Archivio di aprile 2010

Un amico mio fa l’idraulico, e come tutti gli idraulici non è che ci è nato, anzi secondo me la sua vocazione era di fare l’incursore del San Marco. Ai suoi esordi come lavoratore autonomo però aveva tanta buona volontà e uno spiccato senso del dovere, nonché una certa capacità di arrangiarsi nelle situazioni più abominevoli che si presentavano al suo cospetto di debuttante allo sbaraglio.

Accadde un giorno che la madre superiora di un noto convento di suore qui in zona lo chiamò per un problemino, e lui si precipitò col suo furgone (una Regata famigliare con marmitta a strascico e metastasi rugginose in ogni piega) stracolmo di ferraglia e zelo. La madre lo portò al secondo piano, dove stava un gabinetto alla turca indubbiamente intasato, e gli chiese se poteva fare qualcosa. Lui, che non era mica stupido, dedusse immediatamente che, a dispetto delle sue credenze, anche le suore la facevano, e quanta. Le disse “Tranquilla, sorella, ci penso io”. Lei si raccomandò solo di lasciare pulito al termine del lavoro, visto che avevano da poco risistemato quel piano, con tanto di piastrellatura nuova su pareti e pavimento e imbiancatura dei soffitti. Lui, pollice alzato, scese a prendere gli arnesi sul suo furgone e si mise all’opera.

In determinati istanti della vita a tutti può capitare di avere un’idea meravigliosa, e lui ne ebbe una proprio in quel frangente. Estrasse il compressore portatile, vi collegò la sonda per i tubi da dieci metri e cercò il pozzetto di spurgo nel cortile, all’altezza del pianterreno. Sollevò il tombino, infilò la sonda, dentro dentro fino a che non la sentì fermarsi, poi chiuse il tubo con della speciale gommapiuma non traspirante per evitare lo sfiato dell’aria, e aprì la valvola, di getto. In quel momento udì un soffio fortissimo che sputò fuori la guarnizione dal tubo, e si rese conto di essersi dimenticato il pressostato del compressore sulle 12 atmosfere, dopo averlo usato per soffiare alcuni filtri il giorno precedente. Senza battere ciglio chiuse la valvola, sfilò il tubo, richiuse il tombino, andò al secondo piano, aprì la porta del bagno e non so bene cosa pensò davanti a quello spettacolo, ma quando me lo raccontò descrisse la scena “come se fosse esplosa una bomba in un pozzo nero” (qui lascio alla vostra immaginazione). Tirò lo sciacquone, vide che funzionava, scese al pianterreno con tutta tranquillità e caricò gli attrezzi in macchina. La madre superiora si avvicinò e gli domandò se il problema fosse risolto, e lui sorridendo disse “Tranquilla, sorella, è tutto a posto, è stato così facile che guardi, come buona azione non la faccio neanche pagare”.

Se ne andò fra le benedizioni della sorella, felice di aver fatto un buon lavoro e un gesto caritatevole al convento. Seppe solo molto tempo dopo del circolare di certe voci su un’apparizione di Satana al convento, e della scena apocalittica che si parò di fronte agli imbianchini chiamati per ritinteggiare un bagno del secondo piano.

- (voce metallica) Buongiorno! Sono le ore 6 e 30 di lunedì 26 aprile, il cielo è terso, la temperatura esterna è di 16 gradi con tendenza all’aumento nel corso della giornata, che si preannuncia serena e piacevole!

- (grugnito) ma che cazz…

- Buongiorno! Sono la sua sveglia! Sono un oggetto ipertecnologico creato apposta per consentirle di iniziare bene le giornate!

- ma che ti urli… grrrr

- Oggi la aspetta una riunione alle ore otto zero zero, poi alle nove in punto deve incontrare il fornitore Lampugnani, poi alle dieci zero zero..

- Lampugnani? E chi cazzo è? Ma te chi te le dà ste informazioni?

