio di caramelle (o un pervertito in un sexy shop). E comincio a storcermi il collo per leggere tutti i dorsi dei libri, titoloautoreeditoreecollana, e mi inebetisco. Con una libreria digitale non saprei.

10) C’è così tanta gente che scrive, ormai, che non sono mica sicuro che ce ne sia altrettanta che legge

Bon, vi lascio con un link, perché non dobbiamo dimenticarci che una volta era tutto più difficile: http://www.rarebookroom.org/

Appunti

Era da un po’ che volevo farlo, poi ho comprato il DVD e finalmente stasera, dopo averne sentito parlare in ogni salsa sono riuscito a vederemi in santa pace il film Avatar. E niente, volevo solo dire che così a prima vista sembra un film di fantascienza.

Tu Slegami

Non chiedetemi perché, ma gallizio mi ha istigato a fare una delle cose più inusitate della mia vita: una prefazione. E il layout del libro Tu Slegami, che vi invito a scaricare in PDF. Se volete, ovviamente.

Tu slegami è un non-viaggio fra l’eco dei metasilenzi. Hackim Bey deve tornare sul suo pianeta ma non può farlo senza le parole, alimento della sua astronave. La necessità di fuggire prima che esploda tutto è effimera, perché non c’è un tutto, non c’è un’astronave, non c’è nessun pianeta. Paradigma della vita, il voler fuggire dal bisogno per bisogno è ricorsivo e suicida: l’antiaccontentamento come stimolo e condanna. Alla fine Hackim ce la fa a distaccarsi dall’esistenza di questo mondo, ma non per raggiungere il suo pianeta in uno spazio-tempo distorto bensì per scomparire, semplicemente, smaterializzandosi in un turbinio di dolorosi versi.
Tu slegami è un omicidio a mani bianche, efferato e inspiegabile, nella pelosità nulla di un mondo arido e incapace di reagire. Come una gradinata dopo una grandinata, spigoli pericolosi su marmi sdruccioli, il dolore della maturazione contrapposto al pericoloso disequilibrio in un inevitabile anelito vitale. Salire, fuggire, decollare per non ritornare, e poi scoprire che non si è mosso un passo, e le ferite che sanguinano copiosamente. Slegarsi da un mondo per incatenarsi a testa in giù nel nulla: il misero destino di chi ha bisogno di trovare le parole già prodotte e non ne sa fare di sue. Non è sufficiente la postura, serve un motivo per andarsene e uno per giungere, senza i quali il viaggio avrà termine nel medesimo punto da cui è partito, ma col danno di molte energie bruciate e rimpiante.
Tu slegami sarebbe da leggere dietro prescrizione medica, da consumarsi lontano dai pasti e dalle eresie degli schemi preordinati, ponendo attenzione a non incespicare nelle trappole del conformismo schifoso e appuntito di cui l’imbecillità inumana dei troppi farisei si nutre.