Improbabile dizionario

Tu Slegami (ebook)

Consigli per gli acquisti

Comunque vada sarà una grossa delusione

«Un libro pieno di parentesi, mal scritto, farcito di nonsense e turpiloquio gratuito, irriverente, politicamente scorretto ma, tutto sommato, pieno d’amore, d’amicizia e di citazioni alla tradizione del natale (rigorosamente in minuscolo). Per una più snella lettura, se non avete pazienza come invece sarebbe d’uopo, potete andare direttamente all’indice a pagina 32. Tale opzione vale anche se non avete alcuna intenzione di leggere il libro. L’indice, di per sé, è già bellissimo di suo».

Comunque vada sarà una grossa delusione

Comunque vada sarà una grossa delusione

Un giorno per scherzo ho scritto un thread su Friendfeed che diceva più o meno «Io, per natale, mi mando una email, va bene?» salvo poi correggere il “mi” in “vi”. Sapendo che sono un cialtrone, molti hanno fatto il solito hide senza badare più di tanto a quanto scritto. Quasi tutti gli altri già mi tengono relegato in liste tipo “per carità diddio” oppure “non. aprire. questa. lista” e quindi non possono aver letto il thread. I pochi di buon cuore che ancora mi tollerano (e che non erano distratti da cose ben più importanti) hanno creduto al progetto e hanno dato la loro adesione. Costoro, ben quattordici persone, adesso hanno un’orrenda letterina di natale personalizzata. Siccome non avevo voglia di fare un testo singolo (che poi sai lo sbattimento a inviare quattordici mail) ho raccolto tutto in un PDF e l’ho mandato ai destinatari, ma per non togliere a nessuno il piacere di leggere le vaccate prodotte ho deciso di mettere anche qui il mio parto. Il testo è come descritto nell’incipit che ho riportato qui sopra, quindi poco adatto ad essere letto alla recita di natale dei vostri figli, o in un circolo letterario.

Altro non c’è. Per scaricarlo cliccate qui o sulla foto del post, o nel solito boxino a sinistra. Buon divertimento e buon auguri a tutti.

Obbedisco!

Il caro Zio Bonino mi ha chiesto di adeguare il mio dinosauresimo alle esigenze dettate dalla modernità, cioè di uscirvi l’Improbabile Dizionario degli Insulti Cuneesi anche in versioni adatte per quei cosi senza tastiera tipo iPad o Kindle (che il Kindle la tastiera prima ce l’aveva, poi glie l’hanno tolta, comunque tanto non lo usi per scrivere quindi non ti serve). Io, da buon bradiposauro, ho colto al volo la richiesta dello Zio e sono rimasto ben ventinove ore a guardare dalla finestra del bagno, nel caso la natura avesse provveduto per me. E come nelle migliori fiabe, ciò è accaduto perché il mio amico manicardiopatico, al secolo Marco Manicardi, ha provveduto con le versioni epub e mobi tanto care allo Zio.

Che dire, godetene se v’aggrada, e se non v’aggrada è uguale, vi voglio bene lo stesso.

L’improbabile

Dopo mesi di riflessioni e qualche giornata di duro lavoro sono riuscito finalmente a mettere in piedi un piccolo pdf dove parlo, in maniera spero leggibile, del micromondo a sud di Cuneo e dei coloriti insulti usati dalla strana gente che lo popola.

Lo potete scaricare qui o dal boxino in alto a sinistra.

Buona lettura.

No, niente

Era solo per dirvi che domani probabilmente riesco a mettere sul blog un lavoretto a cui tengo molto. Ho scelto domani perché è il 25 novembre, manca un mese esatto a Natale e io volevo farvi un regalo in anticipo. Non so se sarà gradito o meno, l’importante è che sia riuscito a sfornarlo e toglierlo dalla mia testa che ultimamente è piena come un treno per Lourdes.

Stai tunato.

