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Amore grande, amore bello, ti ricordi quando eravamo giovani e si parlava del futuro, e io e te abbarbicati su quel faggio come scimmie, che avevamo anche un fisichino niente male e riuscivamo a starci, su quei rami, senza piombare a terra come i gravi di Newton, e parlavamo parlavamo per ore, e poi tu un giorno mi dicesti Ma adesso per una volta invece di parlare me la metti la lingua in bocca? E io ti dicevo Ma guarda che secondo me tu una lingua in bocca già ce l’hai, così, almeno, mi pare di dedurre, da quello che dici, da come lo dici, insomma la pronuncia tua non lascia affatto intendere che non hai la lingua, e tu mi dicevi Scemo, parlavo di limonare, e io sorridevo come un fringuello delle prealpi prealpine?

Amore grande, amore bello, e poi limonavamo come quelli che limonano, che poi io sta cosa del limonare non l’ho mai capita, cioè intendo l’etimo, limonare, ma che cosa c’entrano i limoni con quell’azione di mescolare i propri liquidi arrovellando le lingue fino al crampo submascellare? Ma tu volevi limonare, e lo abbiamo fatto per anni, limonare, e in quell’atto noi spremevamo ogni singolo atomo del nostro amore e non ci domandavamo mai cosa sarebbe stato di noi, come saremmo diventati, e soprattutto tu non facevi altro che parlare d’amore senza mai chiedermi se io ero d’accordo, su sta cosa, e se limonare era sufficiente. Ma noi, tu, lo sapevi, che eravamo dei deficienti e non volevamo andare oltre, perché la paura fa novanta, e francamente anche questa non l’ho mai capita del tutto ma mi sono fatto diverse idee tipo che comunque di me ti potevi fidare, che a novanta non ti ci avrei messa se tu non me lo chiedevi, e del resto non posso mica biasimarti se avevi paura, perché in quella posizione il rischio di limonare in maniera un po’ diversa c’era, evidentemente.

Tu, amore grande, alla fine, amore bello, a forza di limonare ti sei scordata di darmela.

Dai, che poi sembra che quelli strani stan tutti dalle nostre parti. Però è tutto vero.

Un giorno un tizio di Cuneo noto come “Geniu” o “Zozzo” era in giro col suo trattore + rimorchio. Ah, spetta, voi non sapete niente di Geniu. Ecco, costui è uno che si è fatto una carriera con lo schifo. Raccatta monnezza, disostruisce pozzi neri, dorme nella benna della ruspa, insomma un personaggio particolare (vorrei dire cristallino, ma non è proprio il termine più adatto). Dicevo, un giorno il nostro era nella centralissima Via Roma, a Cuneo, a pochi metri da Piazza Galimberti, col suo trattore e il rimorchio. Procedeva lentamente e (mettete a letto i bambini, per favore) trasportava il risultato di una disostruzione di pozzo nero appena avvenuta. Nel rimorchio, così, sfusa. Immaginate la scia che emanava, immaginate Via Roma, immaginate le sponde del rimorchio che certo non sono a tenuta stagna.

(Il seguito non è adatto ai deboli di stomaco) Ad un tratto una Punto dei vigili urbani lo sorpassò e lo fece accostare. Scesero in due e si misero a sbraitare con lui per l’indecoroso spargimento di liquami che stava producendo nel cuore della dolce vita cuneese. Geniu non fece una piega, disse che in qualche modo doveva pur portarla via. Il vigile più giovane, con uno sguardo atterrito, lo fece andare sul retro del rimorchio per fargli vedere la pozza che si era formata a terra e che continuava a colare dalle sponde, urlando “Guardi che schifo! Cerchi di bloccare la perdita, maledizione!”. Il buon Geniu, uno che non era certo stato educato a Oxford, estrasse dalla tasca un fazzoletto lercio, lo appallottolò un pochettino e poi infilò il braccio dentro la (si può dire “cacca” vero?) cacca liquida, cercando di chiudere il buco più grosso nella giuntura all’angolo del rimorchio. A quel punto il vigile giovane sbiancò in volto e per tutta una serie di motivi fu costretto a chinarsi a terra in preda ai conati, al che il suo collega lo allontanò dalla zona.

