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Quello che sto per raccontarvi accadde a Mosca, durante l’Olimpiade del 1980. In quel periodo la geografia era un po’ incerta, nel senso che esistevano sì i confini tracciati sulle cartine geografiche ma la realtà era un ben diversa. La grande URSS confinava a est con Berlino, a ovest con Guantanamo, a Nord con il Canada e a sud con la Namibia. Insomma c’era parecchia confusione e per questo motivo gli USA boicottarono l’Olimpiade, indispettiti dal geografo un po’ troppo allegro e da altre cose che avevano che fare col freddo ma che non so spiegare bene. Fu così che, assenti i fortissimi atleti statunitensi, ebbero spazio anche le nazioni minori (in senso sportivo) che riuscirono a qualificarsi seppur con tempi modesti. Fra queste c’erano anche Panama, il Molise, le Lofoten e il Canton Ticino.

Quest’ultima sub-Nazione qualificò per la gara dei 110 ostacoli un atleta di 43 anni, il non ancora famoso Laerte Marigozzi, di professione apicoltore e corridore per diletto. E’ noto a tutti che in quel periodo la cronica carenza di fondi della confederazione elvetica costringeva ogni cantone a partecipare con i propri mezzi alle manifestazioni sportive, buttando così nella disperazione le squattrinate società sportive locali che desideravano vedere i propri campioni fra le fila della nazionale, se mai ce ne fosse stata una. Di fatto l’unico atleta di quell’area che si qualificò fu appunto il Marigozzi, che, anche lui a corto di denaro, non poteva permettersi un team di professionisti e quindi decise di portare con sé sua zia Adele come cuoca e suo cugino Ottavio, nativo di Varese ma da anni panettiere di Ponte Capriasca, che gli avrebbe fatto da massaggiatore per via degli avambracci da rocciatore che ci aveva.

Il viaggio fino a Mosca sul Fiorino di Ottavio potrebbe da solo riempire un intero libro, talmente furono le disavventure in cui si imbatterono i tre, ma quella che voglio raccontare è una faccenda diversa, che inizia nel villaggio olimpico nei pressi della Grande Arena Sportiva del Complesso Olimpico Lužniki, dove venne scritta la Storia.

Guarda un po’ alle volte che strana è la vita. Lavori tutto un periodo per prepararti a fare una cosa, ti poni degli obiettivi lungimiranti e poi ti trovi come niente – e quasi letteralmente – nella cacca. Infatti, proprio nel giorno del suo arrivo a Mosca, Laerte iniziò a soffrire di una strana forma di colite, gli si gonfiava la pancia in maniera indecente e poi da qualche parte tutta quell’aria doveva pur andare, mica la poteva tenere dentro tutta quell’aria lì. Quella parentesi imbarazzante, se vogliamo usare un eufemismo, non si capiva mica a cosa fosse dovuta. Certo, te che leggi probabilmente pensi che sia da attribuirsi all’alimentazione sommaria che lui e i suoi due consanguinei si concessero durante il viaggio. Il fatto che ne soffrisse solo lui esclude però la possibilità che avessero ingerito del cibo scadente, anzi, Adele e Ottavio stavano benissimo, e poi bisogna dire che per strada non si erano fermati mica a mangiare, anzi fu una cosa limitata a malapena per sbrigare i bisogni fisiologici;  mangiare avevano mangiato, certo, ma era zia Adele che preparava i panini con la bresaola del Sansonetti, il salumiere del paese, direttamente sul cruscotto del Fiorino lanciato ai novanta – massimo novantacinque – in autostrada. Sarà stato il vinello di casa? Sarà stato il burro che gli aveva dato zia Irma? Sarà stato quel che sarà stato, di fatto Laerte appena arrivato a Mosca avrebbe potuto riempire una mongolfiera con tutta quell’aria.

La mattina seguente a quella dell’arrivo, dopo che i nostri avevano dormito 22 ore filate, Laerte si infilò la tuta e le scarpette e uscì dall’alloggio per fare allenamento, ma quella fastidiosa colite continuava a tormentarlo, non tanto perché si sentiva male ma perché voglio vederti te a correre e saltare siepi e panchine del parco olimpico e ad ogni sforzo impegnarti a trattenere le emissioni in atmosfera, non è mica semplice, specie se devi allenarti per fare l’Olimpiade. Allora correva dove non c’era nessuno, ma anche quello era difficile, che lì era tutto pieno di gente, tutti gli atleti andavano nel parco a correre per allenarsi, e allora Laerte cercava di mascherare la vigorìa dei suoi rumori con colpi di tosse, urli da karateka e chissà cos’altro. Era disperato, pensare di tornare a casa e dire Non ho vinto perché mi cagavo addosso. E’ brutto essere malinterpretati, anche per un apicoltore.