- Lampugnani è quel signore di mezza età con la borsa in pelle, quello che l’ultima volta che venne in azienda sentiva di sigaro misto acqua velva, quello che ha raccontato di aver forato il camper mentre girava fra le montagne della Sardegna, quello che…

- Ho capito! Ma statti zitta santoddio!

- La informo che sono programmata per parlare fino a che lei non è sceso dal letto, e mi permetto di avvisarla che stamattina lo scaldabagno è rotto e quindi dovrà usare solo acqua fredda!

- E tu dovresti aiutarmi a iniziare bene la giornata eh?

- Sì, signore, sono un oggetto ipertecnologico, il suo scaldabagno è rotto e il mio calcolatore di probabilità sostiene immantinente che è finito lo zucchero!

- Lo zucchero? Ma mi stai prendendo per il culo?

- Lo zucchero, signore! “La sua formula chimica è C12H22O11, è la denominazione comune del disaccaride  saccarosio, composto organico della famiglia dei carboidrati, che costituisce il più comune dei glucidi. Il termine zucchero è ancora talvolta utilizzato per indicare, in generale i glucidi o idrati di carbonio”.

- Te non sei mica normale… se non la pianti ti tiro una randellata che ti sfascio, chiaro?

- Buongiorno! Sono un oggetto ipertecnologico, aiuto gli umani ad iniziare bene la giornata, e come ricompensa vengo preso a scarpate!

- Ma piantala! Basta!

- (sottovoce) Salve, va bene se sommessamente le indico il resto dei suoi impegni per oggi?

- NO! Taci, ferraglia!

- (ancora più sottovoce) Stasera a cena c’è sua suocera, si ricordi di prenderle i garofani bianchi dal fioraio

- Ora apro la finestra e ti lancio in strada!

- Padrone! No, la prego! Ora però si sbrighi che…

- Basta, ti stacco le batterie (prende a maneggiare lo sportello). Vedi come mi sbrigo…

- Solo più una cosa, credo sia importante, aspetti!

- Cosa…

- Stanotte le hanno rubato l’auto, se le interessa le posso dare gli orari dei bus.

Fine.

A Milano la mattina ti svegli e senti il cinguettio degli uccelli. Fra gli alberi dello spropositato verde cittadino puoi scorgere i nidi, popolati con allegro fragore da migliaia di piccoli affamati. A Milano la primavera è meravigliosa, ogni aiuola è uno sbocciar di petunie e tulipani, ovunque un tingersi di smeraldo. Le biciclette a Milano la fanno da padrone, anche d’inverno, perché il clima mite richiede appena una giacchetta, e non v’è quasi traccia di automobili. Il silenzio delle vie, specie di primo mattino, viene appena interrotto dal saluto che il giornalaio fa ai passanti, o dal chiacchiericcio della signora del nono che si ferma a parlare con i ragazzi dell’impresa che sta dipingendo fiori su tutti i muri della città. A Milano i parchi davanti alle scuole sono pieni di ragazzini che giocano e cantano, e in quelli più grandi vi son persino le giraffe al pascolo. A Milano non ci sono i parcheggi perché non servono, al loro posto tavoli e sedie con migliaia di pensionati che giocano alle carte, e gli ombrelloni per il caldo sole estivo.  A Milano anche l’inverno è bello, perché non c’è mai la nebbia, non fa freddo, non nevica se non la notte di Natale per rallegrare i cuori, accompagnati dallo scampanìo festoso di Sant’Ambrogio. A Milano in centro ci sono le botteghe che vendono i prodotti artigianali, e in una Via famosa che mi pare si chiami Montenapoleone addirittura trovi qualche specialità casearia che viene da fuori, persino – dicono alcuni – dalla campagna mantovana.

A Milano, giuro, io, mai messo piede.

