Appunti (o perso il conto)
Vorrei andare a Podgorica solo per poter dire di essere andato a Podgorica.
La migliore interpretazione di Sergio Castellitto è stata “io mi prendo il GSM”. Peccato abbia poi insistito a credere di essere un attore.
Non ho mai visto un film di Almodovar, ma me li hanno raccontati tutti.
“Pepi, Lucy, Bom, Nantas e le altre ragazze del mucchio Salvalaggio”.
(Vaglielo a dire a John, Paul e George che hanno suonato per una vita con un biscotto bicolore).
In Romagna quando si parla di castrato si parla di leccornie. Io quando sento parlare di castrato mi viene in mente Kate Bush.
(Ma tu guarda che combinazione, han messo lo stesso titolo. No, non la Dickinson, cazzo c’entra la Dickinson, parlavo della Brontë e del castrato)
I Beatles, è storicamente inconfutabile, a Podgorica non ci hanno mai portato piede.
La peculiarità di Kate Bush era di riuscire a cantare un’ottava sopra al mio antifurto.
Quelli di Podgorica ogni tanto vengono a mangiare il castrato in Romagna.
Nantas Salvalaggio quando scrisse Cent’anni di solitudine si firmò con un altro nome. No, non “Ringo”.
Kate Bush non ha mai messo piede in Romagna, e se l’ha fatto era doppiata da Camilleri.
L’acca che manca nel titolo è qui: H.
Appunti #6
Giuro che prima o poi la faccio la battuta su Marlene Davantich.
(non era Emily Dickinson, chissenefrega di Emily Dickinson, si trattava di Emily Brontë).
Io rido, ma pensa se lo intitolava “Cime tempestose di rapa”.
Ardo dal desiderio di fare un colpo di stato d’animo.
I ragazzini passano tutto il tempo a giocare a pallone e non studiano. Balle. E’ lì che imparano i verbi difficili, tipo espulgere.
Tema: prova a dire qualcosa di poetico con una noce in bocca. “Fqhualhosha shfi phwoethjicfo”.
All’indemoniato iniettarono del permadonnato di cristòdio, nel tentativo di guarirlo. Non funzionò.
“Maestra, il mio cane ha mangiato Cime Tempestose, adesso sta malissimo”.
(Brontë del porto: Kazàn zàn zàn, càzzi quelle cime tempestose, su, si sbrighi!)
La canzone più bella dei Beatles è Love me do, ululata dal mio cane. In bau minore.
Comunque è innegabile che la Dickinson trasse un enorme vantaggio nell’essere contemporanea dei Beatles. L’apice lo toccò quando scrisse “Hey, Jude” in collaborazione con la Brontë.
George Harrison ha sempre fatto finta di suonare. E nessuno si ricorda cosa.
Cime di Rapa Nui. Lo voglio rivedere.
Appunti #5
Oggi ho fatto sessanta metri in impennata col monociclo.
E’ un periodo qua che le sigarette hanno smesso di fumarmi.
L’altra sera si parlava di Lars Von Trier, e siccome fra tutti non ne sapevamo niente, di Lars Von Trier, è successo che a un certo punto ci siamo messi a parlare di sua madre.
Che poi sono i soliti discorsi, che i Beatles erano in gamba, erano bravi, erano forti. Trovatemi un beatle che fosse in grado di andare sul monociclo, dai.
Se uno fosse cialtrone si presenterebbe sul red carpet di Cannes e direbbe ad alta voce “bubu-croisèttete!”
Mi dicono che Emily Dickinson è morto.
La prossima sfida per l’uomo è riuscire a percorrere, bendato, un tragitto urbano di cento metri con un monociclo a due ruote.
Se riesce a farlo facendosi fumare da un pacchetto di Marlboro, l’uomo ha buone probabilità di essere scambiato per un beatle.
Poi sembrerebbe che io ce l’ho con loro, ma trovo che farsi fotografare mentre si attraversa un passaggio pedonale in Babbey Road è puro sensazionalismo autoindotto.
Mi dicono che Emily Dickinson era una donna. Ciò non toglie che sia morto.
Lars von Trier non è morto, non ancora. Aspettiamo.
Appunti #4
Sono sicuro che se faccio una carbonara con cipolla, cavolo riccio, acciughina e uovo di quaglia, e poi te la presento puntandoti una 357 magnum in una narice, tu che sei un buongustaio la troverai squisita e non avrai da dire nulla sulla ricetta.
Ai Beatles mentre attraversavano lì in Abbey Road gli è andata di culo che il pullman era in ritardo.
Ho sognato Charles Dickens. Era analfabeta.