Facebook delle mie balle

E’ uscito Tap Roul, una meraviglia cartacea per palati fini e anime non ancora profanate dalle sfumature di grigio. Non ho idea se sia comprabile o leggibile, l’autore/curatore/deus ex machina Mario Pischedda dice, in forma riservata, “spammalo ad infinitum, vale il trittico : o baratto o elemosina o gratis (ma solo x chi soffre di stitichezza certificata)”. L’editore è Gallizio, l’uomo dei ravioli al Pleens. Il delirietto qui sotto è il mio piccolo contributo al libro. Il titolo del post è, ça va sans dire, di Mario Pischedda.

Facebook è una storia mal raccontata dove si narra di un tale che non voleva farsi trovare, e neppure cercare. È l’illusione di avere il culo sulla sedia, quando invece poggiata al calduccio c’è appena la testa, e non sempre è la tua. È la sicurezza di essere l’unico gatto maschio in una casa in calore che attrae con lusinghe fornicatorie ma non espone mai il cartellino del prezzo, al massimo quello del nome del padrone. Facebook è il “e tu chi minchia saresti” elevato a potenza, anche se neppure a Matera son da meno. È una ipercalorica porzione di dolce alla fine di un pasto suadente, una suggestione sulla digestione, praticamente un istigateau. Finisco il cibo, faccio sciarpetta trascurando il fatto di non essermela levata prima, sono finalmente satollo, mono e polinesiano, come Bikini ma con la esse pagata a parte. Satollo Sbikini, bel posto, ci voglio andare col mio amico pastore a fare una vaccanza, ma devo fare il vaccino prima di svaccarmi su quelle bianche scogliere. Magari là non mi prende l’Internet, ma nemmeno mi posa. Là fra quei lidi infestati da gronchi, crostacei rosa francobollati agli scogli con le loro chele. Là, nota, pacifica isola.

Facebook è ormai insito nella cultura popolare, ma più che un bene è un malanno, un cane malato enne volte, altrimenti sarebbe un malano. Facebook non è, ma ha. Possiede, noi e la nostra voglia di esserci per poter dire “c’ero” senza sapere se ci sono ancora. Me lo vendono come una soluzione, ma sono conscio di comprare un problema pagandolo caro e con gl’interessi, passivi pure loro. Su Facebook c’è il pulsante “mi piace” ma manca tutto il resto: “sei un cretino”, “ti vomiterei sulle scarpe”, “hai la faccia di una pantegana macilenta in cerca di cibo fra le baraccopoli di Lagos”. Propongo anche il pulsante “Puzzi”, che digitalmente rende bene l’idea, perché a puzzare è ciò che dici, e non ciò che essudi.

Su Facebook ti proponi col tuo nome, perché è ciò che ti rappresenta in società, salvo poi lamentarti che qualcuno ti cerca con quel nome, e a meno che non ti chiami Acamporo Regubelli Pissipù, è facile pure che quelli che ti stanno cercando ti scambino con qualcun altro da cui avanzano un vecchio debito. Su Facebook tu non sei, tu rappresenti ciò che pensi di essere, metti la foto più bella che hai di te, senza renderti conto di essere in realtà la perifrasi di un avvoltoio morto sulle sponde di una palude. Facebook è la didascalia in cirillico di un’immagine sbiadita e spennarellata con l’UniFosca, è la celebrazione della decerebrazione.

Come faccio a stare lontano da Facebook? La lontananza è andare, senza moto non c’è distanza. Quindi è semplice, non vado, resto, ma mi sincero che il motivo per cui resto sia di stucco, possibilmente pregiato, e non volgare imitazione. Perché non si può fare senza Facebook. Cosa, direte voi. Cosa cosa, dirò io, sapendo che una delle due è un verbo, e il verbo – si sa- si è fatto canne e deve ancora riprendersi dalla copula. Senza Facebook siamo persi, il nostro vicino di casa per spiarci sarebbe costretto ad affacciarsi alla finestra, e non sarebbe un bel vedere. Staremmo il giorno intiero a mettere in fila bestemmie come catadiottri senza sapere cosa sta facendo la nostra amica Kiki Lurbipalli Corcòn da Cornaredo. Come si fa, dico io. Si corre il rischio di perdersi in un bicchier d’acqua, di smarrirsi in un batter d’occhio che pur con tanto battere non ha alzato un quattrino, ancora. E poi l’occhio medesimo vuole la sua parte, ergendosi a magnaccia di se stesso dietro quella palpebra protettiva dove irride l’iride e le fa portare le cornee. Pensiero cristallino ma lenti dolenti, fosse congiuntivite? Fosse. Comuni ma non troppo.

