Archivio di febbraio 2010
Nell’89 mi beccai una bella infezione intestinale dovuta all’acqua del mare, e venni ricoverato con le più fantasiose diagnosi, dalla salmonella al crohn, dal cancro al de profundis. Cinque giorni digiuno, flebo a ettolitri, andavo in bagno e usciva solo sangue. Coagulanti per endovena che mi facevano perdere i sensi, febbri altissime, deliri e allucinazioni. Il personale infermieristico era gentilissimo, quasi tutte donne, carine fra l’altro, e io ero in uno stato come di trance, non pensavo assolutamente a cosa potessi avere e soprattutto a quali conseguenze avrei potuto subire. Rimasi in ospedale dieci giorni, prima in isolamento e poi in una stanza con un vecchio inacidito.
Quando tornai a casa ero un fantasma, debolissimo e incredibilmente privo di tono muscolare, non mi reggevo in piedi. Il quattordicesimo giorno dopo che ero sparito dalla circolazione finalmente si fece vivo uno di quelli che io credevo amici e mi domandò dove fossi finito. Lo ringraziai per l’interessamento e lo mandai affanculo. Quattordici giorni senza che si accorgessero che non c’ero, e fino a prima ci eravamo visti a giorni alterni per anni, tanto per capirci.
Ecco, stavolta però avevo pure avvisato con discreto anticipo. No, tranquillo, sto benissimo. Lo so, è causa mia. E comunque sì, fanculo.
Eravamo io e due dei miei cani al bar, io ho preso un balloncino di birra e loro un caNpari.
Ma no, niente, l’altro giorno si parlava del diritto all’oblio, e a me è venuto subito in mente che mi sembra strano che ci sia gente che abbia la volontà di far sì che ci si dimentichi di loro o delle cose che hanno fatto, ma poi pensando alla seconda parte della frase mi son detto Beh, anche io vorrei che ci si dimenticasse di quella volta che da piccolo ho rivestito di pere marce la parete della casa del vicino di casa (e ripetendo casa non è che ho fatto un errore, lo si certifichi per favore). Comunque non è questo che volevo dire, cioè sì, il pensiero è mio e ci ho pensato subito, anche alle pere marce, che poi è anche vero che hanno dovuto lavare tutto con la canna da giardino e per fortuna era la casa dei villeggianti che non vengono quasi mai e quindi quando sono arrivati secondo me lo hanno saputo solo grazie a quella troia che abita di fronte a loro e che gli lava le pareti se sono sporche di pere marce. De toute façon, tornando al discorso principale intendevo dire che c’è gente che fa di tutto per fare il contrario di farsi dimenticare, cioé il contrario sarebbe farsi ricordare, tipo farsi beccare con un trans o con delle piste di cocaina che ci potrebbero rifare tutte le linee a un campo da football americano, oppure spogliarsi davanti a della gente, o pagare perché qualcuno parli di loro, o andare alle isole dei deficienti o ai grandi fratelli o quelle cagate lì, cioè in pratica fa di tutto per lasciar traccia di sé in qualche modo mentre quegli altri invece rivendicano il diritto a che ci si dimentichi di loro o delle pere marce.
In entrambi i casi, comunque, cianno ragione ma stanno tutti malissimo.
Oggi alla macchina del caffé incrocio un autista, un camionnista insomma, uno di quelli che han sempre la battuta pronta e una loquacità che neanche Bonolis in preda a una crisi isterica (cioè, normale). E mi dice “Sti panini di plastica, dovrebbero fare qualcosa per la gente che ha bisogno di pranzare”. Son le 15, poveraccio, penso alla vita del cavolo che fanno sta gente senza orari e rifletto sui panini di plastica, e sulle macchinette, e sugli autisti. Poi incalza “Ma almeno, con tutte quelle invenzioni che ci sono adesso, non potrebbero fare in modo che se uno vuole si può prendere una bella scodella di trippe calde?”. “Il minestrone…” dico io. “Certo, un bel minestrone di trippe calde, se riescono a darti i panini di plastica freddi, potrebbero darti anche il minestrone di trippe calde”.
Nel dubbio, ho riso per un quarto d’ora.
Quel 10 febbraio passai la notte a salire e scendere scale. Uscivo, fumavo, rientravo, riuscivo, rifumavo, rientravo. Poi, verso le 2.30 da una finestra al sesto piano udii un bambino che piangeva, appena nato. Rientrai, come colto da un presentimento, salii le scale e tornai nella stanza di oncologia appena in tempo per vedere il mio migliore amico esalare l’ultimo respiro. Quel bambino oggi compie otto anni, e mi sforzo di credere che in lui si sia innestato un po’ del grande spirito vitale che abbandonò il mio migliore amico, mio suocero, quella notte, in quel momento.
Stanotte non ho chiuso occhio.
