Bestialità

Prendere in faccia l’aria

Non ne parlo volentieri, son quelle cose che ti toccano nel profondo. Era già un paio di settimane che per vari motivi non riuscivo a fare il giretto in bici, e stasera, facendo violenza al mio patrono San Decubito, ho rimesso il culo sulla sella per prendere un po’ d’aria. Sulla solita sterrata nei boschi ho visto in lontananza altri due ciclisti che mi precedevano, e io senza forzare per nulla li ho raggiunti in un niente. Erano con bici ipertecniche, abbigliamento abbinato e firmato, forma fisica da invidia, caschi professional, tutta roba di lusso. Io avevo calzette blu con foro sul tallone, scarpa nike con velcro e suola consunta vecchia di dieci anni, più evidente scucitura sul tallone frutto di chissà che dramma, pantaloncino in cotone grigio topo di tre taglie più grande del necessario, maglietta color olanda con enorme e imbarazzante logo nike blu, capelli al vento e adipe q.b. Li ho superati in salita al triplo della loro velocità, e ho pure chiesto scusa. In serata sono andati entrambi a iscriversi a tennis.

Responsabilità

L’altro giorno guardavo la strada e lo spaccato di vita che la popola di volta in volta. A un certo punto è arrivato un tizio con un’età che io se avessì quell’età avrei sicuramente già prenotato le esequie (le mie, intendo), era su una Panda 30 color misantropia, gomme liscie, metastasi rugginose in ogni dove, un adesivo sul lunotto con scritto RDS (Regno Di Sardegna, l’età dell’auto e dell’uomo erano compatibili, del resto). Faceva un caldo imbarazzante e lui stava lì dentro ad armeggiare con la cintura di sicurezza inpacchettato in un abito come quelli che mettono i preti quando stanno in borghese, quegli abiti scuri, neri, giacca e pantalone e camicia che sembrano dire Sì, sono un prete ma adesso sto in borghese e vado in giro con la mia Panda a fare buone azioni anche se fa un caldo imbarazzante. Dopo essersi liberato dall’orrendo strùmolo ha aperto la portiera, gesto accompagnato da un cigolio sinistro come di un portone enorme che non apri da mille anni, e ha tentato di scendere, non senza appoggiarsi al volante col gomito e stracciare col clacson il velo di silenzio che fino a quel momento aveva giaciuto nella zona. Cigolando pure lui è uscito, si è sistemato la giacca, si è guardato intorno, ha chiuso a chiave la portiera dopo aver controllato che i finestrini da ambo i lati fossero serrati, e si è allontanato. L’ho seguito con lo sguardo fino a che non è entrato in uno stabile, e poi, intenerito dall’attenzione con cui aveva svolto le varie attività di cui sopra, sono stato lì a controllare che nessuno gli rubasse la Panda.

 

Piccole storie senza senso: il soldato

Quel pomeriggio di tardo autunno il soldato fu messo di guardia sul crinale della collina, in corrispondenza del confine nippo-ungherese. Una brezza tesa faceva svolazzare i lembi del cappotto, accompagnando con un lieve brusio la solitudine dell’uomo intento a scrutare con attenzione militare quell’angolo di mondo. Si pose in osservazione verso ovest e in quel modo poté vedere il lato ungherese oggetto del suo far di guardia. Era pieno di colline ungheresi dolcemente ammantante di boschi ungheresi che così a occhio parevano folti di faggi ungheresi. Alcune valli ungheresi erano solcate da ruscelli ungheresi, e più in basso, nel basso ungherese, poteva scorgere anche alcune casette ungheresi, con i tetti ungheresi, le finestre ungheresi, le aiuole ungheresi. Un piccolo falco ungherese si librava nel cielo ungherese sfruttando le correnti ascensionali ungheresi, mentre sullo sfondo, all’orizzonte, l’orizzonte ungherese, si formavano dense nubi ungheresi promettenti pioggia ungherese.  Rimase fermo per qualche minuto, avvolto dai refoli prodromi all’inverno ungherese. Poi, appurato che dal lato magiaro non si presentavano imminenti pericoli ungheresi, si voltò verso il lato nippo.