Giunto a quel punto bisognava prendere il toro per le corna, e da buon metodico di sangue svizzero, tornato in camera radunò il team in cerca di una soluzione.

- Un medico – disse Ottavio – ci vorrebbe un medico.

- Ti potrei fare un impacco di salvia – provò a suggerire zia Adele.

- E dove lo trovo un medico! – sbottò Laerte, che per lo sforzo lasciò partire un trittico di péti in sol minore.

- Ma qui c’è pieno di medici, tutte le squadre hanno il medico – disse con lo sguardo illuminato il buon Ottavio, che aveva fin da subito buttato gli occhi sulla dottoressa della squadra russa.

- E cosa faccio, vado lì e gli dico Scusi mi sto cagando addosso, mi dà una medicina? Te che c’hai le idee, lo sai parlare il russo?

- No, ma te lo ricordi il Piero, quello che era stato in Merica tanto tempo, che poi è venuto ad abitare attaccato a casa mia?

- No – fece Laerte con uno sguardo che lo stava per fulminare – chi diavolo è sto Piero?!

- Beh, lui e io al venerdì sera giocavamo a rubamazzo, e mi ha insegnato la lingua!

- Sì, certo, qui gli americani non ci sono neanche venuti, e te pensi che una dottoressa russa capisca un ticinese che parla in inglese? Ma la farina te la sei tirata su per il naso, te?

- Lasciami fare, vedi che in qualche modo mi faccio capire.

La strategia era così strampalata che Laerte lasciò andare le spalle in segno di resa, lo guardò rassegnato per un attimo mentre usciva in corridoio, e poi s’incamminò in bagno per cambiarsi, che non ti dico i pantaloncini bianchi che tinta avevano preso in allenamento. Zia Adele se ne restò in disparte guardando lo sconforto del nipote che espelleva metano puro ad ogni movimento. Col fazzoletto al naso, per ripararsi dal peggio, trattenne a malapena un sorriso mascherato da smorfia di compassione.

Venti minuti dopo si aprì la porta, e come un tedoforo con la fiamma olimpica Ottavio si presentò con un tubetto di medicine in mano, il sorriso da spot pubblicitario e il grido “Tel chi! Ce lo potrei insegnare a tutti il parlato mericano!”. Laerte uscì dal bagno spaventato dal baccano mentre zia Adele biascicava una mezza preghiera di ringraziamento alla madonna in dialetto stretto.

- Che cos’è quella roba?! – domandò Laerte fra l’ironico e l’iroso.

- Ti ho portato la medicina, dai, prendine una subito e le altre dopo i pasti!

- Ma sei sicuro che sia una medicina per la colite? E’ scritto tutto in cirillico…

- Sì, ci siamo parlati, lei capiva il mericano che dice che ha studiato in merica per due anni! Dai prendila, cirillico!

- Ottavio, tieni qua un bicchiere d’acqua, scolta tuo cugino – li interruppe zia Adele. Con quel sorriso così convincente e materno che il Nostro non seppe rifiutare.

Il giorno della qualificazione si stava avvicinando e il Marigozzi, manco a dirlo, non aveva più gonfiore e riusciva finalmente a correre e saltare gli ostacoli con una leggerezza che non gli era mai capitata. Gli sembrava addirittura di volare, non aveva mai sentito così tanta energia scorrere nelle sue vene e irrorare i muscoli sotto sforzo, così tanta che sembrava non finire più. “Medicina miracolosa” – pensò – “mi sento davvero una bestia! Potrei correre per ore, porcamiseria!”. Alle batterie riuscì a passare agevolmente, arrivando in finale con ottimi tempi.

