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Dai, che poi sembra che quelli strani stan tutti dalle nostre parti. Però è tutto vero.

Un giorno un tizio di Cuneo noto come “Geniu” o “Zozzo” era in giro col suo trattore + rimorchio. Ah, spetta, voi non sapete niente di Geniu. Ecco, costui è uno che si è fatto una carriera con lo schifo. Raccatta monnezza, disostruisce pozzi neri, dorme nella benna della ruspa, insomma un personaggio particolare (vorrei dire cristallino, ma non è proprio il termine più adatto). Dicevo, un giorno il nostro era nella centralissima Via Roma, a Cuneo, a pochi metri da Piazza Galimberti, col suo trattore e il rimorchio. Procedeva lentamente e (mettete a letto i bambini, per favore) trasportava il risultato di una disostruzione di pozzo nero appena avvenuta. Nel rimorchio, così, sfusa. Immaginate la scia che emanava, immaginate Via Roma, immaginate le sponde del rimorchio che certo non sono a tenuta stagna.

(Il seguito non è adatto ai deboli di stomaco) Ad un tratto una Punto dei vigili urbani lo sorpassò e lo fece accostare. Scesero in due e si misero a sbraitare con lui per l’indecoroso spargimento di liquami che stava producendo nel cuore della dolce vita cuneese. Geniu non fece una piega, disse che in qualche modo doveva pur portarla via. Il vigile più giovane, con uno sguardo atterrito, lo fece andare sul retro del rimorchio per fargli vedere la pozza che si era formata a terra e che continuava a colare dalle sponde, urlando “Guardi che schifo! Cerchi di bloccare la perdita, maledizione!”. Il buon Geniu, uno che non era certo stato educato a Oxford, estrasse dalla tasca un fazzoletto lercio, lo appallottolò un pochettino e poi infilò il braccio dentro la (si può dire “cacca” vero?) cacca liquida, cercando di chiudere il buco più grosso nella giuntura all’angolo del rimorchio. A quel punto il vigile giovane sbiancò in volto e per tutta una serie di motivi fu costretto a chinarsi a terra in preda ai conati, al che il suo collega lo allontanò dalla zona.

Messo a sedere sul marciapiedi il giovane sconvolto, il collega anziano tornò e intimò a Zozzo di andarsene immediatamente, dicendogli che non gli avrebbe fatto la contravvenzione per non perdere tempo. Lui sorrise e gli porse la mano in segno di ringraziamento.

Riprendo ciò che sta raccontando il buon padre di famiglia Splendidi Quarantenni, e mi viene in mente che anch’io in gioventù vissi il problema dell’educazione sessuale, nel senso che ad un certo punto non me la sentivo più di fare affidamento alle sole stronzate sparate dai miei coetanei e abbisognavo di un confronto serio con qualcuno / qualcosa che ne sapesse per davvero. Appena undicenne trovai un libro e lo studiai a memoria, e nonostante la certezza di non avere alcuna chance di racimolare materiale per fare pratica entro i successivi dieci, quindici anni almeno, ebbi presto ben chiaro tutto l’ambaradan.

Quando mia mamma, in preda all’imbarazzo, un  paio d’anni dopo mi domandò cosa sapessi al riguardo, le dissi “Tutto”. “Da quanto?”. “Da due anni”. “Ah, va ben”.  E non ne parlammo mai più.


Ero magrolino quando avevo sedici anni. Magrolino era un complimento, diciamo. I miei 185 cm pesavano appena 70 kg, una taglia 44 e la faccia scavata al punto di non giovare alla presenza fisica né alla beltà. Sono sempre stato uno sfigato bruttarello, condizione peggiorata col tempo e con parecchi chili in più.

A sedicianni sei una cisterna di ormoni, vorresti spaccare il mondo in quattro, piacere alle ragazze e poter fare il fighetto che ha quel qualcosa in più. Invece guardavo gli altri che portavano vestiti firmati, di marca, in perfetto stile paninaro, ultimo modello. Io avevo sempre gli stessi jeans, marca Iber, mercato del martedì, un martedì ogni tre mesi, e le adidas – quelle sì – che erano le uniche a durare tre settimane giocando a calcio sull’asfalto. I miei compagni di scuola avevano i genitori benestanti, io no. Quelli che erano come me sembravano fregarsene delle mode, io ci ero costretto e sapevo che la chance di attrarre l’attenzione di un esemplare femminile erano pochissime, constata la mia inguardabilità di cui sopra. A corredo, una totale incapacità comunicativa nel branco.

