La guerra vista da un bambino
Mio nonno mi parlava spesso della guerra, che lui c’era stato, in guerra. Ma non mi parlava mai delle cose brutte ma solo di quelle poche cose belle che gli erano capitate. A dire il vero so che di cose brutte glie ne erano capitate molte, perché era stato prigioniero nel carcere dello Spielberg, questo me lo aveva detto lui, e mia mamma mi disse che gli si era congelato un dito di una mano, e quando ci fu la liberazione era tornato a casa a piedi con i suoi pochi conterranei sopravvissuti e ci aveva messo un mese mangiando solo qualche buccia di patata e perfino gli escrementi dei somari che trovava per strada. Comunque lui mi diceva che cantavano canzoni e incontravano molte persone, e ogni tanto mi ripeteva qualche filastrocca che io non capivo ma mi faceva ridere, che ero un bambino. Mia nonna appena lo sentiva parlare di guerra o cantare “O Tannenbaum, O Tannenbaum, Du kannst mir sehr gefallen!” lo apostrofava malamente intimandogli di tacere, che non era una cosa bella da dire a un bambino, ma io, sia allora che adesso, ero convinto che fosse meglio sentire quelle storie e quelle filastrocche piuttosto che recitare rosari tutto il giorno, e sono convinto che anche mio nonno era convinto di questo ma purtroppo lui non aveva voce in capitolo e doveva tacere.
Quando fu liberato dalla fortezza in cui era prigioniero, dicevo prima, dopo un mese ai limiti della sopravvivenza riuscì ad arrivare a piedi al paesello, vicino a Cuneo, insieme a pochissimi compari malconci come lui, e quando giunse a casa vide che la casa non c’era più, distrutta dai bombardamenti alleati che volevano colpire il vicino comando tedesco. Cercò la famiglia dai parenti e quando li trovò aveva talmente fame che non riusciva nemmeno a parlare. Mia nonna nel vederlo barcollare nell’aia diede di matto, lei e tutta la famiglia, perché erano due anni che non sapevano che fine avesse fatto e trovarselo così devastato ma vivo fu una gioia e una sofferenza immensa allo stesso tempo. Lui aveva così fame che quasi non li salutò, piangeva soltanto, e allora lei mise a scaldare un grosso paiolo di minestra, unica cosa disponibile nella miseria del posto, e così fecero anche le mogli dei suoi commilitoni e compagni di prigionia. Solo che mia nonna era un vero aguzzino e gli impose di mangiare lentamente, che se lui avesse ascoltato la voglia avrebbe infilato la testa nel paiolo per ingozzarsi. Tre dei suoi commilitoni, fra cui suo cugino, mandarono affanculo la moglie e si avventarono sulla minestra calda, che dilatandosi nello stomaco vuoto e atrofizzato da troppi mesi di fame, li uccise, letteralmente.
Ecco, se penso all’esistenza infame che fece mio nonno negli anni dopo la guerra, con una moglie così, forse sarebbe stato meglio che si ammazzasse quel giorno con la minestra.



bella storia…
io non ho avuto nonni, quindi vi invidio i vostri, ancorchè stronzi :D
ricordi belli di un nonno eroico, anche se arrivo da una famiglia religiosa mia madre diceva -guardati da chi ha sempre il rosario in mano-