Violenti o nolenti


Ero magrolino quando avevo sedici anni. Magrolino era un complimento, diciamo. I miei 185 cm pesavano appena 70 kg, una taglia 44 e la faccia scavata al punto di non giovare alla presenza fisica né alla beltà. Sono sempre stato uno sfigato bruttarello, condizione peggiorata col tempo e con parecchi chili in più.

A sedicianni sei una cisterna di ormoni, vorresti spaccare il mondo in quattro, piacere alle ragazze e poter fare il fighetto che ha quel qualcosa in più. Invece guardavo gli altri che portavano vestiti firmati, di marca, in perfetto stile paninaro, ultimo modello. Io avevo sempre gli stessi jeans, marca Iber, mercato del martedì, un martedì ogni tre mesi, e le adidas – quelle sì – che erano le uniche a durare tre settimane giocando a calcio sull’asfalto. I miei compagni di scuola avevano i genitori benestanti, io no. Quelli che erano come me sembravano fregarsene delle mode, io ci ero costretto e sapevo che la chance di attrarre l’attenzione di un esemplare femminile erano pochissime, constata la mia inguardabilità di cui sopra. A corredo, una totale incapacità comunicativa nel branco.

E qui terminano le premesse. E’ una sera di luglio, strada vicinale di una zona residenziale in via di costruzione. Sono nei pressi di un cantiere, terreno splendido per fare l’asino col motorino ereditato dal nonno (un Califfo Giò con un chiodo da 25 nella marmitta) insieme a un gruppo di quasi coetanei. Per la prima volta non do peso alle montagnole di terra dove fra bici e motorini si fa un bel baccano, ma mi metto a chiacchierare con una ragazza che non mi allontana col forcone (la prima volta che capita). Si avvicina uno di un altro quartiere, più giovane, uno di quelli coi genitori che hanno i soldi, e comincia a chiamarmi picchiettandomi sulla spalla in modo insistente. Io lo ignoro che ho da baccagliare la ragazzina, e lui insiste e rompe le balle anche a lei. Lo apostrofo, chiedendogli di levarsi di torno, lui comincia a sfottere e a incitare gli altri per fare lo stesso. Mi sento accerchiato, la metto sul ridere ma questo non smette.

E’ un attimo.

Chiedo scusa alla ragazzina, mi giro e prendo per il colletto il rompiballe, gli urlo in faccia di non rompermi i coglioni, così forte e così vicino che può vedere chiaramente le mie corde vocali vibrare. Impallidisce, prova un “ma… ma…”, allora lo alzo letteralmente di peso e lo getto al di là di una recinzione alta un metro e mezzo. Poi lo guardo mentre piange, cerco di frenare la rabbia, una rabbia che mai mi era svalangata fuori in maniera così violenta. La ragazzina mi insulta dicendo che sono cattivo, fra gli altri del gruppo c’è chi ride e chi prende la bici e se la fila a casa. Poi alcuni fra quelli rimasti gli danno una mano a tornare in strada, facendogli scavalcare il recinto con discreta fatica. Sporco e con la maglia strappata sale sul motorino nuovo di pacca, una specie di scooter 50 ultimo modello, bianco con il raffreddamento ad acqua, e se la fila a casa piangendo e singhiozzando anatemi.

Non l’ho mai più rivisto, e da allora non ho mai più picchiato nessuno se non per sport.


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