Il post dove faccio la recensione de “Il fiuto dello squalo” di Gianni Solla

Ci trovammo di fronte a un problema spinoso. L’editore, altero e forgiato da decenni di esperienza sembrava non voler sentire ragioni. Nell’evidente titubanza di fronte al nuovo romanzo si nascondevano odori e sapori familiari. L’odore del tonfo, ad esempio. Il sapore dell’invenduto. L’inquietudine per l’irrealizzabile in ragione del business. Che poi l’odore del tonfo altrove cambia vocale e sintetizza perfettamente certe realtà irriverenti all’olfatto, ma questo è un altro discorso. Come convincerlo? Come far breccia nella sua coriacea scorza?

Mi feci avanti per sgretolare lo stallo in cui la discussione ormai sembrava voler galleggiare.

«Senta, qui stiamo parlando di un autore emergente, di uno che ha stoffa, di uno che ha già pubblicato un romanzo con un titolo… insomma… niente che trascini il lettore. Non possiamo ripetere gli errori del passato. Questo ragazzo è una valigetta piena di biglietti da cento, dobbiamo aggredire il mercato e accalappiare quella massa di stronzi che dicono di amare la cultura ma poi comprano il vino secondo il colore dell’etichetta!».

Lui, l’editore, un viso scolpito nel cuoio, settant’anni suonati da parecchio, se ne stava là, seduto su una poltrona in pelle che sembrava lo stampo con cui erano state incise le rughe sul suo volto. Rosicchiava il bocchino della pipa fissando il vuoto, quando, in corrispondenza del mio punto esclamativo, sollevò un sopracciglio.

«Non so come lei possa dar credito a questo presunto romanziere che nasconde dietro a un personaggio negativo un’autoreferenzialità imbarazzante».

Incalzai.

«I romanzieri sono tutti autoreferenziali, tutti nascondono dietro al loro personaggio le magagne della loro stessa vita. E poi, scusi, uno che ha una vita normale come potrebbe gettarsi nel torbido mondo della cultura à dépenser? Quale diamine di stimolo…». M’interruppe bruscamente. «Chiamiamo i creativi. Solo loro potranno dipanare la matassa».

«Oddio, se lo dice lei…».

Pronunciò le parole magiche attraverso un decrepito interfono, residuato bellico della campagna d’Africa. «Signorina, mi chiami Carannante e Cuniberti».

Entrarono senza bussare, sotto lo sguardo dell’editore, uno sguardo irrigato di misantropia. «La questione è: che titolo dareste al romanzo che vi ho chiesto di leggere ieri l’altro? ». Dopo un lieve tentennamento parlò Sossio Cuniberti, il più anziano dei creativi. «Beh, sa, abbiamo letto il romanzo, così come avevamo letto il precedente, ed effettivamente ci troviamo di fronte a una situazione non chiarissima. Cioè, sappiamo come la pensa lei, la continuità, il rigore, il disprezzo per l’effetto sorpresa, ma qui si tratta di andare oltre, anche a rischio di deluderla».

«Datemi dimostrazione che non butto nel cesso i soldi che vi verso sul conto in banca, e in fretta» ribadì lui con non troppo malcelata aggressività.

Intervenne Siderno Carannante, uno che ancora oggi sorride quando gli chiedono l’origine del suo nome. «Abbiamo pensato a una cosa tipo “Enfiteusi“…»

«Ditemi che state scherzando».

