A raccontare, ci provo
Vabbé, in fin dei conti sarebbe meglio se qualcosa lo dicessi, riguardo alla Tunisia. La Tunisia è larga da qui a lì, è lunga parecchio ma non tanto, ha il deserto, i berberi, i dromedari e un mare così pieno di alghe che nemmeno nei magazzini di Vanna Marchi. La Tunisia è un paese in forte crescita, commercialmente autarchico, un PIL con trend superiore a quello cinese di cui il 20 e oltre percento è prodotto dalla sola voce “turismo”. Ho scommesso con il responsabile della reception dell’hotel dove, insieme ad insane passioni, sogni infranti, inglesi lardosi e spiriti indomiti, albergavo pure io, che fra dieci anni sarebbe venuto lui a fare le vacanze in italia e mi avrebbe trovato a fare il cameriere in un hotel.
La Tunisia non era la prima volta che la vedevo, vi ero già stato 12 anni fa in un posto dove c’erano tre hotel ai margini di un paese di pescatori col cimitero a bordo spiaggia. Un dinaro di mancia e scattavano parecchi sorrisi. Stavolta sono andato in una città di un milione di abitanti con una percentuale di automobili di lusso decisamente superiore alla media italiana e una pulizia che in molte nostre aree urbane ce la possiamo sognare. Dodici anni han cambiato enormemente questa terra, e la sua gente. Dalle rare donne di Mahdia vestite rigorosamente secondo tradizione, alle ragazze con i tacchi a spillo che passeggiavano sul lunghissimo boulevard di Sousse, del tutto incuranti dei turisti “occidentali”.
Se escludiamo il peso architettonico, Sousse è una città che ricorda Il Cairo, con una storia meno lunga e forse meno travagliata, e con ventum milioni di abitanti in meno (vabbé, dettagli). Oltre alla presenza del mare c’è però una differenza ben più evidente, ovvero un benessere diffuso percettibile non solo dalla qualità e quantità di auto moderne, ma anche dalla ricerca del bello nell’arredo urbano e nelle rifiniture delle abitazioni. La gente si veste per lo più all’occidentale, forte anche di un florido mercato della contraffazione, quasi a cercare un’omologazione con il modello medio di turista che ostenta disgustosi plissé di adipe sotto alle canottiere firmate. Poi certo, fai un giro nella medina e ti accartocci con ogni tipo di bipede possibile, attento a schivare le ceste con verdure e basilico posate ai margini dei viottoli. Mi colpisce il mercante di spezie, accanto al suo carretto tinto di bianco con le scritte rosse inneggianti alla squadra locale della ESS: ha una lunga barba incolta di un bianco sporco che a tratti intona col colore del suo copricapo; di pari colore l’abito tradizionale dalle cui maniche dal taglio inconfondibile sporgono estremità tozze che stringono un cellulare di ultima generazione.
Un banco di macelleria con la carne esposta “al tocco” ti fa ricordare che siamo fin troppo abituati alle norme igieniche europee, ma per tutto il vicolame della medina non si sentono odori di marcio, anzi è un continuo susseguirsi di profumi, da quelli più intensi delle spezie a quello inconfondibile del cuoio dei millemila venditori di artigianato, dagli olezzi che sbucano in una coltre di fumo denso dai banchetti dei friggitori di presunti bomboloni, alle violenti folate di basilico ed altre piante aromatiche da condimento. Mi dice l’accompagnatore che di quanto popola la medina c’è ben poco che non sia artefatto per ingannare il turista, ma la sensazione è che la scenografia sia stata curata molto bene, e le comparse, a migliaia, trasudino lo charme di navigati attori.



che voglia di viaggiare…
ma pensa, anch’io sono stata a Sousse, non ricordo più quanti anni fa, e non ne avevo forse mai più sentito parlare. bel post, Sba.