Archivi del mese: dicembre 2009

La cura

Mi aspettavo una reazione diversa dal mio subconscio. Non capita spesso di prendere decisioni così drastiche e di riuscire a tener saldo il timone in un burrascoso oceano di amarezza che ti scoperchia la chiatta. Invece… niente. Di colpo sparisce la rabbia, il veleno si rafferma negli interstizi dei vasi linfatici, l’affanno del non riconosciuto merito si assopisce. A colmare queste assenze arriva il vuoto lenitivo. Nessuno processo, nessun rimpianto, totale distacco dal passato, solo un grande silenzio nel buio del mio animo stanco e ancora sanguinante.

E’ strano, certo. Chi mi conosce sa quanto a lungo sia in grado di arrovellarmi sulla bontà e sulle conseguenze – soprattutto – di una scelta. Avevo anche pensato di farmi un castello, con tutti i sassi che mi sono tirato addosso in questi ultimi anni, considerato quanto peso do all’autocritica e alla flagellazione self made. Mi dicono che sono troppo severo con me stesso, che dovrei imparare a vivere serenamente con la consapevolezza che anch’io posso sbagliare, e che pur con tutto l’impegno pure io posso deludere chi si affida a me. Il tasto dolente, ahimé: il bisogno di soddisfare le altrui aspettative e di ottenere una qualche forma di approvazione è il male che mi corrode l’esistenza.

Scostandosi di poco da questi temi tempo fa si parlava di sbronze col mio direttore, uno dei pochi esseri dotati di credenziali da dirigente che io conosca con fattezze umane, e uno dei pochi al mondo che mi conosce come si conosce un amico. Ne parlavamo, appunto, e io pensavo che l’ultima sbronza l’ho presa a casa sua, una scena vergognosa, patetica. Lui mi dice Son stato due settimane fa in Germania e mi sono ridotto a una larva tanto ho bevuto, e io gli dico Sai, è da quella sera a casa tua che non mi sono più lasciato cadere così in basso, tipo da sette anni ormai. Con uno sguardo serio e minaccioso mi ha detto “Bisogna imparare a perdonarsi, o si smette di vivere”. Sono andato a casa con i lucciconi, come un bambino a cui hanno detto che babbo natale non esiste. Che quando la gente ha ragione io non sono proprio capace di far finta di niente.

Ora devo solo guarire, e il togliermi questa lama dal petto credo sia stato più che un buon inizio.

Domani

Domani sarà un giorno speciale. Domani è il 21 dicembre. Te dici No, oggi è il 21 dicembre. Frega niente, per me è domani, io sono ancora sveglio del 20 e quindi parlo di domani. Domani sarà un giorno unico, pesante, pieno di soddisfazioni. Domani stapperò un vaso pieno di rabbia prodotta da giorni e giorni di attesa snervante, di promesse farlocche, di cose di volta in volta sempre più importanti dei problemi miei, di me e della mia vita. Domani mi siederò e li guarderò in faccia, una volta per tutte, ed esigerò di essere cagato, anche solo per cinque minuti. Non c’è tristezza nel mio animo, non c’è rassegnazione. Io non ho ancora trovato qualcosa o qualcuno che sia riuscito a fermarmi, non mi arrenderò adesso. Ho superato momenti ben peggiori, causati da fattori che di umano han solo l’epilogo, e non mi sono nascosto, non mi sono abbattuto al punto di fermarmi.

Domani io sbaracco la scrivania, ci salgo sopra e mi metto a cantare “Save yourself a penny for the pennyman” a pieni polmoni. Che non si può giocare con la vita delle persone per dei mesi e far finta che tutto vada bene. Sono arrivato al limite, quando la lancetta segna che sei in riserva devi decidere se fare il pieno o aspettare che il motore si spenga. Io non mi spengo, ma farò il pieno con tutto il veleno accumulato e morderò, a fondo, chi cercherà di trattenermi.

Ho quarantanni, ho bisogno di sentirmi vivo, perché a morire c’è sempre tempo. Colui che avrà il triste compito di fermarmi, quel giorno, mi troverà col sorriso sulle labbra e il dito medio alzato.

