Ricordi di gioventù
Ecco, quando son stato a Riva del Garda per la blogfest, a ottobre, non conoscevo nessuno. Cioè, quelli con l’avatar fotografico li conoscevo appunto per quello, sapevo i nomi di tutti ma nessuno conosceva me. Sta di fatto che sono andato a sbirciare all’Eroticamp, dove ho abbandonato lo Zio fra le braccia di mille pretendenti, mentre io venivo letteralmente aggredito (in senso buono) da Capitano, Elena senzablog e Delymyth. Poi, non capendo quale fosse il reale tema del camp (c’era gente che rideva, mangiava e beveva, e nemmeno una tetta al vento), son sceso dal porchettaro a basso e mi son preso una birra per ciucciarmela sulla panchina a fianco.
In quel mentre sono arrivati Felter e CoRobi e si son messi a parlare con Delymyth, che nel frattempo mi aveva raggiunto; io ascoltavo, silenzioso e ignorato (giustamente) del tutto. Sulla stradina alle mie spalle intanto stavano arrivando Khenzo, Azael e Clockwise, e conoscendoli più che bene per via del turpiloquio che tendiamo a sostenere nelle nostre discussioni su FriendFeed, li ho apostrofati con “Ma tu guarda che branco di accattoni che mi tocca vedere”. Lì per lì mi aspettavo un saluto, poi ho notato Azael che mi guardava con odio e diceva “Beh, che problema c’è se siamo accattoni”. Allora ho fatto due conti pensando “cavolo, non sanno chi sono, adesso vengono qui e mi gonfiano di botte”.
Poi, per fortuna, mi sono alzato in piedi. E loro han tirato dritto.
(La morale di questo post è che a volte basta essere un po’ fuori sagoma per tenere alla larga i pericoli)
P.S.: io a quei tre ci voglio bene, in fondo.
A trenta secondi dalla sfiga
No, non è proprio il titolo giusto ma c’è una motivazione di fondo. Stasera infatti si parlava di morti in montagna e se ne valeva la pena, di rischiare. Io son uno che pensa sei volte alle cose prima di farle, e se questa condizione di cunctator da un lato mi ha un po’ limitato nel fare sciocchezze, dall’altro mi ha preservato da farne di peggiori.
Eran circa dieci anni fa, quando mio cugino Marco mi propose di andare a fare un tiro in montagna. Io ero fuori allenamento, lui si era da poco sparato “Voyage selon Gulliver” sul Grand Capucin, classificata al tempo come ABO+. Insomma, Mignolo e Prof eravamo. Con l’auto ci portammo nei pressi del gruppo Castello-Provenzale, in alta Valle Maira. Lui era intenzionato a fare la Mariagrazia, una via facile, alla mia portata. Ci incamminammo per il sentiero e alla base della parete sbrogliammo le corte per partire.
Arrampicare in quota è molto molto molto diverso che in falesia, e chi lo fa lo sa. C’è l’avvicinamento, la quota, appunto, il freddo, gli stronzi. Di fatto (non sto a raccontare noiosi dettagli, con ricordi per altro sbiaditi) arriviamo nel punto dove c’è da fare il traverso per poi arrivare in cima alla Castello. Gli dico “Sono stanco, non ho più benzina”. Mi dice “fermiamoci un attimo”. Guardiamo su, verso la cima, c’è un gruppo che sta per fare il traverso alto. Restiamo un po’ lì, poi una specie di lampadina mi si accende e dice “Senti, io non voglio fare il sacco degli attrezzi, scendiamo giù e ti faccio sicura su qualche via impegnativa che piace a te, ok?”. Lui, mai esagitato, la calma fatta persona, annuisce un po’ a malincuore. Mi dice “Beh, di qui in poi è facile, in un minuto passiamo quel canalone e siamo di là”. “Senti, a me una vocina mi dice di fermarmi, se non ti fa niente io le darei ascolto”.
A 30 secondi esatti da quella frase, una scarica di sassi enormi spazza tutto il canalone. Ancora oggi non so chi ringraziare per quella voce.
