Bar
L’altro giorno sono andato in un bar, sporadicamente frequentato in gioventù. Erano venticinque anni che non ci entravo. C’erano le stesse facce, lo stesso proprietario, gli stessi odori, gli stessi tavolini di allora. Mancava solo Bubble Bobble.
Sogni
Quando facevo vacanza in montagna per qualche giorno – cosa mai più successa purtroppo – andavo sempre nello stesso posto, un po’ perché non mi costava nulla un po’ perché mi piaceva. Lo conoscevo bene quel luogo, ogni singolo palmo di sentiero, di pendio, di albero, di roccia per me non aveva segreti. La sera, quando il genere umano si ritirava a valle o si rintanava nelle poche costruzioni della zona per ripararsi dall’aria fresca, prendevo una felpa e mi incamminavo a monte per fare gli esercizi spirituali. Li chiamavo così, pur trattandosi di niente di programmato o – peggio ancora – guidato da qualche sapientone farcito di dogmi. Consistevano semplicemente nel colmare il bisogno di ritagliarsi un momento – di lunghezza variabile – per stare solo. All’epoca, rispetto ad oggi, era più facile stare soli, specialmente lassù dove non c’era tv, il telefonino non esisteva, niente internet, niente giornali, pochissima umanità. C’era pure poca luce pubblica, cosa che di per sé invogliava il bipede medio ad evitare il buio quando ciò fosse stato possibile, così come invogliava il sottoscritto ad approfittarne. Senza farmi vedere prendevo a camminare, a volte per il sentiero, a volte a naso in mezzo alle rocce, e andavo in uno di quei posti che avevo eletto come Ne. I Ne nella tradizione del Bhutan sono dei luoghi curativi, per l’anima e il corpo, individuati come dei veri e propri power places ad alto coinvolgimento spirituale. Io avevo i miei piccoli Ne sparsi per le montagne circostanti, e andavo spesso a rifugiarmici. Uno di questi Ne, in particolar modo, aveva delle caratteristiche speciali. Si trovava in cima a una parete rocciosa alta circa trenta metri, e al buio per arrivarci dovevi aggirarla per un ripido canalino, affrontabile con dieci minuti a passo svelto. Era vicino alle costruzioni degli umani eppure, per magia, era infinitamente lontano. Col fiatone arrivavi sul pianoro erboso a picco sul vuoto, ti sedevi, guardavi le luci artificiali in basso, poi, una volta assorbito il batticuore per la scarpinata, ti sdraiavi nell’erba e guardavi il cielo. Appena eri orizzontale come per miracolo ti si apriva un mondo di silenzio, la brezza scompariva, i rumori degli umani pure, e niente in quei momenti ti separava dalla volta stellata, nemmeno il freddo, mitigato dal rilascio termico del terreno. Stavi sdraiato, in silenzio, solo, a guardare quella fetta di universo che ti stava appiccicata davanti agli occhi, e ti sembrava che fosse molto più vicina lì che in altri posti. Mai capito niente di stelle, mai saputo un nome di un astro o di una costellazione, a stento riconoscevo l’Orsa Maggiore, ma era tutto lì a mia disposizione, era tutto mio. E lasciavo correre i pensieri, incurante della loro qualità, mentre qualsiasi malessere sembrava fluire fuori dal mio corpo per lasciar spazio a un benefico silenzio. Scendevo poi molto più tardi verso la mia stanza, già inumidito dalla rugiada e discretamente infreddolito. Mi mettevo a letto, chiudevo gli occhi e facevo sogni bellissimi.
Io con la sfiga ci vivo benissimo
Io con la sfiga ci vivo benissimo, fin da quando sono nato. A quanto pare è la mia figura che funge da calamita, non sono io che sono sfigato. Sono praticamente circondato da gente che con la sfiga ci ha fatto le nozze, al punto che a volte mi chiedo se sono io a portare sfiga. Fin da quando sono nato.
