Archivio Autore
Ne avrei di cose da dire
se solo trovassi
chi le sa ascoltare
Ne avrei di cose da dire
se solamente
le sapessi raccontare
Ne avrei di cose da dire
ne avrei tante
ma belle o brutte
posso soltanto
lasciarle immaginare.
Amore grande, amore bello, ti ricordi quando eravamo giovani e si parlava del futuro, e io e te abbarbicati su quel faggio come scimmie, che avevamo anche un fisichino niente male e riuscivamo a starci, su quei rami, senza piombare a terra come i gravi di Newton, e parlavamo parlavamo per ore, e poi tu un giorno mi dicesti Ma adesso per una volta invece di parlare me la metti la lingua in bocca? E io ti dicevo Ma guarda che secondo me tu una lingua in bocca già ce l’hai, così, almeno, mi pare di dedurre, da quello che dici, da come lo dici, insomma la pronuncia tua non lascia affatto intendere che non hai la lingua, e tu mi dicevi Scemo, parlavo di limonare, e io sorridevo come un fringuello delle prealpi prealpine?
Amore grande, amore bello, e poi limonavamo come quelli che limonano, che poi io sta cosa del limonare non l’ho mai capita, cioè intendo l’etimo, limonare, ma che cosa c’entrano i limoni con quell’azione di mescolare i propri liquidi arrovellando le lingue fino al crampo submascellare? Ma tu volevi limonare, e lo abbiamo fatto per anni, limonare, e in quell’atto noi spremevamo ogni singolo atomo del nostro amore e non ci domandavamo mai cosa sarebbe stato di noi, come saremmo diventati, e soprattutto tu non facevi altro che parlare d’amore senza mai chiedermi se io ero d’accordo, su sta cosa, e se limonare era sufficiente. Ma noi, tu, lo sapevi, che eravamo dei deficienti e non volevamo andare oltre, perché la paura fa novanta, e francamente anche questa non l’ho mai capita del tutto ma mi sono fatto diverse idee tipo che comunque di me ti potevi fidare, che a novanta non ti ci avrei messa se tu non me lo chiedevi, e del resto non posso mica biasimarti se avevi paura, perché in quella posizione il rischio di limonare in maniera un po’ diversa c’era, evidentemente.
Tu, amore grande, alla fine, amore bello, a forza di limonare ti sei scordata di darmela.
E’ una fortuna che al mondo ci siano persone che hanno delle storie da raccontare. E’ una fortuna che al mondo ci siano delle persone che sanno raccontarle bene, le storie. E’ una fortuna che al mondo ci sia una persona come Mitia, che quando scrive ti buca il cuore e ti fa sanguinare dentro.
Sono felice che adesso abbia una casa tutta sua. Tu, adesso, devi soltanto leggere.
Mi piace la montagna perché non si disperde in quella stupida monotonia orizzontale tipica degli altri posti. Mi piace perché è silenziosa, se la sai scegliere bene: la montagna inizia dove i deficienti finiscono di starnazzare. Quella sensazione di pace, quando ti rannicchi su un sasso ad ascoltare il vento nelle prime ore della sera, quando l’aria frizzantina ti fa mettere la felpa anche a luglio, è impagabile. Ci sei tu, il sasso, la brezza, le ombre che assorbono il paesaggio, e null’altro. Per ore. Solo con te stesso e il giganteggiare della natura attorno a te. Talvolta percepisci qualche campanaccio di ignara vacca al pascolo, in lontananza, o il ruscello in fondo al vallone, i cui gorgoglii ti arrivano portati da chissà quale refolo. Sei in una dimensione non misurabile del tempo, finalmente in contatto con l’elaboratore più prezioso che esista, il tuo animo. E’ in quel momento che devi agganciare il segnale e tornare in sintonia con le tue emozioni, dimenticando qualsiasi accessorio. Per fare i conti con la propria coscienza non serve alcuna calcolatrice, basta il silenzio ben dosato e sincrono con i battiti del cuore. Perché i conti vanno fatti prima o poi, se non altro per sapere a che punto sei della tua vita, o a che punto è lei con te.
Il mio sasso è là che mi aspetta, non so se tornandoci quest’anno troverò ancora ai suoi piedi le briciole dei pensieri lasciati l’estate scorsa.
Era da un po’ che volevo farlo, poi ho comprato il DVD e finalmente stasera, dopo averne sentito parlare in ogni salsa sono riuscito a vederemi in santa pace il film Avatar. E niente, volevo solo dire che così a prima vista sembra un film di fantascienza.
