Archivi del mese: settembre 2010

Io con la sfiga ci vivo benissimo

Io con la sfiga ci vivo benissimo, fin da quando sono nato. A quanto pare è la mia figura che funge da calamita, non sono io che sono sfigato. Sono praticamente circondato da gente che con la sfiga ci ha fatto le nozze, al punto che a volte mi chiedo se sono io a portare sfiga. Fin da quando sono nato.

La gente che è nata con me, nello stesso periodo, era tutta nella stanza dove sono nato io, o nei paraggi, non so bene. Uno che è nato il mio stesso giorno, nello stesso ospedale, nella stessa stanza, è venuto a scuola con me per anni, ed era uno veramente sfigato. Non era cresciuto molto, era piccolino, e tutti lo sfottevano perché era piccolino, e sfigato. Alle figurine riusciva a perdere anche contro di me, che ero una sega. Lui, sfigato, piccolino, perdeva anche contro di me. Era così sfigato che nessuno voleva giocare a figurine con lui, e allora si trovava a giocare con me, e perdeva, sfigato.

Un altro che è nato qualche giorno prima di me, adesso vive a trenta metri da casa mia. Non è piccolino, e a dirla tutta non è nemmeno tanto sfigato, ha una bella casa, una bella moglie, un bell’idraulico. Sarà che ha passato veramente pochi istanti con me, ma non è poi così sfigato. Certo, i capelli che sembrano stuccati da un gessino della Val Camonica non gli rendono l’aspetto così piacevole, ma questo non credo che sia solo sfiga, deve essere anche questione di parrucchiere, o di lacca, o di idraulico.

Ce n’è ancora uno, nato una settimana prima di me, che era anche nello stesso ospedale, nella stessa stanza, nello stesso periodo. Lui non so dire bene se è sfigato o no, ma non lo vedo mai con delle ragazze e allora penso che sia sfigato, o anche un tantino omosessuale. Che non è essere sfigati, l’essere omosessuali, è credo più una questione di culo, ecco. Lui è sfigato a giorni alterni, tanto per capirci. Un giorno aveva parcheggiato la macchina nuova – beh, nuova, aveva un mesetto – in strada, e quella sera qualche buontempone voleva fare uno scherzo a un vicino di casa, e ci ha incendiato la macchina, al vicino di casa, solo che forse non sapeva bene quale era la macchina del vicino di casa e allora ha incendiato quella del mio amico. Quando sono arrivati i pompieri c’era solo più la marmitta, poi uno dice la sfiga.

Anche mia mamma è stata presa dalla sfiga che mi circonda, e quando dovevo nascere è ovvio che oltre alla sfiga a circondarmi era anche e soprattutto lei, mia mamma, nel vero senso della parola. Le avevano detto che ero in ritardo e che sarei nato grosso, sui cinque chili, e lei era un tantino preoccupata, al punto che scriveva lettere alla famiglia dicendo “o si sono sbagliati loro o mi sono sbagliata io, ma questo qui non ne vuole sapere di uscire”. Mentre chiacchierava con le mamme di quelli che sono nati prima o durante, quelli che ho detto sopra, era preoccupata che loro uscivano e io stavo lì dentro al calduccio. Mio padre lavorava sessantadue ore al giorno perché a casa ne aveva già due, di cosi che mangiavano, e io sarei stato il terzo, e da quanto ero grosso aveva già deciso di uccidere il vitello grasso. Mia mamma era più pacata, anche se ansiosa, e lo rincuorava dicendogli che comunque per i primi tempi, come per gli altri due, ci avrebbe pensato lei a sfamarmi. E appena dopo nato le dissero subito che non aveva latte, e che io avrei dovuto passare i migliori anni della mia vita senza il contatto con le mammelle. Che poi sta cosa delle mammelle me la porto ancora adesso, mi viene da metterci la faccia dentro ogni volta che le vedo, alle mammelle, vatti a sapere perché. Sfigato anch’io, niente mammelle, mi son dato alla birra fin dall’infanzia.