La gente che è nata con me, nello stesso periodo, era tutta nella stanza dove sono nato io, o nei paraggi, non so bene. Uno che è nato il mio stesso giorno, nello stesso ospedale, nella stessa stanza, è venuto a scuola con me per anni, ed era uno veramente sfigato. Non era cresciuto molto, era piccolino, e tutti lo sfottevano perché era piccolino, e sfigato. Alle figurine riusciva a perdere anche contro di me, che ero una sega. Lui, sfigato, piccolino, perdeva anche contro di me. Era così sfigato che nessuno voleva giocare a figurine con lui, e allora si trovava a giocare con me, e perdeva, sfigato.
Un altro che è nato qualche giorno prima di me, adesso vive a trenta metri da casa mia. Non è piccolino, e a dirla tutta non è nemmeno tanto sfigato, ha una bella casa, una bella moglie, un bell’idraulico. Sarà che ha passato veramente pochi istanti con me, ma non è poi così sfigato. Certo, i capelli che sembrano stuccati da un gessino della Val Camonica non gli rendono l’aspetto così piacevole, ma questo non credo che sia solo sfiga, deve essere anche questione di parrucchiere, o di lacca, o di idraulico.
Ce n’è ancora uno, nato una settimana prima di me, che era anche nello stesso ospedale, nella stessa stanza, nello stesso periodo. Lui non so dire bene se è sfigato o no, ma non lo vedo mai con delle ragazze e allora penso che sia sfigato, o anche un tantino omosessuale. Che non è essere sfigati, l’essere omosessuali, è credo più una questione di culo, ecco. Lui è sfigato a giorni alterni, tanto per capirci. Un giorno aveva parcheggiato la macchina nuova – beh, nuova, aveva un mesetto – in strada, e quella sera qualche buontempone voleva fare uno scherzo a un vicino di casa, e ci ha incendiato la macchina, al vicino di casa, solo che forse non sapeva bene quale era la macchina del vicino di casa e allora ha incendiato quella del mio amico. Quando sono arrivati i pompieri c’era solo più la marmitta, poi uno dice la sfiga.
Anche mia mamma è stata presa dalla sfiga che mi circonda, e quando dovevo nascere è ovvio che oltre alla sfiga a circondarmi era anche e soprattutto lei, mia mamma, nel vero senso della parola. Le avevano detto che ero in ritardo e che sarei nato grosso, sui cinque chili, e lei era un tantino preoccupata, al punto che scriveva lettere alla famiglia dicendo “o si sono sbagliati loro o mi sono sbagliata io, ma questo qui non ne vuole sapere di uscire”. Mentre chiacchierava con le mamme di quelli che sono nati prima o durante, quelli che ho detto sopra, era preoccupata che loro uscivano e io stavo lì dentro al calduccio. Mio padre lavorava sessantadue ore al giorno perché a casa ne aveva già due, di cosi che mangiavano, e io sarei stato il terzo, e da quanto ero grosso aveva già deciso di uccidere il vitello grasso. Mia mamma era più pacata, anche se ansiosa, e lo rincuorava dicendogli che comunque per i primi tempi, come per gli altri due, ci avrebbe pensato lei a sfamarmi. E appena dopo nato le dissero subito che non aveva latte, e che io avrei dovuto passare i migliori anni della mia vita senza il contatto con le mammelle. Che poi sta cosa delle mammelle me la porto ancora adesso, mi viene da metterci la faccia dentro ogni volta che le vedo, alle mammelle, vatti a sapere perché. Sfigato anch’io, niente mammelle, mi son dato alla birra fin dall’infanzia.
Quando giocavo con mia sorella, da bambino, si faceva sempre male lei, poverina. Gara con la bici, una spanna di pelle abrasa. Gara a salire sulla betulla, si rompevano i rami dalla sua parte. C’era l’influenza, la beccava sempre lei. A Natale le regalavano la Barbie, e lei detestava quella bambolozza bionda abbagasciata, e allora la prendevo io, la spogliavo e mettevo la faccia in mezzo alle tette, chissà mai perché. Un giorno volevamo fare come maicbongiorno e facevamo i quiz, solo che per fare i quiz bisognava avere il cartellone con il nome, e lei ne scrisse uno per me, che io non sapevo scrivere, e ci scrisse Carlo Puttana, immagino perché non avesse idea di cosa volesse dire Carlo. Poi arrivò mia madre e sorrise, a me, e a lei le mollò una chiantozza che le rimasero le dita istoriate sulla guancia per due giorni. Ci vollero ancora un paio d’anni per capire che aveva buoni motivi per tenermi alla larga.
