A night with Trelilu
Domenica, Agosto 3rd, 2008Io detesto uscire di casa. Forse perché in gioventù ci sono stato talmente poco che adesso mi godo ogni momento in cui sono fra le pareti domestiche. Sono rari i casi in cui ritengo però indispensabile uscire, e lì non c’è nostalgia che tenga. Andai a Milano a vedere il concerto dei Nightwish, sono stato allo Stadio Olimpico di Torino per vedere una partita dell’amata Juventus, e giovedì sera non ho potuto dire di no all’assistere al concerto dei Trelilu tenutosi a Beguda (frazione che magari non trovate neppure su Google Maps ma che esiste davvero).
E’ nato tutto da una chiamata di Claudio “Small World” Ferrari (che non è il suo cognome vero ma Pippo lo chiama così), che con una sola zampata ha portato me, Oogle e consorte, Sara e Irene a vedere i mitici Trelilu in una performance da tutto esaurito. E’ così che sono riuscito per la prima volta a vederli dal vivo, dopo anni di ascolto della loro splendida musica, ed è così che mi hanno incantato: genio musicale, estro poetico, gestualità inconsueta, minimalismo scenico e dialetto piemontese, un mix di elementi che adoro e che i Trelilu sanno gestire in modo apparentemente del tutto casuale, con risultati esilaranti.
Non voglio fare una critica alla loro produzione musicale, che conosco ed apprezzo a fondo da sempre; in fondo, di loro si è detto e scritto tutto ormai. Chi va a vederli è al 99% conscio di ciò che ascolterà. E’ che non puoi non notare che buona parte dei presenti non sa nulla della storia dei Trelilu, alcuni non apprezzano del tutto la mimica e la cadenza della loro ironia, e c’è persino chi si scandalizza per alcune parolacce (sacrosante) che spuntano qua e là nelle canzoni (al punto che sono costretti a modificare i testi al volo per evitarle). E, dramma nel dramma, la maggior parte dei bambini presenti è distratto perchè NON CAPISCE UNA PAROLA DI PIEMONTESE.
Detto questo, spirò mi volevo soffermare sul fuori programma. Che appena finito il concerto la gente se l’è filata e noi ci siamo trovati insieme a loro, e qualche organizzatore della festa, al bancone della birra: risate, scherzi e un piacevole extra di canzoni, accompagnate da un fan con la fisarmonica, alle quali i quattro non si sono certo sottratti. La cavala, El senté, Fera d’la Madona e un Pippo che continuava ad insistere con l’attacco di Rupie e Berto che gli diceva “No dai, l’è trop cerebrale”. Peru teneva il ritmo con mani e piedi, Franco rideva a crepapelle in disparte, e noi lì attorno a cantare e bearci della loro compagnia così allegra.
Sono tornato a casa alle 2.00, commosso dalla tanta birra bevuta e dall’allegria coinvolgente di questi quattro “ragazzi”. Ripensandoci però mi viene un velo di tristezza, perché come loro non ce ne sono altri, e forse non ce ne saranno più, se le nuove generazioni continueranno a crescere completamente isolate dal dialetto piemontese (per sconsiderata scelta dei loro genitori), dimenticando le radici e le tradizioni della loro terra mentre impareranno a memoria le cazzate dei film di Boldi e De Sica.