Sono stanco. Sono sempre stanco ultimamente. Io che sono un misantropo ho a che fare con troppe persone, e le persone stancano se intendi trattarle come tali. Sono stanco proprio di quelli che se ne sbattono le balle della vita della gente e poi vanno in giro a fare gli splendidi e a dilapidare sorrisoni. Quelli che ci devi fare insieme e che sanno tutto loro, quelli che ci devi discutere perché immancabilmente entri nei discorsi di lavoro e loro sono imprenditori illuminati che stanno dalla parte dell’operaio e poi scopri che non hanno mai messo piede in fabbrica. Ehi tu coglione, hai mai messo la tuta blu? Ti sei mai alzato alle 4.50 per andare a fare il turno? Hai mai passato la notte della finale dei mondiali in fabbrica perché eri l’ultimo arrivato e non ti davano il permesso? Sei mai stato 5 mesi in cassa integrazione con i debiti da pagare? Eh? E poi mi chiedi che modello di computer comprare per avere maggior dinamismo sui mercati quando c’è fluttuazione e tu vuoi speculare alla grande? Ma vai affanculo, te, i tuoi mercati, la tua ipocrisia e la mercedes nuova che tua moglie usa per andare a farsi sbattere dal capocantiere della tua ditta. Io alla gente come te ci sputerei in faccia, anzi, ci sparerei alla distanza come in Schindler’s List. A proposito, lo hai mai preso un fucile in mano, tu? Ah no, già, tu non hai fatto il militare perché il tuo babbo conosceva il tal colonnello, e mentre io ero in caserma a farmi sbattere giù dal letto alle 6 del mattino alle urla “Sveglia! Giù dalle brande! Banda di stronzi! Svegliaaaa!” tu eri all’università a trovare un modo diverso ogni giorno per far passare il tempo. Lo sai che io l’ho fatto il militare, vero? Lo sai che ho vestito la fottuta divisa per un anno con orgoglio, mi sono congedato col grado di sergente e che ero bravissimo a sparare col Garand? Ah no, tu fai i discorsoni, quelli che è fondamentale essere interventisti perché comunque anche quello fa girare il mercato, crea economia e posti di lavoro. Ma senti un po’, faccia da tricheco, tu li hai mai visti i risultati di una guerra? Hai mai stretto la mano a un profugo secco come una modella di Calvin Klein? Hai mai ospitato una famiglia quasi intiera in casa tua per quattro mesi, gente che veniva da un anno di campo profughi in Slovenia, gente così magra che ci vedevi il Monviso attraverso? Io sì, testa di cazzo, l’ho fatto rinunciando a una parte della mia libertà, perché non te ne fai niente della libertà quando i tuoi simili non ne hanno anche per causa di chi governa il tuo paese. Non sono stato a guardare il fatto che erano musulmani, dico a te, dannato stronzo che ti vanti di essere cattolico praticante e che disprezzi chiunque non lo sia. Ho dato loro cibo e alloggio, ho imparato un po’ della loro lingua per parlarci insieme (polàko, kako ce kadze na hrvatsk-srpskij?), ho visto quei bambini piangere le rare volte che riuscivano a parlare con il loro padre trattenuto in Bosnia, li ho abbracciati quando al mio matrimonio sono riusciti a risparmiare due spiccioli per farmi un regalo. Non lo sapevano ancora che il più grande regalo me lo avevano fatto insegnandomi ad essere meno merda e più uomo.
Che alla fine ha ragione la mia amica immaginaria, che dice che io sono troppo comunista per essere vero.
Dai, che poi sembra che quelli strani stan tutti dalle nostre parti. Però è tutto vero.
Un giorno un tizio di Cuneo noto come “Geniu” o “Zozzo” era in giro col suo trattore + rimorchio. Ah, spetta, voi non sapete niente di Geniu. Ecco, costui è uno che si è fatto una carriera con lo schifo. Raccatta monnezza, disostruisce pozzi neri, dorme nella benna della ruspa, insomma un personaggio particolare (vorrei dire cristallino, ma non è proprio il termine più adatto). Dicevo, un giorno il nostro era nella centralissima Via Roma, a Cuneo, a pochi metri da Piazza Galimberti, col suo trattore e il rimorchio. Procedeva lentamente e (mettete a letto i bambini, per favore) trasportava il risultato di una disostruzione di pozzo nero appena avvenuta. Nel rimorchio, così, sfusa. Immaginate la scia che emanava, immaginate Via Roma, immaginate le sponde del rimorchio che certo non sono a tenuta stagna.