Alle elementari dopo la scuola uscivo sempre di casa a far danni in giro per il quartiere, insieme al mio amico Luca. Lui non era mica sfigato, di suo, ma appena arrivavo io, tempo due o tre ore, gli capitava qualcosa di spiacevole. Andavamo a spaccare pignatte nelle case in costruzione, e i muratori beccavano lui e lo portavano a casa da suo padre che gli faceva dei culi che si sentiva urlare fin nelle campagne. Giocavamo nei prati, e le api pungevano solo lui. Gara in bici, trentatré centimetri di abrasioni per volta. I rami dei gelsi si rompevano sempre e solo dalla sua parte. Far le scalette con i chiodi del sette, sapessi le martellate che si dava sulle dita, solo lui, sfigato. Sua mamma aveva i capelli neri, suo papà aveva i capelli neri, lui aveva i capelli rossi e le lentiggini, e questo da bambino non significava sfiga, ma crescendo mi aveva fatto venire qualche sospetto. A volte prendevamo in prestito il carretto di suo padre, e andavamo in giro lui sopra e io dietro a spingere, correndo a piene balle per strade sterrate. A volte era lui a spingere e io sopra, e non succedeva niente, ma quando era lui sopra e io a spingere era sicuro che un sasso o una buca lo avrebbero fatto ribaltare. Quando è stato più grandicello ha finalmente risolto i suoi problemi, perché i miei mi avevano rinchiuso in un collegio.
A scuola, alle medie, avevo cambiato posto, al collegio, non ero più al paese, e questo avrebbe potuto farmi passare quell’aura da menagramo, che non lo sapevo mica ancora di averla a quel tempo, l’aura da menagramo, lo sto analizzando adesso. Conobbi un paio di compagni che venivano anche dal mio paese e feci amicizia. Dopo la scuola, in estate, finite le medie, ci vedevamo ogni tanto, e io cominciavo a trovare le ragazze, e ci piacevo alle ragazze, io, mentre loro erano sfigati e non avevano ancora baciato niente che fosse minimamente paragonabile a una forma di vita. I mio amico Mario era proprio uno che sembrava attirare la sfiga su di sé, e sembrava che questo accadesse solo quando c’ero io. Se andavamo a fare un giro in motorino, lui forava sistematicamente. Se provava a elaborare il motore, grippava. Un giorno aveva finalmente trovato il modo di fare andare il suo Issimo più veloce del mio Califfo Giò, e tempo due giorni glie lo avevano rubato. Allora era costretto a viaggiare sulla Vespa Primavera tre marce di suo padre, una casseruola di tale portata che sembra incredibile ancora adesso che possa essere esistita. Una volta la tirò fuori e io gli dissi Facciamo cambio, e lui prese il mio Califfo e io la sua Vespa, e andammo verso la strada della discarica, e non successe niente, anzi, la Vespa sembrava andare più del Califfo, e lui era contento, allora ci scambiammo di nuovo i motorini e quando ci salì sopra lui, tempo dieci metri, era forata.