Quando giocavo con mia sorella, da bambino, si faceva sempre male lei, poverina. Gara con la bici, una spanna di pelle abrasa. Gara a salire sulla betulla, si rompevano i rami dalla sua parte. C’era l’influenza, la beccava sempre lei. A Natale le regalavano la Barbie, e lei detestava quella bambolozza bionda abbagasciata, e allora la prendevo io, la spogliavo e mettevo la faccia in mezzo alle tette, chissà mai perché. Un giorno volevamo fare come maicbongiorno e facevamo i quiz, solo che per fare i quiz bisognava avere il cartellone con il nome, e lei ne scrisse uno per me, che io non sapevo scrivere, e ci scrisse Carlo Puttana, immagino perché non avesse idea di cosa volesse dire Carlo. Poi arrivò mia madre e sorrise, a me, e a lei le mollò una chiantozza che le rimasero le dita istoriate sulla guancia per due giorni. Ci vollero ancora un paio d’anni per capire che aveva buoni motivi per tenermi alla larga.

Alle elementari dopo la scuola uscivo sempre di casa a far danni in giro per il quartiere, insieme al mio amico Luca. Lui non era mica sfigato, di suo, ma appena arrivavo io, tempo due o tre ore, gli capitava qualcosa di spiacevole. Andavamo a spaccare pignatte nelle case in costruzione, e i muratori beccavano lui e lo portavano a casa da suo padre che gli faceva dei culi che si sentiva urlare fin nelle campagne. Giocavamo nei prati, e le api pungevano solo lui. Gara in bici, trentatré centimetri di abrasioni per volta. I rami dei gelsi si rompevano sempre e solo dalla sua parte. Far le scalette con i chiodi del sette, sapessi le martellate che si dava sulle dita, solo lui, sfigato. Sua mamma aveva i capelli neri, suo papà aveva i capelli neri, lui aveva i capelli rossi e le lentiggini, e questo da bambino non significava sfiga, ma crescendo mi aveva fatto venire qualche sospetto. A volte prendevamo in prestito il carretto di suo padre, e andavamo in giro lui sopra e io dietro a spingere, correndo a piene balle per strade sterrate. A volte era lui a spingere e io sopra, e non succedeva niente, ma quando era lui sopra e io a spingere era sicuro che un sasso o una buca lo avrebbero fatto ribaltare. Quando è stato più grandicello ha finalmente risolto i suoi problemi, perché i miei mi avevano rinchiuso in un collegio.

A scuola, alle medie, avevo cambiato posto, al collegio, non ero più al paese, e questo avrebbe potuto farmi passare quell’aura da menagramo, che non lo sapevo mica ancora di averla a quel tempo, l’aura da menagramo, lo sto analizzando adesso. Conobbi un paio di compagni che venivano anche dal mio paese e feci amicizia. Dopo la scuola, in estate, finite le medie, ci vedevamo ogni tanto, e io cominciavo a trovare le ragazze, e ci piacevo alle ragazze, io, mentre loro erano sfigati e non avevano ancora baciato niente che fosse minimamente paragonabile a una forma di vita. I mio amico Mario era proprio uno che sembrava attirare la sfiga su di sé, e sembrava che questo accadesse solo quando c’ero io. Se andavamo a fare un giro in motorino, lui forava sistematicamente. Se provava a elaborare il motore, grippava. Un giorno aveva finalmente trovato il modo di fare andare il suo Issimo più veloce del mio Califfo Giò, e tempo due giorni glie lo avevano rubato. Allora era costretto a viaggiare sulla Vespa Primavera tre marce di suo padre, una casseruola di tale portata che sembra incredibile ancora adesso che possa essere esistita. Una volta la tirò fuori e io gli dissi Facciamo cambio, e lui prese il mio Califfo e io la sua Vespa, e andammo verso la strada della discarica, e non successe niente, anzi, la Vespa sembrava andare più del Califfo, e lui era contento, allora ci scambiammo di nuovo i motorini e quando ci salì sopra lui, tempo dieci metri, era forata.