Almanacco

Oggi è il 21 giugno e si festeggia, a parte il pressapochismo dilagante, la nascita di San Colombano del Pagliaio, protettore delle carte di credito. Il sole sorge alle 5.45 se non è nuvolo, e tramonta quando gli va. La luna valla a capire. I nati in questo giorno sono stati chiamati tutti Menenio, anche le donne. Mercurio di questi tempi non se la passa molto bene con le sue orbite anomale, cosa che gli è costata già un paio di congiuntiviti. Tuttavia trova il tempo per andarglielo a menare a Saturno, facendo sì che i nati sotto il segno dell’Ariete con ascendente Cernia abbiano serie difficoltà a calcolare l’arcotangente di una toma delle Langhe, e a mettere giù una pavimentazione in graniglia senza sbeccare le mattonelle. Fino al 300 a.C. il 21 giugno è sempre stato riconosciuto come la data d’inizio dell’Avvento. Poi sono arrivati i Romani e hanno fondato la Cambogia, ma questa è un’altra storia. Il 21 giugno 1922 Hitler era già uno stronzo ottagonale. Il 21 giugno 1982 l’Austria batteva l’Algeria per 2-0 ai mondiali di calcio spagnoli, nell’indifferenza generale. Numa Pompilio, sessantamila anni prima, decretò che il cotechino doveva essere sforacchiato con la forchetta prima della cottura, e non durante, fatto che scatenò la cosiddetta “Rivolta dei cento crudelissimi – ma cosa dico crudelissimi – ferocissimi porchettari fuori dal concerto”. Fu un bagno di sangue, e il concerto non poté aver luogo.

Occhio di bue

Nessuno, dico NESSUNO che si sia mai preoccupato per il povero animale orbo.

Comunicare

Se la mia cagnetta avesse il cellulare, e se quel bel maschione vagabondo che si aggira per monti e valli in fior ce l’avesse pure lui, credo che gli manderebbe degli SMS tipo “Abbaiami tutta”.

L’ABC del piccolo scrittore, dove la C non c’è o se c’è è elencata impropriamente.

Premessa: questo piccolo vademecum è improntato nella fattispecie per coloro che non hanno fatto gli studi alti. I concetti sono espressi in modo semplice senza uso di parole difficili, e soprattutto sono farciti di incongruenze e contraddizioni spaventose.

Scrivere è l’atto di esprimere un pensiero in forma grafica, facendo possibilmente in modo che a) il pensiero sia almeno minimamente comprensibile e che b) venga rappresentato accostando lettere dell’alfabeto in un ordine non proprio casuale. L’insieme delle attività a) e b) si chiama scrittura. La storia insegna che da sempre l’uomo ha scritto, o ha provato a scrivere. Nelle caverne di Lascaux (anche in altre grotte, ma non stiamo a perderci in dettagli) ci sono decine di disegni pittati sulla roccia, o scolpiti in essa (con la scultura nacquero anche le prime bestemmie, per via delle martellate andate fuori bersaglio [nda]). I popoli dell’antica Mesopotamia scrivevano nelle tavolette d’argilla con caratteri cuneiformi, ma è ancora tutto da dimostrare che fosse vera e propria scrittura, probabilmente era solo un passatempo. Gli Egizi facevano intieri poemi a vignette scolpiti nel granito e manco uno che si degnasse di scrivere due parole. Poi, arrivati ai Greci e ai Romani vi fu l’avvento della grafia vera e propria, con conseguente nascita della letteratura, e finalmente le cose venivano scritte e c’era persino della gente che riusciva a leggerle. Di lì in poi è praticamente storia dei nostri giorni. Ma riprendiamo il filo del discorso: nella letteratura ci sono sempre stati molti scrittori o presunti tali che se la cavavano benissimo con l’azione b) ma avevano pesanti lacune sulla a). Nello stesso tempo ve n’erano altrettanti con una capacità di cui alla lettera a) veramente impressionante, e poi si sfracellavano contro il muro dell’attività b). Tu, o mio lettore e destinatario di questo trattato, che hai appena finito le scuole basse, dove “appena” indica che “ce l’hai fatta per un pelo” e non “ieri“, devi prima domandarti se sei in grado di soddisfare i requisiti di almeno uno dei due punti salienti. Sei un tipo da a)? Hai la cocuzza che macina pensieri e sogni e fantasie incredibili? All’asilo avevi già imparato a scrivere “troia” su un bigliettino per poi lasciarlo sul banco della tua compagnuccia tanto antipatica? E quella parola ti diceva qualcosa? Nel senso, conoscevi il significato di ciò che scrivevi? Avevi, in definitiva, voluto realmente scrivere quella parola perché la pensavi e la sentivi come necessaria? Bene. Sei un tipo da a), è evidente. Per inciso va detto che nell’ultima auto-domanda si percepisce facilmente l’incunearsi di una terza forza, la necessità, ma ne parliamo più avanti. Vediamo il secondo caso, la b). Nella tua vita lavorativa non hai ancora lasciato mezza mano in una pressa o in un ingranaggio? Usi le mani per altre cose oltre che per la masturbazione? In auto quando qualcuno ti sorpassa malamente o ti taglia la strada, sai usare le dita e le mani per esprimerti? Ok, sei un tipo da b). Se poi hai anche sprecato buona parte della tua gioventù per imparare a scrivere su una tastiera, sia essa meccanica o elettromeccanica, allora butta via la biro che è roba antiquata, sei proprio il tipo che fa per l’attività b), non ci sono dubbi. Noterà il lettore attento – quello cioè non ancora svenuto, non ubriaco (o comunque non completamente ubriaco), diciamo in una condizione intermedia fra “sveglio a sufficienza” e “boccheggiante in uno stato di semipresenza prodromo al coma” – che anche in parte dell’attività b) c’è la permeanza della famosa terza forza, la necessità, e qui non posso più rimandare, perciò spiego.