La sera prima della gara che lo avrebbe fatto passare alla storia Laerte mangiò persino le trippe cucinate dall’Adele, talmente che si sentiva forte e vigoroso. I tre si bevvero un fiasco di vino e poi Ottavio tirò fuori anche la grappa per brindare, e gli disse per incoraggiarlo che comunque fosse finita la faccenda lui e Adele sarebbero andati fieri di avere un cugino olimpionico. Vi furono attimi di commozione, più per la grappa secondo me che non per le parole del panettiere alticcio.

La mattina successiva, nello stadio olimpico davanti a sessantamila spettatori, la tensione nervosa sui blocchi di partenza riacutizzò i sintomi del malanno. Laerte sentì le viscere scomporsi in borbottii sinistri e iniziò a sudargli la fronte prima ancora di partire. I fantasmi della colite non erano scomparsi, e quel suo intestino imbizzarrito sembrava preparare una sorta di eruzione da supervulcano. La preoccupazione di un ritiro per indisposizione stava monopolizzando i suoi pensieri, ma venne interrotta – fortunatamente – dal segnale di preparazione. Tutti gli atleti – lui compreso – a quel richiamo poggiarono i piedi sulle pedane e si chinarono per la partenza, chi con lo sguardo di sfida rivolto agli ostacoli, chi con gli occhi alla pavimentazione assorto in una preghiera. Dopo qualche istante il giudice di gara premette il grilletto e allo sparo, in un attimo, i corridori schizzarono dai blocchi scaricando a terra tutta la potenza delle loro gambe. Ma proprio in quel momento, con quello sforzo, Laerte esplose in una scoreggia che si sentì in tutto l’anfiteatro, e subito si gettò in una corsa isterica più dovuta alla vergogna che allo spirito competitivo. La scena fece andare in delirio la folla, i cronisti di tutto il mondo urlavano concitati nei loro microfoni senza riuscire a descrivere ciò che stava accadendo. Laerte in corsia 4 con la sua partenza “a razzo” stese i suoi diretti avversari, il ghanese a destra e il cinese a sinistra, al punto che le rispettive squadre dovettero chiamare l’unità di rianimazione. Gli altri invece, sentendo un secondo colpo pensarono ad una falsa partenza e si fermarono dopo qualche metro, mentre Laerte saltava come un camoscio gli ostacoli e si fiondava verso il traguardo. Arrivò primo (e unico) fra gli sguardi increduli di sessantamila spettatori, si voltò e vide alle sue spalle, là nei pressi dei blocchi di partenza, gli altri atleti che discutevano con il giudice di gara. Poi due di loro, capìta la situazione, partirono a missile e giunsero al traguardo. Il russo, secondo arrivato, corse subito negli spogliatoi a cambiarsi perché – non se ne capacitava – si era cagato letteralmente addosso durante la corsa. Terzo arrivato fu il giovane corridore delle Lofoten che si congratulò con Laerte e fece il giro d’onore con lui. Primo Canton Ticino, seconda Russia, terze le Lofoten. Ai giornalisti tremarono le mani mentre annotavano l’ordine d’arrivo per passarlo alle telescriventi.

Le cronache si fermano qui, tu invece scommetto vuoi sapere come è davvero andata alla fine, vero? Ecco, è semplice. Ottavio in quei venti minuti si trombò la dottoressa russa, e col suo inglese monosillabico fra un bacio e l’altro chiese un antispastico e ottenne un energizzante di nuova generazione che più avanti sarebbe stato classificato come doping. Il corridore russo appena prima della gara non riusciva a trovare la dottoressa – la quale si trovava per l’ennesima volta in uno sgabuzzino con Ottavio a praticare lo sport più antico del mondo – e così, in preda all’affanno, invece di prendere l’energizzante sbagliò tubetto e si ingoiò tre pasticche di lassativo. Fra l’altro dopo la gara, giù negli spogliatoi dovettero chiamare la ditta dello spurgo. Adele invece, santa donna, quella sera nelle trippe mise un preparato d’erbe aromatiche che nelle sue intenzioni dovevano dare sollievo al povero Laerte, procurandogli invece il terremoto intestinale che sarebbe passato alla storia. Le cronache dicono che Laerte Marigozzi corse i 110 ostacoli in 12”91: sarebbe arrivato primo comunque, anche senza armi chimiche. Al termine della gara, il corridore delle Lofoten a bordo pista si bevve una tinozza di vodka, riducendosi in condizioni pietose prima ancora delle interviste di rito e della premiazione.

Il ghanese e il cinese si riebbero dopo quattro giorni.

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