E qui terminano le premesse. E’ una sera di luglio, strada vicinale di una zona residenziale in via di costruzione. Sono nei pressi di un cantiere, terreno splendido per fare l’asino col motorino ereditato dal nonno (un Califfo Giò con un chiodo da 25 nella marmitta) insieme a un gruppo di quasi coetanei. Per la prima volta non do peso alle montagnole di terra dove fra bici e motorini si fa un bel baccano, ma mi metto a chiacchierare con una ragazza che non mi allontana col forcone (la prima volta che capita). Si avvicina uno di un altro quartiere, più giovane, uno di quelli coi genitori che hanno i soldi, e comincia a chiamarmi picchiettandomi sulla spalla in modo insistente. Io lo ignoro che ho da baccagliare la ragazzina, e lui insiste e rompe le balle anche a lei. Lo apostrofo, chiedendogli di levarsi di torno, lui comincia a sfottere e a incitare gli altri per fare lo stesso. Mi sento accerchiato, la metto sul ridere ma questo non smette.

E’ un attimo.

Chiedo scusa alla ragazzina, mi giro e prendo per il colletto il rompiballe, gli urlo in faccia di non rompermi i coglioni, così forte e così vicino che può vedere chiaramente le mie corde vocali vibrare. Impallidisce, prova un “ma… ma…”, allora lo alzo letteralmente di peso e lo getto al di là di una recinzione alta un metro e mezzo. Poi lo guardo mentre piange, cerco di frenare la rabbia, una rabbia che mai mi era svalangata fuori in maniera così violenta. La ragazzina mi insulta dicendo che sono cattivo, fra gli altri del gruppo c’è chi ride e chi prende la bici e se la fila a casa. Poi alcuni fra quelli rimasti gli danno una mano a tornare in strada, facendogli scavalcare il recinto con discreta fatica. Sporco e con la maglia strappata sale sul motorino nuovo di pacca, una specie di scooter 50 ultimo modello, bianco con il raffreddamento ad acqua, e se la fila a casa piangendo e singhiozzando anatemi.

Non l’ho mai più rivisto, e da allora non ho mai più picchiato nessuno se non per sport.


Non so se sta cosa l’avevo già raccontata, comunque era più o meno l’85 ed ero in montagna, a S.Anna di Vinadio, con mio fratello e i suoi amici. La stanzetta che ci avevano lasciato in uso le suore del santuario dava sulla strada, e come ogni ferragosto ci si aspettava di sentire fin dalle prime ore del mattino le auto che passavano per accaparrarsi il parcheggio. E quella mattina, al contrario delle previsioni, niente. Solo la campana che annunciava la prima messa, alle 6.45 (dannazione), ci svegliò, ma di auto nemmeno un frullo. Da buoni cristiani ci girammo dall’altra parte e riprendemmo a dormire. Alle 7.45 altra campana, altra messa. E nessun rumore, fuori. Piuttosto, uno strano frescolino mi spinse a scendere dal letto e a spostarmi nell’androne per veder fuori, senza svegliare i compari.

Poi rientrai in stanza e pronunciai, scandendole, le seguenti parole: “Fioei, ci sono 25 centimetri di neve”. Un coretto di vaffanculo ironici seguì bellamente. Tornai di là a guardare la 127 di mio fratello coperta di bianco mantello.

Alle 9.30 eravamo nel piazzale della chiesa a fare a palle di neve, nemmeno un’anima in giro.

Quel 10 febbraio passai la notte a salire e scendere scale. Uscivo, fumavo, rientravo, riuscivo, rifumavo, rientravo. Poi, verso le 2.30 da una finestra al sesto piano udii un bambino che piangeva, appena nato. Rientrai, come colto da un presentimento, salii le scale e tornai nella stanza di oncologia appena in tempo per vedere il mio migliore amico esalare l’ultimo respiro. Quel bambino oggi compie otto anni, e mi sforzo di credere che in lui si sia innestato un po’ del grande spirito vitale che abbandonò il mio migliore amico, mio suocero, quella notte, in quel momento.

Stanotte non ho chiuso occhio.