Sto ancora aspettando che il mio consulente personale (personal consulent) di letture creative mi dica quale libro di Wodehouse leggere.
I Beatles fecero una causa legale a Dickens perché Oliver Twist And Shout dicevano che l’avevano scritta loro.
Tu compreresti mai un’auto da uno che si chiama Ringo?
E’ un periodo qua che non ci sono più vulcani con nomi assurdi che eruttano.
Che poi ho scoperto che Dickens scrisse anche le prime puntate di Centovetrine.
“Voglio fare un film sulla vita di Danny De Vito, ma non trovo un attore adatto” – “E perché non De Vito stesso?” – “No, lui è troppo basso”. (cit. riadattata, ma solo per l’effetto cacofonico)
(Se domani leggo che è esploso il vulcano Ringo, mi faccio frate).
I Beatles non hanno mai saputo cosa fosse la vera carbonara, stramaledetti inglesi.
Dickens nemmeno.
“Signol Chang, cosa gualdale lei?” – “Gualdo Tadino”
Nemmeno i cinesi, sulla carbonara, mai saputo un cazzo. Figuriamoci su Dickens.
Donne (parte seconda)
Alle donne piacerebbe che tu fossi romantico senza perdere un grammo di virilità. Mi domando se han capito niente degli uomini, o se hanno già capito tutto. Alla terza volta che porti loro dei fiori, la maggior parte di esse annota sull’agenda “eccheduemaroni”. Ma torniamo indietro, alla prima volta: programmi di presentarti – appunto – con dei fiori, vestito elegante ma informale (che poi uno si chiede come si possa essere eleganti e casual allo stesso tempo, cioè si può, ma comunque tu ti vesta trovan sempre da dire) (no, non te lo dicono, annotano sul diario, sul blog, o se lo sparano con le amiche). La scena va collocata in un contesto in cui l’ultima volta che sei uscito con una donna gli elefanti di Annibale erano ancora fermi al Frejus per un problema di catene a bordo. Per l’occasione ti prepari a modino ma senza strafare, e ti radi. A dire il vero vuoi lasciare la barba di un millimetro, che fa tanto maschio vissuto, poi sbagli a impostare il regolabarba e quando te ne sei accorto hai già disegnato una pista di rullaggio sulla guancia. Soluzione “chiappe d’infante” obbligatoria. Il dopobarba: cosa metto? Quello no, per carità, è un aroma così noto che ti sgama subito che sei un tipo da supermercato. Quell’altro no, è troppo intenso, ti prenderebbe per uno delle pompe funebri. Spetta, il campioncino che hai nel cassetto da quindici anni, quello in regalo con (ma che rivista era più? boh), stappi, sembra pomata per i calli. Acqua di colonia? Eh, sì, l’ideale per sembrare appena uscito dal bagnetto di mammà. Alla fine ti ricordi un flacone di Acqua Velva, così vecchio che ne è svanita la componente profumata, se tale può essere definita. Versi, schiaffeggi, brucia come l’inferno sulla pelle non abituata alla rasatura ad alzo zero. Immediatamente inali un aroma tipo vodka e aceto che ti costringe a sciacquarti subito. Ci manca solo che ti scambi per un ubriacone. Con una sistemata ai capelli – quelli che ti restano – finisci la fase bagno, ti vesti elegant-casual-dannazione è saltato il bottone della camicia-e adesso che faccio? , opti per un golf che hai comprato dieci chili fa e ti fascia un pochino troppo il girovita – la cosiddetta adipe pleonastica – quindi decidi per la solita camicia bianca che sta bene con tutto. Scarpe, dai, stiamo sul classico. Pronto, signora? Ha preparato il mazzo di rose che le ho ordinato stamattina? Come NO! Ma scusi, mi son raccomandato tantissimo. Ah, ho parlato con la sua collega? Me la passa per favore? Senta, se è uscita io non posso farci nulla, mi prepara un mazzo di rose rosse che passo fra dieci minuti a prenderlo? Grazie, sempre gentile lei. Ti fiondi in macchina, stacchi dal vetro il supporto del tomtom che tu sei maschio, tu la strada la sai e basta. Poi togli il cd dei Manowar che magari non è proprio indicato come primo appuntamento (a proposito, che cacchio metto? Cosa le piacerà? Ti prego iddio gigidalessio no, speriamo di no, dioddiodddio). Metti niente, e ti prepari una massima filosofica sulla preziosità del silenzio. Tanto lei ha fatto l’ISEF. (Ha fatto l’ISEF vero? Ricordi bene? Sei sicuro?? Uhm, forse ha fatto lettere moderne, o pedagogia. Ok, appena suoni il citofono le dici “ciao, sono io, hai fatto l’ISEF vero?”). Arrivi dalla fioraia, ha appena chiuso. Bussi alla vetrina, le luci sono ancora accese. Signora. Signora! Arriva, lo sguardo pieno di rimprovero. “Ha detto dieci minuti!”. Mi scusi, lo so, è che ho avuto un problema. “Quale?”. Un problema di pleonasmi. Uh, che bel mazzo, quanto le devo? Quarantacinque euro?? Il suo sorriso implacabile, un’espressione che in un essere umano normale sarebbe equiparabile a una smorfia di dolore, accompagna le tue mosse verso il portafogli. “Ho già chiuso il bancomat”. Porgo cinquanta. “Ha mica cinque euro”. No. “Le faccio un buono?”. No, lasci perdere, va bene così. “Stasera lei esce con mia figlia, vero?”. Brividi nel midollo. Prego? “Dica a Valeria che domani la aspetto a pranzo”. Senti un tonfo sordo all’altezza del diaframma. Va bene, le dici, sarà fatto. “Arrivederci”. Senta, una cosa soltanto, sua figlia ha fatto l’ISEF, vero?