Sarebbero ancora tanti gli esempi, ne dico solo più uno. Un giorno con dei colleghi di lavoro decidemmo di andare a fare un giro in bici, una cosa seria, fino a un rifugio in montagna. Quella mattina pioveva come dio la mandava, o il suo idraulico, non so bene, comunque pioveva e io passai a prendere uno dei miei colleghi col furgone, quello che ci hanno bruciato la macchina, come ho detto sopra, che non avevamo voglia di farci tutta la strada asfaltata in bici, e lui mi diceva Ma piove troppo, lasciamo perdere, e io gli dicevo Vedrai che arriviamo là e c’è il sole. E figurati, arrivati là c’era un sole caldo e il cielo sereno, e allora lui pensò che questa storia della sfiga era finita. Ci incamminammo, arrivammo in rifugio, arrivarono anche gli altri due colleghi più allenati e facemmo pranzo. A scendere, in rigoroso ordine cronologico, il collega A forò due volte, il collega B riuscì a incaprettarsi su dei sassi e forò tre volte in un tratto di appena trecento metri. Il collega venuto con me era praticamente sicuro di essere fuori pericolo quando in entrata di curva riuscì a fare una quindicina di metri sulle gengive. E bon, quei tre lì con me in bici non ci sono mai più voluti venire.
Dimenticavo, parlando di sfiga. Uno che era a scuola con me si è addirittura fatto prete.
Lavori pericolosi
Dai, che poi sembra che quelli strani stan tutti dalle nostre parti. Però è tutto vero.
Un giorno un tizio di Cuneo noto come “Geniu” o “Zozzo” era in giro col suo trattore + rimorchio. Ah, spetta, voi non sapete niente di Geniu. Ecco, costui è uno che si è fatto una carriera con lo schifo. Raccatta monnezza, disostruisce pozzi neri, dorme nella benna della ruspa, insomma un personaggio particolare (vorrei dire cristallino, ma non è proprio il termine più adatto). Dicevo, un giorno il nostro era nella centralissima Via Roma, a Cuneo, a pochi metri da Piazza Galimberti, col suo trattore e il rimorchio. Procedeva lentamente e (mettete a letto i bambini, per favore) trasportava il risultato di una disostruzione di pozzo nero appena avvenuta. Nel rimorchio, così, sfusa. Immaginate la scia che emanava, immaginate Via Roma, immaginate le sponde del rimorchio che certo non sono a tenuta stagna.
(Il seguito non è adatto ai deboli di stomaco) Ad un tratto una Punto dei vigili urbani lo sorpassò e lo fece accostare. Scesero in due e si misero a sbraitare con lui per l’indecoroso spargimento di liquami che stava producendo nel cuore della dolce vita cuneese. Geniu non fece una piega, disse che in qualche modo doveva pur portarla via. Il vigile più giovane, con uno sguardo atterrito, lo fece andare sul retro del rimorchio per fargli vedere la pozza che si era formata a terra e che continuava a colare dalle sponde, urlando “Guardi che schifo! Cerchi di bloccare la perdita, maledizione!”. Il buon Geniu, uno che non era certo stato educato a Oxford, estrasse dalla tasca un fazzoletto lercio, lo appallottolò un pochettino e poi infilò il braccio dentro la (si può dire “cacca” vero?) cacca liquida, cercando di chiudere il buco più grosso nella giuntura all’angolo del rimorchio. A quel punto il vigile giovane sbiancò in volto e per tutta una serie di motivi fu costretto a chinarsi a terra in preda ai conati, al che il suo collega lo allontanò dalla zona.
Messo a sedere sul marciapiedi il giovane sconvolto, il collega anziano tornò e intimò a Zozzo di andarsene immediatamente, dicendogli che non gli avrebbe fatto la contravvenzione per non perdere tempo. Lui sorrise e gli porse la mano in segno di ringraziamento.
Apud sexum
Riprendo ciò che sta raccontando il buon padre di famiglia Splendidi Quarantenni, e mi viene in mente che anch’io in gioventù vissi il problema dell’educazione sessuale, nel senso che ad un certo punto non me la sentivo più di fare affidamento alle sole stronzate sparate dai miei coetanei e abbisognavo di un confronto serio con qualcuno / qualcosa che ne sapesse per davvero. Appena undicenne trovai un libro e lo studiai a memoria, e nonostante la certezza di non avere alcuna chance di racimolare materiale per fare pratica entro i successivi dieci, quindici anni almeno, ebbi presto ben chiaro tutto l’ambaradan.
Quando mia mamma, in preda all’imbarazzo, un paio d’anni dopo mi domandò cosa sapessi al riguardo, le dissi “Tutto”. “Da quanto?”. “Da due anni”. “Ah, va ben”. E non ne parlammo mai più.
