Non so voi, ma io ogni tanto ci penso
La vita è una malattia più o meno lunga, al termine della quale si muore.
C’è una cosa che più di altre segna il tempo che scorre. Non è il decadimento fisico, il vederti imbolsito di fronte allo specchio, il pantalone di un anno fa che prima non ti stringeva in vita e adesso, invece. Non è un calo prestazionale complessivo, corporeo e mentale, che ti fa parlare del freddo e del clima, inconsciamente, come a nascondere altri discorsi. Non è il sentirti idiota nel riascoltare mentalmente la tua voce mentre annoia un giovane col classico “ai miei tempi”. Non è la ridottissima capacità di reggere una sbronza senza svegliarti il mattino dopo con un mal di testa atroce e lo stomaco sottosopra, a solenne promessa di non ripetere l’operazione. Non è il compilare un questionario online e trovarti infastidito a dover barrare la casella indicante la fascia di età che si trova già nella seconda metà dell’elenco proposto. E nemmeno quando l’età richiesta è esplicita, e devi mettere l’anno scegliendolo da un combo box, e l’elenco parte dal 2000, e tu dici “ma chi è sto scemo che fa partire l’elenco dal duemila” e sono almeno quattro scrollate di rotellina per arrivare al tuo anno. Non è il guardare foto di quando eri giovane e rivedendoti pensi solo “dio mio che faccia da scemo che avevo”.
Ciò che segna veramente il tempo sono le date che ti restano impresse in mente, e nel cuore. Da bambino ricordi il tuo compleanno e l’onomastico, e quello di mamma papà ed eventuali fratelli. Poi ricordi bene il Natale. Il resto non conta nulla, non hai bisogno di ricordartelo. Poi inizia la scuola, e diventano importanti le domeniche, e le feste, e l’inizio delle vacanze. Poi cresci e cominci a non dimenticare più il primo bacio, il giorno del fidanzamento, San Valentino, il giorno in cui sei partito a militare, il giorno in cui sei tornato a casa. Poi la data del matrimonio, la data in cui hai trovato il primo vero lavoro, i vari passaggi di carriera. E se hai avuto dei figli ricordi ogni singolo istante dalla loro nascita in poi. E queste date sono tutte belle e tutte le ricordi volentieri.
Poi arrivano quelle che ti invecchiano davvero. La morte di una sorella, la morte del suocero, la morte del cane, la morte di un amico, di due amici, di cinque amici. Inizi davvero ad invecchiare quando le date prevalenti che ricordi e ricorderai sono solo più anniversari di morte. E sai che prima o poi ce ne saranno altre da ricordare, il papà, la mamma, tua moglie o tuo marito, e poi altre e altre ancora, fino a che non arriverai a un punto in cui non ricorderai più nulla, e toccherà a te lasciare scritta la data di compimento dell’opera. E speri che, almeno quella, qualcuno la ricordi dignitosamente per te.
La mia macchina (#3)
Bisognerebbe chiamarla “automobile”, ma per chi parla in piemontese il termine corretto è “màchina”. Questo aiuta a capire l’origine del detto “deus ex machina”, perché quando non parte o si imballa al semaforo sono indicibili i richiami al deus, in varie forme, colori e declinazioni.
La mia macchina (#2)
La mia macchina è così vecchia che si ferma sempre nei pressi dei cantieri, come per guardare lo stato dei lavori. No, ho controllato, la batteria non è Magneti Umarelli.
La mia macchina (#1)
La mia macchina, quando apri la portiera, le luci dell’abitacolo fanno quello che vogliono (anche dei meravigliosi anacoluti).