A me mi manca
Mi manca quella specie di vita avventurosa che ho avuto modo di assaggiare in passato. Quando partivi con una tenda a tre posti, un paio di calzoni corti, un asciugamano e una maglietta di ricambio, tutto infilato nel bauletto della moto e poi sparivi per giorni, diretto verso strade note o meno note, con la speranza di trovare un posto dove metter la tenda e qualcosa da bere. O quando ti alzavi alle 2 del mattino, andavi fino al Pian del Re, scarpinavi su per sentieri e speroni rocciosi per riuscire a fare la cima del Monviso in giornata, e tornavi alle 22 a casa trasfigurato dalla fatica.
Mi manca lo zaino pesantissimo di quelle volte che volevi per forza farti i tortellini a 2400 metri di quota, perso fra le montagne, con un amico che non aveva mai bevuto in vita sua. Mi manca la notte stellata in alta montagna, nel silenzio rotto solo da raffiche di vento gelido, quando ritenevi che fosse una delle cose irrinunciabili della vita e non trovavi quasi mai un cane disposto a farti compagnia. Mi mancano le costinate improvvise al casotto nascosto dai boschi, e la polenta appena versata, e quell’atmosfera di festa che se la organizzassi per davvero non ti riuscirebbe così bene. Mi manca tornare da una vetta e arrivare alla tenda scoprendo che una vacca ti sta mangiando i tiranti e la devi prendere a calci per farla allontanare.
Mi mancano le giornate passate in totale solitudine, seduto su una roccia, con le labbra seccate dal sole e dal vento, a guardare il volteggiare dei gracchi imperiali o a cercare di scorgere il camoscio sulle rocce distanti. Mi manca quel pomeriggio, che minacciava temporale, e che io manco ci credo in queste cose ma mi sono portato una croce di legno di 45 kg fino in cima alla Testa di Lausfer per espiare chissà quali colpe. E l’ho piantata, con i fulmini che mi schizzavano a dieci metri dalle chiappe, in pantaloni corti con le ginocchia mezze congelate dal freddo, come in una sorta di sfida a colui-che-tutti-dicono-che-sia-dio.
Mi manca tutto questo. Ma non mi piango addosso, perché ora si tratta di lavorare per riuscire a provarci ancora una volta. Che la parola fine, cascasse il mondo, vorrei essere io a decidere quando va messa.
Le ferite che la vita ti lascia
Si chiamava Angela.
Aveva 27 anni.
Il 21 giugno 1995 ricevetti una telefonata, che ancora oggi risuona nel vuoto del mio cranio.
Era mio padre che mi diceva “L’hanno ricoverata stamattina”.
Io erano mesi che mi facevo vedere pochissimo a casa, perché nel 94, in preda alla disperazione, alla mancanza d’ossigeno e di un reddito decente, abbandonai l’azienda artigiana di famiglia per fuggire chissà dove. Non avevo niente in mano, né un mestiere né un titolo di studio. Rimasi inattivo quattro mesi, poi andai in fabbrica a fare l’operaio turnista. Ce l’avevo a morte coi miei, che non capivano cose che facevo fatica a capire perfin io. Mi ero sposato solo l’anno prima, vivevo in affitto e avevo una quantità deprimente di debiti. Il lavoro non rendeva il dovuto, dovevo far debiti per pagare i debiti. L’unica via era farmi assumere in fabbrica e odiare il mondo intiero.
Dicevo, in un anno e mezzo avrò visto i miei cinque o sei volte, e quasi sempre per motivi forzati. Quella telefonata estemporanea mi lasciò un po’ perplesso, quasi scocciato. Poi metabolizzai il contenuto, le poche frasi che mio padre pronunciò. Mi sedetti, lo sguardo fisso al muro. Ero di riposo quel giorno. Non ricordo se faceva caldo o no, ma nella mia testa la temperatura si alzò improvvisamente, mandandomi in una specie di trance. Scesi dal quarto piano dove vivevo, barcollando per le scale, salii in auto e mi diressi verso il negozio dove lavorava mia moglie.