Appunti #2
Pensavo, ma se Einstein fosse vivo adesso, nel fiore degli anni, con la tecnologia che c’è chissà cosa diavolo riuscirebbe a teorizzare. A meno di non rincoglionirsi su Facebook con un iPad, intendo.
Pensavo anche, se Mantellini fosse vivo adesso, nel fiore de
Oggi il mio cane mi ha spiegato i segreti della fisica quantistica. Solo che adesso non me li ricordo più.
Nemmeno lui.
Saranno stati gli antibiotici.
(Per il cane, gli antibiotici. Non per me).
A me è comunque piaciuta la spiega fattami dal mio cane sulla teorica quantistica. La sa lunga il mio cane. Se solo si ricordasse le cose. E se non dovesse prendere gli antibiotici.
Il mio cane sarebbe uguale a Mandelbrot, se non prendesse gli antibiotici. Mandelbrot, intendo.
Einstein, se fosse ancora vivo, nel fiore degli anni, sarebbe geloso del mio cane. E non per via degli antibiotici.
Ho cercato “virgola” su Google, mi ha risposto “Nessuna pagina corrisponde ai tuoi criteri di ricerca. Prova a togliere le virgole”.
I Beatles erano dei grandiosi. Poi hanno incominciato a suonare.
Quando è morto Mandelbrot ho letto la notizia sui social network, pensavo fosse uno dei Beatles.
Il mio cane era nei Beatles.
Einstein detestava i Beatles. E gli antibiotici. Ma gli è sempre stato simpatico il mio cane.
Ieri mattina mi sono stupito di non trovare il Menenio nella tavola periodica degli elementi.
Dio tace perché sa già la domanda che vorrai fargli subito dopo.
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Appunti
Se non vuoi lasciare pensieri sparsi, non spargerli. Apriti un blog. Un blog è per sempre. E anche l’elettroshock può essere d’aiuto.
Ai miei tempi le reti Fininvest misero in onda dei monotematici tipo “I grandi portieri di Canale 5″. La prima puntata parlò di Piotti, e questo avrebbe dovuto farmi capire molte cose.
Pensa se mentre stavano per raggiungere la capanna della natività i Re Magi fossero stati colpiti da missili israeliani.
Credevo che l’Accademia della Crusca fosse una scuola per panificatori. E invece no, ci fanno corsi di maquillage.
Non ho ricevuto SMS di auguri per capodanno ma non ne ho nemmeno mandati. Non credo in questa tecnologia, non prenderà mai piede.
La vera condizione di realtà aumentata è l’ubriachezza.
Dopo California, Florida, Francia, Giappone e Cina, la Disney vuole costruire un resort dedicato a Topolino in Afghanistan. A Herat, dicono in bene informati.
Mancano 364 giorni alla fine dell’anno, e non so cosa mettermi.