Sarebbero ancora tanti gli esempi, ne dico solo più uno. Un giorno con dei colleghi di lavoro decidemmo di andare a fare un giro in bici, una cosa seria, fino a un rifugio in montagna. Quella mattina pioveva come dio la mandava, o il suo idraulico, non so bene, comunque pioveva e io passai a prendere uno dei miei colleghi col furgone, quello che ci hanno bruciato la macchina, come ho detto sopra, che non avevamo voglia di farci tutta la strada asfaltata in bici, e lui mi diceva Ma piove troppo, lasciamo perdere, e io gli dicevo Vedrai che arriviamo là e c’è il sole. E figurati, arrivati là c’era un sole caldo e il cielo sereno, e allora lui pensò che questa storia della sfiga era finita. Ci incamminammo, arrivammo in rifugio, arrivarono anche gli altri due colleghi più allenati e facemmo pranzo. A scendere, in rigoroso ordine cronologico, il collega A forò due volte, il collega B riuscì a incaprettarsi su dei sassi e forò tre volte in un tratto di appena trecento metri. Il collega venuto con me era praticamente sicuro di essere fuori pericolo quando in entrata di curva riuscì a fare una quindicina di metri sulle gengive. E bon, quei tre lì con me in bici non ci sono mai più voluti venire.

Dimenticavo, parlando di sfiga. Uno che era a scuola con me si è addirittura fatto prete.

Yes, no, cancel

Alla scadenza del dominio vien sempre la stessa domanda, e anche quest’anno la risposta è Yes. NYFT compie otto anni, gli ho regalato una bicicletta. Nel weekend non ci sarò, lo lascerò dai nonni, e poi al ritorno giocheremo insieme.

La peggio espressione

Io, quelli che fanno i post brevi, valli a capire.

John Player Special

Da ragazzino ero un maledetto lacché della maestra. Ricordo un giorno che chiese ad alcuni di noi – era un venerdì – se fossimo stati liberi nel pomeriggio per darle una mano a sistemare una soffitta della scuola. Eravamo in una quinta elementare sita in uno stabile risalente ai primi del 900, usato in tempo di guerra come caserma e uffici militari. Comunque – dicevo – ero un lacché, e dissi immediatamente di sì.

Nel pomeriggio tornai alla scuola e la vidi attendere sulla porta principale, ero solo. Mi confermò che ero l’unico ad aver mantenuto la promessa di venire e mi accompagnò nella soffitta. Era pieno di scatole, rotoli da disegno, libri e scartoffie. Un tantino sconsolata prese a spostare qualcosa, quando inavvertitamente fece cadere un contenitore al cui interno vi erano dei disegni tecnici arrotolati e parecchio ingialliti. Ne aprì uno per vedere di che si trattasse e lo srotolò sulla vecchia cattedra che stava nell’angolo sotto la finestra.

Ora potrete credermi o no, non m’importa, ma si trattava del progetto del futuro circuito automobilistico di Cuneo. In epoca fascista fu lo stesso Mussolini a concepire l’ipotesi di creare un tracciato cittadino a Cuneo, con il rettilineo su Viale Degli Angeli, e di fronte ai miei occhi increduli c’era quel grande foglio di carta ingiallita con tutti i dettagli, i nomi altisonanti delle curve e la dislocazione delle tribune. La didascalia canonica in un angolo titolava “Circuito Automobilistico della Città di Cuneo”, con caratteri in perfetto stile impero, e vi era il nome del progettista e del disegnatore e la scala e tutti i crismi del caso. La maestra mi spiegò che si trattava di un disegno risalente all’epoca fascista per via della data, indicata con l’anno in numeri romani (per chi non lo sapesse, in quel periodo gli anni venivano scritti ad esempio con “Anno XI dell’Era Fascista”). Io, già accanito tifoso della Lotus di Mario Andretti, vidi per un attimo quell’auto sfrecciare per le strade cittadine e cominciai a sognare e a fare domande.