“Buongiorno signora”. “Oh ciao, la chiamo subito” mi disse con un sorriso. “Sì, grazie”. Mia moglie uscì dal retrobottega, mi salutò. “Hanno ricoverato mia sorella stamattina”. “Ma cosa le è successo?!?” mi disse lei, con un tono a metà fra il preoccupato e il sorpreso.
“Ha la leucemia”.
Morì due mesi dopo.
Un Siciliano a Levaldigi
Scena: “mensa” aziendale, tavoli lunghi. Un operaio siciliano con contratto a termine, Salvo, seduto di fronte ad un operaio cuneese con contratto a termine, Bruno, il suo caposquadra (ovvero, hanno entrambi la stessa mansione ma Bruno in più deve refertare il lavoro svolto al padrone). Stanno pranzando, io sono a due metri da loro e ascolto mentre mangio il mio panino.
S: Picchì un si capìsci rùnni minchia vònnu arrivàri, e sicùnnu mia sti agenzìe ri lavoro interinale, si sti dìtti ca ni vìvvinu a àvutri ditti, eh, chiddi ca ni sfrùttanu, chi ni fannu a fava nto stipendio, e io vegnu ri Palermo ccà cu tutti sti testa i minchia ca mi sfruttano sulu picchì ddà mancu c’accattavu u pani pà famigghia cu travagghiu è mircatu.
B, continuando a mangiare: Eh già, il mercato…
S infila un boccone in bocca, e prosegue: chi poi ricu io, comu minchia si chiama, u picciotto ra coperativa, si, c’addumanna cosi strani, voli sapiri i fatti ri tutti e io ci un ricu nianti, chiddu è uno scimunitu, ca parra comu si l’avissi un metru e menzu!
B, continuando sempre a mangiare: Sì, un metro.
S: E tutti sunnu cumminti ca nuavutri un travagghiamu, ma cuannu arrivamu ni fati fari i travagghi ri merda, e unnu sacciu si a fini ccà o ddà sutta cancianu i cosi, a stessa vita ri merda, ddà scarricavu i cassette ri frutta e mi facia u culu tantu, tocca sti vrazza, Ulc1 paru, tuacca! (si tira su la manica poi prende la mano di Bruno e la porta verso il suo bicipite per farglielo toccare)
B: Tuacca cosa! Ma che fai? (tasta il bicipite con noncuranza) Sì sì, sei una forza, sì, ma non mi toccare mentre mangio, diufà2! (poi riprende a ingozzarsi di spezzatino)
S: Hou, finitu stu cuntrattu di cuattru misa, minni vaiu iusu ca vogghiu viriri a me famigghia, me mugghiari china ru cuartu e stu miliuni-e-ttri mi serbunu ppì campari, u capisci, ah! U capisci chi minchia ri vita e ffari pi campari?
B, sorpreso: Sì, diufà, il Campari in mensa, ma vai và… Cazzo, però adesso mangia che la mezz’ora è finita.
S: Minchia, mi passò puru a fami. Ppi furtuna ca pozzu parrari cu ttia, tu si ca mi capisci.
B: Come?
S: Te mi capisci vero?
B: Chi io? Ma diufà, guarda che non ho capito nemmeno una parola di quello che hai detto, hai sempre parlato siculo, diufà! Io sono di Mondovì, porcaputtana!
S: Si figghiu ri sta grannissima pulla sucaminchia trimmutura, viri runni e travagghiari cu sti cugghiuna, me nonna mu ricia siampri, megghiu lu tintu canusciutu ca lu bonu a canusciri!
B: sì, c’hai ragione, dobbiamo uscire, sbrigati! Diufà.
1Ulk: sarebbe Hulk, ma pronunciato esattamente come l’ho riportato.
