La vita, l’amore, le vacche
Non è una cosa originale, i più attenti si saranno accorti che si tratta del titolo di un libro scritto da non so più chi e non so quando. Ma non è questo il problema.
Mi è venuta in mente questa frase che in poco spazio dice tutto dell’essere umano medio. Un po’ come “La mia famiglia (ed altri animali)”, altro libro mai letto ma dal titolo accattivante. Insomma, lauti pasti per una mente affamata come la mia. A questo punto mi dici: “Ma se non li hai letti mi spieghi come fai a dire simili stronzate?”. Bene, ho i miei motivi e i miei argomenti:
- La mia mente è perennemente affamata
- Non basta leggere uno o più libri per passare da persone intelligenti
- Non serve a nulla leggere se non sei capace a scrivere
- Ma perché perdere tempo a leggere libri che non sai se fanno ridere?
- Ma cosa leggi a fare tutto il libro quando di bello c’è già il titolo?
Ma che c’entra sto discorso? Nulla, forse. Era per introdurre il fatto che la mia mente divora tutto quello che incontra, come uno stormo (un gregge, un branco, boh…) di cavallette si avventa sul grano maturo e lo devasta. Leggo la targa di un’auto e la memorizzo, al punto che sono costretto a ignorarle per non sprecare bytes del mio testùn.
Per inciso, sono arrivato al punto di riconoscere le persone che incrocio per strada leggendo la targa dell’auto prima di guardare chi sta al volante. Ricordo ancora, a modesto esempio, tutti i numeri di telefono dei miei compagni di classe di 1a media, il numero di telaio del mio primo motorino, il numero della carta d’identità e della patente, le targhe di tutti i mezzi a due e quattro ruote che ho avuto in vita. Ricordo tutti i numeri di telefono, faccio le telefonate senza usare rubriche per la stragrande maggioranza dei miei contatti. Insomma, credo di essere un pazzo.
Dicevo, memorizzo un sacco di cose ma non lo faccio assolutamente apposta. Il mio cervello fotografa la forma di ciò che vede e ricorda la linea, il colore, un marchio, oppure il suono che fanno i numeri mentre li pronuncio.
Inutile dire che a scuola non avevo problemi a studiare: in prima elementare facevo i compiti alle 19.30, appena prima di cena, ed in circa 5 minuti sbrogliavo il fastidio. Intanto ascoltavo mio fratello (che faceva quinta) che dalle 14.00 continuava a ripetere ad alta voce la stessa poesia senza riuscire ad impararne un solo verso, finché partivo, andavo da mia mamma e le ripetevo la poesia per intiero, riducendo al pianto il mio povero fratello.
La poesia iniziava così: “Escono allegri i bambini dalla scuola, lanciando nell’aria tiepida d’aprile tenere canzoni”. Non ricordo di chi fosse, ma quel tempo andavano di moda Neruda, Ada Negri e Gianni Rodari. Chi sarà il fortunato? Vabbé, l’anno successivo mio fratello si trovò in prima media, e lì si imbatté nella lingua francese. Portò nel weekend una poesia da studiare, e ci passò ore ed ore, e sul più bello io la ripetei come un pappagallo, in francese! Era la splendida “Noël” di Théophile Gautier, che ritrovai anche io in prima media.
Ho iniziato ad aprire i libri solo dalla 1ª liceo classico (3ª superiore, insomma) perchè l’insegnante di storia pretendeva che imparassimo a memoria una mostruosità di date e nomi che mi fanno ancora ridere adesso: Teodoro di Mopsuestia, ad esempio, è uno di quei nomi che mi sono rimasti intagliati nel cervello, ma che sinceramente non mi sono mai serviti a un emerito cazzo. Comunque avevo la media del 6 aritmetico, perchè mi preparavo per una interrogazione (leggendo in mezz’ora tutto il malloppo da “portare”) e prendevo 8, e la volta dopo, assolutamente indifferente alla materia, non aprivo neppure il libro e prendevo 4. Insomma, fui battezzato “compartimenti stagni” per questo motivo. In realtà sarebbe stato più azzeccato l’appellativo di “coglione” perchè, visto che mi bastava mezz’ora per studiare, non riesco a spiegarmi il motivo per cui mi rifiutavo di farlo.
Il mio modo di memorizzare fu deleterio con l’algebra, con la matematica e con la geometria analitica. Lì bisognava imparare in modo diverso formule, teoremi e altri cazzi, bisognava capire e sviluppare, e il mio ammasso di neuroni, decisamente poco attratto da simili concetti, si rifiutava di elaborare. La mia memoria fotografica faceva cilecca, non mi rimaneva assolutamente nulla in testa. Non parliamo poi di chimica e biologia, due materie che in un liceo classico servono come un rampichino ad un tetraplegico.
Certo che ne ho detestate di cose a scuola. Mi piaceva Prévert ma non sopportavo Neruda, Foscolo mille volte meglio di quel depresso maniaco suicida di Leopardi, ho vomitato ad ogni singolo paragrafo di quell’insulto all’intelligenza umana che è “I promessi sposi” mentre mi gustavo i deliri dell’Antico Testamento, adoravo Senofonte (rigorosamente in greco antico, ebbé) ma mi schifava l’Etica Nicomachea. La storia della filosofia mi faceva letteralmente inorridire, quasi quanto le chilometriche, deprimenti, insopportabili, interminabili note del Giacalone che stravolgevano la poesia di ogni singolo endecasillabo della Divina Commedia. Ho vissuto in modo appassionato la storia della musica ma detestavo le lezioni di pianoforte e, diarrea molesta, il solfeggio.
Sono rimasto un ignorante non titolato, e adesso faccio l’informatico.
Per dovere di cronaca, eccovi la poesia citata:
| Le ciel est noir, la terre est blanche. |
| Cloches, carillonnez gaîment! |
| Jésus est né; la Vierge penche |
| Sur lui son visage charmant. |
| Pas de courtines festonnées |
| Pour préserver l’enfant du froid; |
| Rien que les toiles d’araignées |
| Qui Pendent des poutres du toit. |
| Il tremble sur la paille fraîche, |
| Ce cher petit enfant Jésus, |
| Et pour l’échauffer dans sa crèche |
| L’âne et le bœuf soufflent dessus. |
| La neige au chaume pend ses franges, |
| Mais sur le toit s’ouvre le Ciel, |
| Et, tout en blanc, le chœur des anges |
| Chante aux bergers: ‘Noël! Noël!’ |
settembre 27th, 2007 at 00:13
escono allegri i bambini… è di Federico Gracìa Lorca…
settembre 27th, 2007 at 22:55
Grazie per l’appunto, mio fratello non recitava il nome dell’autore ad alta voce
Un silenzio fatto a pezzi
da risa d’argento nuovo
dicembre 22nd, 2007 at 16:13
ho studiato quella poesia in francese in terza elementare!!! la ricordo ancora a memoria!!!!!!
settembre 21st, 2008 at 15:38
sono davvero lieto di aver riletto “noel ”
Non ricordavo nemmeno il titolo,ma ricordo che dopo che imparai quella poesia,di cui ricordo alcuni passaggi,iniziai ad avvicinarmi al fancese con migliore profitto.
grazie per aver dato concretezza ad un ricordo di 49 anni or sono.