(Il seguito non è adatto ai deboli di stomaco) Ad un tratto una Punto dei vigili urbani lo sorpassò e lo fece accostare. Scesero in due e si misero a sbraitare con lui per l’indecoroso spargimento di liquami che stava producendo nel cuore della dolce vita cuneese. Geniu non fece una piega, disse che in qualche modo doveva pur portarla via. Il vigile più giovane, con uno sguardo atterrito, lo fece andare sul retro del rimorchio per fargli vedere la pozza che si era formata a terra e che continuava a colare dalle sponde, urlando “Guardi che schifo! Cerchi di bloccare la perdita, maledizione!”. Il buon Geniu, uno che non era certo stato educato a Oxford, estrasse dalla tasca un fazzoletto lercio, lo appallottolò un pochettino e poi infilò il braccio dentro la (si può dire “cacca” vero?) cacca liquida, cercando di chiudere il buco più grosso nella giuntura all’angolo del rimorchio. A quel punto il vigile giovane sbiancò in volto e per tutta una serie di motivi fu costretto a chinarsi a terra in preda ai conati, al che il suo collega lo allontanò dalla zona.
Messo a sedere sul marciapiedi il giovane sconvolto, il collega anziano tornò e intimò a Zozzo di andarsene immediatamente, dicendogli che non gli avrebbe fatto la contravvenzione per non perdere tempo. Lui sorrise e gli porse la mano in segno di ringraziamento.
Stasera rientrando a casa ho visto una macchina targata Verona, era uno di quei cosi francesi che non sai bene a che cosa servano, comunque aveva uno specchietto grande e quando ho guardato nello specchietto ho visto la faccia della Sidgi e mi è venuto un mezzo infarto. Ho pensato Ma che maremma moribonda ci fa la Sidgi con una macchina targata Verona a Cuneo? Eppure l’ho guardata bene, le labbra erano le sue, gli occhi erano i suoi, il figòtipo era il suo, e sul sedile dietro c’era un cespuglio che sembrava quello della Fata, e stavo già pregustando una cenetta a lume di candela con le mie due amiche magnagatt e trincaspriss, con i violini e il cameriere gay, quando ha girato per un paese che ha un nome che in spagnolo significa Cazzo, e allora la mia stima per la Sidgi e per la Fata mi ha fatto sospettare che non fossero loro. O forse sì, ma non credo che insomma, praticamente, vabbé.
E’ stato bello per un attimo pensare che fossero loro, con la damigiana di sgnapa nel baule, e che venissero a trovarmi. Sognare non costa nulla. Odiose.
La violenza alberga in noi e non paga nemmeno le consumazioni al frigobar. Ce ne accorgiamo in giorni come questo, e parlando al plurale intendo dire che voi ve ne accorgete sì che io oggi sono violento. E’ che semplicemente se il mio placido sonno viene disturbato mentre sono ancora ampiamente accoccolato fra i generosi seni della moglie di Morfeo, io poi sono una bestia sanguinaria per tutto il giorno. Stamattina alle 6 un tizio, che di seguito chiameremo coglione, ha deciso di spostare da un non ben identificato posto una mezza dozzina di cassonetti e di piazzarli davanti al mio cancello di casa, facendo un chiasso tipo perforatrice dei tunnel autostradali. Io che sono un tipo ligio alle regole mi son chiesto nel dormiveglia 1) cosa minchia stanno facendo là fuori*, 2) cazzo ieri sera per la prima volta in sei anni ho parcheggiato in strada anziché in cortile e 3) adesso mi staranno rimuovendo la macchina per la pulizia delle strade, visto che oggi è il terzo mercol… no, oggi non è il terzo, vabbé scendo a vedere, trovo i cassonetti, li guardo come la vacca guarda il treno, vado a rileggere il cartello del divieto, metto l’auto in cortile, torno a letto. Dopo 15 minuti un altro tizio, che di seguito chiameremo coglione pure lui, ma diverso da quello sopra citato, mette in moto il suo camion e mi sveglia di nuovo. Io ho pregato il dio della ruggine perché agisse in tale direzione, vedremo se funziona. Infine alle 7.30 è suonata la sveglia di mia moglie, ma ormai i miei occhi erano sbarrati da un’ora.
Così, sceso dal letto, mi sono lavato violento, ho fatto colazione violento, mi sono vestito violento e appena arrivato nel parcheggio della fabbrica ho dato di matto facendo un gesto inumano, riprovevole, sconsiderato: per vendetta ho gettato una carta di caramella nel cassonetto della plastica.
*La frase originaria era “Chi è quel mona che sbatte la porta e chiude urlando” (cit.)
Poi uno dice le cose disdicevoli da turisti. Alla sera in quell’hotel non c’era un tubo da fare, e francamente di uscire a cercare un locale ho smesso dall’87, quindi si stava in terrazza a pigliare per il culo i francesi con quel loro abbigliamento che nemmeno Scialpi vestito per la prima comunione (cit.). Poi, finita la grappa ai datteri, si andava in camera e considerato che comunque anche noi la nostra età ce l’abbiamo, non è che si poteva passare il resto della serata a fare le cose. Allora accendevi la tv e guardavi la CNN o altri canali internazionali, e una sera abbiamo pure guardato un film ceco, doppiato in polacco, su TVP (TV Polonia), e ci siamo sbellicati dalle risate. Era un muto.