Violenti o nolenti
Ero magrolino quando avevo sedici anni. Magrolino era un complimento, diciamo. I miei 185 cm pesavano appena 70 kg, una taglia 44 e la faccia scavata al punto di non giovare alla presenza fisica né alla beltà. Sono sempre stato uno sfigato bruttarello, condizione peggiorata col tempo e con parecchi chili in più.
A sedicianni sei una cisterna di ormoni, vorresti spaccare il mondo in quattro, piacere alle ragazze e poter fare il fighetto che ha quel qualcosa in più. Invece guardavo gli altri che portavano vestiti firmati, di marca, in perfetto stile paninaro, ultimo modello. Io avevo sempre gli stessi jeans, marca Iber, mercato del martedì, un martedì ogni tre mesi, e le adidas – quelle sì – che erano le uniche a durare tre settimane giocando a calcio sull’asfalto. I miei compagni di scuola avevano i genitori benestanti, io no. Quelli che erano come me sembravano fregarsene delle mode, io ci ero costretto e sapevo che la chance di attrarre l’attenzione di un esemplare femminile erano pochissime, constata la mia inguardabilità di cui sopra. A corredo, una totale incapacità comunicativa nel branco.
E qui terminano le premesse. E’ una sera di luglio, strada vicinale di una zona residenziale in via di costruzione. Sono nei pressi di un cantiere, terreno splendido per fare l’asino col motorino ereditato dal nonno (un Califfo Giò con un chiodo da 25 nella marmitta) insieme a un gruppo di quasi coetanei. Per la prima volta non do peso alle montagnole di terra dove fra bici e motorini si fa un bel baccano, ma mi metto a chiacchierare con una ragazza che non mi allontana col forcone (la prima volta che capita). Si avvicina uno di un altro quartiere, più giovane, uno di quelli coi genitori che hanno i soldi, e comincia a chiamarmi picchiettandomi sulla spalla in modo insistente. Io lo ignoro che ho da baccagliare la ragazzina, e lui insiste e rompe le balle anche a lei. Lo apostrofo, chiedendogli di levarsi di torno, lui comincia a sfottere e a incitare gli altri per fare lo stesso. Mi sento accerchiato, la metto sul ridere ma questo non smette.
E’ un attimo.
Chiedo scusa alla ragazzina, mi giro e prendo per il colletto il rompiballe, gli urlo in faccia di non rompermi i coglioni, così forte e così vicino che può vedere chiaramente le mie corde vocali vibrare. Impallidisce, prova un “ma… ma…”, allora lo alzo letteralmente di peso e lo getto al di là di una recinzione alta un metro e mezzo. Poi lo guardo mentre piange, cerco di frenare la rabbia, una rabbia che mai mi era svalangata fuori in maniera così violenta. La ragazzina mi insulta dicendo che sono cattivo, fra gli altri del gruppo c’è chi ride e chi prende la bici e se la fila a casa. Poi alcuni fra quelli rimasti gli danno una mano a tornare in strada, facendogli scavalcare il recinto con discreta fatica. Sporco e con la maglia strappata sale sul motorino nuovo di pacca, una specie di scooter 50 ultimo modello, bianco con il raffreddamento ad acqua, e se la fila a casa piangendo e singhiozzando anatemi.
Non l’ho mai più rivisto, e da allora non ho mai più picchiato nessuno se non per sport.
Ferraghost
Non so se sta cosa l’avevo già raccontata, comunque era più o meno l’85 ed ero in montagna, a S.Anna di Vinadio, con mio fratello e i suoi amici. La stanzetta che ci avevano lasciato in uso le suore del santuario dava sulla strada, e come ogni ferragosto ci si aspettava di sentire fin dalle prime ore del mattino le auto che passavano per accaparrarsi il parcheggio. E quella mattina, al contrario delle previsioni, niente. Solo la campana che annunciava la prima messa, alle 6.45 (dannazione), ci svegliò, ma di auto nemmeno un frullo. Da buoni cristiani ci girammo dall’altra parte e riprendemmo a dormire. Alle 7.45 altra campana, altra messa. E nessun rumore, fuori. Piuttosto, uno strano frescolino mi spinse a scendere dal letto e a spostarmi nell’androne per veder fuori, senza svegliare i compari.