E niente, volevo farvelo sapere. Non so che fine abbia fatto quel disegno, ma mi son sempre ripromesso di indagare per ritrovarlo.



Come entrare in possesso di un iPhone 4 e sopravvivere lo stesso

Come ho già accennato altrove, dopo anni di onorato servizio i mio Nokia E51 mi ha abbandonato (non del tutto ma a tenerlo sempre in tasca si sentiva più niente). Sono quindi entrato in possesso di un iPhone 4, mio malgrado. Sì, perché la scelta possibile ricadeva sul giocattolone di Apple, sul Nokia N97 mini o sul Blackberry Storm 2. Come accade in questi casi si chiedono informazioni in giro a chi già da tempo si gingilla con quegli arnesi, e il più delle volte si ascolta la vox populi. Questo è il caso in cui, totalmente impreparato sull’argomento, ho dovuto piegare la mia indole alla nuova tecnologia, e son qui per parlarne, stavolta e basta (spero), perché credo che vi sia più d’uno che si trova nella stessa situazione e non ha gli amici scriteriati e preparati che ho io.

Premessa: TIM è come un ministero

Avendo un contratto con questi signori la scelta è stata obbligata, trattandosi di telefono aziendale. Il nuovo accrocchio denominato Impresa Semplice è qualcosa di aberrante, a mio modesto parere. Per chiedere l’associazione di iPhone + scheda microsim al contratto ho dovuto faxare 19 pagine (diciannove, è giusto, non è un refuso). Poi lo han mandato di corsa, per carità, ma è bizzarro che uno spacciatore di tecnologia resti ancorato a un medium risalente ai primi anni ottanta e ti chieda di spedire l’Enciclopedia Britannica via doppino analogico.

Unpacking

Busta gialla very postal senza tanti fronzoli, con dentro una scatoletta bianca. Mi aspettavo una confezione più appariscente, e più grande, invece sono rimasto sorpreso dalla compattezza dell’involucro. Sfilando il coperchio avevo un po’ di timore, considerato il costo del telefono e la scontata esposizione del display, ma con un po’ di attenzione l’ho aperto e ho constatato che era integro, con le sue belle pellicole di protezione fronte e retro (sì, anche sul retro, mah). Sollevo l’iPhone e la prima sensazione è stata “Minchia che freddo che è, e quanto pesa! Sembra il coperchio di una tomba” (c’era un testimone che può confermare). Sollevo anche la vaschetta interna, vedo la curiosa disposizione dei libercoli disinformativi e sotto ad essi cavetto USB, cuffie e giunto per la presa a 220 volt. E bon, niente altro. Mentre commento sarcasticamente il mio collega mi guarda con compassione, e lo capisco. Lui è un tech enthusiast, io sono uno che della tech ne ha le badenpauell piene. Poi apro il portalibretti e trovo, infilata con maestria, la clippina per estrarre il cassettino della microsim (che a prima vista pareva un punteruolo per fare il reset), e partono i primi commenti sulla mamma degli ingegneri che hanno fatto le microsim, su quella di chi ha fatto quella clippina e anche un po’ su quella di Steve Jobs. Le istruzioni per usare la clippina sono stampate nell’alloggiamento della clippina che è nel portalibercoli che è nell’alloggiamento del portalibercoli che è sotto alla vaschetta porta-iPhone. Semplice no?