2 Diufà: colorita espressione dialettale piemontese, che significa esattamente “diufà”.
Note: questa è una vicenda realmente accaduta oltre dieci anni fa, sembra una barzelletta ma non lo è. Ringrazio Michele Lo Forte per la traduzione di ciò che quel giorno riuscii a capire in quello splendido dialetto che è il siciliano e memorizzai (più facilmente) in italiano. Incredibilmente, la battuta del Campari, per Salvo e Bruno, non era una battuta.
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Una volta qui si era tutti bambini
Ogni volta che guardo fuori dalla finestra vedo in lontananza la casa di Luca, amico con cui ho condiviso ogni tipo di nefandezza puerile. All’epoca qui attorno era tutta campagna – vaffanculo i luoghi comuni, è la verità – e mentre il cemento iniziava lentamente a rubare spazio ai campi di grano, così, lenta ed inesorabile, si consumava la nostra infanzia.
Il programma era sempre lo stesso: si usciva da scuola (elementare) alle 12.30, si tapinava fino a casa con la cartella in cuoio a spalle, trottando su quel paio di primitivi strumenti che madre natura ci ha attaccato sotto al culo – e parliamo di attraversare tutta la città, altro che suolabus – verso un pranzo abbondante e rapidissimo e poi, spesso senza cambiarsi i pantaloni “belli”, ci si incontrava in strada o nel suo garage per pianificare la conquista del territorio. Unica pausa la merenda alle 16, con gli occhi incollati allo schermo e il cervello rapito in estasi di fronte a “Ciao Ciao” sulle prime tv private, poi di nuovo a fare i talebani in giro per il quartiere fino a che non si sentiva il classico “Lucaaaaaa! Cristùn!” di suo padre Celestìn che avvisava della cena in tavola. Tornavamo a casa esausti, sporchi all’inverosimile e spesso sanguinanti in qualche dove.
Le attività pomeridiane prevedevano:
- arrampicarsi su qualsiasi albero a tiro
- lanciare sassi ovunque, possibilmente spaccando qualcosa
- strafogarsi di more, uva, ciliege e qualsiasi altro frutto di stagione potesse crescere rigorosamente a due metri da terra non meno (con doverosa eccezione per le fragole), incuranti di qualsiasi recinto o palizzata indicante l’ignoto concetto di proprietà privata
- intrufolarsi in qualsiasi cantiere per fare scorte di assi e chiodi
- costruire le più improbabili forme di capanne (o fortini) sui gelsi
- pisciare nei pintoni di vino lasciati aperti dai muratori
- mettere miccette nei formicai
- Big Jim paracadutista con la borsa del gros market
- dare la caccia ai gatti
- scavare buche nella sabbia
- fare un’antologia di dispetti alle bambine del vicinato
- perdere un martello al giorno (al punto che suo padre mise il lucchetto all’armadio degli attrezzi)
In estate il dopocena era uguale o peggio, con le memorabili partitone al calcio balilla contro Celestìn, uno che non si faceva problemi a commentare i goal con le sue frasi magiche “pütanaEvaPorca” e “vacatroiaporca”.
Niente cellulare, niente allergie, niente baby sitter, nessun doposcuola, nessuna preoccupazione, mai visto un pediatra o altro dottore. Neve, pioggia, sole, caldo, freddo, sempre in giro, mai stati guardati a vista. Bastava presentarsi in tempo per cena e trovare 5 minuti per fare i compiti, o alla peggio, al fischio di mio padre che talvolta richiedeva la mia presenza a casa.
Eppure siamo sopravvissuti, impuniti, ignoranti e lazzaroni. I gelsi non ci sono più, Luca non lo vedo da anni, il grano è sparito insieme ai trent’anni che ci separano da quel meraviglioso trancio di vita sconsiderata.
1° aprile 1965
Dalla lettera di Ernesto Che Guevara ai genitori
Padre da molto tempo non scrivevo più…
sai che un vagabondo
oggi è qui e domani là.
Già dieci anni fa io vi scrivevo addio…
per una volta ancora riprendo il mio cammino.
Padre da molto tempo non scrivevo più…
gli anni sono passati
ma io non sono cambiato.
