Retrocomputing- Capitolo II – Il Sinclair ZX Spectrum
Non credo sia dannoso cercare di riportare alla luce determinati periodi della nostra vita, pur considerando che non tutti i passaggi sono perfettamente fissi nella memoria, cosa che porta a scavare nei ricordi con notevole assorbimento di energie. Non ricordo distintamente quando ebbi modo di approcciare all’informatica in senso più compiuto, escludendo quindi l’episodio del VIC20 (post precedente).
Insomma, il primo incontro con il VIC non fu mai più ripetuto. Ebbi modo però di imbattermi per la prima volta in un Sinclair ZX Spectrum. Ricordo l’aspirante moroso di mia sorella che, per accattivarsi le simpatie della famiglia, me lo portò a provare a casa, sapendo del mio interesse per la cosa. Non sono in grado di collocare temporalmente l’evento con precisione, ma mi pare che fosse addirittura precedente all’inizio del ginnasio. Anche perché non ricordo nessun dettaglio di cosa avessi visto su quel micro pc, probabilmente perché non ero ancora forgiato sull’argomento. Ricordo però che il buon aspirante Piero fu scaricato presto da mia sorella, sicuramente in bianco, anche per via delle idee di mia mamma circa le differenze di età e la sconvenienza di una relazione a soli 15 o 16 anni (lui ne aveva 23 o giù di lì). Altri tempi…
Vennero le superiori. So che mi stava veramente sul groppone la geometria analitica della IV ginnasio, per non parlare delle equazioni. Un compagno di scuola, il mitico Norberto, era solito intervenire durante le spiegazioni di matematica (di ogni materia, a dire il vero) sostenendo che con il computer tutto quanto non sarebbe più servito, perchè i computer avrebbero soppiantato le calcolatrici e avrebbero risolto i problemi più complessi senza bisogno di studiare (un rivoluzionario, presto ribattezzato China [pron. ciàina]).
Io, che sono sempre stato un pragmatico, pur concendendomi spesso alle fantasticherie e alla filosofia, intuii che quella sarebbe stata una tecnologia da provare. Ho detto in altre sedi (nell’About me, ad esempio) che il primo oggetto da me addocchiato fu un Pocket PC della Sharp. In parte è vero, ma tutto quell’interesse fu solo il coronamento di oltre un anno di “apprendimento”, incalzato dall’entusiasmo di Norberto che in me aveva trovato un seguace. Ecco dove nacque la scintilla: fu lui il fautore della mia crescita computeristica, glie ne rendo merito.
Siamo nel 1985, sto frequentando da qualche mese la IV ginnasio, mi piace abbastanza ma non mi entusiasma. Nessuna materia tecnica (ma và?), totale focalizzazione su lingue morte e sepolte, letteratura italiana e francese (fanculo Prévert, in particolare), e l’algebra e la geometria analitica. Storia e geografia me le pappo a colazione, e il resto è tollerabile (considerando che in quella scuola l’ora di religione aveva valenza per la promozione, non so se mi spiego). Decisi così inconsciamente di tralasciare le materie che mi stavano sulle balle per dedicarmi a studiare le prime nozioni di informatica, anzi, di programmazione. Già, perché l’informatica è un argomento vasto, e penso che solo oggi possa essere definibile così nella sua completezza; all’epoca c’erano sì gli informatici, ma facevano parte di una casta di inarrivabili luminari, non mi pare che esistesse già una laurea ad indirizzo informatico “puro”. Comunque iniziai a leggere programmi scritti sulle riviste (MC-Microcomputer fu la mia bibbia per mesi) e, leggendo la descrizione di funzionamento, cominciai a capire quali fossero le potenzialità di questi aggeggi. Non riuscivo più a guardare la TV nel modo normale: ogni sigla di TG, ogni spot con grafica ed animazioni, mi facevano domandare se fossero state computerizzate e non potevo non pensare a quanti bit e byte andavano a spasso per lo schermo per realizzare quegli effetti.
In quel periodo, non so con precisione se ancora nel 1985 o già nel 1986, scoprii per caso che il compagno di scuola più schivo e riservato (quello cioé che non veniva a giocare a calcio, a pallavolo, a football americano nella neve [che quando ci hanno beccati ci hanno castagnati per bene], odiava la ginnastica, lo sport in genere, qualsiasi forma ed espressione commerciale, vestiva da prete, insomma, un “suoro”), il buon Enrico, aveva uno Spectrum. Politicamente strinsi un’amicizia con lui, cercando di fargli credere di essere interessato alle sue paranoie, in modo da convincerlo a farmi provare quel diamine di mini-computer. Ci riuscii. Che merda di tastiera, ma che bel linguaggio basic che aveva. Passammo una serata a casa mia con quel cosetto e il microdrive (una meraviglia, pensando a che merdina fosse il datassette del Vic 20). Durante l’anno scolastico ebbi modo di condividere con lui anche dei cenni di programmazione, ma non vidi sbocchi in quanto “non riusciva a capire le variabili”. Io, che non avevo un computer, già conoscevo con una certa sicurezza il Basic, e mi mangiavo le mani perché chi aveva invece il sommo strumento non sapeva utilizzarlo.
