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Piccolo dizionario eccetera (parte terza)

Della generica incapacità altrui – piacevolmente riassunta in coloriti insulti – ho già parlato, purtroppo per voi non abbastanza. Dev’esserci nel basso piemonte un problema genetico alla base di questo vezzo di criticare l’operato di terzi (presenti e non), considerato che la lista di epitteti è ancora lunga. Un gioiellino della parlata piemontese, sempre al riguardo di quanto sopra, è il termine bandamòl. Il bandamol (colui che stringe poco) è applicabile a chi non ha grinta, non ha volontà, e se ha forza non la applica nel lavoro o lo fa lentamente e controvoglia. Emblematico un verso di “Mino Casòla”, dei Trelilu, che recita “Ai fas veghe a sti bandamoi / cume travajia Mino Casola” (faccio vedere a questi bandamoi come lavora Mino Casola). Il bandamol di solito ha il bösu ai gomiti, che è un modo di dire divertente e sta a indicare che il soggetto ha “il callo al gomito” a forza di tenerlo appoggiato (e per deduzione, a forza di far nulla). Sul genere, con sfumature differenti, ci sono anche il ciapamùsche e lo spanamùre. Il ciapamusche (colui che acchiappa le mosche) è un personaggio normalmente così svagato che sembra sempre in cerca di mosche da acchiappare, a scapito di ogni forma possibile di concentrazione, in special modo nel lavoro. Lo spanamure invece è uno che non vorresti mai averlo intorno. E’ un caso anomalo, in quanto l’insulto è un “vorrei” più che una constatazione, infatti si dice che “vun a spané mure” (vado a spanare more) per intendere “mi levo dalle balle”, e lo spanamure è uno che vorresti sempre che si levasse dalle balle, per ovvi motivi.

Sull’incapacità relazionale, ahimé, c’è ancora parecchio materiale. Il farfu, ad esempio, che non saprei come tradurre (“farfallone” può avvicinarsi al significato), è un essere appiccicoso, solitamente imbranato con le donne, che vorresti mandare a spané mure ogni volta perché se la tira fin dré d’ji urìje come un gasepiu, facendo il gilindu con le ragazze e rimediando figure da tardòc con le medesime e una nomea da sturdì con i conoscenti. In pratica il soggetto è un po’ pìfre, fisicamente non è un secatùn, anzi, piuttosto tupunü e grev, che si comporta da paligàn (se cortese) o da gadàn (se cinghiale), o peggio ancora da masué se aduso al turpiloquio. In pratica uno stracabàle con velleità riproduttive che – si augurano tutti – non trovino mai sfogo se non in una bella ressia (o sübiòla) espletata nella solitudine del di lui bagno. Proprio per la nota incapacità relazionale il farfu è famoso per sagujié pitòst, anche solo vedendo la copertina di un purnàs o una pagina dell’intimo nel Postal Market. Tendenzialmente, a causa di tale vizietto, potrebbe essere definito un crìn, ma un crìn catòlic, perché non c’è malvagità nel suo agire. Chi, incapace di bandése na ressia e di relazionarsi con le donne, e quindi più portato a mettere la mano nel portafogli per appartarsi con una bagàsa, è definito invece un crinàs, a maggior ragione se l’atto comporta adulterio.

L’estrazione agricola della maggioranza della popolazione ha aggiunto al dizionario una serie di insulti e di modi di dire profondamente legata alla professione e al ceto. In un non lontano passato c’era ogni martedì il mercato a Cuneo (c’è ancora oggi, ma non è del mercato che voglio parlare) e abitualmente scendeva dalle vallate ogni tipo di montanaro e bifolco immaginabile, vuoi per fare trading bucolico, vuoi per appartarsi con una bagàsa. Vedevi per le strade della città dei meravigliosi patelavàche, comitive di pistadrügia che si intrattenevano con baròt di ogni specie e borgata, mentre dalla pianura salivano orde di patelacrìn e si mettevano a decantare le prestazioni dei loro tratùr o a vantarsi del prezzo del loro ultimo tamagnùn acquistato. E’ noto che in pianura i grìcul erano più ricchi perché la campagna rendeva di più che un avaro pascolo in alta montagna. I muntagnìn ribattevano che quei tratùr erano solo dei ramadàn e chi li guidava era un budre, e che per lo meno in alta montagna non si stava con i piedi a mollo nella drügia dal mattino alla sera. I gricùl rispondevano tono su tono, asserendo che i muntagnin erano dei dindu, o peggio ancora dei pitu. Allora era pronta la risposta della fazione montanara, che restituiva la cortesia attribuendo alla controparte atteggiamenti tipici dei gnèru a cui era stato fatto mancare il latte da piccoli da parte di quei trülu dei loro genitori. Quando si stava per venire alle mani volavano ancora insulti ai montanari tipo màniga ‘d marsùn, con pronta risposta dei medesimi articolata sulla locuzione maniga ‘d terùn. Finito il parapiglia ognuno tornava all’ostu, prendeva un bicér ‘d barbéra e ne cantava due. Era tutta gente fisicamente (e mentalmente) rocciosa, nessuno si faceva male e non ci si querelava per ingiurie. Poi, appena la curiéra riprendeva la strada della valle, tutti tornavano a casa e morta lì.

(Per la traduzione dei termini non credo vi sia problema. Se c’è problema, chiedete).

5 risposte a Piccolo dizionario eccetera (parte terza)

  • fatacarabina scrive:

    specifiche sul dindu, grazie :)

  • Sba scrive:

    Il dindu sarebbe il castagno d’India, o ippocastano, che produce bellissime castagne non commestibili, e quindi nell’economia del discorso rappresenta un essere che fa belle parole senza nessun riscontro con la realtà o ha belle idee ma irrealizzabili. E’ anche definito dindu un personaggio “sterile”, improduttivo, che non fa nulla di commestibile e quindi totally useless.

  • fatacarabina scrive:

    bellissimo il castagno d’India :) grazie Sba, procedi ovviamente che ci tengo :)

  • andrea scrive:

    cosa vuol dire CIOSPA? so che puo essere usato per una donna di facili costumi, ma anche per altre cose? grazie .

  • Sba scrive:

    L’ho sentito usare in diversi contesti, e, come spesso accade, con significati molto differenti. Dicesi ciòspa la donna pretendente di un uomo già “coltivato” da altra donna (di norma è quest’ultima a definire ciospa la pretendente). Dicesi ciospa la donna che non conclude mai nulla, e se lo fa, è sbagliato. In sostanza la ciospa è colei che è nel posto sbagliato, al momento sbagliato, con le persone sbagliate, a fare qualcosa di sbagliato. Il tutto condito con cattiveria, perché la ciospa non è sbadata, ma sbaglia quasi volontariamente per irritare il prossimo. Esempio: in un discorso fra comari la ciospa è colei che salta fuori all’improvviso a dire/fare qualcosa di disdicevole. O anche solo a disturbare deliberatamente.

    Spero sia stato esaustivo, anche se – ripeto – le sfaccettature che connotano il significato del termine sono davvero molte.

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