Forse qualcuno potrà chiamarmi avventuriero,
fino alla fine andrò dietro le mie verità.
Padre da molto tempo non scrivevo più…
la morte non l’ho mai cercata,
ma questa volta forse verrà.
Vorrei farvi capire che io vi ho molto amato…
per voi non sarà facile, ma oggi credetemi.
Padre da molto tempo non scrivevo più…
mi sento un poco stanco
mi sosterrà la mia volontà
Abbraccio tutti voi, un bacio a tutti voi
e ricordatevi di me ed io ci riuscirò.
Canzone triste
Sono stato operaio anch’io, ci pensavo quando stasera ho salutato mia moglie che partiva per andare a fare il turno in fabbrica. Riprendendo un fincipt che avevo scritto tempo fa su “Certe notti” di Ligabue, ho riassunto così un periodo di merda vissuto diversi anni fa (sperando che non accada mai più e che Liga non mi faccia causa).
Certe notti chi fa il dirigente si può permettere troie e champagne
Col mio stipendio son seghe e gazzosa ancora grazie che viaggio col tram
Certe notti io sono di turno per prendere qualche centesimo in più
Mentre loro son fatti di coca e giran locali sui loro BMWCerte notti arrivo stremato che il capo reparto mi ha chiesto di più
Certe notti non riesco a dormire se penso a domani che cosa accadrà
Che lo stipendio è ancora lontano e il conto in banca è sempre più giù
Se della Panda non pago la rata arriva lo sbirro e la pignoreràE così restiamo a piedi, certe notti qui,
che camminar fa bene, così così
Certe notti sei conscio, che non ce la farai mai
Ci vediamo in galera prima o poi.Se ti svegli nel cuor della notte grondando sudore un motivo c’è
o non hai digerito le cozze oppure hai sognato di vincere al Tris
ma siccome la seconda ipotesi è falsa come la pubblicità
scendi dal letto e con un’Alka Seltzer vedrai che dopo ti passeràSei rimasto senza soldi, certe notti qui,
E domani c’è l’affitto, mi sa di sì.
Certe notti son cazzi, ti vorresti suicidar
Chiedi a Mario il revolver, prima o poi.Certe notti qui, certe notti qui,
certe notti qui, certe notti….Certe notti vorresti sbronzarti per dimenticare che cosa sei tu
ma con un euro nemmeno una birra ti tocca per forza pigliare un caffé.E così restiamo sobri, certe notti qui,
che un caffé fa bene, così così
Certe notti sei conscio, che come tutti te ne andrai
Ci vediamo all’inferno prima o poi.Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui.
Sensazioni
Credo di avere dei problemi. Dovrei farmi visitare da uno bravo, un Dr. House del cervello. Oggi, per la terza volta in questo mese, ho vissuto in prima persona un istante strano, un ricordo del passato che mi è tornato alla mente in maniera davvero realistica, al punto di credere di essere davvero in quella medesima situazione. Sì, certo, queste cose succedono a tutti, ma normalmente lo fanno durante il sonno, non in piena veglia, dannazione! Capita di sognare qualche istante del passato, di viverlo come se fosse reale. Beh, a me capita in pieno giorno, ad occhi aperti.
Oggi ero a militare, cioè, oggi ero al lavoro, ma durante una pausa mi sono sentito come un giorno a Torino, nella caserma del II Reggimento Genio Ferrovieri; pioveva, e guardando in un punto non ben definito dell’ambiente circostante, mi è presa la stessa sensazione di angoscia, la stessa voglia di tornare a casa, ho sentito lo stesso gusto in bocca. Per un attimo non ho visto più nulla, nel senso che la vista c’era, ma la mente interpretava i segnali degli occhi come se non riconoscesse nulla. Una sensazione di vuoto e la certezza (questo mi ha fatto paura) di essere in caserma, non al lavoro.