Ieri sera tornavo a casa dopo un po’ d’autostrada, e vuoi perché il vinello di lele era ottimo, vuoi perché il fondo stradale sempre perfetto fa sobbalzare l’auto come su un toboga, non vedevo l’ora di andare in bagno. Così giunto a destinazione mi son fiondato all’agognata location, ma tentando di aprire la porta mi ha fermato un  “Occupato!”. Subito ho pensato che fosse mio figlio, poi riflettendoci un momento a mente fredda ho realizzato che di figli non he no, quindi ho spalancato la porta e ho cercato da dove provenisse quella voce. Non trovando indizi di sorta mi sono apprestato ad espletare, quando di nuovo quel coretto di vocine fa “Noooo, nooooo!”. Allora ho abbassato lo sguardo verso il water e mi son reso conto che era soltanto una delegazione di nemici dell’igiene abbarbicata alla gabbietta. A pisciarci in testa mi son sentito Montezemolo.

Riprendo ciò che sta raccontando il buon padre di famiglia Splendidi Quarantenni, e mi viene in mente che anch’io in gioventù vissi il problema dell’educazione sessuale, nel senso che ad un certo punto non me la sentivo più di fare affidamento alle sole stronzate sparate dai miei coetanei e abbisognavo di un confronto serio con qualcuno / qualcosa che ne sapesse per davvero. Appena undicenne trovai un libro e lo studiai a memoria, e nonostante la certezza di non avere alcuna chance di racimolare materiale per fare pratica entro i successivi dieci, quindici anni almeno, ebbi presto ben chiaro tutto l’ambaradan.

Quando mia mamma, in preda all’imbarazzo, un  paio d’anni dopo mi domandò cosa sapessi al riguardo, le dissi “Tutto”. “Da quanto?”. “Da due anni”. “Ah, va ben”.  E non ne parlammo mai più.

Oggi ho fatto compere, trascinato da colei che con me condivide inconsapevolmente il conto in banca. Qui a Cuneo abbiamo dei negozi specializzati per tutto, non come negli altri posti che vai in un posto e trovi tutto, dal salame alla RU486. Qui per ogni cosa che ti serve devi andare nello specifico negozio. Io volevo comprare delle magliette, allora sono andato in maglietteria e ho comprato tre o quattro magliette, belle e comode, una addirittura con le strisce traverse come Freddy Kruger (o stark). Poi avevo bisogno di scarpe e allora sono andato in scarperia, e son tutti filosofi con i piedi degli altri, infatti avevano centomiliardididecine di scarpe di tutti i tipi ma con i numeri che arrivavano fino al 45 e poi lo scaffale finiva. Alla fine la signora che aiutava i clienti della scarperia mi ha portato, scavando in anfratti irraggiungibili, tre paia di numeri 47 che provandoli andavano lo stesso anche se io porto praticamente il 48, ma questa è un’altra storia. Comunque, risolto il problema delle scarpe, sono andato in un altro posto dove sapevo che le scarpe grosse eppur-bisogna-andar le avevano di sicuro, e invece sti stronzi non tengono più i numeri oltre al 45 e quindi sono uscito a mani vuote, idioti loro che oggi avevo voglia di scarpe e non gli ho lasciato un quattrino (e poi con tutte quelle maglie dell’inter appese, puah). Prima però di comprare le scarpe avevo bisogno di un navigatore satellitare, allora sono andato in navigatoria e ne ho comprato uno che mi sembra un po’ una ciulata ma fa lo stesso, ormai l’ho preso. Quindi, ricapitolando, scarpe, magliette, idioti e navigatore. Mi sono spostato quindi di città e pensavo seriamente di aver finito le spese, quando mia moglie mi ha portato ancora in un altro negozio speciale (che qui a Cuneo abbiamo i negozi specializzati per ogni singola necessità), comunque dicevo che sono andato in un negozio speciale, una viaggeria, e mi sono comprato un viaggio, ma potrò usarlo solo più avanti, per adesso mi hanno dato solo un pezzo di carta con scritta una cifra che compravo due iPad e tre etti di cinto toscano.

