Come il condannato guarda il boia

Ho dovuto riflettere un po’ prima di scrivere, visto che oggi è morto un mio amico in montagna e probabilmente, se ho capito bene, in un posto in cui ero stato nel 92. Perché poi sembra che uno voglia dire sempre la sua, e “io ci sono stato lì”, e fare filippiche sulla pericolosità della montagna, parlando il più delle volte a sproposito. Non è certo il mio intento, ho deciso che andava bene parlarne, a modo mio, per ricordarlo tramite il mio racconto. Così mentre riflettevo sulla brevità della vita mi sono messo a cercare immagini di quella zona del massiccio dell’Argentera, la cosiddetta cengia della via normale alla punta sud. E mentre le guardavo ho provato gli stessi brividi e ho sentito lo stesso peso sullo stomaco che sentii quel giorno mentre la salivo. Mi ricordavo com’era, ovviamente, anche se a volte certi aspetti del vissuto possono venire amplificati o attenuati dallo stato d’animo del momento, ma io la ricordavo comunque esposta, pericolosa e stretta, e le foto viste oggi han confermato tutto quanto. Ne parlavo solo qualche giorno fa con un amico, di quel posto, e dicevo “No, non so mica se avrei ancora il coraggio di tornarci”.

Quel giorno arrivammo con la scassatissima macchina di Francesco fino al Pian della Casa, 8 del mattino, ben intenzionati a fare la sud in giornata. Il tempo era dato per stabile e avevamo su tutto il necessario per fare una bella camminata. Io non conoscevo quelle zone, se non il Remondino, un rifugio che quando ci vai sembra sempre che sei già arrivato e invece manca ancora un’eternità, quindi affrontavo la cosa con un misto di curiosità e timore. Che sono un fifone lo si è sempre saputo, in fondo. Caricati gli zaini in spalla partimmo di gran carriera, e i miei 22 anni facevano soffiare fin dai primi metri i 40 abbondanti di Francesco, che mi chiese se fossi stato in ritardo per il treno. In breve fummo al Remondino e facemmo sosta per colazione accucciati sui massi della conca sotto la Cima di Nasta, con i camosci che venivano ad elemosinare qualche tozzo di pane. Poi di nuovo “in sella”, verso il Passo dei Detriti, un pendio erto e casso (scusate la citazione), più casso che erto, pieno di sfasciumi di roccia, dove un passo in salita corrisponde a due in discesa. Diverse soste lungo il tragitto ci fecero prender fiato, ma si cominciava a sentire la quota e la fatica. Giungemmo sul colle alle 11 e con gran sollievo per le spalle calammo gli zaini per fare un sorso d’acqua. Da lì il panorama lasciava senza fiato (e non credo fosse solo per l’emozione), e la cengia dell’Argentera compariva minacciosa e verticale come non l’avevo mai immaginata. Del resto, a quel tempo internet-un-par-di-balle, niente foto a portata di mano, dovevi accontentarti dei racconti di chi c’era stato, con tutti i ricami del caso.

La sosta ci rinfrancò quel poco necessario a iniziare la traversata. Superate le prime rocce mal assortite iniziammo subito il “sentiero”, un gradino di roccia che attraversa tutta la parete e che va da 1 metro a 30 cm di larghezza, con punti dove il burrone alla tua destra è di 80/100 metri. Col peso a monte, e la paura che anche il più piccolo movimento inconsulto dello zaino potesse farmi perdere l’equilibrio, seguivo Francesco che andava anche lui con passo cauto. Arrivati al “passo del gatto” mi disse: “Non te lo volevo dire, ma qui bisogna camminare carponi”. Io lo guardai come il condannato guarda il boia. Si abbassò lui per primo, sotto quello sperone di roccia che fa da tetto alla cengia per un tratto di pochi metri, ma che riduce l’altezza a non più di un metro e costringe il corpo a pendere vertiginosamente verso il vuoto. Visto l’andazzo feci come i boscaioli canadesi, che si arrangiano, e sfilai lo zaino per minimizzare il volume complessivo del mio incedere. E pur senza quello feci una fatica immonda, con la strizza che mi prendeva ogni volta che con la schiena toccavo la roccia e mi sentivo spingere nel burrone. Trascinai lo zaino dietro di me, lentamente e con immensa cautela, fino a che uscii da quel tratto imbarazzante. Poi proseguimmo fino al camino, e qui ri-guardai Francesco come il condannato guarda quella puttana della madre del boia che se la ride dietro al patibolo.

Il camino. Un balzo di roccia verticale con in mezzo una bella lama liscia a 60° di pendenza, venticinque metri da salire a mani nude e senza nemmeno un pezzo di corda. “Grandioso”, penso, “me chi me lo ha fatto fare!”. Dietro di noi alcuni alpinisti attrezzati e sicuramente più esperti chiesero strada, li facemmo passare, e seguendo le loro mosse riuscimmo pure noi a superare quel tratto e giungere in cima. Ora, non è che voglio fare lo splendido, ma accanto alla croce della cima sud i nostri zaini partorirono delle cose impensabili: Francesco estrasse un salame intiero, sarà stato un chilo, e un bottiglione da due litri di barbera (giuro). Poi tirò fuori la radio e i cavi, mentre io sfilavo il pane, la giacca, l’antenna direttiva e la batteria di riserva: cosa c’è di più idiota di un alpinista che si porta un pintone di vino in quota? Due alpinisti che si portano un pintone di vino e tutta l’attrezzatura da radioamatore per fare qualche contatto a distanza sulle VHF. Erano le 13.30, e con una merdina di radio a bassa potenza collegammo in diretta Punta Ala, Grosseto, dove IK4(non ricordo il resto della sigla) ci rispose dicendo che era con i piedi a mollo in spiaggia. Fu una bella chiacchierata, mentre il pasto ci rincuorava della faticaccia complessiva.

Dopo mezz’ora in quota (3297 m.) decidemmo di scendere, e dopo i primi passi ariecco il camino, in discesa, senza sicure, senza un pezzo di catena, senza niente. Francesco, forse reso coraggioso dal vino, scese tenendosi agli speroni di roccia, io invece avevo veramente paura, specie in prossimità della lama liscia che pareva uno scivolo pronto a spararti verso la pietraia 100 metri più sotto. Allora mi sovvenne la presenza di un cordino da 6 mm. nella tasca dello zaino, lo estrassi e me lo passai fra le bretelle dello zaino, doppio (non fatelo, non fatelo mai, è pericolosissimo), per poi agganciarlo a uno spit che sbucava da una fessura. Pur non facendomi reggere, quel piccolo spit mi diede coraggio e mi fece superare l’ostacolo, non senza raschiare ginocchia e gomiti contro il granito che dicono sia identico a quello del Monte Bianco. E poi via, passo del gatto, passo dei detriti, Remondino e casa, alle 20, sfiniti.

Non ho foto mie di quella giornata, non le trovo più, almeno. Se volete potete guardare quelle altrui trovate su Picasa.

E niente, ciao Valerio, ci si rivede di là.



4 risposte a Come il condannato guarda il boia

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