Archivio di marzo 2010
Quanto sto per dirvi è accaduto veramente. Ma non proseguite nella lettura se vi piacciono gli enigmi, anzi provate a risolverlo. Il tema di partenza è: come sono arrivato a soprannominare “detto questo” uno che si chiamava Enrico.
Dunque (non si comincia col dunque ma me ne frego), c’era un tale che si chiamava Enrico, e a scuola finì per essere battezzato “detto questo”. Fin qui tutto chiaro. Enrico era secco e pallido. Insomma da un momento non definibile cominciammo a chiamarlo “Enrica”. Poi, l’appetito vien mangiando, diventò “Enrichetta” e quindi “Enrichetta Burroni”. Ma questo non è che un bivio al percorso, in realtà bisogna soffermarsi su “Enrichetta”, che per uno strano caso del destino divenne “Enricheta” con tutte le sfumature sull’acqua cheta che rompe i ponti (il nostro era uno col carattere mite ma esplosivo “ad cazzum”, senza preavviso). Di qui scaturì l’abbreviazione “Cheta”, e per via del suo pallore e della connessione mentale con la spirocheta pallida – il virus che causa la sifilide - il suo nome divenne “spirocheta”. Siccome era troppo lungo da pronunciare, divenne presto “spiro”.
Non ci siamo ancora? Ok, l’evoluzione di quel nome vide il suo culmine appunto in “spiro” che divenne “spirò”, e chi è che spirò dopo aver detto qualcosa? “Detto questo, spirò”.
Ora, facendo le scuse del caso al mio vecchio compagno di scuola, che questi indizi vi servano per capire quanto e da quando il mio cervello è completamente andato in putrescenza.
Ciao.
Vedo tutto blu
vedo le macchine blu
vedo i camion blu
che poi i camion
al plurale
sarebbero i cami
ma comunque
vedo i bambini blu
vedo lo schermo blu
vedo il conto in banca
blu anche lui
che non è rosso ma nemmeno verde
comunque andrebbe bene
però è blu.
Amore mio
vedo blu anche te
ma solo il dito
che ti sei schiacciata l’altro giorno.
E anche questo è amore,
blu.
Avevo iniziato un post perché mi ero finalmente deciso a scrivere di nuovo qualcosa di interessante, come se fosse mai capitato in precedenza. In breve, il succo del discorso era che ho passato tre mesi alla ricerca della felicità e poi mi sono rattristato perché avevo passato tre mesi alla ricerca della felicità. E a seguire ho sbracato alla grande con un presunto trattato di sociologia del lavoro, così ho archiviato la bozza e preso a scrivere qua. In pratica volevo solo dire che ho visto pochissima luce diurna in questi tempi e quindi ho trascurato tante cose, piccole e grandi, belle e meno belle.
Il titolo fa riferimento al conato che mi è preso quando ho aperto il feed reader e ho visto la mostruosità di arretrati accumulati. Secondo me, se faccio un “mark all as read” adesso, Google fa un tonfo in borsa che neanche la crisi del ’29.
Hai presente quando sei lì che stai per infilare in bocca un manicaretto dei tuoi preferiti, anzi il tuo Preferito, uno di quei bocconcini spettacolari che tanta gioia danno al palato? Lo prendi fra le falangi, apri le fauci, inserisci il cibo adagiandolo sulla lingua, con delicatezza, estrai le dita e chiudi la mandibola, lentamente, mentre inizia a trasferirsi sulle papille gustative il sapore soave di quel capolavoro. Poi inizia la masticazione, lenta, accompagnata da un crescendo di gusti che pervade il cavo orale fino al punto di stimolare i recettori nervosi che cominciano a far secernere ormoni da chissà quale ghiandola, procurando piacere, gioia e rilassatezza. Al termine inghiotti il bolo e per parecchie ore, variabili a seconda del cibo ingerito e del metabolismo, il manicaretto circola nel tuo corpo, viene digerito, perde ogni minima sembianza rispetto al momento dell’ingresso per uscire poi in forma di escremento.