Poi rientrai in stanza e pronunciai, scandendole, le seguenti parole: “Fioei, ci sono 25 centimetri di neve”. Un coretto di vaffanculo ironici seguì bellamente. Tornai di là a guardare la 127 di mio fratello coperta di bianco mantello.
Alle 9.30 eravamo nel piazzale della chiesa a fare a palle di neve, nemmeno un’anima in giro.
Il ciclo della vita
Quel 10 febbraio passai la notte a salire e scendere scale. Uscivo, fumavo, rientravo, riuscivo, rifumavo, rientravo. Poi, verso le 2.30 da una finestra al sesto piano udii un bambino che piangeva, appena nato. Rientrai, come colto da un presentimento, salii le scale e tornai nella stanza di oncologia appena in tempo per vedere il mio migliore amico esalare l’ultimo respiro. Quel bambino oggi compie otto anni, e mi sforzo di credere che in lui si sia innestato un po’ del grande spirito vitale che abbandonò il mio migliore amico, mio suocero, quella notte, in quel momento.
Stanotte non ho chiuso occhio.
Ci si divertiva con poco
Come spesso mi capita, invecchiando, mi vien da raccontare cose che mi sono successe da giovane. E niente, molti, se non tutti, praticamente alcuni, sanno che io ho passato sei anni in un collegio dove si studiava per diventare prete, che poi ancora oggi non ho mica capito cosa ci sia tanto da studiare per diventare prete, che fai più anni di scuola che un avvocato, per dire. Comunque lì l’intenzione degli istitutori era di farci diventare tutti preti, casti, puri e bigotti, mentre noi adolescenti traboccanti ormoni ci uccidevamo di pippe guardando le pagine dell’intimo femminile su Postal Market o Vestro. Un piccolo inciso, necessario, per dirvi che nell’intelligentissima idea di creare un piccolo centro per raccogliere la carta riciclata e venderla per pagare i palloni da calcio, i conferimenti dei vari alunni portavano al loro interno un universo che la clausura ci aveva tenuto nascosto a lungo. Stivandolo nei pantaloni riuscii a portar via un catalogo della tedesca Steppi Slips, e non vi dico altro, roba da farsi ricoverare in rianimazione. Comunque sì, tutti bravi, tutti studiosi e smodatamente segaioli, ma l’altro giorno nell’armadio dei meglio-dimenticare ho messo le mani sul vecchio libro di grammatica greca, e con un filo di commozione sono andato a cercare la pagina dell’aoristo terzo passivo, uno dei più grandi dolori della mia gioventù. Era ancora lì, bella cerchiata di nero come l’avevo lasciata.
Quel giorno Don Mario, un uomo di bontà e pazienza infinite, stava spiegando a voce altissima come sempre per via di una sordità incipiente, e io avevo raggiunto già il walhalla in almeno un paio di occasioni, avevo finito e rismontato il cubo magico non meno di trenta volte, mi ero aggiornato tutto il calendario di serie A con addirittura le statistiche dei gol subiti in trasferta, e quindi mi stavo praticamente scartavetrando il divertentissimo apparato deputato (secondo loro) alla sola riproduzione. Presi così l’accendino dalla tasca, e tenendolo capovolto feci ruotare lentamente la rotella tutto attorno alla pagina grattugiando una consistente dose di pietrina con lo scopo di creare una specie di miccia circolare. Un lavoro certosino, minuzioso, in apnea per non sprecare nulla con un fiato, e badando che la polvere fosse così densa da essere continua. L’insegnante ad un tratto si voltò dopo aver scarabocchiato al lungo alla lavagna e chiamò a leggere il mio vicino di banco, urlandone il cognome come sua abitudine. In quel momento, svegliatomi di botto dalla trance che mi guidava in quell’attività, accelerai incautamente lo scorrimento e fu un attimo che partì una scintilla. Scccchoouuufff! Una fumata grigia accompagnò un lampo, e una tremenda puzza di bruciato invase la classe in un attimo. Tutti i miei compagni, dopo gli sguardi di sorpresa terrorizzata, scoppiarono in una fragorosa risata, mentre cercavo di giustificarmi sghignazzando pur’io come una iena che trova una femmina dopo due anni di astinenza.