Accensione

Giuro che non ricordo di preciso se ha fatto “bip”, ma mi pare di sì. Dopo un po’, non subito. Appena acceso appare la mela a centro schermo, resta lì i suoi trenta secondi e poi fa “bip”, finché non compare il simbolo del cavetto USB che ti obbliga a connettere il telefono al PC (cosa che ritengo assurda) e a installare iTunes (cosa che ritengo ancora più assurda). Il cavetto ovviamente ha un attacco prorietario, figuriamoci se ti fanno un cavo USB normale, quindi già sai che se lo danneggi o lo perdi devi per forza comprarne uno Apple spendendo altri soldini. Apri il browser sul PC e cerchi iTunes, solo 77 Mbytes da scaricare, si vede che sta gente non sono mai stati in Italia e non sanno quale sia la disponibilità di banda internet. Scarico, installo, si avvia senza problemi. Mi chiede subito di registrarmi, in modo perentorio al punto che mi sono sentito obbligato a farlo (e forse lo ero per davvero, pena l’impossibilità di accedere, registrare e far funzionare il coso). Sbrigate le formalità compare subito la richiesta di aggiornamento del sistema operativo dell’iPhone, confezionato con la 4.0.1. Provo, si blocca tutto, lascio perdere.

Tentativi di approccio

Atteso appena 3 giorni per poter convertire i dati della mia SIM sulla microSIM ho finalmente potuto accendere l’iPhone con l’intento di usarlo per lo scopo principale per cui l’ho preso: telefonare. Sorpresa enorme: telefona per davvero. Faccio fatica ad adattarmi al touch screen, che litiga un po’ con la dimensione delle mie manacce e delle mie dita, ma dopo il primo giorno sono già più abile e comincio a familiarizzare con il “coperchio di tomba”. Rifletto su una cosa strana: il display non si sporca, non rimangono le ditate, e non capisco come sia possibile. Comunque display e il touch sono il male minore, e lo scopri non appena apri iTunes con la speranza che sia un software che ti permette “anche” di gestire il telefono. Non lo è. Trattasi di sistema per scaricare la musica e le applicazioni a pagamento, e in modo un po’ ottuso ed estremamente lontano dal concetto geek di “configurare”, dà anche qualche possibilità di accedere alle impostazioni del lastrone di marmo nero. Se non altro ha piena compatibilità con Outlook e quindi la gestione dei contatti dal vecchio E51 all’iPhone è rapida e quasi indolore. Sincronizzandolo si prende anche gli account di posta, i calendari e le note. Non malaccio, alla fine.

Le applicazioni

Delle applicazioni per ora me ne frego. Per ora. A parte quella free per Tumblr, che a mio parere serve come il pane. Quelle in dotazione sono semplici ed essenziali, e sono di una bellezza strepitosa. Ogni cosa che compare su quello schermo, anche quella più inutile, è così nitida e luminosa che ti fa dimenticare presto qualsiasi altro display. Provo subito le mappe, funzionano. Provo la bussola, rido come un bambino. Provo la calcolatrice, non c’è il simbolo della percentuale. Poi calendario, fotocamera, meteo. La fotocamera non mi piace molto, è un po’ infantile e non ho trovato come zoomare, ammesso che si possa. La più bella app è YouTube, per i contenuti ovviamente. Dell’iPhone si apprezza subito la velocità con cui si lavora o si “gioca”, la facilità con cui si connette alla rete wireless o a quella Edge/UMTS/HSDPA disponibile, la qualità del display, l’audio generoso. Anche un amante dei sistemi Windows based come me si trova subito a casa, nonostante i primi dissapori dovuti ad anni di malmostoso snobismo verso il marchio Apple.

Come lo uso e come lo userò

Lo uso per gestire la posta elettronica e gli appuntamenti, e come telefono, of course. Intravvedo ottime prospettive per quanto riguarda la geolocalizzazione, che pare alquanto precisa anche al chiuso (ieri sera mi sono spostato dalla cucina allo studio e il pallino si è spostato con me, poi qualcuno mi spiegherà come ciò sia possibile). In futuro non escludo la possibilità di scaricare qualche applicazione, cercando di stare in zona free, non per spilorceria ma per antipatia verso Steve Jobs (così, epidermica, non chiedetemi perché visto che non lo so). E sicuramente mi servirà alla Blogfest, così non porterò il netbook.