«Io avevo pensato a “Lo squalo aggredisce ancora“» balbettò Cuniberti, con un leggero tremolio alla palpebra sinistra.

«Dobbiamo vendere il libro o vedere intiere famigliole vomitare davanti agli scaffali???» tuonò il boss.

«Ma Presidente, il libro fa schifo, non possiamo ingannare il lettore…»

«Dica qualcosa lei, Bisio, che mi sta venendo l’orchite»

«Non Bisio, Biso, io mi chiamo Biso» dissi appena prima di essere investito da uno sguardo trasudante odio. «Avevo pensato a una cosa che celebrasse l’autoreferenzialità dell’autore dando l’opportuno peso alla trama, un filo sottile che dà vita a quella che intravvedo come una splendida storia d’intenti irrrealizzati e, forse, irrealizzabili».

«Cioè, cazzo?». Era solito darsi al turpiloquio, il boss, se perdeva la pazienza. E chi non?

«Il titolo che suggerisco è “Ragazza che limoni Solla“. Semplice, immediato, indirizzato dritto al cuore dei giovani d’oggi»

«Siete licenziati, tutti e due» disse rivolto a Cuniberti e Carannante. «Lei Bisio, Biso, come diavolo si chiama, metta giù due righe, domani andiamo in stampa».

 

Nota dell’autore: Il libro di Gianni Solla lo potete trovare ovunque, ma sul sito di Marsilio se ne parla (giustamente, dico) e lo si compra anche sullinternette, qui ad esempio, o anche qui. E’ molto moltoso, e anche ancoso. Mi è piaciuto, andrebbe letto e adottato come libro di testo alle elementari. (Gianni, i dati per il bonifico te li mando via mail).

 

 

Stavolta abbiamo proprio esagerato

Non volevo raccontare del recente viaggio a Dubai, ma alcuni lettori mi hanno fatto pressioni e inviato messaggi minatori. Quindi, comme d’habitude, ho esagerato e ci ho fatto un pdf scaricabile. Per gli insulti, la mail è in copertina.

Edit: il buon Many mi ha mandato la versione epub, ringrazio ed ossequio, la trovate qui.

Me raccontare Roma un giorno

Scrivere di Roma non è semplice, la letteratura sull’argomento è abbondante e consistente. Il presupposto è che lei è lì da sempre, sei tu che non ci sei. Poi capita che la rivedi all’improvviso dopo trent’anni e non la trovi per niente invecchiata.

La prima sensazione è che i romani si siano evoluti pur mantenendo gli schemi dell’antico. Una volta c’erano i bastioni fortificati, adesso c’è il Grande Raccordo Anulare, fatto comunque per tenere alla larga lo straniero. La logica costruttiva pare aver spinto lo sviluppo orizzontale più che quello verticale, almeno per quanto ho intravisto dall’auto. L’impressione è quella di trovarsi in periferia, una periferia qualsiasi. Ovunque ti sposti vedi paesaggi diversi, collineggianti, poco proiettati verso l’alto, non confrontabili con altre grandi città circondate di palazzoni popolari alti venti piani. Sembra di essere a Padova, ecco, se non si bada all’inesistenza della pianura.

Il navigatore satellitare è fatto per perdersi con stile. Fai appello ai tuoi istinti di montanaro per colmare le lacune di quella voce petulante: più avanti tenere la destra, poi tenere la destra, poi tenere la destra, poi prendere la corsia di destra. I testi glie li ha scritti Storace, evidentemente, anche se manca la parte dove devi fermarti a prendere a bastonate qualcuno. Arrivi nel luogo prefissato dopo una sequenza di svolte e semafori sulla Cristoforo Colombo, panorama su EUR e palazzo della Regione. Rettilineo, inversione a U, rettilineo, inversione a U, sembra una gara di bighe al Circo Massimo. Scendi, l’aria è fresca, meno male, la tua buccia nordica ringrazia. «Ciao, siamo qui nella tua via». «Dove di preciso?». «C’è un negozio con scritto Kupfer, sull’altro lato della piazzetta ce n’è uno con scritto Mantegna». «Ma dove cacchio siete finiti?». «Scusa ma se non lo sai tu, siamo spacciati». «Ma ci sono delle macchine parcheggiate?». «Avoja». «Ah, allora ho capito, scendo». E’ da quando siamo partiti che vediamo macchine parcheggiate, stento a credere che sia un indicatore attendibile. Jessica è tenera e non sa quanto siano rompicoglioni i nordici, non ancora. Arriva, ci abbracciamo come se ci conoscessimo da sempre, invece è la prima volta che ci vediamo. Mia moglie saluta, si presenta, si stiracchia, sette ore in auto sono tante.