Come spesso mi capita, invecchiando, mi vien da raccontare cose che mi sono successe da giovane. E niente, molti, se non tutti, praticamente alcuni, sanno che io ho passato sei anni in un collegio dove si studiava per diventare prete, che poi ancora oggi non ho mica capito cosa ci sia tanto da studiare per diventare prete, che fai più anni di scuola che un avvocato, per dire. Comunque lì l’intenzione degli istitutori era di farci diventare tutti preti, casti, puri e bigotti, mentre noi adolescenti traboccanti ormoni ci uccidevamo di pippe guardando le pagine dell’intimo femminile su Postal Market o Vestro. Un piccolo inciso, necessario, per dirvi che nell’intelligentissima idea di creare un piccolo centro per raccogliere la carta riciclata e venderla per pagare i palloni da calcio, i conferimenti dei vari alunni portavano al loro interno un universo che la clausura ci aveva tenuto nascosto a lungo. Stivandolo nei pantaloni riuscii a portar via un catalogo della tedesca Steppi Slips, e non vi dico altro, roba da farsi ricoverare in rianimazione. Comunque sì, tutti bravi, tutti studiosi e smodatamente segaioli, ma l’altro giorno nell’armadio dei meglio-dimenticare ho messo le mani sul vecchio libro di grammatica greca, e con un filo di commozione sono andato a cercare la pagina dell’aoristo terzo passivo, uno dei più grandi dolori della mia gioventù. Era ancora lì, bella cerchiata di nero come l’avevo lasciata.

Quel giorno Don Mario, un uomo di bontà e pazienza infinite, stava spiegando a voce altissima come sempre per via di una sordità incipiente, e io avevo raggiunto già il walhalla in almeno un paio di occasioni, avevo finito e rismontato il cubo magico non meno di trenta volte, mi ero aggiornato tutto il calendario di serie A con addirittura le statistiche dei gol subiti in trasferta, e quindi mi stavo praticamente scartavetrando il divertentissimo apparato deputato (secondo loro) alla sola riproduzione. Presi così l’accendino dalla tasca, e tenendolo capovolto feci ruotare lentamente la rotella tutto attorno alla pagina grattugiando una consistente dose di pietrina con lo scopo di creare una specie di miccia circolare. Un lavoro certosino, minuzioso, in apnea per non sprecare nulla con un fiato, e badando che la polvere fosse così densa da essere continua. L’insegnante ad un tratto si voltò dopo aver scarabocchiato al lungo alla lavagna e chiamò a leggere il mio vicino di banco, urlandone il cognome come sua abitudine. In quel momento, svegliatomi di botto dalla trance che mi guidava in quell’attività, accelerai incautamente lo scorrimento e fu un attimo che partì una scintilla. Scccchoouuufff! Una fumata grigia accompagnò un lampo, e una tremenda puzza di bruciato invase la classe in un attimo. Tutti i miei compagni, dopo gli sguardi di sorpresa terrorizzata, scoppiarono in una fragorosa risata, mentre cercavo di giustificarmi sghignazzando pur’io come una iena che trova una femmina dopo due anni di astinenza.

L’insegnante alzò ulteriormente la voce sopraffacendo il caos generale e mi apostrofò dicendo “Non si fuma in classe!”. Poi proseguì la lezione. Io, terrorizzato dalla potenziale punizione in arrivo, mi misi a disegnare i fumetti sul margine del Rocci. Era una partita a tennis lunga 500 pagine, sai di quei fumetti che prendi la manciata di fogli e cominci a sfogliarli velocemente, e vedi l’animazione.

Peccato aver venduto quel dizionario dopo la scuola.


Mio nonno mi parlava spesso della guerra, che lui c’era stato, in guerra. Ma non mi parlava mai delle cose brutte ma solo di quelle poche cose belle che gli erano capitate. A dire il vero so che di cose brutte glie ne erano capitate molte, perché era stato prigioniero nel carcere dello Spielberg, questo me lo aveva detto lui, e mia mamma mi disse che gli si era congelato un dito di una mano, e quando ci fu la liberazione era tornato a casa a piedi con i suoi pochi conterranei sopravvissuti e ci aveva messo un mese mangiando solo qualche buccia di patata e perfino gli escrementi dei somari che trovava per strada. Comunque lui mi diceva che cantavano canzoni e incontravano molte persone, e ogni tanto mi ripeteva qualche filastrocca che io non capivo ma mi faceva ridere, che ero un bambino. Mia nonna appena lo sentiva parlare di guerra o cantare “O Tannenbaum, O Tannenbaum, Du kannst mir sehr gefallen!lo apostrofava malamente intimandogli di tacere, che non era una cosa bella da dire a un bambino, ma io, sia allora che adesso, ero convinto che fosse meglio sentire quelle storie e quelle filastrocche piuttosto che recitare rosari tutto il giorno, e sono convinto che anche mio nonno era convinto di questo ma purtroppo lui non aveva voce in capitolo e doveva tacere.

