Avantasia, Lost in time….
Ad un milione di anni luce di distanza dalla precedente, incomparabile opera di Tobias Sammet, è uscito da poco “Lost In Time“, doppio EP firmato Avantasia, subito seguito dall’album “The Scarecrow“. Il titolo è dannatamente profetico, il buon Tobias si è perso nel tempo, e non è riuscito a bissare lo splendore di The Metal Opera I & II. Diciamo che l’idea di mettere insieme un cast di notevoli personaggi del mondo heavy metal è stato un buon metodo per aggredire il mercato, perché di marketing e solo di quello si tratta.
Faccio un passo indietro. Fra il 2001 e il 2002 uscirono i due CD di “The Metal Opera“, un concept album di Tobias Sammet che riuscì a coinvolgere nel suo progetto gente del calibro di Michael Kiske, Kai Hansen e Marcus Grosskopf (Helloween), Timo Tolkki degli Stratovarius, André Matos, Oliver Hartmann, Jens Ludwig ed Eric Singer. Venne fuori quella che io ritengo la migliore “opera teatrale” scritta in chiave metal di tutti i tempi. Ancora oggi, a distanza di anni, ascolto con passione e con un filo di pelle d’oca brani come The Seven Angels, The Final Sacrifice, Chalice Of Agony, Breaking Away, Reach Out For The Light. Forse la chiave della bellezza e dell’originalità dell’opera fu il modo con cui venne concepita, ovvero fra le pause del tour di Sammet con gli Edguy (suo gruppo); è lui stesso a dichiarare: “Cominciai a scriverla solamente per divertimento, per tenermi impegnato durante le noiose pause dei tour“.
Con un marketing decisamente spinto, questa volta il risultato non è lo stesso, almeno ai fini della bellezza complessiva della composizione. Si tratta di un insieme di pezzi “carini” ma non certo metal, salvo alcuni casi dove si può sentire un po’ di roba spessa e piacevole (Promised Land). Insomma, orientamento al grande pubblico, magari con una hit da far passare in radio ed orecchiabile anche al popolo discotecaro (Lost In Space). Del “divertimento” che aveva reso unica The Metal Opera, praticamente è rimasto nulla.
Cosa non mi piace:
- Manca la vena creativa di Sammet. In The Metal Opera c’è un filo che collega ogni brano, e alcuni intermezzi di pochi secondi che mantengono in piedi la logica dell’opera. A volte gli stessi intermezzi sono dei grandiosi pezzi di bravura, dove viene esaltata la verve sinfonica di Sammet. Sia nel doppio EP che in The Scarecrow, invece, ahimé, si percepisce soltanto una certa desolazione, nessuna connessione fra i brani, poche idee, ritornelli ripetuti troppe volte
- La scelta
di
fare due
EP e poi
l’album a
pochissima distanza è
una porcataLa scelta di fare due EP e poi l’album a pochissima distanza è una porcata, sarebbe meglio mettere online due MP3 per tutti e poi uscire con l’album finito, senza “bonus tracks” di scarso impatto (in realtà di bonus tracks non ce ne sono, almeno non dichiarate tali, ma compaiono dei pezzi che musicalmente non hanno niente a che vedere con la continuità dell’opera: “Lay All Your Love On Me”, brutta cover degli Abba, “Ride The Sky” che non è quella potente degli Helloween, ma una coveraccia dei Lucifer’s Friend). - Detestabile poi l’utilizzo forzato (e “tachente”) del chorus su tutti i ritornelli, dove viene coperta la voce solista da un coro di voci assolutamente non compatibili fra di esse, risultanti in una specie di coretto da osteria. Ed il tutto ripetuto in un sacco di pezzi, fino a fare incazzare l’uditore.
- Se pensiamo a The Metal Opera, ci viene in mente subito un particolare: quasi tutta la composizione potrebbe essere riprodotta con un’orchestra sinfonica, tanto è musicale. Questo ultimo parto potrebbe essere suonato metà dai Backstreet Boys e l’altra metà dai Green Day…
- Infine, nonostante tutto il ben di dio che ha partecipato al nuovo progetto, in pochissime song viene esaltata la bravura individuale degli strumentisti, ed ancor meno quella dei vocalists.
Si salva:
- l’asfissiante massacro sulla rhythm guitar di “Promised Land“, dove Henjo Richter tira giù una serie di ripetizioni da brivido che bisogna ascoltarle almeno cinque o sei volte prima di apprezzarne l’intelligenza e di inquadrarne la discromia con il main theme. Diciamo che questo pezzo da solo vale Lost In Space II. Il resto, chissà, fra qualche anno magari mi piacerà. La ritmica si esalta anche in “Devil in The Belfry“, su The Scarecrow, dove compare qualche riff niente male.
- Shelter From The Rain (veloce, piacevole, se non si fa caso a sti chorus rompiballe)
- What Kind Of Love, dove c’è una ispirata Amanda Sommerville che fa il verso alla Lisa Gerrard della soundtrack di The Gladiator, scritta da Hans Zimmer (chapeau). Il brano è dolce, intenso, ma lontano un miliardo di km dallo spirito che abbiamo imparato ad apprezzare in Avantasia.
- Another Angel Down, unico pezzo salvato dai chorus e di notevole impatto
Voto complessivo:
Lost In Space I: 5
Lost In Space II: 6,5
The Scarecrow: 6