«Questa casa non è un albergo,» sembra recitare un minaccioso portaombrelli nell’ingresso, «è meglio». Jessica ci ha preparato una stanza che di primo acchito ricorda il dietro le quinte di un teatro, quegli arredamenti che “succedono”, che insinuano mancanza di definitività pur essendo nati lì. Ha anche preparato la cena, meravigliosa, un sottile masochismo per capire quanto siano stracciamaroni gli ospiti. Le voglio un bene dell’anima, pochi sarebbero stati così coraggiosi ad ospitare uno che non ha mai nascosto di essere abbarbicato alle proprie abitudini. Mia moglie è diversa, più accondiscendente e adattabile. Vanno subito d’accordo, una coalizione contro il mio tradizionalismo arroccato. Affinità elettive, le chiamano.

A Roma ti sposti con i mezzi pubblici, una comodità che noi provinciali percepiamo in modo differente rispetto al cittadino habitué. Fai trenta metri e hai il bus, a Roma. Su da noi, fai trenta metri solo per andare a prendere la giacca nell’ingresso di casa. I bus a Roma sono a flusso continuo, non so se è stato culo ma non abbiamo mai atteso più di due minuti. A Cuneo ce n’è uno ogni ora, lì il culo non serve, devi iniettarti in vena una boccetta di “spremuta di mahatma” per farcela. Il primo viaggio verso il centro è durato relativamente poco, fermata Campidoglio. Roma inizia qui, sembrano dire i muri. Scendiamo, respiriamo aria romana. Roma la devi respirare, non puoi solo vederla. E spostandoti a piedi di respirare a volte persino ti dimentichi, tante sono le monumentalia da vedere. Il clima sembra quello di Londra, piove, fa sole, la madonna va per viole, apri l’ombrello che puntualmente si capotta con un refolo di vento. Scirocco, mi dicono dalla regia. Le pavimentazioni in pietra accompagnano i nostri passi per chilometri, dall’Altare della Patria al Colosseo, poi in tondo per tornare in Piazza Venezia e via verso Torre Argentina, Piazza Navona, il Pantheon, una sosta al pub in Piazza Sant’Andrea della Valle dove un litro di Slalom ci riporta alla realtà. Poi ancora un caffé al Sant’Eustachio, Montecitorio, Palazzo Chigi, fontana di Trevi, via del Corso, via del Babuino, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo. Dodici chilometri a piedi in mezzo a ogni razza, lingua e religione del mondo. Dall’aggressione dell’acido lattico ci salva la metro in Piazzale Flaminio per un’ultima puntatina a San Giovanni in Laterano. Da rimanere senza fiato, anche in senso figurato. Cena frugale, ossa rotte, torniamo a casa con gli occhi sbarrati come quelli dei bambini alla fiera delle caramelle, ma con in più quattro bottiglie di birra nello zainetto, sai mai, venisse sete.