Messo a sedere sul marciapiedi il giovane sconvolto, il collega anziano tornò e intimò a Zozzo di andarsene immediatamente, dicendogli che non gli avrebbe fatto la contravvenzione per non perdere tempo. Lui sorrise e gli porse la mano in segno di ringraziamento.

Stasera rientrando a casa ho visto una macchina targata Verona, era uno di quei cosi francesi che non sai bene a che cosa servano, comunque aveva uno specchietto grande e quando ho guardato nello specchietto ho visto la faccia della Sidgi e mi è venuto un mezzo infarto. Ho pensato Ma che maremma moribonda ci fa la Sidgi con una macchina targata Verona a Cuneo? Eppure l’ho guardata bene, le labbra erano le sue, gli occhi erano i suoi, il figòtipo era il suo, e sul sedile dietro c’era un cespuglio che sembrava quello della Fata, e stavo già pregustando una cenetta a lume di candela con le mie due amiche magnagatt e trincaspriss, con i violini e il cameriere gay, quando ha girato per un paese che ha un nome che in spagnolo significa Cazzo, e allora la mia stima per la Sidgi e per la Fata mi ha fatto sospettare che non fossero loro. O forse sì, ma non credo che insomma, praticamente, vabbé.
E’ stato bello per un attimo pensare che fossero loro, con la damigiana di sgnapa nel baule, e che venissero a trovarmi. Sognare non costa nulla. Odiose.

Pensavo che due righe magari era meglio scriverle. Sono un fatalista, per natura, da sempre. Se una cosa deve accadere, quando le va, accade. Ammesso che la visione fantasiosa dell’aldilà narrata da certe religioni sia vera, io ho serie probabilità di visitare l’inferno più che il paradiso. Un amico diceva sempre che le più grandi bagasce stanno all’inferno, perché cercare il paradiso? Comunque, guidato da un sano istinto di autoconservazione, non è che ambisco a lasciare presto queste lande, ma domani devo prendere un aereo e sta cosa, per me che sono stanziale fino all’ultima cellula del corpo, un po’ mi fa riflettere. Un po’, non tanto. In pratica pensavo che se proprio l’aereo deve cascare spero che lo faccia al ritorno, dopo essermi goduto la meritata vacanza, che andare all’inferno stanco, con tutte quelle bagasce, non ci farei una bella figura.

Ah, dimenticavo. Ciao.

- (voce metallica) Buongiorno! Sono le ore 6 e 30 di lunedì 26 aprile, il cielo è terso, la temperatura esterna è di 16 gradi con tendenza all’aumento nel corso della giornata, che si preannuncia serena e piacevole!

- (grugnito) ma che cazz…

- Buongiorno! Sono la sua sveglia! Sono un oggetto ipertecnologico creato apposta per consentirle di iniziare bene le giornate!

- ma che ti urli… grrrr

- Oggi la aspetta una riunione alle ore otto zero zero, poi alle nove in punto deve incontrare il fornitore Lampugnani, poi alle dieci zero zero..

- Lampugnani? E chi cazzo è? Ma te chi te le dà ste informazioni?

- Lampugnani è quel signore di mezza età con la borsa in pelle, quello che l’ultima volta che venne in azienda sentiva di sigaro misto acqua velva, quello che ha raccontato di aver forato il camper mentre girava fra le montagne della Sardegna, quello che…

- Ho capito! Ma statti zitta santoddio!

- La informo che sono programmata per parlare fino a che lei non è sceso dal letto, e mi permetto di avvisarla che stamattina lo scaldabagno è rotto e quindi dovrà usare solo acqua fredda!

- E tu dovresti aiutarmi a iniziare bene la giornata eh?

- Sì, signore, sono un oggetto ipertecnologico, il suo scaldabagno è rotto e il mio calcolatore di probabilità sostiene immantinente che è finito lo zucchero!

- Lo zucchero? Ma mi stai prendendo per il culo?

- Lo zucchero, signore! “La sua formula chimica è C12H22O11, è la denominazione comune del disaccaride  saccarosio, composto organico della famiglia dei carboidrati, che costituisce il più comune dei glucidi. Il termine zucchero è ancora talvolta utilizzato per indicare, in generale i glucidi o idrati di carbonio”.

- Te non sei mica normale… se non la pianti ti tiro una randellata che ti sfascio, chiaro?

- Buongiorno! Sono un oggetto ipertecnologico, aiuto gli umani ad iniziare bene la giornata, e come ricompensa vengo preso a scarpate!