Ah, dimenticavo: in omaggio due adesivi della mela. Bianchi. Vabbé.





Angeli e Demoni

Sarà il cambio di stagione ma oggi1 sono certo di aver partecipato a questa discussione, di cui riporto i dialoghi. I protagonisti sono Angeli, Demoni e Sba. Angeli è un cucciolo di arcangelo, inviato sulla terra per preservare la mia anima, è alto quindici centimetri, ha una voce da adolescente vittima di Baden Powell ma baffi e capelli biondi da vichingo che pare Abraracourcix. Demoni è un mentecatto figlio di buonadonna, alto sì e no una spanna, rosso abbrustolito come un wurstel, dice di avere 350 anni e di essere discendente diretto dell’indimenticato Brot Caolila Aldamara Daiquirus, Demone di Settima Categoria della Legione di Craacrinolas2.

A: E’ arrivato il pacchettino, è arrivato il pacchettino! yuhuhuhuhu!

D: Ma sentila sta checca isterica, starnazza come un’ochetta nell’acqua…

A: Non ti permettere sai!

S: Ehi, voi due, piantatela. Ohhh, fammi vedere cosa c’è in questo pacchetto.

A: io lo soooo, io lo sooooo

D: Piantala!

S: (scart, sfrush, strapp, ziocan) Oddiosanto!

A: Lunga vita al boss (e si mette sull’attenti)

D: Alé, cominciamo con le bestemmie (si tocca apotropaicamente)

S: Ma guarda te che confezione del cavolo che gli han fatto a sto coso…

A: Bella, bianca, candida, uh, immacolata direi!

D: Che orrore, chi è il malato di mente che ha concepito sta roba?

S: Quel tizio là, come si chiama… boh

A: “Boh” è il cane di mio zio Maurilio, “Boh” è il cane di mio zio Maurilio!

D: Ma la smetti di ripetere sempre due volte le cose?? E poi piantala di fare quella vocina isterica da finto entusiasta della vita, sei patetico come un portaombrelli in vimini.

A: Sei cattivo, cattivo cattivo cattivo!

S: Ha ragione, tu sei cattivo e tu sei un rompiballe. Lasciatemi vedere qua, dai.

(sfila il coperchio della scatola, miserella, va detto, e guarda il contenuto)

D: Ahahahaha! Ma cosa cavolo è quell’affare? E’ liscio come la tavoletta del cesso!

S: Effettivamente…

A: Non ha i pulsantini! Ti hanno fregato!

D: Meglio, così non ci metti i tuoi ditini sporchi di marmellata, dannato marmocchio bavoso!

A: Cattivo! Ce lo dico al mio caposcout che sei cattivo.

D: Diglielo, io lo sto aspettando giù da basso per tutta una serie di motivi che sanno lui e la beneamata perpetua del parroco.

A: No!?! Dici che il caposcout se la fa con la Dorina?

D: Dico, dico. Fidati, quello ha trivellato più della Shell.

A: Ma non mi direeeeee. (Sospirone di sorpresa)

S: Ma cazzo! Sto coso pesa come una lastra di ghisa! Pensavo fosse più leggero, accidenti.

D: Eh, vuoi andare a fare il figo in giro col gadgettino e adesso ciapa lì e porta a cà.

A: Però è bellino eh, ha qualcosa di celestiale…

D: Sì, il costo.

S: Meno male, ci han messo anche le cuffie, pensavo già di dovermele comprare a parte

D: Da quando in qua ti compri la roba? Di solito non aspetti il rinnovamento tecnologico aziendale per approfittarne?