Per il giorno successivo sono previsti San Pietro e Castel Sant’Angelo, sole e tepore ci facilitano le cose. San Pietro mi delude un po’, non so perché, forse le fantasie di Dan Brown hanno nutrito aspettative troppo grandi rendendo confidenziali luoghi in realtà ben più riservati. Appena fuori dal colonnato trovo dei manifesti della Militia Christi e spendo in un sol colpo tutto il bonus bestemmie fin lì accumulato. Religione e fanatismo, fede e ignoranza, quanto migliore sarebbe il mondo senza certe commistioni. Roba che i cartelloni della Polverini in confronto sono rassicuranti. Ci allontaniamo agganciando un ristorantino dove incrociamo Francesca Reggiani, ma non era lei a cucinare. Mi ha riconosciuto subito, voleva un autografo. Ci spostiamo quindi a bordo Tevere dove Castel Sant’Angelo si lascia visitare da cima a fondo, offre vedute panoramiche a perdita d’occhio e ci regala un caffè ristoratore a prezzo onesto, considerata l’imponente, storica cornice. La sera si mangia romano, finalmente, Osteria del Cannellino al quartiere Flaminio, in compagnia di amici noti e meno noti radunati grazie alla mia storica incapacità organizzativa, in pieno stile Ragionier Filini di fantozziana memoria. Cacio e pepe, Frascati e saltimbocca, altrimenti che turisti saremmo? Si chiacchiera, si mangia, si festeggia, sguardi sorrisi e foto di rito con Alessandra, Duccio e prole, Sora Frattaja e fratello Numero 6.

Poi arriva il momento dei baci e degli abbracci, raduni le cose in valigia, vorresti portare con te una fettina di quel breve viaggio. Le mille foto scattate alla fine non servono, perché i profumi, i suoni, l’aria di Roma non restano impressi nel sensore della fotocamera, ma solo nel cuore. E così anche gli affetti, e la preziosa amicizia di persone che presto vorrai rivedere, e sei già lì a sfogliare il calendario e a capire come rendere interessante un viaggio a Cuneo in un periodo in cui mancherà la neve, la nostra attrazione principale.

La maionese ecosostenibile

Battaglie ecologiste qui sopra, se non ricordo male, non ne trovate. Però nutrendomi ho scoperto che a volte dietro a un messaggio che pare volto a salvare la terra dall’inquinamento si nascondono cose curiose. E’ il caso della maionese Coop, prodotta dalla Formec Biffi. Ora non sta a me sindacare su politiche ambientali o mission aziendali di un’impresa, ognuno fa quel che gli pare, finché può. Quello che ho rilevato come un sospetto espediente di marketing ha già qualche mese di età. E’ almeno dello scorso anno infatti (motivo per cui non ricordo parole e cifre precise) la commercializzazione di detta maionese senza l’astuccio di cartoncino, operazione ben spiegata sull’involucro plastico nudo: rimuovendo il cartone abbiamo ridotto del 40% (se non erro) il peso totale della confezione. Quindi meno peso nel trasporto, meno consumo di carburante, meno inquinamento, meno un sacco di cose. Del resto è la regola predicata da ogni ente costituito a fini di protezione ambientale (e dal buon senso, per carità): evita l’imballo dove puoi. Il tubicillo, va detto, nudo non sta male, offre comunque buona protezione al contenuto e rende, a ben vedere, l’imballo di cartone del tutto superfluo. Di recente – ma l’ho notato solo oggi – la didascalia sul tubetto è cambiata. Mi avvisano che hanno deciso di non usare più uova di galline allevate in gabbia, ma solo di animali liberi di razzolare a terra. Lodevole, l’uovo ne guadagna sicuramente in gusto e qualità, l’animale non soffre le pene dell’inferno in batteria e potrà finire in pentola senza fare una vita grama. Però è rimasto un piccolo “banner” dove viene spiegato come smaltire l’involucro in plastica: nel cassonetto del… non riciclabile.

Prego?