La terza forza, quella non scritta, è semplice e immediata: se hai bisogno di scrivere, scrivi. E fin qui niente da dire. Anzi sì. Perché senti il bisogno di scrivere? 1) Perché vuoi che qualcuno legga ciò che scrivi, 2) perché ti pagano per scrivere, quindi hai bisogno di scrivere per sfamare la tua famiglia, 3) perché non puoi esimerti dal lasciare un ricordo sul parabrezza di quel coglione che ti parcheggia sempre attaccato all’uscio di casa, 4) perché sei muto, 5) perché colui cui stai destinando il messaggio è sordo, o, più politically correct, audioleso, 6) perché non ti ricordi niente e te lo devi appuntare, tipo come quando tua moglie era con te al supermercato e tu dopo dieci minuti hai detto “ma che cazzo faccio qui?” e te ne sei andato lasciandola nel reparto dei detersivi per piatti, 7) perché casualmente eri in strada con una bomboletta di vernice spray e ti è balenata alla mente una formula matematica definitiva, tipo “w la figa“, e hai voluto istoriarla sul muro del palazzo secentesco appena restaurato, 8 ) perché hai imparato fin da bambino a intagliare i banchi di scuola con profonde riflessioni sullo stile di “roby c. ha il culo che sembra la stronave di goldreic“, 9) perché la tua fidanzata lontana non aveva il telefono, tu nemmeno, oppure non avevate i gettoni, o la madre di lei la spiava e le impediva l’uso del prezioso strumento, insomma, quei tempi che non c’era ancora skype, e allora dovevi fare le letterine d’amore e poi imbustarle e poi affrancarle e poi spedirle e poi pregare che non andassero perse e poi attendere con trepidazione la risposta che non arrivava mai e allora ripartivi da capo, 10) perché semplicemente ritieni che qualcuno dall’altra parte del mondo, del tuo mondo, ritenga di dover leggere ciò che scrivi.

La risposta a questo punto puoi dartela da solo. Scegli la tua necessità, applica le regola a) curando la forma di cui alla regola b) e poi vai, e disperditi nella dimensione di chi come me non ha niente di meglio da fare.

Altre cose

Se diventassi capo della chiesa cristiana, obbligatori da subito i Bathory a catechismo.

Ok, lo ammetto: il doppiaggio di Wilson in “Cast Away” l’ho fatto io.

C’è una sorta di geometria perversa negli indirizzi: scrivere “Seconda Traversa del Tratturo di Castiglione, 222 – Foggia” è uguale a scrivere “Via Po, 1 – Bra”, ma ci vuole una busta molto più grande.

Oggi, entrando dopo mesi nel mio ex ufficio, ho detto al mio collega: “Se le mura di questa stanza potessero parlare…”. E lui: “Sarebbe una cantilena di bestemmie a cappella con l’eco in falsetto”.

