Retrocomputing
Bazzicando sul web, ho trovato parecchie persone interessate all’argomento e, a dirla tutta, si tratta di un discorso affascinante. Lo è certo per chi, come me, ha avuto modo di nascere in tempi in cui la passione per l’informatica era proprio solo una passione, una roba per “matti”, qualcosa in cui pochi credevano.
Io sono nato, informaticamente parlando, alla fine del 1981, quando sentii per la prima volta parlare dei computers, e, in modo più empirico, nel 1982, quando, a casa di un amico di un mio compagno di scuola, vidi per la prima volta un Commodore VIC20. L’amico dell’amico (Enzo) lo aveva ricevuto in regalo da non so quale dei due genitori separati, cioè lui aveva sua madre naturale che stava con un patrigno, ma non ricordo bene dove fosse finito il padre naturale, in ogni caso lui aveva il “coso”, e non sapeva che farsene. Incuriosito, ed allo stesso tempo interessato in quanto amante dei videogames e principiante al pianoforte, gli feci domande del tipo “Ma che cosa fa? Ci fai i giochi? Suona musica?” pensando appunto ai videgames da bar (attività dei suoi “genitori”). Mi disse che era una cosa che si accendeva e che poi dovevi digitare un sacco di robe ma lui non ci capiva nulla e aveva desistito da tempo. Capisco (ancor meglio adesso) che ad 11 anni non è che potevi pretendere che un ragazzo in salute, amante del calcio e dell’aria aperta, con un bar in famiglia pieno di videogiochi, avesse ancora voglia di mettersi lì a smanettare su un coso in cui non credeva nessuno, nemmeno chi glie lo aveva regalato.
Dopo breve insistenza, lo invitai ad accenderlo. Beh, di primo acchito non è che fosse così accattivante, ma in me scattò una molla che mi spinse a volergli far fare qualcosa. Aprii il manuale (tradotto in pessimo italiano e con gli esempi di Basic pieni di errori) e provai a digitare una sequenza. Lui mi avvisò: “Guarda che tanto poi quando lo spegni va via tutto, quindi perdi solo tempo”. Ah, bella minchiata, pensai. Scrissi la famigerata frase
5 PRINT “CIAO”
Poi scrissi RUN e venne fuori il CIAO richiesto. Allora mi prese la curiosità, mentre Enzo e il mio compagno di scuola Walter andarono a giocare, assolutamente indifferenti al mio accanimento. Cercai una routine (termine a quel tempo mica così consueto) dove si potesse far suonare sto coso, e trovai un esempio di codice. Ci impiegai 2 ore a digitarlo, poi scrissi il fatidico RUN e quello… niente. Rilessi il codice (LIST) e confrontai col manuale, dinuovo RUN… niente. Cioé, magari niente: venivano fuori vari SYNTAX ERROR. Bello, ti dice anche la linea dove c’è il problema, vediamo… boh. Prova e riprova, nemmeno un cenno dal “coso”. A pensarci oggi mi domando come non avessi fatto caso ad un dettaglio macroscopico: era in inglese, ed io l’inglese non lo sapevo!
Walter mi chiamò, dicendomi che doveva tornare a casa, così abbandonai la postazione e lo seguii.
Non pensavo che sarebbe stato l’inizio della fine. L’idea, però, che esistesse un oggetto in grado di agire in base a delle istruzioni impartite da un operatore aveva ormai segnato a fuoco la mia mente.
[continua nella prossima puntata, ZX Spectrum, ammesso che a qualcuno glie ne freghi qualcosa]
[n.d.a.: nella mia storia dopo il VIC20 viene lo ZX-Spectrum, il Commodore 64, il TI-99/4A, lo Sharp Pocket PC 1401, il Commodore 128, il Commodore 16, poi l'Amstrad PC 1512 con l'8086, un sistema HP di cui ignoro il nome, un Olivetti, un assemblato 80286, poi il 386, il 486, il Pentium, il Pentium II, il Celeron, l'AS400, e decine di altri sistemi fino ai giorni nostri. Sarà dura.]
Febbraio 18th, 2008 at 09:43
Mi ricordo quei tempi eroici…
Ho iniziato con lo ZX Spectrum regalatomi da mio cugino (passato al C64). Poi sarò stato uno dei 5 in Italia ad avere l’Amstrad 128 a dischetti…
Febbraio 18th, 2008 at 11:19
Credo di averne vista una recensione su MC-Microcomputer dell’epoca, non me lo ricordavo nemmeno. Ottima scelta, Bart