Passò l’anno scolastico, e l’estate divenne da informatizzata a grecizzata, perché mi beccai un bel 5 da riparare a settembre. I miei mi cazziarono per bene, e mi misero a lavorare in azienda invece di farmi studiare. Dovetti farmi tutta l’Anabasi di Senofonte in tre settimane di agosto, ma fu l’unico modo per apprezzarla nella sua lingua originale, e l’esame fu un successone. Avevo così giocato l’asso per andare in V ginnasio.
Retrocomputing
Bazzicando sul web, ho trovato parecchie persone interessate all’argomento e, a dirla tutta, si tratta di un discorso affascinante. Lo è certo per chi, come me, ha avuto modo di nascere in tempi in cui la passione per l’informatica era proprio solo una passione, una roba per “matti”, qualcosa in cui pochi credevano.
Io sono nato, informaticamente parlando, alla fine del 1981, quando sentii per la prima volta parlare dei computers, e, in modo più empirico, nel 1982, quando, a casa di un amico di un mio compagno di scuola, vidi per la prima volta un Commodore VIC20. L’amico dell’amico (Enzo) lo aveva ricevuto in regalo da non so quale dei due genitori separati, cioè lui aveva sua madre naturale che stava con un patrigno, ma non ricordo bene dove fosse finito il padre naturale, in ogni caso lui aveva il “coso”, e non sapeva che farsene. Incuriosito, ed allo stesso tempo interessato in quanto amante dei videogames e principiante al pianoforte, gli feci domande del tipo “Ma che cosa fa? Ci fai i giochi? Suona musica?” pensando appunto ai videgames da bar (attività dei suoi “genitori”). Mi disse che era una cosa che si accendeva e che poi dovevi digitare un sacco di robe ma lui non ci capiva nulla e aveva desistito da tempo. Capisco (ancor meglio adesso) che ad 11 anni non è che potevi pretendere che un ragazzo in salute, amante del calcio e dell’aria aperta, con un bar in famiglia pieno di videogiochi, avesse ancora voglia di mettersi lì a smanettare su un coso in cui non credeva nessuno, nemmeno chi glie lo aveva regalato.
Dopo breve insistenza, lo invitai ad accenderlo. Beh, di primo acchito non è che fosse così accattivante, ma in me scattò una molla che mi spinse a volergli far fare qualcosa. Aprii il manuale (tradotto in pessimo italiano e con gli esempi di Basic pieni di errori) e provai a digitare una sequenza. Lui mi avvisò: “Guarda che tanto poi quando lo spegni va via tutto, quindi perdi solo tempo”. Ah, bella minchiata, pensai. Scrissi la famigerata frase
5 PRINT “CIAO”
Poi scrissi RUN e venne fuori il CIAO richiesto. Allora mi prese la curiosità, mentre Enzo e il mio compagno di scuola Walter andarono a giocare, assolutamente indifferenti al mio accanimento. Cercai una routine (termine a quel tempo mica così consueto) dove si potesse far suonare sto coso, e trovai un esempio di codice. Ci impiegai 2 ore a digitarlo, poi scrissi il fatidico RUN e quello… niente. Rilessi il codice (LIST) e confrontai col manuale, dinuovo RUN… niente. Cioé, magari niente: venivano fuori vari SYNTAX ERROR. Bello, ti dice anche la linea dove c’è il problema, vediamo… boh. Prova e riprova, nemmeno un cenno dal “coso”. A pensarci oggi mi domando come non avessi fatto caso ad un dettaglio macroscopico: era in inglese, ed io l’inglese non lo sapevo!
Walter mi chiamò, dicendomi che doveva tornare a casa, così abbandonai la postazione e lo seguii.
Non pensavo che sarebbe stato l’inizio della fine. L’idea, però, che esistesse un oggetto in grado di agire in base a delle istruzioni impartite da un operatore aveva ormai segnato a fuoco la mia mente.
[continua nella prossima puntata, ZX Spectrum, ammesso che a qualcuno glie ne freghi qualcosa]
[n.d.a.: nella mia storia dopo il VIC20 viene lo ZX-Spectrum, il Commodore 64, il TI-99/4A, lo Sharp Pocket PC 1401, il Commodore 128, il Commodore 16, poi l'Amstrad PC 1512 con l'8086, un sistema HP di cui ignoro il nome, un Olivetti, un assemblato 80286, poi il 386, il 486, il Pentium, il Pentium II, il Celeron, l'AS400, e decine di altri sistemi fino ai giorni nostri. Sarà dura.]




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