Ma parliamo di Halloween
Ammetto di aver pensato a lungo che Halloween fosse una indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani e copiata deficientemente dall’italico popolo senza idee. L’educazione cattolica ricevuta in gioventù mi aveva sempre portato a pensare che la festa di Ognissanti fosse stata inventata per “costringere” le persone a recarsi ai cimiteri, magari più con lo scopo di riflettere sulla caducità della vita che non per dare solo una ramazzata ai pavimenti delle tombe di famiglia, e questa pagliacciata pagana mi era sempre parsa in contrasto con quel momento di silenzio e di riflessione sui propri cari sin lì trapassati. Non che abbia mai apprezzato particolarmente la versione cattolica, sia chiaro, se non, almeno da ragazzo, per il fatto di stare un giorno lontano da scuola. A quel tempo, esaurito il beneficio del giorno festivo, era proprio una palla disumana: ore ai cimiteri davanti a tombe di persone che manco avevi mai conosciuto, ascoltando i famigliari adulti parlare di cose e di fatti a te totalmente ignoti. Con l’incedere degli anni, e con un sempre maggior numero di persone conosciute – e magari anche amate – andate a popolare il camposanto, quella visita prendeva ancora più significato di silenzio e rispetto, e l’odio verso i genitori che addobbavano i bambini come dei coglioncelli per mandarli a spaccare le palle al vicinato chiedendo dolcetti aveva raggiunto picchi di rara elevazione. Poi c’è stato il periodo “mah”. Ai cimiteri non ci portavo più piede, perché l’amore – e il ricordo dell’amore e di tutti i bei momenti vissuti con chi non c’era più – preferivo viverlo ogni giorno, pensandoci soprattutto la sera prima di andare a letto, con uno sguardo al piccolo “memoriale” che avevo in camera da letto. Ripassavo i volti di ognuno su quelle piccole fotografie, anche velocemente, e mi sentivo in pace, e riflettevo sul fatto che morir si muore comunque, senza alcun premio finale per meriti di vita buona o cattiva. Avevo ormai riposto nel cassetto delle inutilia le convinzioni religiose e tutto il pacchetto di dogmi e penitenze ad esse correlate, ma continuavo a detestare il business di una festa che non mi apparteneva.
Oggi ho realizzato che si sta avvicinando Halloween vedendo qualche maschera da strega o da zombie al supermercato, e immancabilmente ho ripensato all’indecorosa cialtronata commerciale inventata dagli americani. Così sono andato a leggermi origine e storia di quella festa, e – come spesso accade quando si cerca di stare in equilibrio – mi sono ricreduto un po’, giungendo persino alla conclusione che è giusto festeggiare l’unico aspetto che accomuna tutti i vivi senza alcuna distinzione, esorcizzandone l’inevitabilità e la bruttezza con un atteggiamento canzonatorio. Leggendo ho così scoperto che la chiesa cattolica ha assunto posizioni che rasentano il ridicolo nei confronti di Halloween, sostenendo di fatto che “l’elogio del macabro, non sarebbe altro che un modo subdolo per avvicinare anche i più piccoli al Satanismo“. D’altronde per questi cervelli ottusi tutto ciò che non è inventato o gestito in casa è peccato o satanismo, figuriamoci una stupida festa a ridosso del giorno dedicato a onorare i defunti. E allora festa sia, soprattutto per i piccini, visto che a quell’età c’è tutto a cui pensare tranne che a tirar le cuoia. Per loro è un giorno di festa perché si sta lontani da scuola, magari si viaggia con i genitori per andare al paese d’origine, magari si pranza con cugini e parenti semisconosciuti, magari si sta ore per cimiteri a rompersi i coglioni, ma lo si fa dopo essersi vestiti da zombie o da strega ed essere andati in giro per il vicinato a rompere le palle in cambio di dolcetti, in un tripudio glucidico sublime al palato e strategico nell’adipe.
La cena dei cretini
Non vivrò così a lungo per poter replicare certe sensazioni. E nemmeno mi basterà il tempo per raccogliere il sufficiente coraggio a presentarmi a una persona sconosciuta. Sconosciuta, non del tutto. Oggi ero a tavola a quattro metri e cinquantotto centimetri da Giuliana Sgrena e non ho avuto il coraggio di alzarmi e andare da lei, e darle un bacio sulla guancia in segno di rispetto. Non avrei nemmeno trovato il motivo vero per la mancanza, così come non avrei trovato il motivo per l’azione. Era lì, e non ho fatto nulla. Ho covato, come la chioccia bada alla sua prole dotata di naturale casco integrale. Poi mi si è palesata Antonella Beccaria, una che ha avuto la fortuna di fare lunghe chiacchierate con la Sgrena, e tramite la sua trasparenza sono stato permeato da neutrini di coraggio e sincerità. Cose che ti fanno dimenticare il pasto a base di salumi di alto rango, e formaggi dal sapore importante, rustico, irreplicabile.