Quando fu liberato dalla fortezza in cui era prigioniero, dicevo prima, dopo un mese ai limiti della sopravvivenza riuscì ad arrivare a piedi al paesello, vicino a Cuneo, insieme a pochissimi compari malconci come lui, e quando giunse a casa vide che la casa non c’era più, distrutta dai bombardamenti alleati che volevano colpire il vicino comando tedesco. Cercò la famiglia dai parenti e quando li trovò aveva talmente fame che non riusciva nemmeno a parlare. Mia nonna nel vederlo barcollare nell’aia diede di matto, lei e tutta la famiglia, perché erano due anni che non sapevano che fine avesse fatto e trovarselo così devastato ma vivo fu una gioia e una sofferenza immensa allo stesso tempo. Lui aveva così fame che quasi non li salutò, piangeva soltanto, e allora lei mise a scaldare un grosso paiolo di minestra, unica cosa disponibile nella miseria del posto, e così fecero anche le mogli dei suoi commilitoni e compagni di prigionia. Solo che mia nonna era un vero aguzzino e gli impose di mangiare lentamente, che se lui avesse ascoltato la voglia avrebbe infilato la testa nel paiolo per ingozzarsi. Tre dei suoi commilitoni, fra cui suo cugino, mandarono affanculo la moglie e si avventarono sulla minestra calda, che dilatandosi nello stomaco vuoto e atrofizzato da troppi mesi di fame, li uccise, letteralmente.

Ecco, se penso all’esistenza infame che fece mio nonno negli anni dopo la guerra, con una moglie così, forse sarebbe stato meglio che si ammazzasse quel giorno con la minestra.

Ecco, quando son stato a Riva del Garda per la blogfest, a ottobre, non conoscevo nessuno. Cioè, quelli con l’avatar fotografico li conoscevo appunto per quello, sapevo i nomi di tutti ma nessuno conosceva me. Sta di fatto che sono andato a sbirciare all’Eroticamp, dove ho abbandonato lo Zio fra le braccia di mille pretendenti, mentre io venivo letteralmente aggredito (in senso buono) da Capitano, Elena senzablog e Delymyth. Poi, non capendo quale fosse il reale tema del camp (c’era gente che rideva, mangiava e beveva, e nemmeno una tetta al vento), son sceso dal porchettaro a basso e mi son preso una birra per ciucciarmela sulla panchina a fianco.

In quel mentre sono arrivati Felter e CoRobi e si son messi a parlare con Delymyth, che nel frattempo mi aveva raggiunto; io ascoltavo, silenzioso e ignorato (giustamente) del tutto. Sulla stradina alle mie spalle intanto stavano arrivando Khenzo, Azael e Clockwise, e conoscendoli più che bene per via del turpiloquio che tendiamo a sostenere nelle nostre discussioni su FriendFeed, li ho apostrofati con “Ma tu guarda che branco di accattoni che mi tocca vedere”. Lì per lì mi aspettavo un saluto, poi ho notato Azael che mi guardava con odio e diceva “Beh, che problema c’è se siamo accattoni”. Allora ho fatto due conti pensando “cavolo, non sanno chi sono, adesso vengono qui e mi gonfiano di botte”.

Poi, per fortuna, mi sono alzato in piedi. E loro han tirato dritto.

(La morale di questo post è che a volte basta essere un po’ fuori sagoma per tenere alla larga i pericoli)

P.S.: io a quei tre ci voglio bene, in fondo.



No, non è proprio il titolo giusto ma c’è una motivazione di fondo. Stasera infatti si parlava di morti in montagna e se ne valeva la pena, di rischiare. Io son uno che pensa sei volte alle cose prima di farle, e se questa condizione di cunctator da un lato mi ha un po’ limitato nel fare sciocchezze, dall’altro mi ha preservato da farne di peggiori.