Sì. La plastica del tubetto è, come prima, di materiale non riciclabile, quindi va a fare mucchio nelle già gigantesche discariche italiane (e non solo). Per carità, cosa vuoi che sia un tubetto, in fondo buttiamo via così tanto materiale (non) riutilizzabile, un pezzo in più non farà mica la differenza… Il punto è questo. Se Coop, che lodevolmente persegue la politica del rispetto (per l’ambiente, per i lavoratori, per i consumatori), con i danari risparmiati sul cartoncino investisse un tantino sulla ricerca di un tubetto in materiale riciclabile allora potremmo parlare di un vero passo avanti, conforme a suddetta politica. Invece pensate a quanta energia è necessaria per incenerire quel tubetto e a quali e quanti gas nocivi vengono emessi in atmosfera in tale attività di smaltimento. La didascalia purtroppo dice “Coop per l’ambiente”. Ripeto: sono certo che la Coop sia sensibile nei confronti di questo povero pianetucolo e che stia già facendo qualcosa per arrivare al contenitore riciclabile, nel frattempo però ha eliminato il cartoncino, il pericoloso inquinatore. Su quest’ultimo, in termini puramente informativi, vi dico: l’astuccio in cartone è riciclabile al 100%, e dopo una lavorazione che a) non devasta l’ambiente, b) non emette in atmosfera gas nocivi (e se lo fa, lo fa in proporzioni infinitamente minori a quella di un’industria plastica o di un inceneritore), c) non divora quantità spropositate di energia, esso ritorna a fare lo stesso mestiere, ovvero l’astuccio. Il riciclo della carta ha una resa più che buona, e con una minima aggiunta di fibra vergine (per conferire caratteristiche fisico-meccaniche alla fibra “impoverita” del riciclato) ritorna esattamente com’era in origine. Inoltre le piattaforme per il riciclo della carta sono ormai una realtà consolidata sul territorio, e i sistemi di raccolta differenziata ampiamente collaudati e “rispettati” dai cittadini. Detto questo, so benissimo che non si può mettere la maionese dentro al solo astuccio di cartone (anche se prodotti come il Tetrapak lo potrebbero fare), ma pensare di fare la differenza per l’ambiente eliminando il solo imballo in cartoncino secondo me è un errore.

E, post scriptum, nonostante si tratti di una delle migliori salse maionese in commercio, un 10% in meno di sale farebbe felice anche il mio palato, ma questo è un altro discorso.

L’ABC del piccolo scrittore, dove la C non c’è o se c’è è elencata impropriamente.

Premessa: questo piccolo vademecum è improntato nella fattispecie per coloro che non hanno fatto gli studi alti. I concetti sono espressi in modo semplice senza uso di parole difficili, e soprattutto sono farciti di incongruenze e contraddizioni spaventose.