A cena ho deciso che ci voleva carattere, ragion per cui mi sono abbandonato fra le braccia di un sublime Formae de Champedel, seguito a ruota da una cinquina di pecorini di struttura così diversa e così struggente come il Marzolino, il Grottarolo, il Trebbione, incalzati da un solenne Garfagnana che ha aperto le porte al Re, il pecorino del Gennargentu. Ad addolcire le labbra sono intervenute due tome, quella di Gressoney, debilitante tanto è saporita, e la classica Piemontese, dolce, soave, quasi pittorica. Direttore d’orchestra un sincero Freisa di Chieri vinificato da Balbiano, e tutto il costrutto ormonale del mio corpo è esploso in un Amen, Allelujah.
Dio non esiste, ma rimane la più grande creazione dell’uomo.
Blogfest 2011 – Piccolo vademecum per chi non c’è mai stato
Come tutto il mondo dei blogger sa – consentitemi di esagerare – dal 30 settembre al 2 ottobre ci sarà la Blogfest 2011 in quel di Riva del Garda. Essendo ormai un veterano mi permetto di lasciare ai neofiti questo modesto agglomerato di regolucce, basato sulle esperienze precedenti. Non servirà a nulla, nella pratica, ma il fatto stesso di creare un po’ di sani preconcetti mi fa stare bene. (NdA: tutti i nomi citati sono di proprietà dei rispettivi titolari, nessun blogger è stato maltrattato per realizzare questo pezzo, ogni riferimento a persone o cose è un riferimento a persone o cose, Dania non è citata per scelta editoriale)
1) Proibite le cene con più di cinque partecipanti, a meno che sia tutta gnocca sorridente.
2) Proibito stare all’asciutto, ché la mucosa orale patisce di brutto.
3) Vietato andare ai BarCamp e alle conferenze, quella è roba per blogger.
4) Se vedi della stragnocca in giro a) non è una blogger, b) non è single e c) non hai speranze. O sei nel posto sbagliato.
4.1) Se vedi Gianluca Neri, probabilmente sei nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
4.2) Se vedi Gianluca Neri, anche lui penserà di essere nel posto sbagliato.
4.3) Se Gianluca Neri non ti saluta è perché non ti conosce. O non ti ha visto. O non è Gianluca Neri. Potrebbe essere Luca Sofri, ad esempio.
4.4) Se non vedi Gianluca Neri, è perché sei al bar.
4.5) Se invece di Gianluca Neri vedi Luca Sofri, lo distingui da Gianluca Neri perché è più basso di statura. E ti saluta.
4.6) Se sei al bar con Luca Sofri, amico mio, significa che ti sei già imbattuto nella regola n. 4 e ti è andata male come previsto.
5) E con questo non voglio dire che Gianluca Neri sia uno che non saluta, ma è difficile che ti conosca. Al limite chiedi a Sofri di salutartelo se lo vede.
5.1) Non è neppure detto che Luca Sofri conosca Gianluca Neri, o che lo voglia salutare da parte tua, ammesso che lo veda.
5.2) A questo punto, visto il casino, ‘scolta me, stai al bar.
6) Nomi altisonanti quali ErotiCamp o SexQualcosa: qualsiasi cosa lascino intendere – fidati – la fantasia ti ha fregato. Il chioschetto del porchettaro lì accanto consola chiunque.
7) I vari bar sui percorsi strategici hanno degli splendidi dehor da dove si può bere birra criticando sommessamente chiunque passi in strada.
7 bis) I dehor accanto ai musei sono indicati per intrattenersi con la Losini. Sempre che la Losini ti conceda un simile onore.
7 ter) La Losini non è criticabile, mai. Nemmeno se si intrattiene con gentaglia come te.
F) Rinforzo alla regola n.3: se ti viene voglia di partecipare come relatore a qualche BarCamp, fattela passare.
Q) Birra ad altra gradazione non se ne trova, se intendi sbronzarti di luppolame hai sbagliato posto.
x²) Eccezione alla regola n.3: se ci sono dei FoodCamp sappi che troverai persone allegre e gentili che ti diranno quanto è buono ciò che NON ti faranno assaggiare.
8.) No, ma proprio NO, ai gruppetti sui cuscinoni in zona palacoso. Persino le papere nel lago sono più socievoli. Meglio stare al bar. O con Luca Sofri.