Poi alla fine di tutto volevo un caffé, mia moglie voleva un caffé, allora visto che entrambi volevamo un caffé siamo andati in cerca di una cafferia, ma non ce n’era nessuna nei paraggi e allora ci siamo dovuti accontentare di un normalissimo bar.

Ciao dottore, tu sei un dottore, vero? Non di quelli che curano i malati, ma di quelli che han studiato così tanto che alla fine sono diventati dottori. Eppure non ce l’hai la faccia da dottore, sei sicuro di aver studiato così tanto? Ti guardo e mi rendo conto che stai cercando di pigliarmi per il culo, e lo fai solo perché ti ho detto che sono un contadino con la terza media. A me piace, in fondo, mettermi in minoranza. Lo faccio per abitudine, mi serve per capire che tipo di persona sei. Se cominciassi con la filippica su ciò che so fare o che ho fatto in vita magari potrei condizionare la tua idea, invece no, mi diverto a passare da scemo per vedere come ti comporti. E guarda un po’ (non avevo quasi dubbi, vista la faccia che hai) pensi subito di aver di fronte un povero idiota che ha probabilmente raggiunto una posizione lavorativa di un certo peso facendo a spallate con gente più meritevole. E’ così vero? La battutina l’avevi preparata in un corso di cucina per single depressi? Te lo leggo in faccia che pensi che sono un coglione. Ma io aspetto, e rispondo alle tue domande usando parole che non hai mai letto in nessun cazzo di libro in vita tua. Ah, ora me la butti sul tecnico, pensando magari che la mia impossibilità di esibire titoli di studio corrisponda al non conoscere certi argomenti? Eh certo, bella mossa, peccato che tu stia strisciando pericolosamente in un terreno dove io ho imparato a guadagnarmi il pane ogni giorno, dal 90 del secolo scorso. E complimenti per la chiosa finale, dove ti accorgi che sono riuscito a ribaltarti come una Fiat Duna e fai lo splendido per farmi capire che te ne sei accorto, tardi.

E’ stato bello poterti salutare con “Sa, io di scarpe porto il 47″.

Una mattina mi sono svegliato e non sapevo più scrivere. Che sarà successo, mi son detto, che diamine mi è accaduto per far sì che io non riesca più a scrivere? Poi mi son detto No, non è possibile, ora devo capire, allora ho preso la biro e un foglio di carta e ho provato a scrivere, ma non ci riuscivo. Qui la cosa si fa spessa, ho pensato, scrivo e non si capisce niente, eppure le lettere sono tutte al posto giusto, formano delle parole e queste delle frasi, ma non si capisce niente di niente lo stesso. Allora ho detto E’ colpa della biro, è lei che non sa più scrivere, così l’ho presa e l’ho tirata contro il muro facendola in mille pezzi. Al posto ho preso una matita, quelle con la grafite, un lapis ecco, e ho riprovato, e venivano lettere bellissime, parole stupende, frasi meravigliose ma… insignificanti. Non si capiva un casso nemmeno così. Allora ho detto Sarà colpa del foglio, che non riesco più a scrivere. Così ho cambiato il foglio e ho preso della preziosissima carta filigranata e ho cominciato a fare lettere e parole e frasi, e niente, non si capiva nemmeno lì. Mi son detto Ma vada al diavolo la scrittura manuale, siamo in epoca tennologica, usiamo la tastiera col compiuter. La tastiera è bella perché ha le lettere già tutte fatte, basta trovarle e sono già lì, tutte fatte senza nessuna fatica. Allora mi son messo di gran foga a prendere le lettere già fatte e a metterle sullo schermo, creando parole e poi frasi, sono arrivato persino a fare un paragrafo intiero ma niente, neanche così non si capiva una sega. Quasi rassegnato stavo per prendere una giratubi e sfasciare tutto, quando mi è venuto in mente cos’era che non mi lasciava più scrivere comprensibilmente. Allora ho preso un cacciavite, ho svitato il coperchio della testa, ho tolto il cervello e tac, eccolo lì, l’ingranaggio che mette insieme le parole che si capiscono era grippato. Ci ho messo un goccio d’olio d’oliva, ho rimesso a posto il cervello, ho richiuso il coperchio e poi ho provato. E’ andato tutto a posto, ora le mie frasi si capiscono, anche se, come dimostra il presente scritto, non hanno alcun senso lo stesso.