Ecco, in tutto questo io ci vedo la metafora della vita: comunque la gestisci finisce sempre in merda.
Ero magrolino quando avevo sedici anni. Magrolino era un complimento, diciamo. I miei 185 cm pesavano appena 70 kg, una taglia 44 e la faccia scavata al punto di non giovare alla presenza fisica né alla beltà. Sono sempre stato uno sfigato bruttarello, condizione peggiorata col tempo e con parecchi chili in più.
A sedicianni sei una cisterna di ormoni, vorresti spaccare il mondo in quattro, piacere alle ragazze e poter fare il fighetto che ha quel qualcosa in più. Invece guardavo gli altri che portavano vestiti firmati, di marca, in perfetto stile paninaro, ultimo modello. Io avevo sempre gli stessi jeans, marca Iber, mercato del martedì, un martedì ogni tre mesi, e le adidas – quelle sì – che erano le uniche a durare tre settimane giocando a calcio sull’asfalto. I miei compagni di scuola avevano i genitori benestanti, io no. Quelli che erano come me sembravano fregarsene delle mode, io ci ero costretto e sapevo che la chance di attrarre l’attenzione di un esemplare femminile erano pochissime, constata la mia inguardabilità di cui sopra. A corredo, una totale incapacità comunicativa nel branco.
E qui terminano le premesse. E’ una sera di luglio, strada vicinale di una zona residenziale in via di costruzione. Sono nei pressi di un cantiere, terreno splendido per fare l’asino col motorino ereditato dal nonno (un Califfo Giò con un chiodo da 25 nella marmitta) insieme a un gruppo di quasi coetanei. Per la prima volta non do peso alle montagnole di terra dove fra bici e motorini si fa un bel baccano, ma mi metto a chiacchierare con una ragazza che non mi allontana col forcone (la prima volta che capita). Si avvicina uno di un altro quartiere, più giovane, uno di quelli coi genitori che hanno i soldi, e comincia a chiamarmi picchiettandomi sulla spalla in modo insistente. Io lo ignoro che ho da baccagliare la ragazzina, e lui insiste e rompe le balle anche a lei. Lo apostrofo, chiedendogli di levarsi di torno, lui comincia a sfottere e a incitare gli altri per fare lo stesso. Mi sento accerchiato, la metto sul ridere ma questo non smette.
E’ un attimo.
Chiedo scusa alla ragazzina, mi giro e prendo per il colletto il rompiballe, gli urlo in faccia di non rompermi i coglioni, così forte e così vicino che può vedere chiaramente le mie corde vocali vibrare. Impallidisce, prova un “ma… ma…”, allora lo alzo letteralmente di peso e lo getto al di là di una recinzione alta un metro e mezzo. Poi lo guardo mentre piange, cerco di frenare la rabbia, una rabbia che mai mi era svalangata fuori in maniera così violenta. La ragazzina mi insulta dicendo che sono cattivo, fra gli altri del gruppo c’è chi ride e chi prende la bici e se la fila a casa. Poi alcuni fra quelli rimasti gli danno una mano a tornare in strada, facendogli scavalcare il recinto con discreta fatica. Sporco e con la maglia strappata sale sul motorino nuovo di pacca, una specie di scooter 50 ultimo modello, bianco con il raffreddamento ad acqua, e se la fila a casa piangendo e singhiozzando anatemi.
Non l’ho mai più rivisto, e da allora non ho mai più picchiato nessuno se non per sport.
Voi siete brava gente e capite subito che il titolo non c’entra nulla. Infatti il mio intento è di parlare di tutt’altro, anche se i monosillabi in qualche modo hanno a che vedere con il mio periodo attuale. Sapete che i grandi artisti, pittori, scultori, poeti e cantori d’arme et amori hanno avuto periodi diversi nella loro vita che li hanno portati ad esprimersi in modo particolare. Picasso ebbe il periodo blu, ad esempio. Leopardi ebbe il periodo triste, lungo una vita, diciamo. Manzoni ebbe il periodo “adesso scrivo qualcosa di veramente palloso che spero fracassi i maroni degli studenti dei prossimi 200 anni”. Ecco, io che sono un troglodita sto vivendo nel periodo dei monosillabi esclamativi con implicazioni di nodosa clava. Da oggi, intendo, perché fino a ieri, come facilmente si evince dai miei post di questa ultima settimana, il manifestarsi delle mie idee apparteneva al periodo dell’espressionismo muto, altresì detto “della cernia”.