Quando Chuck Norris è andato in banca a chiedere un fido, gli hanno dato Trivette.

La caccosità di iTunes sta alla grandiosità dell’iPhone come la cartavetro all’orgasmo.

Il mio ex vicino di casa era l’unico al mondo ad avere delle galline sudate.

Per quanto tu ti possa alzare presto la mattina, l’imbecille che passa a vuotare le campane del vetro si sarà alzato almeno un’ora prima di te.

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Miglioramento continuo

Adoro i miei cagnetti, adoro stare con loro. Li ho sempre portati in cortile ogni volta che avevo tempo, e mi è sempre piaciuto vederli liberi e spensierati, pensando che da ragazzino io ero come loro, e adesso non più. Ogni volta che li portavo sotto in cortile però, terminati i giochi, io ero stanchissimo. Salivo in casa ed ero stanchissimo, mi toccavo la maglietta ed era sudata, facevo la doccia e sentivo le gambe stanchissime, e pensavo che probabilmente avevo qualche malattia terminale che mi debilitava il corpo. Poi oggi ho scoperto il motivo di tutta quella stanchezza, e ho risolto. E’ bastato cambiare la dinamica del gioco, rendendolo molto più rilassante, dal mio punto di vista. Adesso sono io che tiro la pallina e loro corrono a prenderla.

Volevo essere Pathfinder

Ancora una volta il titolo non c’entra un cavo SATA, era solo per introdurre una situazione di disagio esistenziale che mi porta – e questo ne è il parto – a scrivere un post sullo stile di write or die, ovvero senza rileggere, senza correggere, senza pensare troppo. O senza pensare del tutto. Come si evince dalla forma imbarazzante e dalla consecutio temporum stravaccata fra le locuzioni, c’è poco da chiedersi se quanto si leggerà alla fine di questo esperimento potrà essere comprensibile. Intanto iniziamo col considerare che di questi tempi c’è quella cagata pazzesca di Sanremo, fatto di per sé sufficiente a far compiere gesti inconsulti anche alla mente più pregiata non ancora vittima della fuga dei cervelli. Non che io lo sia, per carità, anzi direi che nel mio caso si tratta del più didascalico opposto che non si attrae, in quanto mancante di sufficiente allure per esserlo. Scrivendo in questa maniera mi vengono in mente le cose più assurde, come la loperamide cloridrato, l’imbarazzo della scelta, l’equazione secondo cui se faccio papa + papa = sommo pontefice, e se moltiplico è x Dio e solo per lui, o per i suoi occhi. I monti Appalachi se scritto così non dice niente, ma se fossero monti fortunati si scriverebbe diverso, Appalucky. Che poi magari si pronuncia Appalaci, e oltre alla fatica di capire se la C è dura o molle, devi pure stare attento a dove metti l’accento. A questo punto non può non venirmi in mente la Hyunday Accent, un inconcepibile groviglio di lamiere e pattume che i più fantasiosi osano definire autovettura. Poi mi viene in mente che al mondo esistono dei cagacazzo che verrebbero a dirmi che Hyunday non si scrive con due Y, ma con una sola, e io potrei trovarmi nella condizione di estremo bisogno di andare dal ferramenta a comprare una vanga così da poterne piegare gli estremi – forgiati nelle fonderie di Magne – sulle gengive del suddetto cagacazzo. Da qui il passo alla parola “otaria” è immediato, sia percheé si tratta di un animaletto simpatico, sia perché tempo fa su alcuni forum di musica metal si discuteva su chi avrebbe dovuto cantare nei Nightwish, e si diceva appunto “O Tarja o niente”. E io ero di quell’avviso, visto che poi hanno scelto (dopo la lungimirante e folle selezione di oltre 1200 demo) quella iena urlante di Annette Olson. E qui spunta fuori, anzi direi che fa capolino fra le dune di sterco, il cagacazzo di prima che viene a dire che Annette si scrive con una sola N, e io ho ancora avanzato della moneta per fare il bis in ferramenta e comprare altro badile – forgiato nella fonderia di Magne, santi imprenditori che non sono altro – per poter ripetermi nell’azione di ricondurre a più miti consigli il di cui sopra scartavetratore di gonadi.

Ciao, è stato bello, ci ho messo 9 minuti a scrivere sta roba, e solo perché io so’ dattilografo con 296 battute al minuto, e voi no.