- Ma piantala! Basta!

- (sottovoce) Salve, va bene se sommessamente le indico il resto dei suoi impegni per oggi?

- NO! Taci, ferraglia!

- (ancora più sottovoce) Stasera a cena c’è sua suocera, si ricordi di prenderle i garofani bianchi dal fioraio

- Ora apro la finestra e ti lancio in strada!

- Padrone! No, la prego! Ora però si sbrighi che…

- Basta, ti stacco le batterie (prende a maneggiare lo sportello). Vedi come mi sbrigo…

- Solo più una cosa, credo sia importante, aspetti!

- Cosa…

- Stanotte le hanno rubato l’auto, se le interessa le posso dare gli orari dei bus.

Fine.

Ieri sera tornavo a casa dopo un po’ d’autostrada, e vuoi perché il vinello di lele era ottimo, vuoi perché il fondo stradale sempre perfetto fa sobbalzare l’auto come su un toboga, non vedevo l’ora di andare in bagno. Così giunto a destinazione mi son fiondato all’agognata location, ma tentando di aprire la porta mi ha fermato un  “Occupato!”. Subito ho pensato che fosse mio figlio, poi riflettendoci un momento a mente fredda ho realizzato che di figli non he no, quindi ho spalancato la porta e ho cercato da dove provenisse quella voce. Non trovando indizi di sorta mi sono apprestato ad espletare, quando di nuovo quel coretto di vocine fa “Noooo, nooooo!”. Allora ho abbassato lo sguardo verso il water e mi son reso conto che era soltanto una delegazione di nemici dell’igiene abbarbicata alla gabbietta. A pisciarci in testa mi son sentito Montezemolo.

Oggi ho fatto compere, trascinato da colei che con me condivide inconsapevolmente il conto in banca. Qui a Cuneo abbiamo dei negozi specializzati per tutto, non come negli altri posti che vai in un posto e trovi tutto, dal salame alla RU486. Qui per ogni cosa che ti serve devi andare nello specifico negozio. Io volevo comprare delle magliette, allora sono andato in maglietteria e ho comprato tre o quattro magliette, belle e comode, una addirittura con le strisce traverse come Freddy Kruger (o stark). Poi avevo bisogno di scarpe e allora sono andato in scarperia, e son tutti filosofi con i piedi degli altri, infatti avevano centomiliardididecine di scarpe di tutti i tipi ma con i numeri che arrivavano fino al 45 e poi lo scaffale finiva. Alla fine la signora che aiutava i clienti della scarperia mi ha portato, scavando in anfratti irraggiungibili, tre paia di numeri 47 che provandoli andavano lo stesso anche se io porto praticamente il 48, ma questa è un’altra storia. Comunque, risolto il problema delle scarpe, sono andato in un altro posto dove sapevo che le scarpe grosse eppur-bisogna-andar le avevano di sicuro, e invece sti stronzi non tengono più i numeri oltre al 45 e quindi sono uscito a mani vuote, idioti loro che oggi avevo voglia di scarpe e non gli ho lasciato un quattrino (e poi con tutte quelle maglie dell’inter appese, puah). Prima però di comprare le scarpe avevo bisogno di un navigatore satellitare, allora sono andato in navigatoria e ne ho comprato uno che mi sembra un po’ una ciulata ma fa lo stesso, ormai l’ho preso. Quindi, ricapitolando, scarpe, magliette, idioti e navigatore. Mi sono spostato quindi di città e pensavo seriamente di aver finito le spese, quando mia moglie mi ha portato ancora in un altro negozio speciale (che qui a Cuneo abbiamo i negozi specializzati per ogni singola necessità), comunque dicevo che sono andato in un negozio speciale, una viaggeria, e mi sono comprato un viaggio, ma potrò usarlo solo più avanti, per adesso mi hanno dato solo un pezzo di carta con scritta una cifra che compravo due iPad e tre etti di cinto toscano.

Poi alla fine di tutto volevo un caffé, mia moglie voleva un caffé, allora visto che entrambi volevamo un caffé siamo andati in cerca di una cafferia, ma non ce n’era nessuna nei paraggi e allora ci siamo dovuti accontentare di un normalissimo bar.