Training ansiogeno

Corri, idiota, corri. [idiota ci sarà tua madre] Non badare al clima, al freddo. Corri. Sei tu e le tue gambe, devi averne ragione a qualunque costo, devi  correre, devi squarciarti le budella dallo sforzo. [come se ci volesse un diploma] Corri, hai capito? Tu non ti stai misurando con qualcuno, tu sei tu, la misura è la tua ostinazione, non c’è altro avversario. [a parte te che mi stai sulle palle, no, è vero]

Adesso respira, con calma, l’aria è fredda. Respira e pensa. Concentrati. [mi sto concentrando, se stai zitto ci riesco meglio]. Lo senti il blocco allo stomaco? [lo sento sì] Ecco, quello è il limite che devi superare, quella è la tua nemesi, è in quel preciso punto del tuo essere un umano appiccicaticcio che devi vincere. Ora riprendi il passo, lentamente. Respira e muoviti, solleva le braccia in modo ritmato, respira, senti il freddo che ti apre i polmoni. [sento, bello, domani però ho la bronchite].

Ok, adesso un altro giro, senza sosta, che ti sentirai un altro uomo. [vaffanculo, vocina del cazzo, io con te non ci vengo più ad allenarmi].

Ricordi di gioventù

Ecco, quando son stato a Riva del Garda per la blogfest, a ottobre, non conoscevo nessuno. Cioè, quelli con l’avatar fotografico li conoscevo appunto per quello, sapevo i nomi di tutti ma nessuno conosceva me. Sta di fatto che sono andato a sbirciare all’Eroticamp, dove ho abbandonato lo Zio fra le braccia di mille pretendenti, mentre io venivo letteralmente aggredito (in senso buono) da Capitano, Elena senzablog e Delymyth. Poi, non capendo quale fosse il reale tema del camp (c’era gente che rideva, mangiava e beveva, e nemmeno una tetta al vento), son sceso dal porchettaro a basso e mi son preso una birra per ciucciarmela sulla panchina a fianco.

In quel mentre sono arrivati Felter e CoRobi e si son messi a parlare con Delymyth, che nel frattempo mi aveva raggiunto; io ascoltavo, silenzioso e ignorato (giustamente) del tutto. Sulla stradina alle mie spalle intanto stavano arrivando Khenzo, Azael e Clockwise, e conoscendoli più che bene per via del turpiloquio che tendiamo a sostenere nelle nostre discussioni su FriendFeed, li ho apostrofati con “Ma tu guarda che branco di accattoni che mi tocca vedere”. Lì per lì mi aspettavo un saluto, poi ho notato Azael che mi guardava con odio e diceva “Beh, che problema c’è se siamo accattoni”. Allora ho fatto due conti pensando “cavolo, non sanno chi sono, adesso vengono qui e mi gonfiano di botte”.

Poi, per fortuna, mi sono alzato in piedi. E loro han tirato dritto.

(La morale di questo post è che a volte basta essere un po’ fuori sagoma per tenere alla larga i pericoli)

P.S.: io a quei tre ci voglio bene, in fondo.


Ritorni

I miei passi risuonano in modo sinistro nel silenzio della stradina, rimbombando leggermente fra le pareti delle case ottocentesche che cingono lo spazio attorno a me. Sono a pochi metri dal centro della città, le nove di sera, la zona è comprensibilmente deserta. La gente che si rispetta è a cena, quello che doveva fare lo ha già fatto. La scarsa illuminazione di questa vecchia via stride un po’ con i fasti delle luci natalizie del centro. Complice la nebbia, la fioca luce dei lampioni lascia appena distinguere il selciato antico, consumato da mille passaggi di gente e mezzi. Ogni tanto sento un vociare che proviene da qualche finestra, persone in festa che ciarlano ad alta voce, rumori e suoni in totale contrasto col mio stato d’animo. Il clima umido di stasera non mi aiuta a sorridere ma mi accompagna, silente, mentre cammino lento e mi fumo l’ennesima sigaretta, assorto in pensieri che il freddo sembra voler congelare man mano che escono. Mi pongo domande alle quali la vita non ha mai fornito una risposta valida, o forse sono io che le domande non le so fare. Ascolto lo schiocco secco dei sassolini sotto le mie suole mentre mi avvicino al luogo dove nessuno mi sta aspettando, da dove son scappato tanti anni fa e dove, per un milione di motivi, non ho voluto tornare più. Nella vita si cambia, dicono, io non sono cambiato, ma stasera ho deciso di intraprendere questo percorso, una volta per tutte.

Arrivo sulla soglia di una piccola porta che dà direttamente sulla strada, intravedo una luce filtrare dal battente mal squadrato. Busso. Mi apre un signore anziano, con gli occhi scavati e la barba di qualche giorno. Nel suo viso riconosco dei tratti familiari che credevo di aver dimenticato.