Sono passati 18 anni da quel giorno, fui trasferito a Torino il 6 aprile del 1990, dopo il CAR ad Albenga, in fanteria. Avevo fatto domanda nei parà (più per scherzo che per altro), in artiglieria alpina, nei corpi alpini speciali; io, amante della montagna, volevo spendere quell’anno di vita nel migliore dei modi tenendomi in forma. Chiesi anche di poter andare nei bersaglieri. Feci anche domanda nei carabinieri, più per il fattore economico che per altro. Mi destinarono nel Genio Ferrovieri, caserma di raccomandati, tutti residenti a Torino e dintorni, tutti laureati con sei, sette anni più di me; quella gente aveva conoscenze, alcuni avevano addirittura lasciato bustarelle pur di rimanere in zona. Lì non entravi mica così, dovevi conoscere qualcuno. C’era addirittura il nipote di un cardinale, vari figli di generali e parenti di marescialli. Insomma, se avessi fatto domanda per entrare in quel corpo, mi avrebbero spedito a Cividale Del Friuli nella Guardia Alpina di Frontiera o cose simili.
C’era anche un gruppo di ragazzi che venivano dal sud. Sicilia, Calabria, Campania. Qualche sardo. Tutti al Minuto Mantenimento (il reparto di manutenzione della caserma, per chi non ha indossato la divisa). Il più istruito di loro aveva la terza media, alcuni soltanto la terza elementare. Un contrasto immenso con il “plotone comando”, ovvero gli addetti agli uffici amministrativi della caserma. Alla Cavour eravamo circa 200 militari di leva, e 1400 “muffaioli”, ovvero quelli che avevano scelto il militare come posto di lavoro. Erano tutti volontari del Genio, lì perchè era l’unico modo per ottenere le credenziali al fine di entrare, dopo i 4 anni di ferma, nelle ferrovie. La caserma formava infatti gli allievi deviatori, manovratori, capotreno e capostazione, e manteneva in esercizio la linea Torino-Chivasso-Aosta, gestita direttamente dal Genio.
Noi costituivamo i “servizi”. Un’azienda, insomma, un’azienda statale vecchio stampo, con quattro persone per ogni ruolo, che tanto c’era abbondanza, ed eravamo lì per la madonna, a 120 mila lire al mese, sostanzialmente contro voglia.
Io oggi mi sono sentito come quel 10 aprile, appena trasferito e sopravvissuto a tre giorni di curvée in cucina con il cuoco che aveva la radio che spaccava i maroni in continuazione con “Trottolino amoroso dudu dadadà”. La controfigura di me stesso.
Sarà stato solo l’aver superato quasi indenne la migrazione a SQL Server?
Retrocomputing – Capitolo III – Lo Sharp Pocket PC 1401
La V ginnasio fu un disastro. Non in termini scolastici, piuttosto al riguardo del coinvolgimento informatico del sottoscritto. Un compagno di scuola estroso e, per sua fortuna, di famiglia abbiente, era solito portare a scuola le più strane invenzioni tecnologiche. Sovente, durante le lezioni, era con lo sguardo rivolto verso il basso e le mani sotto al banco, mentre scartabellava con qualche aggeggio o pasticciava con penne strane ed agendine colorate. Un giorno l’insegnante di storia lo riprese sorridendo e gli disse: “Ma cosa hai sempre da fare sotto a quel banco, sembri un criceto!“. Fu la sua rovina, per tutti divenne Cricy ed ancora adesso è conosciuto come tale.
Cricy si fece in parte coinvolgere da me e Norberto nel mondo dell’informatica, e rimase contagiato anche lui da quella strana malattia che ci stava invedendo il cervello. Norberto disse che con un computer piccolo piccolo durante i compiti in classe si sarebbe potuto avere ogni soluzione, per lo meno dal punto di vista matematico. Lui la prese come una scommessa e si procurò un computer piccolo, davvero piccolo per quell’epoca. Si trattava dello Sharp Pocket PC 1401, poco più grande di una calcolatrice, con il display LCD a matrice 16×1 e la tastiera alfanumerica. Era dotato di un basic semplice ma funzionale, ed era in grado di memorizzare ben 4 kBytes di istruzioni e di tenerle in memoria anche dopo lo spegnimento. Fu amore a prima vista.