8 bis) Sempre che i cuscinoni ci siano ancora e che qualcuno non se li sia fottuti.
9) Se ti presenti con “Ciao, sono $nickname“, sarai psicanalizzato. Se ti presenti con $nome $cognome ti prenderanno per pazzo. Se non ti presenti proprio, tutta salute.
10) Se senti ruttare “Di questa pira / l’orrendo foco“, sai dove trovarmi.
Discorsi
I Dubaiani, Dubaiensi, insomma, gli abitanti di Dubai non parlano mai del clima, sarebbe un discorso monotono. La parola “piove” non esiste nemmeno nel dizionario.
Voli
Sul volo di linea della Qatar Airways per Doha c’erano così tanti arabi e pakistani e cingalesi e indiani, così tanti che tutti mi guardavano con il sospetto che fossi un terrorista.
Me raccontare Roma un giorno
Scrivere di Roma non è semplice, la letteratura sull’argomento è abbondante e consistente. Il presupposto è che lei è lì da sempre, sei tu che non ci sei. Poi capita che la rivedi all’improvviso dopo trent’anni e non la trovi per niente invecchiata.
La prima sensazione è che i romani si siano evoluti pur mantenendo gli schemi dell’antico. Una volta c’erano i bastioni fortificati, adesso c’è il Grande Raccordo Anulare, fatto comunque per tenere alla larga lo straniero. La logica costruttiva pare aver spinto lo sviluppo orizzontale più che quello verticale, almeno per quanto ho intravisto dall’auto. L’impressione è quella di trovarsi in periferia, una periferia qualsiasi. Ovunque ti sposti vedi paesaggi diversi, collineggianti, poco proiettati verso l’alto, non confrontabili con altre grandi città circondate di palazzoni popolari alti venti piani. Sembra di essere a Padova, ecco, se non si bada all’inesistenza della pianura.
Il navigatore satellitare è fatto per perdersi con stile. Fai appello ai tuoi istinti di montanaro per colmare le lacune di quella voce petulante: più avanti tenere la destra, poi tenere la destra, poi tenere la destra, poi prendere la corsia di destra. I testi glie li ha scritti Storace, evidentemente, anche se manca la parte dove devi fermarti a prendere a bastonate qualcuno. Arrivi nel luogo prefissato dopo una sequenza di svolte e semafori sulla Cristoforo Colombo, panorama su EUR e palazzo della Regione. Rettilineo, inversione a U, rettilineo, inversione a U, sembra una gara di bighe al Circo Massimo. Scendi, l’aria è fresca, meno male, la tua buccia nordica ringrazia. «Ciao, siamo qui nella tua via». «Dove di preciso?». «C’è un negozio con scritto Kupfer, sull’altro lato della piazzetta ce n’è uno con scritto Mantegna». «Ma dove cacchio siete finiti?». «Scusa ma se non lo sai tu, siamo spacciati». «Ma ci sono delle macchine parcheggiate?». «Avoja». «Ah, allora ho capito, scendo». E’ da quando siamo partiti che vediamo macchine parcheggiate, stento a credere che sia un indicatore attendibile. Jessica è tenera e non sa quanto siano rompicoglioni i nordici, non ancora. Arriva, ci abbracciamo come se ci conoscessimo da sempre, invece è la prima volta che ci vediamo. Mia moglie saluta, si presenta, si stiracchia, sette ore in auto sono tante.
«Questa casa non è un albergo,» sembra recitare un minaccioso portaombrelli nell’ingresso, «è meglio». Jessica ci ha preparato una stanza che di primo acchito ricorda il dietro le quinte di un teatro, quegli arredamenti che “succedono”, che insinuano mancanza di definitività pur essendo nati lì. Ha anche preparato la cena, meravigliosa, un sottile masochismo per capire quanto siano stracciamaroni gli ospiti. Le voglio un bene dell’anima, pochi sarebbero stati così coraggiosi ad ospitare uno che non ha mai nascosto di essere abbarbicato alle proprie abitudini. Mia moglie è diversa, più accondiscendente e adattabile. Vanno subito d’accordo, una coalizione contro il mio tradizionalismo arroccato. Affinità elettive, le chiamano.