S: Ma cosa dici, non mi sono mai permesso! Il fatto che il maledetto incumbent ogni tanto decida di passarci robba nuova non significa che io ne approfitti. E poi, scusa, vorrai mica che dia a disposizione un cosino così prezioso a un, che ne so, un… elettricista?

A: Mio zio Doriano fa l’elettricista, mio zio Doriano fa l’elettricista!

S e D, in coro: MA PIANTALA!

(attimo di silenzio)

D: ma provi ad accenderlo, almeno, o resti lì a guardare sta lapide di marmo nero?

S: E cosa lo accendo a fare che non ho la … ah eccola qua, ma allora han pensato proprio a tutto!

A: A me pare un sottobicchiere

S: Non sto a spiegarti cos’è, non capiresti

D: Non è un sottobicchiere, è il coperchio della cripta dove di chiuderò, dannato pennuto ermafrodita

A: Uh? Spetta, e… er… ematocrito… erasmo da rotterdam… ermetico… ecco qua, ermafrodita: “fenomeno col quale un individuo di una determinata specie può produrre, contemporaneamente o successivamente, sia i gameti maschili sia quelli femminili“. Cioè?

D: Lascia perdere, scherzo della natura che non sei altro

A: Ha parlato il salsicciotto, ihihihihih

(SCIAFF!)

D: E adesso porgi l’altra guancia, ahr ahr ahr!

A: Io sta regola non l’ho mai capita del tutto, anzi, a dire il vero mi pare un po’ una stupidaggine. E comunque mi hai fatto male, stronzo!

S: Ehi, qui le parolacce le dico solo io, chiaro?

A: Beh, dai, avevo staccato un attimo il microfono, se da lassù non mi sentono è meglio

D: Posso dirne alcune io? Dai dai daiiiiI!

S: No, l’ultima volta han dovuto chiamare un esorcista per disinfestare quel bar dove ti sei messo a far bestemmiare la volpe imbalsamata sulla mensola.

D: Ahahahahah, gran scena, un lavoro da maestro!

S (tornando al pacco): Ehi, ma questo coso che diamine sarebbe? Guarda che spinotto gli hanno fatto…

A (presumibilmente interessato): sembra la dentiera di un ruminante

D: Lo è, direttamente presa in prestito da tua madre

A: Cattivo! Uéhhhééééèhhhhh! (frigna a squarciagola)

S: Ecco, geniale, ci mancava solo che lo facessi piangere

D: Non ha il necessario sense of humour sto ocone

A: Uééééééééééééééééééééé (sempre più forte)

(SCIAFF!)

A: … ma…. ma…

D: Ma niente! Basta!

S: Che faccio, lo accendo?

A: Sì, sì, dai, dai! (sfregandosi la guancia arrossata)

D: Potrei accendertelo io, ma non sarebbe più così liscio a 1250°C (sghignazza)

(click)

(bip)

D: Non dire cazzate, non ha fatto “bip”!

S: Eh vabbé, dai, volevo fare un po’ di scena…

D: Cialtrone.

A: E adesso?

D: Scommetto che devi installare 70 mega di programmi (sghignazza silenziosamente)

S: Infatti, cazzo.

D: Shut down that crap!

S: Non posso, ho fatto la mia scelta ormai.

A: E sarebbe quella? Un coso che per funzionare deve essere collegato a iTunes?

S: Eh…

D: Ehi frignone, mi sa che ce lo siamo perso questo qui

A: Dici eh? Anche a me pare che non ci sia scampo

D: Che facciamo, andiamo?

A: Ok, che è anche ora di cena

D: Cosa ti prepara di buono “holy gorgeous mary“?

A: Stasera broccoli, e non chiamarla così.

D: Cazzo, e poi dicono dell’inferno…

A: Eh, lassa perde

D: Ciao và

A: Ciao

(Flap, flap, flap)


1: Oggi mi è arrivato, capita.

2: Non ringrazierò mai abbastanza il grande Stefano Benni