Fuori dalla scuola, il sabato e la domenica divenne una croce. Un amico aveva comprato il Commodore 64, e, conscio di non essere in grado di farlo funzionare con le sue sole forze, mi coinvolse nel problema, e presto divenne la mia attività principale di ogni istante libero della mia vita. Io smanettavo il suo PC, lui frugava nel cestone della roba di suo fratello per cercare gli Albo Blitz con le donne nude e poi partiva in bagno a smanettarsi qualcos’altro. Credo di essere stato uno dei compagni di gioventù più noiosi in assoluto, perchè per me l’informatica era diventata una cosa seria e non mi permetteva distrazioni.
Torniamo a scuola. Il lunedì mattina mi portavo libri, manuali, appunti e codice scritto su fogli quadrettati, da poter provare sul Pocket non appena lo avessi avuto disponibile. Ormai dedicavo anche le ore di studio a fantasticare su programmi innovativi con musica e grafica, oppure sistemi per fare le fatture o compilare la schedina del totocalcio. Passò la V ginnasio, e nell’estate dovetti partecipare ad un campeggio obbligatorio (frequentavo una scuola di preti, TUTTO è proibito, TUTTO è obbligatorio). Riuscii a portarmi dietro il Pocket, che ormai, visto il disinteresse di Cricy, divenne praticamente mio. Fu durante il campeggio che toccai il fondo, al punto che fui richiamato dal vicerettore (un gran somaro) per la mia totale estraneità ai fatti del campeggio. Io però ero concentrato su una cosa folle: scrivere un gioco sul Pocket. Creai così il Bowling, una pazzia allo stato puro. I 4 kBytes mi bastarono appena appena, ma il gioco entusiasmò i miei compagni di campeggio e fece tirare fuori musi sempre più lunghi al vicerettore. Fu un successone: premevi la barra spaziatrice, la palla partiva da sinistra verso destra, dove erano i birilli in fila (3), e in modo del tutto random ne buttava giù uno o più a seconda di cosa gli frullava per la testa.
Venne la I liceo, e io me ne andai. Non è un gioco di parole. Nel dicembre del 1986 convinsi finalmente mio padre a comprarmi un PC, e la mia scelta volse all’indimenticato Commodore 128. Quello fu il colpo di grazia. Norberto lo acquistò col drive per i floppy, Cricy nel frattempo si era preso il Commodore 64 con il drive 1541, io andavo di cassette ma i weekend diventavano un correre di qua e di là con il Califfo Giò color turchese e la sella lunga da stra-tamarro per poter usare i programmi su floppy dai miei amici. Sovente portavo a Cricy la mia stampante, la MPS 803, per avere in cambio il suo drive 1541 e fare finalmente qualcosa di serio. Tutto questo mi allontanò dallo studio, perchè ormai non me ne fotteva proprio più nulla dello scisma anglicano, della Divina Commedia, di quella pagliacciata prolissa ed indigesta dei Promessi Sposi, e soprattutto di quella merda della geometria analitica che mi faceva davvero venire i conati. A fine anno fui rimandato in Latino ed Italiano, e devo ancora andare adesso a dar l’esame di riparazione…
Ah, dimenticavo, il Pocket PC ce l’ho ancora adesso, l’ho tenuto come una reliquia in ricordo di quei bei tempi andati.
Technical specifications:
* CPU: Hitachi SC61860 (8-bit CMOS), 576 kHz clock frequency
* 4 KiB RAM (Two 2?×8 CMOS Static RAM HM6116 chips)
* 40 KiB ROM (SC613256 chip)
* Display: monochrome LCD 16 digits (5×7 pixel) in 1 line (Controlled by SC43536 chip)
* Integrated speaker
* Keyboard: 76 keys
* 11-pin connector for printer CE-126P and floppy controller CE-140F
* Powered from two CR2032 batteries, power consumption less than 0.03 W
* Size: 170x72x9.5mm, weighting around 150 grams




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