A Roma ti sposti con i mezzi pubblici, una comodità che noi provinciali percepiamo in modo differente rispetto al cittadino habitué. Fai trenta metri e hai il bus, a Roma. Su da noi, fai trenta metri solo per andare a prendere la giacca nell’ingresso di casa. I bus a Roma sono a flusso continuo, non so se è stato culo ma non abbiamo mai atteso più di due minuti. A Cuneo ce n’è uno ogni ora, lì il culo non serve, devi iniettarti in vena una boccetta di “spremuta di mahatma” per farcela. Il primo viaggio verso il centro è durato relativamente poco, fermata Campidoglio. Roma inizia qui, sembrano dire i muri. Scendiamo, respiriamo aria romana. Roma la devi respirare, non puoi solo vederla. E spostandoti a piedi di respirare a volte persino ti dimentichi, tante sono le monumentalia da vedere. Il clima sembra quello di Londra, piove, fa sole, la madonna va per viole, apri l’ombrello che puntualmente si capotta con un refolo di vento. Scirocco, mi dicono dalla regia. Le pavimentazioni in pietra accompagnano i nostri passi per chilometri, dall’Altare della Patria al Colosseo, poi in tondo per tornare in Piazza Venezia e via verso Torre Argentina, Piazza Navona, il Pantheon, una sosta al pub in Piazza Sant’Andrea della Valle dove un litro di Slalom ci riporta alla realtà. Poi ancora un caffé al Sant’Eustachio, Montecitorio, Palazzo Chigi, fontana di Trevi, via del Corso, via del Babuino, Piazza di Spagna, Piazza del Popolo. Dodici chilometri a piedi in mezzo a ogni razza, lingua e religione del mondo. Dall’aggressione dell’acido lattico ci salva la metro in Piazzale Flaminio per un’ultima puntatina a San Giovanni in Laterano. Da rimanere senza fiato, anche in senso figurato. Cena frugale, ossa rotte, torniamo a casa con gli occhi sbarrati come quelli dei bambini alla fiera delle caramelle, ma con in più quattro bottiglie di birra nello zainetto, sai mai, venisse sete.
Per il giorno successivo sono previsti San Pietro e Castel Sant’Angelo, sole e tepore ci facilitano le cose. San Pietro mi delude un po’, non so perché, forse le fantasie di Dan Brown hanno nutrito aspettative troppo grandi rendendo confidenziali luoghi in realtà ben più riservati. Appena fuori dal colonnato trovo dei manifesti della Militia Christi e spendo in un sol colpo tutto il bonus bestemmie fin lì accumulato. Religione e fanatismo, fede e ignoranza, quanto migliore sarebbe il mondo senza certe commistioni. Roba che i cartelloni della Polverini in confronto sono rassicuranti. Ci allontaniamo agganciando un ristorantino dove incrociamo Francesca Reggiani, ma non era lei a cucinare. Mi ha riconosciuto subito, voleva un autografo. Ci spostiamo quindi a bordo Tevere dove Castel Sant’Angelo si lascia visitare da cima a fondo, offre vedute panoramiche a perdita d’occhio e ci regala un caffè ristoratore a prezzo onesto, considerata l’imponente, storica cornice. La sera si mangia romano, finalmente, Osteria del Cannellino al quartiere Flaminio, in compagnia di amici noti e meno noti radunati grazie alla mia storica incapacità organizzativa, in pieno stile Ragionier Filini di fantozziana memoria. Cacio e pepe, Frascati e saltimbocca, altrimenti che turisti saremmo? Si chiacchiera, si mangia, si festeggia, sguardi sorrisi e foto di rito con Alessandra, Duccio e prole, Sora Frattaja e fratello Numero 6.
Poi arriva il momento dei baci e degli abbracci, raduni le cose in valigia, vorresti portare con te una fettina di quel breve viaggio. Le mille foto scattate alla fine non servono, perché i profumi, i suoni, l’aria di Roma non restano impressi nel sensore della fotocamera, ma solo nel cuore. E così anche gli affetti, e la preziosa amicizia di persone che presto vorrai rivedere, e sei già lì a sfogliare il calendario e a capire come rendere interessante un viaggio a Cuneo in un periodo in cui mancherà la neve, la nostra attrazione principale.



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