L’insegnante alzò ulteriormente la voce sopraffacendo il caos generale e mi apostrofò dicendo “Non si fuma in classe!”. Poi proseguì la lezione. Io, terrorizzato dalla potenziale punizione in arrivo, mi misi a disegnare i fumetti sul margine del Rocci. Era una partita a tennis lunga 500 pagine, sai di quei fumetti che prendi la manciata di fogli e cominci a sfogliarli velocemente, e vedi l’animazione.
Peccato aver venduto quel dizionario dopo la scuola.
La guerra vista da un bambino
Mio nonno mi parlava spesso della guerra, che lui c’era stato, in guerra. Ma non mi parlava mai delle cose brutte ma solo di quelle poche cose belle che gli erano capitate. A dire il vero so che di cose brutte glie ne erano capitate molte, perché era stato prigioniero nel carcere dello Spielberg, questo me lo aveva detto lui, e mia mamma mi disse che gli si era congelato un dito di una mano, e quando ci fu la liberazione era tornato a casa a piedi con i suoi pochi conterranei sopravvissuti e ci aveva messo un mese mangiando solo qualche buccia di patata e perfino gli escrementi dei somari che trovava per strada. Comunque lui mi diceva che cantavano canzoni e incontravano molte persone, e ogni tanto mi ripeteva qualche filastrocca che io non capivo ma mi faceva ridere, che ero un bambino. Mia nonna appena lo sentiva parlare di guerra o cantare “O Tannenbaum, O Tannenbaum, Du kannst mir sehr gefallen!” lo apostrofava malamente intimandogli di tacere, che non era una cosa bella da dire a un bambino, ma io, sia allora che adesso, ero convinto che fosse meglio sentire quelle storie e quelle filastrocche piuttosto che recitare rosari tutto il giorno, e sono convinto che anche mio nonno era convinto di questo ma purtroppo lui non aveva voce in capitolo e doveva tacere.
Quando fu liberato dalla fortezza in cui era prigioniero, dicevo prima, dopo un mese ai limiti della sopravvivenza riuscì ad arrivare a piedi al paesello, vicino a Cuneo, insieme a pochissimi compari malconci come lui, e quando giunse a casa vide che la casa non c’era più, distrutta dai bombardamenti alleati che volevano colpire il vicino comando tedesco. Cercò la famiglia dai parenti e quando li trovò aveva talmente fame che non riusciva nemmeno a parlare. Mia nonna nel vederlo barcollare nell’aia diede di matto, lei e tutta la famiglia, perché erano due anni che non sapevano che fine avesse fatto e trovarselo così devastato ma vivo fu una gioia e una sofferenza immensa allo stesso tempo. Lui aveva così fame che quasi non li salutò, piangeva soltanto, e allora lei mise a scaldare un grosso paiolo di minestra, unica cosa disponibile nella miseria del posto, e così fecero anche le mogli dei suoi commilitoni e compagni di prigionia. Solo che mia nonna era un vero aguzzino e gli impose di mangiare lentamente, che se lui avesse ascoltato la voglia avrebbe infilato la testa nel paiolo per ingozzarsi. Tre dei suoi commilitoni, fra cui suo cugino, mandarono affanculo la moglie e si avventarono sulla minestra calda, che dilatandosi nello stomaco vuoto e atrofizzato da troppi mesi di fame, li uccise, letteralmente.
Ecco, se penso all’esistenza infame che fece mio nonno negli anni dopo la guerra, con una moglie così, forse sarebbe stato meglio che si ammazzasse quel giorno con la minestra.



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