Soap a pera
Fin dall’avvento della televisione le grandi menti si erano sempre chieste che diamine andava inserito dentro a quel tubo catodico, e la risposta la diedero i brasiliani, che escogitarono un modo per tenere impegnate le casalinghe per intiere ere geologiche: le telenovelas. Ora, mi conoscete, insomma, quasi, non è che io passi il tempo a consultare almanacchi per capire chi per primo ha fatto cosa, ma mi pare di ricordare una trasmissione che diceva più o meno quanto riportato. Ero ragazzo, che vuoi che mi fregasse delle telenovele, e pure Sonia Braga non è che mi piacesse, con quelle ginocchia ossute, i capelli che parevano un maglione infeltrito e la bocca tipo imbarcazione di fortuna, colore compreso. Gli inglesi invece facevano abbruttimenti di libri gialli, e gli italiani cercavano di imitarli perché non consideravano apprezzabile – non in prima battuta – lo sforzo dei brasiliani. Ricordo una specie di teleromanzo a puntate dissociate, nel senso che seppur con tema comune – il giallo – non avevano alcun nesso fra esse (e qui gli enigmisti verranno a dirmi “SNESSOS” e io li insulterò, oh se lo farò). Uno di questi riadattamenti televisivi si intitolava “La zuccheriera” e non so da quale scritto fosse stata tratto, e cosa me ne importa, a dire il vero, comunque parlava di quattro carampane che probabilmente indagavano su come fosse morto il marito di una di esse, finché scoprirono che qualcuno aveva messo il veleno nella zuccheriera. E mi rimase impresso il volto di quella vecchia cornacchia che, semistrangolata nel suo colletto di pizzo di elisabettiana memoria, sibilava “La zuccherieeeera”. E niente, non volevo dire un granché, e forse si era pure capito. Quella cosa del veleno nello zucchero, a un ragazzino non goloso ma bisognoso di ventiduemila calorie al giorno – data anche la considerevole dose di pippe sport che si faceva – fece nascere qualche dubbio sulla possibilità di riporre fiducia in una vecchia carampana sibilante col collare elisabettiano. E se non ero il solo a nutrire dubbi, molti altri saran stati felici, con me, dell’invenzione dell’aspartame.
Fare shopping in tre (mia moglie, Giulia Blasi ed io)
Il tentativo di dare un senso al sabato pure oggi è stato fatto, con discreto successo, pena il solo alleggerimento del bancomat. Prima un salto all’Euronics per vedere se con diplomazia riuscivo a esortare i commessi a farmi accendere un monitor da 24 pollici per vederlo dal vivo. Niente, quella gente pretende che uno compri i monitor a scatola chiusa. Hanno centoventimila televisori accesi e nemmeno un monitor. Che poi uno potrebbe comprare qualsiasi cosa senza vederla in funzione prima, ad esempio un tostapane, o un hard disk. Un monitor no, con quello ci fai un matrimonio, sarà lui che avrai davanti agli occhi per centinaia di ore da quel momento in poi, non puoi prendere così a cazzo una cosa che vedrai più spesso e più a lungo di tua moglie. Niente, sono irremovibili, nemmeno l’ultimo modello a led non mi fanno vedere. Ho comprato tre pile da un euro e novanta, al diavolo.
Poi c’era da fare la spesa, e mi sono imbattuto in una disposizione non ergonomica degli scaffali del supermercato. Valicato l’ingresso, prima cosa dovrebbe esserci il banco del fai da te, con le motoseghe, e poi, solo poi, gli scaffali dell’edicola. Perché immancabilmente arrivi lì e trovi i soliti due stronzi che sfogliano TUTTE le riviste senza comprarne manco una. La motosega servirebbe. Magari in zona anche lo scaffale dei mociovileda, che con una motosega in mano e una coppia di stronzi a portata di lama è un attimo che riduci tutto a uno schifo sanguinolento e frattaglie. Pazienza, trattengo la rabbia a stento, mi avvicino loro e lascio una scoreggia silenziosa in zona, così imparano. Stronzi.
Poi mi avvento sui libri, ne compro tre chili, soprattutto opere che col tempo ho perso (sì, ho perso dei libri, e allora? Cazzo, ho fatto un solo trasloco in vita mia e in quel trasloco ho perso uno scatolone di libri, e allora me li sto ricomprando tutti). Poi dribblo abilmente una decina di anzianòpedi che ciondolano fra il pentolame e le masserizie dell’omonimo reparto, e piloto il carrello in zona birra. Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina, Tabachera, Volpina. Riempio il carrello di bottiglie da mezzo litro del prezioso nettare. C’è n’è ancora una, dice mia moglie. Passala qui che ci sta ancora. Lo scaffale è vuoto, godo il doppio sapendo che chi arriverà dopo di me troverà niente. Comprati la menabrea, deficiente.