- Sì?

- Ciao, se ti disturbo vado via.

- Carlo??

- Sono io, papà. Lo so, son passati venti anni e non so nemmeno…

Mi interrompe volandomi al collo, abbracciandomi forte. Scoppia a piangere, sento i singhiozzi vibrare dal suo torace stretto contro al mio. Poi si ritrae, mi guarda con gli occhi ancora luccicanti, di un dolore che per troppo tempo si è tenuto dentro, e mi dice “Vieni dentro che fa freddo. Sai? Non sei mai stato bravo a fare le sorprese, nemmeno a Natale”.

[questo racconto è il mio modesto contributo al PslA 2009, vi consiglio di scaricarlo e leggerlo tutto così potrete farvi un'idea di quanto più bravi di me siano stati tutti gli altri partecipanti]

Ah no, niente

Volevo solo dirvi che è uscito il Post sott l’Albero. Eggià.

Il pasto rude (dedicata a Mario Pischedda)

Divoro
la parte e il tutto
presciutto
a mozzi stonati
baguettes
fra calde omelettes

ti stufi
di uova di quaglia
deposte
come occhi di gufi
fra tranci
di tome di paglia
e veli
di bianchi tartufi

Basta!
mi portan la pasta
fra calici colmi
si tasta
prezzemolo
e alìci sì caste
scarpetto
le tracce rimaste
poi goccia
di quel passepartout
viatico
al fine ragout

Occhieggia
la seppia cogli ossi,
serpeggia
la ruta fra rossi
ravàni ad anelli,
campeggia
sul desco imbandito
scolpita
dal prode Talete
di burro
una bianca parete

Kalimba de luna
caramba, è l’una
patire, finire
le laute portate
financo a quella
che subito molce:
l’effimero dolce

Stride lo strudel
su strade di crème caràmel


Quella notte che mi son perso la luna

Io ero normale, prima di non esserlo più per un po’. Poi sono tornato normale ma sto facendo una cura per non diventarlo mai più. Io ci sto bene nella mia dimensione parallela che fa baseperaltezzadivisoDuse, mi accompagna Eleonora per l’appunto. Non mi capisci vero? Come puoi capirmi se non ho modo di capirmi da me? Che ci fai tu nella mia palestra a Palestrina? Non intendo accampare scuse, non è ora dell’accampamento, prima c’è catepochismo poi pressapochismo, specie se si sta bassi di atmosfere.

Grazie, o Muso enigmista dai corti belati, che hai concesso al mio io di rinsavire dal malanno che l’abbatteva come un pioppo sull’argine. Grazie, curatore fallimentare del mio essere, se crollerai io ci sarò, e crolleremo insieme.

(dedicato a un essere più assente che essente in sé)

Erano due taglie in meno

Anche se non capisco dove e come, dalla bilancia risulta che sono dimagrito. L’altra mattina cercavo un paio di pantaloni da mettermi e disseppellendo dall’armadio vecchi cimeli di gioventù ho trovato un paio di gìns che non mettevo da un sacco di tempo. Allora li ho tirati fuori e li ho provati, e ho subito capito perché non li mettevo da un sacco di tempo. Poi li ho tenuto indosso, andando al lavoro con quei gìns.

In pausa pranzo poi sono tornato a casa e me li sono tolti, posandoli sul manubrio della siclett, e me ne sono messo un altro paio. Alla sera torno e mia moglie mi dice Ma quei gìns perché li hai posati? E io le ho detto Beh diciamo che non mi vestivano bene, e allora lei mi fa Li hai posati perché ti stavano stretti? e io Un po’, mi chiudono troppo all’altezza del cavallo e lei beffarda mi dice Ma sei di nuovo ingrassato? e io le ho detto No, sono i gìns che sono troppo ambiziosi.

Coerenza

Un tizio che conosco si lamentava ieri sera che non capisce le donne. Ho compreso subito il dramma, visto che lui è di Barletta e lei è finlandese.

Un altro tizio invece mi diceva che lui le donne le capisce al volo, tutte. E’ piuttosto quel via vai di sua moglie, che pare stiano sgombrando un cimitero di cervi.

Un mio amico ha festeggiato i dieci anni di matrimonio, due anni dopo che aveva divorziato.

Una mia amica si è sposata in chiesa con l’abito bianco perché crede fermamente nei valori primi dell’educazione cattolica. Uno dei chierichetti era suo figlio.