Sherpa moderni

Un tempo, per molti mai vissuto, nelle fabbriche c’erano due classi di lavoratori: i colletti bianchi e gli operai. Il resto della forza lavoro (il padrùn e i dirigenti) non veniva nemmeno avvicinato con lo sguardo, tanta era la distanza dai “sottoposti”.  Una concreta presenza di “caporali” faceva trovare eterni i 30 anni di servizio di un dipendente base. Oggi credo di poter dire che l’ambiente di lavoro tipico in una piccola/media azienda (l’inflazionatissima sigla PMI con cui viene identificato il 90% delle realtà produttive nazionali) è molto simile ad una spedizione himalayana.

L’imprenditore è il capo spedizione, colui che si sobbarca le spese e convince gli sponsor (soci, investitori e soprattutto banche) a smollare la grana. Il progetto deve essere ambizioso ma non irraggiungibile, condito da un mix di credibilità e di buone conoscenze. La classe dirigente è il team di alpinisti: gente esperta in vari settori, ognuno con la sua specialità, la sua passione e le sue debolezze. Chi si destreggia su colonne di ghiaccio, chi ama accarezzare il calcare a mani nude in qualche posto sperduto, chi è insuperabile nel bouldering o nelle falesie attrezzate con tanto di applausi del pubblico. Poi viene la parte di bassa manovalanza: gli ufficiali di collegamento e i portatori. I primi sono i capi reparto, quelli che devono gestire i portatori e tradurre per loro le richieste degli alpinisti. I secondi sono gli operai e gli impiegati, ormai accomunati nel destino di essere parificati davanti alla busta paga. Non che gli ufficiali di collegamento (i sirdar) guadagnino molto di più, ma la loro esperienza e la conoscenza della lingua degli alpinisti li rende quel gradino più alti del resto del popolo portatore.

Credo che l’esempio calzi perfettamente. L’alpinista si fa portare i viveri fino al campo base, ma poi spetta a lui dare l’assalto alla vetta o superare un difficile diedro con abile presa in dülfer, e, se le cose vanno bene, vedere il proprio nome nell’albo dell’impresa (qualche stock option, diciamo). L’imprenditore beneficia del risultato ottenuto dagli alpinisti, dai sirdar e dai portatori, ed eleva l’immagine dello sponsor e del suo nome, sempre che la spedizione vada a buon fine. Per altro, si accolla le spese di mantenimento del personale e quelle, salatissime, di “transito” sui territori e sulle vette ambite (le tasse). Come il capo spedizione, l’imprenditore sa che una buona fetta del budget se lo pappa lo stato che ospita la sua impresa.

I sirdar devono eseguire gli ordini del team, e farli quindi eseguire ai portatori, che non sempre sono galantuomini. Alcuni sono un po’ lavativi, altri insoddisfatti del salario, altri scazzati. Ci sono quelli che portano fino a 80 kg di materiale per giorni intieri, altri si scaccolano di continuo e portano molto meno. I sirdar fanno il lavoro più difficile: convincere e motivare i portatori, parlando il loro dialetto e tenendo a bada l’impeto di alcuni di essi. Devono saper guidare ed obbedire, e consigliare, specie quando il team di alpinisti decide di andare per sentieri pericolosi. Certo, i rocciatori professionisti sono tenuti a comunicare le proprie scelte anche ai sirdar, per non trovarsi della situazione di discutere poi sul più bello e trovarsi i portatori seduti a braccia conserte perché si rifiutano di rischiare le ossa sotto ad una valanga.

I portatori il più delle volte agiscono senza porsi domande, e nei momenti conviviali comuni alle pause del cammino di norma sfottono i componenti del team, parlando fra di loro in dialetti talmente incomprensibili che a volte gli stessi sirdar non riescono a capire. L’importante è che portino il materiale. Spesso lo fanno con abiti ed attrezzi fatiscenti, ma con un sasso ed un bastone in pochi minuti improvvisano un fuoco per la notte, mentre un esperto alpinista può armeggiare per ore con un fornello a spirito che non ne vuole sapere di accendersi.

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