Andiamo in libreria che sto cercando una cosa? Va bene, però lo sai, cara moglie mia, che rischio molto quando entro là. Dai, andiamo. Entriamo, abcdefghijklm, tutti in ordine alfabetico, mi prude il bancomat, mi imbatto in “Il mondo prima che arrivassi tu” di Giulia Blasi. Chiedo alla commessa E’ l’ultimo pubblicato dalla Blasi, vero? Sì, però è di settembre. Quel però mi uccide, cosa t’importa se però è di settembre? Io mica l’ho ancora letto. Le dico Lo sa che io la Blasi la conosco? (sguardo stupito e curioso) (commessa carina). Lo sa che mi ha anche baciato! (sguardo che volge al sarcastico, poi la condanna inespressa, Caro cliente, stavolta l’hai sparata troppo grossa). Delitto e chesfiga. Vorrei dirle No, ma davvero, eravamo lei io e altre millanta persone, lei guardò solo me, e accostò le sue labbra alle mie gote, il rossetto pompeiano, o rosso glysolid, acceso, violento, un sorriso meraviglioso. Mi ha anche cazziato, pensi! La commessa se ne va, idillio bruciato. Di lì a poco trovo “Piccone di Stato” di Antonella Beccaria. Sa, commessa carina, che io sono amico di penna della Beccaria? Sorride, non ci crede nemmeno stavolta. Al piano di sopra butto l’occhio su Spinoza, vorrei scendere di sotto e dire alla commessa carina Ehi, commessa carina, senta, lo sa che io con questi due mi sono già preso un paio di sbronze? Non ci crede eh? Vabbé, non scendo, tanto non mi crederebbe. Compro due chili e sette etti di Saramago, vado alla cassa, Scusi, commessa carina. Lei, subito, Non mi dica che conosce anche Saramago?! No, non lo conosco, e poi è morto, scusi eh, come potrei conoscerlo. Sorride, poi si rabbuia, secondo me non lo sapeva che era morto. Non lo sapevo nemmeno io, ho tirato a caso.
Il cespuglio di riccioli neri mi distrae, pago, vado.
Sulla scrittura, o sulla lettura, digitale e non
Io non so niente della scrittura, come della lettura, e per indole cerco di non parlare di cose che non so. Del resto è uno dei principali motivi per cui taccio spesso e a lungo. Comunque qui vorrei spendere un paio di parole, forse tutte quelle che non ho detto in tante altre occasioni in cui c’era già parecchia altra gente che la sapeva lunga. Anzi, faccio un arido elenco della spesa, più come appunto personale che come manifesto.
1) Sui libri digitali non puoi farci i disegnini sul margine, in modo da vedere il disegno animato mentre lo sfogli velocemente.
2) I libri di carta pesano un sacco e se te ne porti troppi in valigia all’aeroporto ti fanno un culo come un portaombrelli.
3) Libri decenti ne trovi uno su mille, e lo sai solo dopo averli letti, cazzarola
4) Spesso non me ne accorgo, ma leggo in continuazione. Tutto. Dal bugiardino del medicinale di automedicazione all’etichetta della bottiglia di minerale, dall’articolo online al ridicolo EULA di un software. E poi dico che non leggo niente perché non ho tempo.
5) Sono un pipparolo autoreferenziale con così poco tempo per leggere che ce la faccio a malapena a scrivere le quattro minchiate di questo blog, e le quattromila di friendfeed. Scrivo, leggo, commento, partecipo, dilapido tempo.
6) Sono un pipparolo autoreferenziale e ogni tanto torno a leggere i miei stessi post, e mi stupisco persino di averli scritti io. Mi è persino capitato di rileggere vecchi post per intiero perché non ricordavo come finivano.
7) Prenderei a cinghiate nelle gengive quelli che al supermercato si fermano alla zona edicola per sfogliarsi tutti i giornali possibili e immaginabili senza nemmeno comprarne uno. E le riviste. E gli inserti speciali. E i libri.
8 ) Mozzerei le mani a quelli che in libreria sfogliano ogni libro, strappano il cellophane e stropicciano le pagine, e poi non comprano niente. Mozzerei loro le mani e le farei mangiare al loro cane, e se non avessero un cane glie ne farei adottare uno dal canile e poi lo nutrirei in quel modo.
9) Di fronte a una libreria cartacea mi si apre automaticamente la mascella e resto a bocca spalancata come un bambino in un negozio di caramelle (o un pervertito in un sexy shop). E comincio a storcermi il collo per leggere tutti i dorsi dei libri, titoloautoreeditoreecollana, e mi inebetisco. Con una libreria digitale non saprei.
10) C’è così tanta gente che scrive, ormai, che non sono mica sicuro che ce ne sia altrettanta che legge
Bon, vi lascio con un link, perché non dobbiamo dimenticarci che una volta era tutto più difficile: http://www.rarebookroom.org/



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