In base a un test preventivo sono stato inserito nel livello upper-intermediate, io che d’inglese sono una capra. Comunque alla lezione di stasera si parlava di speed dating, e io ho pensato che sono fortunato a non essere un caldone in cerca di avventure, perché se così fosse e dovessi fare speed dating in inglese per risolvere il problema – dell’essere un caldone, intendo, anche se non è detto che debba essere un problema – comunque se dovessi sfogare i miei calori rimorchiando tramite lo speed dating in inglese, è sicuro che per almeno un paio d’anni potrei impersonare Saw, l’enigmista pipparolo.
Alain Post
Come spesso mi capita, invecchiando, mi vien da raccontare cose che mi sono successe da giovane. E niente, molti, se non tutti, praticamente alcuni, sanno che io ho passato sei anni in un collegio dove si studiava per diventare prete, che poi ancora oggi non ho mica capito cosa ci sia tanto da studiare per diventare prete, che fai più anni di scuola che un avvocato, per dire. Comunque lì l’intenzione degli istitutori era di farci diventare tutti preti, casti, puri e bigotti, mentre noi adolescenti traboccanti ormoni ci uccidevamo di pippe guardando le pagine dell’intimo femminile su Postal Market o Vestro. Un piccolo inciso, necessario, per dirvi che nell’intelligentissima idea di creare un piccolo centro per raccogliere la carta riciclata e venderla per pagare i palloni da calcio, i conferimenti dei vari alunni portavano al loro interno un universo che la clausura ci aveva tenuto nascosto a lungo. Stivandolo nei pantaloni riuscii a portar via un catalogo della tedesca Steppi Slips, e non vi dico altro, roba da farsi ricoverare in rianimazione. Comunque sì, tutti bravi, tutti studiosi e smodatamente segaioli, ma l’altro giorno nell’armadio dei meglio-dimenticare ho messo le mani sul vecchio libro di grammatica greca, e con un filo di commozione sono andato a cercare la pagina dell’aoristo terzo passivo, uno dei più grandi dolori della mia gioventù. Era ancora lì, bella cerchiata di nero come l’avevo lasciata.
Quel giorno Don Mario, un uomo di bontà e pazienza infinite, stava spiegando a voce altissima come sempre per via di una sordità incipiente, e io avevo raggiunto già il walhalla in almeno un paio di occasioni, avevo finito e rismontato il cubo magico non meno di trenta volte, mi ero aggiornato tutto il calendario di serie A con addirittura le statistiche dei gol subiti in trasferta, e quindi mi stavo praticamente scartavetrando il divertentissimo apparato deputato (secondo loro) alla sola riproduzione. Presi così l’accendino dalla tasca, e tenendolo capovolto feci ruotare lentamente la rotella tutto attorno alla pagina grattugiando una consistente dose di pietrina con lo scopo di creare una specie di miccia circolare. Un lavoro certosino, minuzioso, in apnea per non sprecare nulla con un fiato, e badando che la polvere fosse così densa da essere continua. L’insegnante ad un tratto si voltò dopo aver scarabocchiato al lungo alla lavagna e chiamò a leggere il mio vicino di banco, urlandone il cognome come sua abitudine. In quel momento, svegliatomi di botto dalla trance che mi guidava in quell’attività, accelerai incautamente lo scorrimento e fu un attimo che partì una scintilla. Scccchoouuufff! Una fumata grigia accompagnò un lampo, e una tremenda puzza di bruciato invase la classe in un attimo. Tutti i miei compagni, dopo gli sguardi di sorpresa terrorizzata, scoppiarono in una fragorosa risata, mentre cercavo di giustificarmi sghignazzando pur’io come una iena che trova una femmina dopo due anni di astinenza.
L’insegnante alzò ulteriormente la voce sopraffacendo il caos generale e mi apostrofò dicendo “Non si fuma in classe!”. Poi proseguì la lezione. Io, terrorizzato dalla potenziale punizione in arrivo, mi misi a disegnare i fumetti sul margine del Rocci. Era una partita a tennis lunga 500 pagine, sai di quei fumetti che prendi la manciata di fogli e cominci a sfogliarli velocemente, e vedi l’animazione.
Peccato aver venduto quel dizionario dopo la scuola.
Metti tipo che ti serve caricare dei files su un blog wordpress. Metti che questi files siano dei DXF di Autocad e il caricamento files risponda con “Il tipo di file non rientra nei limiti imposti dai criteri di sicurezza. Provane un altro”. Metti che devi risolvere il problema in qualche modo e non sai dove battere la crania.
Io ho fatto così:
- Google
- trovo un articolo di Gurucoder che parla del medesimo problema (ma sui rar)
- sfrutto le sue indicazioni (grazie) e mi domando quale sia il mime type dei dxf.
- Google n’artra volta e vengo qui
- cerco il mime type che fa per me: application/dxf
- edito nella cartella wp-includes/functions.php e alla linea 2316 aggiungo
‘dxf’ => ‘application/dxf’,
- [notare la virgola alla fine, necessaria] salvo e faccio upload
- torno sulla pagina Wp per fare il caricamento del file, facendo prima shift + F5 per fare refresh pulendo la cache del browser
E il problema è risolto. Ok, questo post non fa ridere ma almeno servirà a qualcuno, spero.