Questa è la storia di un sasso che stava in mezzo alla strada. Era un sasso tondeggiante, liscio, grande come un mandarino. E non era proprio in mezzo alla strada, ma al centro di una corsia, e tutte le auto che passavano in pratica non lo sfioravano nemmeno. Era da così tanto tempo nella strada che quasi chi passava di lì lo chiamava per nome, e lo salutava dal finestrino. Poi un giorno passò un grosso fuoristrada, ma non un fuoristrada di quelli veri che servono per andare fuori strada, ma di quelli che costano tanti soldi e li compra chi vuole far vedere di avere una macchina grossa grossa, in pratica una di quelle macchine così coglione che solo i coglioni possono guidare. E, dicevo, passò il fuoristrada coglione con un coglione alla guida, che per non falciare un ciclista a bordo carreggiata si buttò verso la linea di mezzeria e con una delle ruote prese di striscio il sasso, che schizzò via come sparato da un fucile.

Questa è la storia di Gino, uno che amava curare il suo orto. Gino passava i pomeriggi accanto alla piccola serra, zappettando e togliendo le erbacce perché non rovinassero il suo piccolo capolavoro. Aveva una certa età, Gino, ma lavorava ancora di buona lena e il suo orto produceva una varietà di verdure da far invidia ai professionisti del settore. Un giorno, a metà pomeriggio, era lì nel suo orto che zappettava, e fischiettava contento perché era l’ora della semina visto che la luna era nel buono. E mentre apriva la bustina dei semi si sentì chiamare dalla strada, era il suo amico Oreste, in bicicletta, che faceva la solita battuta se si stava bene a spiaggia. Gino ebbe appena il tempo di sollevare la mano in segno di saluto che sentì un rumore sordo nella sua testa, vide scuro per un attimo, gli cadde la bustina dei semi dalla mano sinistra mentre portava la destra al capo. La ritrasse, la vide insanguinata, poi cadde a terra.

Gino morì sul colpo, colpito alla tempia da un sasso arrivato da chissà dove.

Tu Slegami (ebook)
Diffondere cultura
Link
  • Gibson: Un ingegnere, un perché… il migliore amico dell’uomo :)
  • Spritz all’aperol: La zia Sidgi, che mi dice “@sba: siam fratelli nelle porcate e nell’alcol io e te! :D”
  • Hotel Ushuaia: Si definisce “una da prendere a piccole dosi”.
  • I nasoni di J. Held: Sane e grasse risate da un sottile satiro dal pennino tagliente (nonché storpionimista)
  • E io che mi pensavo…: Eio è il sellino della tua bici, è il pigiamone del tuo unico neurone, è la brace che cade nella padella.
  • Webcam a 2000 mt.: Webcam sul Santuario di S.Anna di Vinadio
  • Stark: Perché no?
  • SportPress: Le migliori statistiche sullo sport
  • Piccolo Blues: … della costa Ovest!
  • Il Proeta: Girati ché ti spiego il Nasdaq
  • maia: Per lo meno non è interista…
  • Niente da dire: Da dire ne ha, oooohhhh se ne ha!!
  • Spinoza: Lama contropelo con la barba di 5 giorni e senza un goccio di schiuma. Per palati fini.
  • Camu: Nessun computer è stato maltrattato per la sua produzione…
  • s|a: Soglia di attenzione