Scrivere è l’atto di esprimere un pensiero in forma grafica, facendo possibilmente in modo che a) il pensiero sia almeno minimamente comprensibile e che b) venga rappresentato accostando lettere dell’alfabeto in un ordine non proprio casuale. L’insieme delle attività a) e b) si chiama scrittura. La storia insegna che da sempre l’uomo ha scritto, o ha provato a scrivere. Nelle caverne di Lascaux (anche in altre grotte, ma non stiamo a perderci in dettagli) ci sono decine di disegni pittati sulla roccia, o scolpiti in essa (con la scultura nacquero anche le prime bestemmie, per via delle martellate andate fuori bersaglio [nda]). I popoli dell’antica Mesopotamia scrivevano nelle tavolette d’argilla con caratteri cuneiformi, ma è ancora tutto da dimostrare che fosse vera e propria scrittura, probabilmente era solo un passatempo. Gli Egizi facevano intieri poemi a vignette scolpiti nel granito e manco uno che si degnasse di scrivere due parole. Poi, arrivati ai Greci e ai Romani vi fu l’avvento della grafia vera e propria, con conseguente nascita della letteratura, e finalmente le cose venivano scritte e c’era persino della gente che riusciva a leggerle. Di lì in poi è praticamente storia dei nostri giorni. Ma riprendiamo il filo del discorso: nella letteratura ci sono sempre stati molti scrittori o presunti tali che se la cavavano benissimo con l’azione b) ma avevano pesanti lacune sulla a). Nello stesso tempo ve n’erano altrettanti con una capacità di cui alla lettera a) veramente impressionante, e poi si sfracellavano contro il muro dell’attività b). Tu, o mio lettore e destinatario di questo trattato, che hai appena finito le scuole basse, dove “appena” indica che “ce l’hai fatta per un pelo” e non “ieri“, devi prima domandarti se sei in grado di soddisfare i requisiti di almeno uno dei due punti salienti. Sei un tipo da a)? Hai la cocuzza che macina pensieri e sogni e fantasie incredibili? All’asilo avevi già imparato a scrivere “troia” su un bigliettino per poi lasciarlo sul banco della tua compagnuccia tanto antipatica? E quella parola ti diceva qualcosa? Nel senso, conoscevi il significato di ciò che scrivevi? Avevi, in definitiva, voluto realmente scrivere quella parola perché la pensavi e la sentivi come necessaria? Bene. Sei un tipo da a), è evidente. Per inciso va detto che nell’ultima auto-domanda si percepisce facilmente l’incunearsi di una terza forza, la necessità, ma ne parliamo più avanti. Vediamo il secondo caso, la b). Nella tua vita lavorativa non hai ancora lasciato mezza mano in una pressa o in un ingranaggio? Usi le mani per altre cose oltre che per la masturbazione? In auto quando qualcuno ti sorpassa malamente o ti taglia la strada, sai usare le dita e le mani per esprimerti? Ok, sei un tipo da b). Se poi hai anche sprecato buona parte della tua gioventù per imparare a scrivere su una tastiera, sia essa meccanica o elettromeccanica, allora butta via la biro che è roba antiquata, sei proprio il tipo che fa per l’attività b), non ci sono dubbi. Noterà il lettore attento – quello cioè non ancora svenuto, non ubriaco (o comunque non completamente ubriaco), diciamo in una condizione intermedia fra “sveglio a sufficienza” e “boccheggiante in uno stato di semipresenza prodromo al coma” – che anche in parte dell’attività b) c’è la permeanza della famosa terza forza, la necessità, e qui non posso più rimandare, perciò spiego.

La terza forza, quella non scritta, è semplice e immediata: se hai bisogno di scrivere, scrivi. E fin qui niente da dire. Anzi sì. Perché senti il bisogno di scrivere? 1) Perché vuoi che qualcuno legga ciò che scrivi, 2) perché ti pagano per scrivere, quindi hai bisogno di scrivere per sfamare la tua famiglia, 3) perché non puoi esimerti dal lasciare un ricordo sul parabrezza di quel coglione che ti parcheggia sempre attaccato all’uscio di casa, 4) perché sei muto, 5) perché colui cui stai destinando il messaggio è sordo, o, più politically correct, audioleso, 6) perché non ti ricordi niente e te lo devi appuntare, tipo come quando tua moglie era con te al supermercato e tu dopo dieci minuti hai detto “ma che cazzo faccio qui?” e te ne sei andato lasciandola nel reparto dei detersivi per piatti, 7) perché casualmente eri in strada con una bomboletta di vernice spray e ti è balenata alla mente una formula matematica definitiva, tipo “w la figa“, e hai voluto istoriarla sul muro del palazzo secentesco appena restaurato, 8 ) perché hai imparato fin da bambino a intagliare i banchi di scuola con profonde riflessioni sullo stile di “roby c. ha il culo che sembra la stronave di goldreic“, 9) perché la tua fidanzata lontana non aveva il telefono, tu nemmeno, oppure non avevate i gettoni, o la madre di lei la spiava e le impediva l’uso del prezioso strumento, insomma, quei tempi che non c’era ancora skype, e allora dovevi fare le letterine d’amore e poi imbustarle e poi affrancarle e poi spedirle e poi pregare che non andassero perse e poi attendere con trepidazione la risposta che non arrivava mai e allora ripartivi da capo, 10) perché semplicemente ritieni che qualcuno dall’altra parte del mondo, del tuo mondo, ritenga di dover leggere ciò che scrivi.

La risposta a questo punto puoi dartela da solo. Scegli la tua necessità, applica le regola a) curando la forma di cui alla regola b) e poi vai, e disperditi nella dimensione di chi come me non ha niente di meglio da fare.