Una mattina mi sono svegliato e non sapevo più scrivere. Che sarà successo, mi son detto, che diamine mi è accaduto per far sì che io non riesca più a scrivere? Poi mi son detto No, non è possibile, ora devo capire, allora ho preso la biro e un foglio di carta e ho provato a scrivere, ma non ci riuscivo. Qui la cosa si fa spessa, ho pensato, scrivo e non si capisce niente, eppure le lettere sono tutte al posto giusto, formano delle parole e queste delle frasi, ma non si capisce niente di niente lo stesso. Allora ho detto E’ colpa della biro, è lei che non sa più scrivere, così l’ho presa e l’ho tirata contro il muro facendola in mille pezzi. Al posto ho preso una matita, quelle con la grafite, un lapis ecco, e ho riprovato, e venivano lettere bellissime, parole stupende, frasi meravigliose ma… insignificanti. Non si capiva un casso nemmeno così. Allora ho detto Sarà colpa del foglio, che non riesco più a scrivere. Così ho cambiato il foglio e ho preso della preziosissima carta filigranata e ho cominciato a fare lettere e parole e frasi, e niente, non si capiva nemmeno lì. Mi son detto Ma vada al diavolo la scrittura manuale, siamo in epoca tennologica, usiamo la tastiera col compiuter. La tastiera è bella perché ha le lettere già tutte fatte, basta trovarle e sono già lì, tutte fatte senza nessuna fatica. Allora mi son messo di gran foga a prendere le lettere già fatte e a metterle sullo schermo, creando parole e poi frasi, sono arrivato persino a fare un paragrafo intiero ma niente, neanche così non si capiva una sega. Quasi rassegnato stavo per prendere una giratubi e sfasciare tutto, quando mi è venuto in mente cos’era che non mi lasciava più scrivere comprensibilmente. Allora ho preso un cacciavite, ho svitato il coperchio della testa, ho tolto il cervello e tac, eccolo lì, l’ingranaggio che mette insieme le parole che si capiscono era grippato. Ci ho messo un goccio d’olio d’oliva, ho rimesso a posto il cervello, ho richiuso il coperchio e poi ho provato. E’ andato tutto a posto, ora le mie frasi si capiscono, anche se, come dimostra il presente scritto, non hanno alcun senso lo stesso.

Quanto sto per dirvi è accaduto veramente. Ma non proseguite nella lettura se vi piacciono gli enigmi, anzi provate a risolverlo. Il tema di partenza è: come sono arrivato a soprannominare “detto questo” uno che si chiamava Enrico.

Dunque (non si comincia col dunque ma me ne frego), c’era un tale che si chiamava Enrico, e a scuola finì per essere battezzato “detto questo”. Fin qui tutto chiaro. Enrico era secco e pallido. Insomma da un momento non definibile cominciammo a chiamarlo “Enrica”. Poi, l’appetito vien mangiando, diventò “Enrichetta” e quindi “Enrichetta Burroni”. Ma questo non è che un bivio al percorso, in realtà bisogna soffermarsi su “Enrichetta”, che per uno strano caso del destino divenne “Enricheta” con tutte le sfumature sull’acqua cheta che rompe i ponti (il nostro era uno col carattere mite ma esplosivo “ad cazzum”, senza preavviso). Di qui scaturì l’abbreviazione “Cheta”, e per via del suo pallore e della connessione mentale con la spirocheta pallida – il virus che causa la sifilide -  il suo nome divenne “spirocheta”. Siccome era troppo lungo da pronunciare, divenne presto “spiro”.

Non ci siamo ancora? Ok, l’evoluzione di quel nome vide il suo culmine appunto in “spiro” che divenne “spirò”, e chi è che spirò dopo aver detto qualcosa? “Detto questo, spirò”.

Ora, facendo le scuse del caso al mio vecchio compagno di scuola, che questi indizi vi servano per capire quanto e da quando il mio cervello è completamente andato in putrescenza.

Ciao.

Oggi uno mi ha sorpassato così veloce che dallo spavento mi sono disegnato la Corsica nelle mutande.

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Diffondere cultura
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  • Gibson: Un ingegnere, un perché… il migliore amico dell’uomo :)
  • Spritz all’aperol: La zia Sidgi, che mi dice “@sba: siam fratelli nelle porcate e nell’alcol io e te! :D”
  • Hotel Ushuaia: Si definisce “una da prendere a piccole dosi”.
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