L’uomo che chiamava le montagne per nome (di Gianluca Chiappini)
Anche il buon chiagia (al secolo Gianluca Chiappini) ha raccolto il mio invito mandando questo racconto. Non posso che ringraziarlo e rendergli il giusto tributo pubblicandolo subito, nell’attesa che la mia vena creativa (dio ce ne scampi e liberi) torni dalle ferie e mi riporti un po’ di cose da raccontare.
L’uomo che chiamava le montagne per nome lo faceva senza un vero motivo, o almeno non se l’era mai chiesto. Lo aveva sempre fatto, sin da quando, bambino, saliva col padre nelle prime arrampicate della sua vita. E allora, per uno scherzo divenuto poi abitudine, aveva preso a dare un nome alle montagne che scalava. Ma non il nome vero, quello delle cartine, che quello non gli significava nulla. Si inventava nomi di donna, perché, immaginava, le montagne devono essere donne per forza.
L’uomo che chiamava le montagne per nome non aveva mai visto per davvero il mare. Ne aveva sentito parlare, prima, nei racconti di quelli che tornavano in paese a trovare i parenti, ma non aveva saputo immaginarlo. Una volta cresciuto lo aveva visto, in televisione, ma mica ci aveva creduto fino in fondo. Che in televisione si vedevano tante cose inventate, gli extraterrestri e i fantasmi, magari anche il mare era una roba uscita dalla fantasia di qualcuno. E comunque lui non credeva alle cose che non aveva mai visto, era fatto così.
L’uomo che chiamava le montagne per nome amava due cose delle montagne, il silenzio e la distanza. Il silenzio cominciava, a dire il vero, appena si lasciava il paese e si imboccava il sentiero che portava su. Ma solo salendo, arrampicandosi per le rocce, il silenzio diventava qualcosa di vero. Lo stesso rumore dello scarpone che grattava i sassi era, secondo lui, silenzio, il vento che fischiava contro la parete era silenzio. E la distanza, quella fuga in verticale che portava lontanissimo, ma in alto, dove nessuno poteva seguirlo, lo faceva sentire libero e infinitamente leggero.
L’uomo che chiamava le montagne per nome a volte aveva bisogno di quella distanza e di quel silenzio per non impazzire. Quando il dolore o la noia diventavano insopportabili capiva che era il momento di arrampicarsi, di mettere spazio tra sé e quel dolore e quella noia. E allora bastava mettere un po’ di quella distanza, un po’ di quel silenzio per dimenticare le mani pesanti di suo padre e la fatica e la frustrazione e quel senso di nausea che a volte, sempre più spesso, lo prendeva al risveglio, quando ancora la luna era alta, e gli spaccava il respiro.
L’uomo che chiamava le montagne per nome quel giorno scelse la sua montagna preferita, quella alla quale aveva dato il nome di sua madre. Partì prestissimo, quando gli altri ancora stavano dormendo, senza portarsi dietro nulla, lungo il sentiero che saliva tra i boschi. Percorse le strade che conosceva fino al punto in cui i cespugli si facevano radi per lasciare il posto alle rocce. Trovò gli anelli conficcati nella parete, fece scorrere la corda dentro di loro e attorno al suo corpo, cominciò ad arrampicarsi. Cercò invano il silenzio, ché tutto sembrava sovrastato dal caos della sua testa. Cercò disperatamente la distanza, ma il puzzo dei suoi vestiti era la sua vita che lo inseguiva, aggrappata a lui. Quando arrivò in vetta si accorse che aveva faticato più del dovuto. Si sedette e lentamente slacciò la corda dal suo corpo sentendo la sua voce che raccontava a quella montagna dal nome di sua madre le cose che non aveva mai potuto dire a nessuno. Parlò per ore, mentre il sole sorgeva sulla montagna lì davanti, della quale ora non ricordava il nome. Poi sentì la voglia di piangere, ma non lo fece perché non l’aveva mai fatto. Si limitò a toccare con il palmo della mano la roccia fredda sotto di sé.
Poi estrasse il coltello e fece quello che doveva fare.



chapeau
che bello
che emozione
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Complimenti, è di una bellezza struggente.
secondo voi cosa fece colo coltello…