Prima che gli animalisti mi denunzino o mi brucino l’auto tengo a precisare che fino a qui ho menato il can per l’aia ma non l’ho colpito poi così forte, anzi l’ho mancato spesso, e poi io non menerei mai un cane, nobile animale, mentre un umano sì, che se uno deve bruciarsi la condizionale lo faccia almeno divertendosi. E non vorrei fare la fine di quello là che a capodanno del 2000 mi disse “Trasecolo” e io pensavo seriamente che stesse trasecolando, e in realtà stava esattamente facendo quello ma con implicazioni diverse da quelle che prospettavo io.
Ok. Il post vero inizia qui.
E’ un periodo che sono così stanco da dover guardare la tv per addormentarmi. History Channel aiuta parecchio, devo dire. Ieri ad esempio, complice un accattivante raffreddorino, ero abbruttito sul divano e stava per prendermi il sonno dei “giusti ancora vivi” quando ho messo sul canale tematico dove c’era uno dei soliti documentari riguardanti la seconda guerra mondiale, quelli dove si cerca di analizzare le mille sfaccettature del periodo più brutto della nostra nazioncella, quello mussoliniano. Non capisco l’attuale proliferazione di questi argomenti, ma è un po’ di tempo qua che dell’asino di Predappio sottolineano il carattere, sminuzzano i risvolti psicologici, riportano testimonianze ogni volta diverse, alcune incredibilmente volte a far credere che stesse per redimersi quando era stato incarcerato. Di fatto ieri, vivisezionandone la storia e le malefatte, lo inquadravano in ogni forma e posizione, e io nel dormiveglia guardavo quella faccia, quegli occhi, e sentivo che somigliava a qualcuno che conoscevo. Poi, tornato in condizione psicofisica normale (ovvero, sveglio al 70%), mi son dimenticato di quello sguardo, quel naso, quel mento prominente e sono andato a trovare mio zio che non vedevo da mesi. Mentre gli parlavo – lui è già anziano e non è mai stato un buon ascoltatore – lo guardavo, le sue espressioni, gli occhi persi nel vuoto, il naso importante, il mento prominente e ad un tratto, appena mi son reso conto che era lui quello che somiglia molto al di cui sopra, o pensato “Oh!”.
Non so se sta cosa l’avevo già raccontata, comunque era più o meno l’85 ed ero in montagna, a S.Anna di Vinadio, con mio fratello e i suoi amici. La stanzetta che ci avevano lasciato in uso le suore del santuario dava sulla strada, e come ogni ferragosto ci si aspettava di sentire fin dalle prime ore del mattino le auto che passavano per accaparrarsi il parcheggio. E quella mattina, al contrario delle previsioni, niente. Solo la campana che annunciava la prima messa, alle 6.45 (dannazione), ci svegliò, ma di auto nemmeno un frullo. Da buoni cristiani ci girammo dall’altra parte e riprendemmo a dormire. Alle 7.45 altra campana, altra messa. E nessun rumore, fuori. Piuttosto, uno strano frescolino mi spinse a scendere dal letto e a spostarmi nell’androne per veder fuori, senza svegliare i compari.
Poi rientrai in stanza e pronunciai, scandendole, le seguenti parole: “Fioei, ci sono 25 centimetri di neve”. Un coretto di vaffanculo ironici seguì bellamente. Tornai di là a guardare la 127 di mio fratello coperta di bianco mantello.
Alle 9.30 eravamo nel piazzale della chiesa a fare a palle di neve, nemmeno un’anima in giro.
Oggi uno mi ha sorpassato così veloce che dallo spavento mi sono disegnato la Corsica nelle mutande.