Eran circa dieci anni fa, quando mio cugino Marco mi propose di andare a fare un tiro in montagna. Io ero fuori allenamento, lui si era da poco sparato “Voyage selon Gulliver” sul Grand Capucin, classificata al tempo come ABO+. Insomma, Mignolo e Prof eravamo. Con l’auto ci portammo nei pressi del gruppo Castello-Provenzale, in alta Valle Maira. Lui era intenzionato a fare la Mariagrazia, una via facile, alla mia portata. Ci incamminammo per il sentiero e alla base della parete sbrogliammo le corte per partire.

Arrampicare in quota è molto molto molto diverso che in falesia, e chi lo fa lo sa. C’è l’avvicinamento, la quota, appunto, il freddo, gli stronzi. Di fatto (non sto a raccontare noiosi dettagli, con ricordi per altro sbiaditi) arriviamo nel punto dove c’è da fare il traverso per poi arrivare in cima alla Castello. Gli dico “Sono stanco, non ho più benzina”. Mi dice “fermiamoci un attimo”. Guardiamo su, verso la cima, c’è un gruppo che sta per fare il traverso alto. Restiamo un po’ lì, poi una specie di lampadina mi si accende e dice “Senti, io non voglio fare il sacco degli attrezzi, scendiamo giù e ti faccio sicura su qualche via impegnativa che piace a te, ok?”. Lui, mai esagitato, la calma fatta persona, annuisce un po’ a malincuore. Mi dice “Beh, di qui in poi è facile, in un minuto passiamo quel canalone e siamo di là”. “Senti, a me una vocina mi dice di fermarmi, se non ti fa niente io le darei ascolto”.

A 30 secondi esatti da quella frase, una scarica di sassi enormi spazza tutto il canalone. Ancora oggi non so chi ringraziare per quella voce.


Mi manca quella specie di vita avventurosa che ho avuto modo di assaggiare in passato. Quando partivi con una tenda a tre posti, un paio di calzoni corti, un asciugamano e una maglietta di ricambio, tutto infilato nel bauletto della moto e poi sparivi per giorni, diretto verso strade note o meno note, con la speranza di trovare un posto dove metter la tenda e qualcosa da bere. O quando ti alzavi alle 2 del mattino, andavi fino al Pian del Re, scarpinavi su per sentieri e speroni rocciosi per riuscire a fare la cima del Monviso in giornata, e tornavi alle 22 a casa trasfigurato dalla fatica.

Mi manca lo zaino pesantissimo di quelle volte che volevi per forza farti i tortellini a 2400 metri di quota, perso fra le montagne, con un amico che non aveva mai bevuto in vita sua. Mi manca la notte stellata in alta montagna, nel silenzio rotto solo da raffiche di vento gelido, quando ritenevi che fosse una delle cose irrinunciabili della vita e non trovavi quasi mai un cane disposto a farti compagnia. Mi mancano le costinate improvvise al casotto nascosto dai boschi, e la polenta appena versata, e quell’atmosfera di festa che se la organizzassi per davvero non ti riuscirebbe così bene. Mi manca tornare da una vetta e arrivare alla tenda scoprendo che una vacca ti sta mangiando i tiranti e la devi prendere a calci per farla allontanare.

Mi mancano le giornate passate in totale solitudine, seduto su una roccia, con le labbra seccate dal sole e dal vento, a guardare il volteggiare dei gracchi imperiali o a cercare di scorgere il camoscio sulle rocce distanti. Mi manca quel pomeriggio, che minacciava temporale, e che io manco ci credo in queste cose ma mi sono portato una croce di legno di 45 kg fino in cima alla Testa di Lausfer per espiare chissà quali colpe. E l’ho piantata, con i fulmini che mi schizzavano a dieci metri dalle chiappe, in pantaloni corti con le ginocchia mezze congelate dal freddo, come in una sorta di sfida a colui-che-tutti-dicono-che-sia-dio.

Mi manca tutto questo. Ma non mi piango addosso, perché ora si tratta di lavorare per riuscire a provarci ancora una volta. Che la parola fine, cascasse il mondo, vorrei essere io a decidere quando va messa.


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